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Giornata Nazionale della Colletta Alimentare: un impegno contro la povertà (anche) dei giovani
In vista di sabato 16 novembre, giorno in cui si svolgerà l’edizione 2024 dell’iniziativa, abbiamo intervistato il presidente del Banco Alimentare Giovanni Bruno per discutere del progetto DisPARI e di come si possono sostenere i giovani in difficoltà alimentare.
La povertà alimentare è un fenomeno complesso che non si limita alla sola carenza di cibo, ma riflette e amplifica profonde disuguaglianze sociali ed economiche, colpendo in particolare i più giovani. È infatti preoccupante notare come anche nelle economie avanzate il numero di persone in difficoltà alimentare continui a crescere, colpendo in particolare i minori che rappresentano uno dei gruppi più vulnerabili.
È in questo contesto che il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università degli Studi di Milano e ActionAid Italia, con il sostegno di Fondazione Cariplo (Bando Inequalities Research 2023) e la collaborazione di Percorsi di secondo welfare, hanno avviato DisPARI, un ambizioso progetto di ricerca che intende analizzare i nessi tra povertà alimentare e disuguaglianze concentrandosi su una fascia d’età che finora è stata poco studiata: gli adolescenti.
Dopo il primo incontro del Comitato degli Stakeholder di DisPARI, e in vista della 28ª Giornata Nazionale della Colletta Alimentare, è stato intervistato Giovanni Bruno, presidente della Fondazione Banco Alimentare Onlus e membro del Comitato di DisPARI:
Crediamo infatti che la Colletta Alimentare – che quest’anno si svolgerà in più di 11.600 supermercati in tutta Italia grazie al contributo di oltre 150.000 volontari che raccoglieranno cibo donato da chi va a far la spesa per sostenere i più poveri – rappresenti un’occasione importante per condividere riflessioni su come affrontare questa sfida cruciale.
Presidente Bruno, secondo lei qual è oggi la situazione della povertà alimentare nel nostro Paese? “La povertà alimentare riguarda tante persone in Italia, quasi una persona su dieci, molte delle quali sembrano condurre una vita apparentemente ‘normale’, ma che per la necessità del risparmio iniziano a tagliare proprio l’alimentazione, sacrificando quantità e qualità. I più colpiti sono in particolare i minori, uno su sette sempre secondo l’ISTAT, con conseguenze inevitabili sulla capacità di apprendimento e quindi di riuscita negli studi e, nel medio/lungo periodo, sulla salute nel suo complesso. In questo senso, il bisogno alimentare è il primo fattore di rischio di esclusione sociale. E’ un punto certamente non sufficiente per garantire l’inclusione, ma è certamente necessario partire da qui per realizzare qualsiasi intervento che abbia come scopo un’autentica inclusione”.
Quali sono, a suo avviso, le principali sfide che le organizzazioni devono affrontare per rispondere alle necessità alimentari di chi vive in condizioni di povertà?
“Occorre sempre più saper coniugare la dimensione caritativa e solidale, il desiderio di farsi carico di chi è in difficoltà, primo motore di tante iniziative, la spinta all’azione di tanti volontari, con competenze e professionalità ormai sempre più necessarie. Come ci ha ricordato il Papa durante l’udienza concessa alla Federazione Europea dei Banchi Alimentari già nel 2018 “…Nel mondo complesso di oggi è importante che il bene sia fatto bene: non può essere frutto di pura improvvisazione, necessita di intelligenza, progettualità e continuità. Ha bisogno di una visione d’insieme e di persone che stiano insieme…”.
Ci sono strade particolari per supportare i giovani che si trovano in questa condizione?
“Rispetto ai minori in generale, e agli adolescenti in particolare, è necessario che cresca negli adulti che condividono con loro diversi momenti, in particolare quello delle ore scolastiche, una attenzione e cura della persona che sappia guardare oltre le apparenze immediate così da saper cogliere, quasi sempre tra le tante diverse necessità, anche quella alimentare”.
In questo quadro, quali strategie posso essere più efficaci per intercettare e supportare i giovani a rischio di povertà alimentare?
“Non saprei indicare strategie particolari. Certamente però un insegnante che pensi solo allo svolgimento del programma o al voto, oppure un allenatore di una piccola squadra di calcio preoccupato solo di un risultato sportivo, difficilmente sapranno scorgere segnali di difficoltà nei “propri” ragazzi. E ancor meno, se non sensibilizzato al problema, come si diceva sopra, sarà in grado di cercarne le cause in una insufficiente o comunque cattiva alimentazione. Servirebbe più attenzione, che viene anche da una educazione adeguata per comprendere cosa sia la povertà alimentare e coglierne i segnali”.
Lei è membro dello stakeholder Committee del progetto DisPARI. Quale valore aggiunto vede in questa collaborazione, che punta propria a migliorare la comprensione e la risposta al fenomeno della povertà alimentare tra i giovani?
“Il problema di una corretta informazione e formazione è senz’altro cruciale. Occorre far crescere la consapevolezza del fenomeno a tanti diversi livelli. Una crescente conoscenza è fattore decisivo: cercare di ‘misurare’ non solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi le tante facce del fenomeno della povertà alimentare e le tante possibili conseguenze nella vita soprattutto dei minori, diventa elemento imprescindibile per qualsiasi intervento. E questo non solo nelle diverse realtà del Terzo Settore che operano sul territorio, ma anche tra le persone a contatto coi giovani e i decisori politici.
Per questo va sviluppata una visione d’insieme, unitaria e di lungo respiro. Una insufficiente alimentazione, è stato dimostrato, ma poco forse documentato nel nostro Paese, porta, nel medio/lungo periodo, a un complessivo ritardo scolastico, alla conseguente perdita di competitività in tanti settori produttivi, al crescere delle spese sanitarie per le patologie conseguenti; solo per fare alcuni esempi di impatti pesanti e negativi per l’intera società. Conoscere e occuparsi del problema è segno di lungimiranza, non risposta immediata e basta”.
La Giornata Nazionale della Colletta Alimentare del 16 novembre rappresenta un momento significativo per la vostra organizzazione. Quanto è importante questo evento per la sensibilizzazione della comunità e per il sostegno concreto alle persone in difficoltà alimentare?
“La Colletta Alimentare è per noi un momento di grande impegno e valore nell’attività di ogni giorno svolta dal Banco Alimentare che conta 21 Banchi regionali, con cui sono convenzionati oltre 7.600 enti che sostengono e aiutano ormai 1.800.000 persone su tutto il territorio nazionale. Il valore educativo del gesto per noi è fondamentale: sensibilizzare le persone sul fenomeno della povertà alimentare è possibile grazie innanzitutto agli oltre 150.000 volontari che vivono un gesto semplice di condivisione e carità proponendolo, in quasi 12.000 supermercati, ai tantissimi concittadini che quel giorno andranno a fare la spesa.
Stimiamo che complessivamente quest’anno saranno coinvolte circa 5 milioni di persone che durante la Colletta fanno una donazione piccola o grande che sia, che può andare da una scatola di legumi a una spesa completa. Questo sarebbe impossibile senza la capacità dei volontari di ogni estrazione e età, appartenenza, di mettersi insieme collaborando per un giorno a vantaggio di chi è in difficoltà. È un singolo giorno, in cui però si raccolgono circa 7/8mila tonnellate di alimenti che sono fondamentali per la nostra attività, E soprattutto è un segno importante, non solo per il Banco Alimentare e per le organizzazioni che sostiene, ma per la nostra società sempre più divisa e individualista”.
In che modo i giovani possono essere coinvolti attivamente nella Colletta Alimentare?
“Sono tante le iniziative di associazioni, enti, scuole, che propongono questo gesto ai giovani come momento concreto di aiuto agli altri. E abbiamo consapevolezza di quanto questa adesione possa essere importante per la crescita di chi dona tempo, come volontario, o alimenti agli altri. Ma c’è anche un grande lavoro meno noto, prima della Colletta, fatto di incontri di preparazione, che illustrano la situazione attuale della povertà in Italia, l’importanza del lavoro quotidiano del Banco Alimentare teso al recupero delle eccedenze per evitare che diventino spreco, del realizzarsi così di una corretta idea di economia circolare, con effetti benefici importanti anche per l’ambiente grazie al risparmio di CO2 immessa in atmosfera, il recupero indiretto di suolo e acqua, etc. Qui c’è proprio un pezzo di educazione importante fortemente in linea con gli obiettivi di DisPARI, in cui il Banco Alimentare utilizza tutta la sua esperienza per una autentica “educazione civica”.
(Tratto da Banco Alimentare)
Giornata del Ringraziamento: promuovere agricoltura sostenibile
Oggi si celebra la 74ª Giornata Nazionale del Ringraziamento che si intitola ‘La speranza per il domani: verso un’agricoltura più sostenibile’ ad Assisi, ‘nella terra di san Francesco, autore circa 800 anni fa del celebre Cantico delle creature. Una spiritualità feconda di cui abbiamo assoluto bisogno anche oggi’, come ha sottolineato don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei, per il quale ‘anche il mondo agricolo è assetato di riconciliazione con la terra’, con la celebrazione eucaristica presieduta da mons. Domenico Sorrentino.
Per il direttore dell’Ufficio della Cei il tema di questa Giornata “ci apre al Giubileo che è alle porte. L’idea di fondo è che stiamo vivendo un tempo opportuno di semina. Se vogliamo offrire speranza dobbiamo tornare a seminare. E la semina oggi può essere declinata in due modi: la salvaguardia del terreno e il coinvolgimento delle giovani generazioni.
I disastri recenti in Italia (Emilia-Romagna e Toscana) e in Spagna (Valencia) ci ricordano quanto sia importante porre fine al consumo di suolo, che ha ridotto la produzione alimentare e riduce la possibilità di assorbimento idrico. La cementificazione ha conosciuto, tra le conseguenze più rilevanti, l’aumento del rischio idrogeologico, che allarma sempre più”, afferma don Bignami evidenziando che “in questo contesto, c’è bisogno di salvaguardare l’ambiente, preservare gli ecosistemi e tutelare la biodiversità, come chiede l’art. 9 della Costituzione italiana”.
Tale giornata è stata preceduta dal ‘Percorso sul Cantico delle creature’, dalla Basilica di Santa Chiara alla Basilica di San Francesco passando per il Santuario della Spogliazione e da un seminario di studio con il prof. Luigino Bruni, economista e saggista, e con il prof. Angelo Riccaboni, docente all’Università di Siena.
Nel messaggio i vescovi hanno preso l’immagine de ‘Il seminatore’ di Van Gogh: “Nel dipinto Il Seminatore (1888), Van Gogh scambia i colori: il cielo è dorato come la messe matura e la terra che accoglie i semi ha il blu del cielo. Ogni volta che un contadino semina, il cielo viene sulla terra. Ed il seminatore volge le spalle al tramonto per dirigersi verso un’alba nuova.
Nel disorientamento che proviamo mentre ci chiediamo dove siamo e quale direzione prendere, nella terra troviamo la speranza per il domani. Questo senso di fiducia nel futuro si amplifica, da un lato, nella gratitudine per il Creato ma, dall’altro, viene adombrato dalla preoccupazione crescente per uno sfruttamento che mette a rischio l’agricoltura e la vita delle persone”.
E’ un rimando all’Ultima Cena di Gesù: “Certo, benedice la mensa e il pane che diverrà memoriale della sua Pasqua, della fraternità e della gioia del prendere cibo insieme, ma ringrazia anche di tutti i benefici della creazione: del grano e dei grappoli della vite, della fatica intelligente che li trasforma in cibo e bevanda. La creazione è il dono.
Dobbiamo ringraziare per quanto abbiamo ereditato e comprendere quanto questo sia prezioso, soprattutto di fronte agli effetti drammatici della crisi ecologica. La gratitudine, infatti, deve trasformarsi in impegno, in progettualità, in azioni concrete se vogliamo evitare che i paesaggi diventino un lontano ricordo di quello che sono stati e i territori dei frammenti, residuo dello scarto e dell’abbandono”.
E’ necessario conservare il territorio adottando nuovi stili di vita attraverso la salvaguardia del territorio: “Il rinnovamento degli stili di vita è una via possibile e percorribile per supportare le politiche ambientali e ri-orientare l’economia nel segno della sostenibilità e della giustizia. L’agricoltura deve mantenere le sue basi ecologiche, che non ha mai dimenticato, ma che rischia di smarrire se insegue il paradigma tecnocratico, che porta alla ricerca di un modello di produzione volto solo alla massimizzazione del profitto. E, di conseguenza, all’abbandono dei campi, alla dismissione di alcune coltivazioni e, in molti casi, della stessa attività agricola a cui, a causa delle difficoltà strutturali dell’agricoltura nazionale, viene preferita la rendita derivante dal consumo del suolo o dal ritorno del bosco non curato”.
Al contempo è un invito a salvaguardare la cultura agricola: “Questo patrimonio di attenzioni e di tradizione non può essere dissipato, in quanto rappresenta uno stimolo per guardare al futuro e affrontare in modo costruttivo le sfide odierne, dando soluzione a quelle problematiche che, in varie occasioni, sono state portate alla luce da quanti sono impegnati nel mondo agricolo, che chiedono un confronto e un dialogo a più voci sul rapporto tra uso della terra, agricoltura, sostenibilità e tutela del lavoro delle nuove generazioni. Anche la progettualità sostenibile, come l’istallazione di impianti fotovoltaici, deve vigilare affinché ci sia sempre compatibilità con la produzione agricola. Sono questioni centrali per il futuro della nostra Europa”.
In quest’opera i vescovi invitano a coinvolgere i giovani: “E’ tempo di coinvolgere le nuove generazioni nella cura della terra indirizzando a un diverso modello economico, riducendo sprechi e consumi, riscoprendo le potenzialità delle comunità locali e salvaguardando le conoscenze tradizionali, riconoscendo il giusto compenso ai produttori e raddrizzando le distorsioni dei sussidi”.
Quindi tale giornata può diventare un’occasione di creare laboratori: “Il nostro Paese è un laboratorio ideale, per diversità di ambienti e condizioni socioeconomiche, per sperimentare vie nuove nelle tante forme di agricoltura. Vanno sostenuti i molti giovani – anche immigrati – che hanno deciso di intraprendere questa strada tornando alla terra, pure nelle situazioni più difficili della collina interna e della montagna.
Facciamo appello ai giovani agricoltori e ai centri di formazione che li preparano a un lavoro qualificato, perché si sentano protagonisti con la loro attività, di questo momento cruciale della storia, nel quale il loro contributo è fondamentale. Troppo spesso gli imprenditori agricoli non sono stati percepiti come una risorsa indispensabile per la produzione di cibo sano, disponibile per tutti e di qualità”.
Infine i vescovi mettono in guardia le Istituzioni a promuovere l’agrobusiness, che non è sostenibile: “Mentre non possiamo non riconoscere gli elementi di verità esistenti nelle denunce di insostenibilità ambientale e sociale di tanta agricoltura industriale (non per nulla definita agrobusiness), auspichiamo che si promuovano politiche nazionali ed europee che ripropongano corrette riforme agrarie, adeguato riconoscimento economico del lavoro agricolo e del valore dei prodotti agricoli, riduzione degli sprechi dal campo alla tavola, valorizzazione dell’agricoltura familiare. La polarizzazione tra agricoltura convenzionale e biologica o altro non serve: occorre fare rete e integrare, per combattere la dispersione delle comunità, soprattutto di quelle interne del nostro Paese, e dell’ambiente da cui proviene sostentamento e salute per tutti”.
(Foto: Cei)
Suor Botindari: a Roma la ‘Notte dei Santi’ con il beato Acutis
Oggi al Santuario del Divino Amore di Roma si svolgerà la prima edizione della ‘Notte dei Santi’, un’iniziativa serale e notturna proposta ai ragazzi e i giovani della diocesi di Roma con l’obiettivo di stare bene insieme, non solo divertendosi, ma riflettendo sulla bellezza della santità. La celebrazione eucaristica sarà presieduta dal card. Enrico Feroci, rettore del Santuario del Divino Amore, e da mons. Dario Gervasi, vescovo ausiliare del Settore Sud della diocesi di Roma.
A suor Vincenzina Botindari, francescana missionaria del Cuore Immacolato di Maria, chiediamo il motivo, per cui la Chiesa festeggia tutti i Santi: “La festa di tutti i santi viene celebrata perché i fedeli abbiano dei forti punti di riferimento per ridare senso al cammino di fede, che verte verso la vita eterna. I santi sono testimoni di un incontro fatto, vissuto e portato a compimento. Sono l’immagine di quello che Dio realizza per la sua Chiesa: l’alpha e l’omega (inizio e fine)
Loro stessi, i santi, hanno camminato come noi sulle strade di questo mondo, spesso li scopriamo uomini fragili capaci di ridere o piangere, ma sempre orientati verso l’unico bene: Dio, il paradiso e tutto ciò che richiama la vita eterna. In questo caso possiamo pensare a san Filippo Neri, che spingeva i giovani attraverso la loro innocenza verso Dio. Sicuramente in lui non c’era nulla di costruito o programmato, ma aveva una piena fiducia nella provvidenza intesa come nutrimento dell’anima e del corpo. Fra poco inizia il Giubileo; ecco i santi ci mostrano questa lampada della speranza: non abbiate paura, continuate a camminare”.
Perché il beato Carlo Acutis è al centro di questo momento di preghiera?
“L’evento della ‘notte dei santi’ che si terra al Santuario del Divino Amore, che per i romani ha un significato particolare, grazie all’invito del rettore mons. Enrico Feroci: giovedì 31 ottobre alle ore 21.00 propone un altro testimone molto più recente, che è il beato Carlo Acutis. Un testimone della fede molto più vicino ai giovani e alla loro quotidianità. Cosa testimonia oggi Carlo Acutis ai giovani? Sicuramente che Dio e in quel quotidiano semplice fatto di scuola, studio, sport o attività digitali come tanti dei nostri ragazzi. Penserai e dov’è la straordinarietà di questo ragazzo? Aver fatto spazio a Dio, si è fidato di Lui a tal punto da far diventare Gesù il suo punto fermo. La straordinarietà di Carlo la vedremo solo dopo la sua morte, e non sono i miracoli che sta concedendo a molti, ma aver riportato molti allo Straordinario”.
In quale modo è possibile raccontare la santità ai giovani?
“La Chiesa cattolica oggi ha avviato diversi processi di trasmissione della fede vogliamo parlarne di alcuni. Abbiamo già detto che i santi ci indicano da sé la via da seguire con la loro stessa vita, sono in effetti testimoni credibili, che smuovono anche le coscienze, pensiamo al beato Pino Puglisi, ma andiamo avanti.
Una delle nuove vie di comunicazione della fede è sicuramente la musica, che conserva da sempre nella storia un grande potere educativo per comunicare non solo la poesia dell’amore, ma già da qualche decennio essa è uno dei canali per veicolare la fede e il messaggio della Chiesa Cattolica”.
Perché parlare dei santi ai giovani?
“Parlare dei santi è una necessità, in quanto è un racconto della vita eterna. Parlare dei santi è un ‘servizio’, che racconta l’annuncio di una santità nel quotidiano. Avremo una ‘presenza’ del beato Carlo Acutis, perché la diocesi di Assisi ci ha concesso le reliquie del cuore del beato. Questo sarà un momento speciale, perché in un momento in cui sembra quasi che la fede abbia un momento di ‘calo’, in realtà ci sono i giovani che diventano santi. Sembra un’utopia raggiungere la santità, ma il beato Acutis lo ha fatto senza grandi manifestazioni esteriori; semplicemente ha incontrato Dio ed ha compreso che la sua quotidianità doveva essere intessuta di questa presenza”.
Come si svolge questa serata?
La notte dei santi che si svolge giovedì 31 ottobre al Divino Amore utilizzerà questi canali: la catechesi di don Fabio Rosini sulla Santità; la testimonianza portata da p. Marco Gaballo parroco del Santuario della Spoliazione in Assisi; la christian music delle band del Kantiere Kairos e di Lorenzo Belluscio/music&faith e Marco Mammoli, che per anni ci ha fatto cantare l’inno della giornata mondiale della gioventù del 2000 tenutasi a Roma; l’arte degli artisti per Dio nella persona di Erika Fossati che donerà alla notte dei santi i volti della santità. Con collaborazioniimportanti per testimoniare come comunità la fede ai nostri ragazzi: il Vicariato di Roma attraverso l’ufficio di pastorale giovanile nella persona di don Alfredo Tedesco direttore dello stesso ufficio; Centro Diocesano missionario nella persona del direttore, p. Giulio Albanese affinchè i giovani possano riconoscersi missionari in cammino verso la santità; OFS LAZIO ed infine i canti del maestro Ambrogio Sparagna. Non possiamo dimenticare la preziosa collaborazione dei Francesclaun, giullari di Dio, che animeranno la notte dei santi dei più piccoli per far conoscere e sperimentare anche a loro la gioia dei santi”.
Ed Halloween?
“Ce ne siamo completamente disinteressati, abbiamo l’urgenza di comunicare la fede ai nostri ragazzi!”
(Tratto da Aci Stampa)
Cecilia Galatolo: un libro sui CambiaMenti dell’adolescenza
“Cercate un libro da proporre ai giovanissimi su amicizia, rispetto di sé, accettazione del proprio corpo e integrazione all’interno di un gruppo? Forse ne abbiamo uno che fa al caso vostro, che siate genitori, insegnanti, educatori. E’ settembre. Lucia si ritrova improvvisamente in una nuova scuola, dove dovrà frequentare la seconda media. Il mondo sembra crollare sulle sue spalle. Perché deve lasciare le sue amiche, le sue abitudini, la sua classe di sempre? La madre ha deciso per lei questo cambiamento e, perciò, è molto arrabbiata. Perché non può scegliere da sola della sua vita?”:
inizia così il romanzo, pensato per un pubblico di preadolescenti, ‘CambiaMenti. Bullismo out’ di Cecilia Galatolo, autrice del libro ‘Sei nato originale, non vivere da fotocopia. Carlo Acutis mi ha insegnato a puntare in alto’ e di moli altri libri su giovani santi.
La fragilità, le battaglie, la voglia di crescere dei ragazzi da un lato e dall’altro l’impegno, la passione, la premura, lo sguardo degli adulti sono al centro di questo libro, che in forma di diario tratta uno dei problemi che affliggono il mondo giovanile oggi: l’eccessiva aggressività di alcuni ragazzi che può sfociare anche nel bullismo. Attraverso le esperienze di una ragazzina, il romanzo descrive il percorso proposto ai ragazzi per contrastare ogni forma di violenza e accrescere la coscienza del valore di sé e dei buoni rapporti di amicizia.
Si crea così una ‘rete’ di relazioni che tende a limitare i caratteri violenti e le espressioni aggressive: “Il messaggio principale è che ognuno di noi è unico e prezioso e che nessuno è condannato in eterno alla solitudine: esistono per tutti altri cuori che battono all’unisono con il proprio, basta solo desiderarli e cercarli. Gli amici sono un dono: per trovarli, però, bisogna aprirsi”.
Da Cecilia Galatolo ci facciamo spiegare il motivo di un libro sul bullismo: “Il bullismo è solo uno dei temi che troverete in ‘Bullismo Out’. La protagonista, Lucia, cambia scuola in seconda media e diviene oggetto di scherno continuo da parte di Micheal, un ragazzino difficile. Ha una situazione famigliare delicata e sfoga il suo nervosismo su questa nuova compagna, percepita come fragile e indifesa. Sono tanti, però, i temi che attraversano il romanzo: il rapporto tra genitori e figli, le amicizie che resistono anche alla distanza; e poi ancora: i primi amori che fanno battere il cuore, la paura di crescere, il legame con i fratelli…
‘Bullismo Out’ vuol essere molto più che un libro di denuncia contro il bullismo: è anche questo, ma non solo. Si presenta, piuttosto, come un romanzo di formazione. Ammetto che ho preso molto spunto dalla mia vita. Anche io, proprio in seconda media, ho vissuto un grande cambiamento e anche io sono stata vittima di bullismo. Attraverso il finale del libro, però, voglio lanciare un messaggio di speranza.
In particolare, mi preme comunicare che nessuno è perduto, anche se ci sembra la persona più cattiva del mondo. Ancora mi commuovo se penso che, quando sono iniziati a comparire i primi social, il bullo che mi aveva letteralmente rovinato la vita ai tempi delle medie mi ha cercata solo per chiedermi scusa”.
Il titolo completo è ‘CambiaMenti. Bullismo Out’: in quale modo avvengono i CambiaMenti negli adolescenti?
“L’adolescenza è per antonomasia il tempo del cambiamento. Se penso agli anni che vanno tra i tredici e i diciannove li ricordo come infiniti, per tutte novità che si sono verificate: dai cambiamenti fisici e nella psiche, al vivere nuove esperienze, nuove conquiste (come prendere la patente!). E, soprattutto, l’adolescenza è un tempo forte perché iniziamo a decidere noi chi vogliamo essere. Si vive tutto intensamente e avvertiamo una sana nostalgia di futuro.
‘Che farò della mia vita?’ Ogni adolescente si pone questa domanda. E’ un tempo bello, ricco di emozioni, ma anche critico: può spaventare lasciare l’infanzia alle spalle. E quanti punti interrogativi si affacciano nella nostra mente in quella fase della vita! Per questo è necessario avere adulti validi a fianco. Scrivo libri per offrire strumenti che possano aiutare a riflettere, a decidere, a orientare la vita dei giovanissimi”.
Per quale motivo si assiste ad un’eccessiva aggressività nei giovani?
“I giovani spesso sono aggressivi come reazione. Penso ai ragazzini inquieti che conosco. Spesso hanno delle ferite nella loro anima, un vuoto non colmato, dei bisogni inascoltati. A volte, invece, si è aggressivi per emulazione o per dimostrazione di forza. Magari ci si lascia trascinare dal gruppo. Anche in questo caso, però, dietro ci sono delle fragilità. Se c’è bisogno di farsi valere con la violenza è perché non si è imparata la tenerezza.
Proprio ieri pensavo che l’aggressività nasce, spesso, come risposta alla malattia più grave che si possa vivere nella vita: quella di sentirsi poco amati, poco accettati, messi sotto giudizio, invece che guardati con carità e interesse autentico. I giovani devono sapere di essere amati: parte tutto da lì!
Inoltre, occorre valorizzare ciò che essi hanno da offrire al mondo. Non c’è niente di peggio che credere che il mondo possa fare a meno di noi.
Ed allora, per indirizzare le tante energie dei giovani verso il bene occorre far capire loro che sono essenziali per la comunità, che hanno tanto da dare, impegnarli concretamente in qualcosa di utile, di sano. Come diceva san Giovanni Bosco, occorre impegnare i giovani nel bene, prima che sia il diavolo a sottrarli dalla noia”.
Come si possono creare ‘buone relazioni’?
“Il primo passo per relazionarsi bene con gli altri è avere autostima. Tante volte si creano relazioni malate e disfunzionali perché ciascuno cerca attraverso l’altro di non pensare al vuoto che lo attanaglia… Per volere bene bisogna prima volersi bene. Inoltre, è importante tenere fuori dalle relazioni l’utilitarismo. ‘Sto con te perché mi servi’, ‘Sto con te perché non trovo di meglio’. Non c’è solitudine più grande di quella che si crea in relazioni segnate da questo egoismo”.
Ad un certo punto la protagonista, nella disperazione, prega: la preghiera potrebbe essere una ‘soluzione’?
“La preghiera è sempre una soluzione. Non significa delegare a Dio quello che spetta a noi. La preghiera non è magia, che risolve le cose al posto nostro. Pregare, per me, significa chiedere di essere trasformata dall’interno per vivere la vita con più amore, con più saggezza. Respirare fa bene al corpo quanto la preghiera fa bene all’anima. Abbiamo bisogno che Dio sia in mezzo alle vicende che viviamo, per dare senso e sapore a tutto”.
(Tratto da Aci Stampa)
A Torino grande festa per il ventennale della Piazza dei Mestieri
La Piazza dei Mestieri ha festeggiato dal 23 al 27 settembre i suoi vent’anni con 5 giornate di dialogo in cui ci si è confrontati per approfondire le sfide legate alle grandi transizioni in atto.
Sono state oltre 2.500 le presenze al dialogo che si è dipanato attraverso 12 incontri dove sono intervenuti, tra gli altri, il Sindaco di Torino Stefano Lo Russo, il Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, l’Arcivescovo di Torino Monsignor Roberto Repole, il Cardinale Matteo Zuppi, il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, la Parlamentare europea Letizia Moratti, il CEO di Talent Garden Davide Dattoli, il Consigliere Delegato di Enel Cuore Onlus Filippo Nicolò Rodriguez, il Presidente di IREN Luca Dal Fabbro, il Presidente del CDA di Intesa Sanpaolo Gian Maria Gros Pietro, il Presidente della Fondazione CRT Anna Maria Poggi, il Presidente della Compagnia di San Paolo Marco Gilli, il Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà Giorgio Vittadini.
Un dialogo in cui i giovani sono stati protagonisti interloquendo con le loro domande con gli autorevoli ospiti della settimana. Non sono mancati poi momenti di festa con serate dedicate alla musica (Jazz e Cabaret) e con eventi dedicati agli ex allievi per i quali in questi giorni è stata fondata un’associazione.
Al centro del dibattito i giovani e il modello della Piazza dei Mestieri. Tra i temi sono emersi quelli della necessità di una più stretta ed efficace collaborazione tra pubblico e privato negli investimenti strategici e nelle politiche per la formazione dei giovani e degli adulti.
Un punto del modello Piazza dei Mestieri che tutti hanno sottolineato è la sua capacità di essere stato capace di far emergere i talenti dei giovani accompagnandoli nel loro percorso educativo e di inserimento lavorativo, ma anche offrendo proposte per il loro tempo libero come, ad esempio, quelle del ricco cartellone di eventi culturali. Non basta vietare l’eccesso di uso del cellulare, ci vuole qualcosa cha attrae di più, servono luoghi che rispondano al desiderio di felicità dei giovani partendo da un abbraccio capace di accoglierli e di fargli sentire il loro valore.
Molti degli intervenuti hanno sottolineato che l’Italia non ha solo punti di debolezza; infatti, la sua struttura imprenditoriale agile e ricca di know-how diffuso ci ha permesso di reagire meglio alle crisi recenti, a partire da quella del covid. Inoltre, anche sull’evoluzione delle tecnologie dell’informazione e di quelle alla base della transizione ambientale abbiamo molte carte da giocare. Servono scelte coraggiose e capaci di guardare ai tempi lunghi, ma la partita è aperta. In sintesi, una settimana che anziché accodarsi allo sconforto generalizzato, ha sottolineato le grandi opportunità che abbiamo davanti, soprattutto i giovani, pur nella coscienza dei rischi esistenti.
La settimana si è conclusa con la graditissima sorpresa di una lettera del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha voluto raggiungere la Piazza dei Mestieri e tutti i partecipanti, esprimendo il suo apprezzamento per ‘una intuizione cha ha saputo stabilire nel tempo una solida ed efficace rete di solidarietà e di inclusione attraverso un’alleanza tra formazione e mondo del lavoro’. Comunque la Piazza dei Mestieri non si è fermata nemmeno nella grande festa finale del week end con il BierFest Platz 2024: protagoniste le birre della Piazza e quelle di alcuni dei birrifici più amati del panorama brassicolo italiano.
Ad Assisi per testimoniare la pace
Sabato 21 settembre circa 4.000 persone hanno partecipato alla marcia della pace e della fraternità lunga 4 km da Santa Maria degli Angeli ad Assisi per una mobilitazione contro la guerra e contro il riarmo, come ha raccontato Flavio Lotti, presidente della Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace:
“Siamo tantissimi. Tante persone che hanno lo sguardo aperto sul mondo invece di rimirare il proprio ombelico e che si rendono conto del pericolo enorme che sta avanzando… E’ una marcia della Pace tra le più importanti che abbiamo mai realizzato perché il momento è davvero drammatico. Siamo qui a suonare l’allarme, siamo qui per richiamare la nostra società ad aprire gli occhi sulla gravità del momento, dei pericoli che incombono, sulla necessità di reagire”.
Ed ha dato un appuntamento al prossimo anno: la marcia è solo un anticipo di quella del prossimo 12 ottobre 2025 che, finanziata dall’Unione Europea. si preannuncia come la più grande PerugiAssisi. Alla preparazione di questa lavoreranno per un anno, tra gli altri, i 40 giovani che hanno sorretto lo striscione di apertura corteo.
Nella Giornata internazionale della pace, e alla vigilia del Summit del Futuro dell’Onu, si è quindi avviato questo percorso lungo un anno, con un titolo: ‘Immagina’: un programma frutto di una collaborazione tra soggetti con ruoli diversi: il Coordinamento nazionale enti locali pace diritti umani, la Rete delle scuole di pace, la Rete delle Università italiane per la pace, la Rete delle cattedre Unesco italiane e la Fondazione PerugiAssisi per la cultura della pace.
A partecipare alla tavola rotonda ci sono anche il presidente delle Acli, Emiliano Manfredonia, quello dell’Arci Walter Massa, Alfio Nicotra dell’Associazione Ong Italiane, Sergio Bassoli di Rete italiana pace e disarmo, Luciano Scalettari presidente di ResQ, il comboniano fratel Antonio Soffientini del comitato promotore Arena di pace e Fondazione Nigrizia, il presidente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo: “E’ emersa da tutti la forte volontà di fare assieme un nuovo passo avanti nell’impegno contro la guerra, su piattaforme e iniziative comuni. Il momento è particolarmente grave”.
Padre Marco Moroni, custode del Sacro Convento, ha salutato i partecipanti con le parole di san Francesco d’Assisi: “Il Signore vi dia la pace… Il cristiano deve dire ‘prima l’altro’. Perché la pace si fa insieme. E con questi presupposti non si potrà dare spazio all’aumento delle spese per le armi e alla risposta militare, ma solo alla diplomazia e al dialogo”.
Mentre p. Enzo Fortunato, direttore della comunicazione della basilica di San Pietro, ha chiesto ai governanti di mettere al primo posto la pace: “Prima di tutto la pace, ma oggi molti governanti preferiscono prima di tutto la guerra, prima di tutto le armi, prima di tutto la morte. Dinanzi a questa deriva siamo chiamati a partire dalle parole di papa Francesco: una nazione che dona il sorriso ai bambini è una nazione che ha futuro.
Ecco perché oggi più che mai ripartire dai più piccoli, dai più fragili significa costruire una società a misura d’uomo. Dinanzi a momenti bui come quelli che stiamo vivendo accendiamo la lampada della pace di Assisi che può orientare il cammino degli uomini di buona volontà”.
Con il ritorno nelle classi scolastiche torna anche la inquietudine adolescenziale
A fine giugno un report della Polizia ha evidenziato che nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2023 e febbraio 2024, a Roma sono stati registrati ben 133 casi di aggressione fisica di non lieve entità, denunciati nelle scuole medie superiori: in tutti i casi, gli insegnanti coinvolti hanno dovuto recarsi in ospedale per farsi refertare, come ha riportato il sito ‘OrizzonteScuola’. Analizzando i 133 episodi, emerge un quadro complesso: ben 70 di questi atti di violenza sono stati commessi da studenti.
Partendo da questi dati ad inizio del nuovo anno scolastico abbiamo chiesto una riflessione sul disagio giovanile al prof. Tonino Cantelmi, medico-chirurgo, psichiatria e psicoterapeuta, componente del Comitato Nazionale per la Bioetica e consultore del dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale: “Milioni di utenti, soprattutto i più giovani, sentono un irrefrenabile desiderio, un bisogno imperante di essere sempre connessi.
Come risulta evidente, anche le relazioni sociali si vedono compromesse da tale dinamica. Sebbene internet possa essere un fantastico strumento per facilitare i contatti con amici e familiari, presenta anche un aspetto negativo, come la creazione e il mantenimento di ‘vincoli liquidi’. Tali vincoli causano una sensazione di vuoto e malessere, provocando un forte impatto sull’autostima, in particolar modo tra gli adolescenti”.
Allora cosa sta avvenendo nei giovani?
“Già prima del Covid, in un libro dal titolo molto evocativo, ‘L’epoca delle passioni tristi’, Miguel Benasayag e Gerard Schmit, denunciavano l’inesorabile e crescente malessere dei nostri figli e la frattura con il mondo adulto. Oggi questa crisi è evidente: da un lato abbiamo ragazzi e adolescenti sempre più rabbiosi, oppositivi, autolesionisti e poveri di empatia e dall’altro abbiamo adulti e genitori adultescenti, cioè incapaci di contenere l’esplosività dei loro figli ed immersi in problemi adolescenziali non risolti. Figli rabbiosi e genitori adultescenti costituiscono un mix micidiale ed a volte incontenibile proprio nell’ambiente scolastico, dove insegnanti coraggiosi cercano di imporre qualche limite e qualche regola, evocando il bisogno di una educazione alla responsabilità”.
Quindi siamo in emergenza educativa?
“Si, da molto tempo. I nostri ragazzi sono esplosivi, rabbiosi e a volte crudeli perché il mondo degli adulti è troppo deludente, inconsistente e insignificativo. In realtà c’è bisogno di adulti coraggiosi capaci di offrirsi come educatori responsabili”.
Gli adolescenti di oggi sono più tristi rispetto a quelli degli anni ‘90?
“Tutto il mondo è più infelice e già da molto tempo: l’OMS ha dichiarato che in questo decennio la depressione sarebbe stata la prima causa di invalidità a livello globale. Purtroppo stiamo costruendo un mondo più ansioso, più depresso e più legato a dipendenze e questo fenomeno non riguarda solo i più giovani, ma anche gli adulti e gli anziani. Le dipendenze da sostanze, da alcol e soprattutto le nuove dipendenze da comportamenti scorretti come per esempio quelle da tecnologia, da gioco d’azzardo, da sesso, da shopping, incatenano l’uomo e lo rendono triste”.
Quanto influiscono le dipendenze (soprattutto quella affettiva) nella mente dei giovani?
“Come è noto, il cervello di un adolescente è sbilanciato a causa dell’immaturità delle aree cerebrali corticali, quelle deputate al ragionamento, alla programmazione, alla riflessione e alla motivazione. Ne consegue una maggiore impulsività e al tempo stesso c’è un bisogno di stimoli più forti per produrre dopamina. Alla fine l’adolescente cerca stimoli sempre più intensi che attivino il sistema del piacere.
La cannabis e le droghe, il gioco d’azzardo nelle sue forme virtuali, la tecnologia e i social, l’alcol, il sesso sono tutti stimoli in grado di agire sul sistema cerebrale della ricompensa e del piacere. Questi eccessi creano un cervello sempre più predisposto alla dipendenza. Qui si vede proprio l’assenza degli adulti, il cui compito sarebbe quello di porre limiti salutari. Ma gli adultescenti non riescono a regolare nemmeno se stessi, figuriamoci i ragazzi”.
I ragazzi capiscono di essere tristi e chiedono aiuto?
“Lo fanno ma non sempre nel modo canonico. La loro richiesta arriva attraverso comportamenti disfunzionali ed a volte nemmeno loro si rendono conto che stanno chiedendo aiuto. Per questo è fondamentale che gli adulti siano capaci di vedere e comprendere i veri bisogni dei ragazzi. Purtroppo però non sempre questo accade perché viviamo in una società in cui ci sono sempre più adulti non autorevoli, compassionevoli e interessati davvero ad aiutare i giovani in un percorso di crescita”.
L’inasprimento delle pene può essere un deterrente?
“Si, se inserito in una globale educazione alla responsabilità. I sistemi educativi attuali sono troppo deresponsabilizzanti: penso a quei genitori che sostengono i figli nelle devastanti occupazioni scolastiche, nostalgici dei tempi passati, quando l’ideologia muoveva passioni. Penso a quei genitori capaci di insultare e denigrare gli insegnanti e persino di aggredirli, sostenendo le irragionevoli richieste dei loro figli. Penso a quei genitori pronti a fare ricorso al TAR per le bocciature o per ogni insuccesso scolastico. Insomma c’è un clima deresponsabilizzante, nel quale poi maturano comportamenti sempre più antisociali ed a volte criminali dei minorenni”.
Allora, in quale modo leggere gli avvenimenti di questi mesi (su tutti la tragedia avvenuta a Pescara), che vedono coinvolti i giovani?
“Come il grande fallimento del mondo adulto, troppo adultescente e incapace di prendersi cura dei giovani”.
In quale modo possono intervenire le Istituzioni (politica, scuola, chiesa)?
“Un patto educativo globale, condiviso e volto all’educazione alla responsabilità, tra agenzie educative e famiglie: ecco ci vuole questo. Ci vuole un patto in ogni territorio che metta intorno ad un tavolo gli adulti impegnati nell’educazione: oratori, scuole, società sportive, associazioni ricreative e famiglie potrebbero costituire in ogni territorio il tavolo per l’educazione”.
(Tratto da Aci Stampa)
I vescovi ribadiscono la necessità della sfida educativa
Ieri a Roma si sono conclusi i lavori del Consiglio Episcopale Permanente della CEI, aperto lunedì dalla prolusione del presidente, card. Matteo Maria Zuppi, con un appello a non cedere alla sfiducia, ma di ‘guardare al futuro con speranza perché la Chiesa è una comunità, nonostante le nostre fragilità e contraddizioni’.
Questa prospettiva, posta da papa Francesco come fulcro del Giubileo, riguarda i giovani che devono essere considerati una ricchezza e non un problema: “L’urgenza educativa, richiamata dal Cardinale Presidente, diventa allora occasione per rilanciare un impegno a favore delle nuove generazioni, un accompagnamento efficace che le valorizzi e le faccia sentire protagoniste della loro vita, di quella della Chiesa e della società, fondato sulla fede e «sulla certezza che niente e nessuno potrà mai separarci dall’amore divino”.
Ecco allora che la declinazione della speranza sul versante educativo significa investire sui giovani, cercando di coinvolgerli nei percorsi ordinari, creare opportunità di scambio e confronto a livello nazionale e internazionale sui temi sociali, culturali, del bene comune: “Questo implica una riflessione sulle insidie che rischiano di avviluppare i giovani: è il caso delle dipendenze, nelle diverse forme, che in alcuni contesti sembrano addirittura essere la normalità”.
E da una visione ‘aperta’ per creare ingressi regolari ai migranti nasce un ‘appello per la pace’, che il Consiglio Permanente ha rivolto, al termine dei propri lavori, preoccupato dall’escalation che sta interessando, in queste ore, soprattutto il Medio Oriente, senza dimenticare l’Ucraina e gli altri conflitti in corso in diverse parti del mondo:
“Continuiamo a vedere vite spezzate, famiglie segnate dal dolore, bambini sconvolti dalla violenza e dalle lacrime. Case, scuole e ospedali rasi al suolo, città rese deserto. Una umanità ferita chiede pace e giustizia. E’ compito di ciascuno invocare la pace e operare nella vita di ogni giorno nel segno della Fratelli tutti; è dovere dei governanti assicurare la pace ai popoli della Terra.
La convivenza diventi fratellanza, regni il rispetto reciproco, gli ultimi siano al centro dell’attenzione della società intera e di chi è stato chiamato ad assumere responsabilità politiche. La violenza non porta mai alcun vantaggio. La guerra è solo morte”.
Un appello rivolto anche all’interno della Chiesa, chiamata a dare ‘voce’ alla speranza: “Anche le comunità religiose hanno il preciso dovere di dar voce alla speranza di serenità e di pace che si leva dai piccoli, dalle donne e dagli uomini di questo nostro tempo, la cui vita è segnata dallo scellerato e sempre ingiustificato ricorso alle armi…
C’è bisogno di incontrarsi, di tessere legami fraterni e di lasciarsi guidare dall’ispirazione divina che abita ogni fede, per immaginare assieme la pace tra tutti i popoli. In tal senso, come credenti, siamo richiamati dalle parole di un profeta contemporaneo, don Primo Mazzolari, che ammonisce: ‘Il cristiano è un ‘uomo di pace’ non un ‘uomo in pace’: fare la pace è la sua vocazione’. Sia la costruzione della pace e della convivenza tra le persone e i popoli il nostro impegno, ispirato dal Vangelo, generoso, risoluto e profetico”.
Inoltre il Consiglio Permanente ha approvato le linee guida per la riforma degli Uffici e dei Servizi della Segreteria Generale della CEI.: “La riforma, parte integrante del Cammino sinodale delle Chiese in Italia chiamate a confrontarsi sulle sfide della comunione, della missione e della partecipazione, si pone nel solco di quella ‘trasformazione missionaria’ più volte auspicata da papa Francesco a partire dall’Esortazione apostolica ‘Praedicate evangelium’.
Sulla base dei principi di sinodalità, missionarietà e diaconia, le linee guida invitano a ripensare l’impegno degli Uffici e Servizi della Segreteria Generale a favore degli organismi della CEI e delle Chiese particolari in modo da valorizzare la loro natura pastorale e missionaria”.
Ed infine un ‘giudizio’ sulle Settimane Sociali, svoltesi a Trieste: “Si tratta ora di continuare ad animare il senso di partecipazione alla vita del Paese con uno stile di dialogo, di discernimento comunitario e di proposte, sull’esempio delle Piazze della Democrazia, dei Tavoli, dei Dialoghi delle Buone Pratiche, dei Patti di collaborazione fra cittadini e pubbliche amministrazioni.
Sono stati quindi presentati alcuni strumenti (nella forma di Schede a carattere metodologico) che aiuteranno le Diocesi a proseguire localmente quanto sperimentato a Trieste. L’impegno è anche quello di promuovere percorsi di formazione alla partecipazione alla vita democratica, sulla base della Dottrina sociale della Chiesa, con una particolare attenzione alle giovani generazioni, oltre che organizzare incontri di condivisione e discernimento su diverse questioni sociali fra amministratori di ispirazione cristiana”.
Ed in conferenza stampa, interpellato sullo ‘ius scholae’ il segretario generale della Cei, mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari, ha precisato il favore della Chiesa a tale ‘strumento’: “Da tempo la Cei chiede una visione larga della cittadinanza, utile anche per evitare mortificazioni improprie della dignità delle persone.
E’ auspicabile che il tema della cittadinanza venga impostato in termini più larghi, ci sono diversi pronunciamenti a favore dello ius scholae… da tempo la Cei, con la presidenza dei cardinali Bagnasco, Bassetti e Zuppi, ha assunto un orientamento favorevole allo ius scholae, che dà la possibilità di integrare nella pienezza dei loro diritti coloro che condividono i nostri valori”.
Da Parigi un grido per fermare la guerra
Da Parigi a Roma nel prossimo anno è stato l’invito del presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, che ha ringraziato la capitale francese per l’ospitalità: “Grazie Parigi ! Da questa città-mondo dove hanno risuonato tutte le tradizioni, senza nessuna che si imponesse sulle altre, oggi vediamo meglio che la pace è possibile”.
Riprendendo l’appello dell’arcivescovo parigino il prof. Impagliazzo ha esortato ad essere ‘incisivi’ in favore della pace: “Andare in profondità è insieme un esercizio di umiltà e di resistenza. Umiltà perché il ritorno alle fonti ci fa capire che c’è qualcosa di più grande delle nostre emozioni, delle nostre sensazioni o dei modelli cristallizzati. C’è qualcosa che va al di là di noi, del nostro presente e dell’attualità. Resistenza ad una cultura semplificatrice che si abitua ai conflitti e che ruota tutta attorno all’ego”.
E’ stato un invito a gridare la pace: Tornando alle nostre fonti spirituali noi abbiamo scoperto un orizzonte che ci unisce e ci fa sperare. Anche nei momenti più bui noi intravediamo una luce. Insieme, questa sera, dopo aver dialogato ed esserci confrontati, vogliamo innalzare un grido forte di protesta: un grido di resistenza di fronte alla guerra e a tanta violenza.
Vuol dire protestare di fronte al mondo per tutti i morti (la maggioranza vittime innocenti). Noi protestiamo contro tutta questa violenza, contro tutto questo odio, estranei alla nostra volontà di vivere in pace, a quella di tanti uomini e donne. No! la guerra non è il nostro futuro, non può essere il nostro destino!”
Si deve trasmettere il sogno della pace: “Vedo qui molti giovani. Noi desideriamo trasmettere l’eredità del sogno della pace da una generazione all’altra, trasmettere un mondo più in pace: le giovani generazioni devono ricevere questo dono da parte di coloro che li hanno preceduti.
Vogliamo rafforzare e mai spezzare questa catena di solidarietà fra le generazioni! Il sogno della pace non può limitarsi a una sola generazione. Esiste già una via per uscire da un clima di guerra permanente: é stata tracciata da quelli che ci hanno preceduto e che hanno sognato un mondo più giusto per i loro figli su tutti i continenti”.
E’ stato un invito ad avere il sogno della pace: “Bisogna avere il coraggio di rischiare la pace. In questo incontro si sono espresse tutte le lingue e tutte le culture, capendosi e scoprendo che nella profondità c’è un’inquietudine di pace comune a tutti. Un’inquietudine che chiede a tutti i livelli più dialogo.
Ci siamo ascoltati e l’abbiamo capito: bisogna uscire, cominciando da se stessi, da posizioni bloccate. Anche se c’è la guerra, è necessario pensare oggi la pace di domani: è un’opera di saggezza. La pace è la nostra vittoria: non una vittoria contro gli altri ma con gli altri”.
E nel messaggio papa Francesco ha ricordato le parole pronunciate da papa san Giovanni Paolo II ad Assisi nel 1986 con l’invito a proseguire nello ‘spirito’ di Assisi: “Lo Spirito di Assisi è una benedizione per il mondo, per questo nostro mondo che ancora oggi è lacerato da troppe guerre, da troppa violenza. Questo ‘spirito’ deve soffiare ancor più forte nelle vele del dialogo e dell’amicizia tra i popoli.
E’ stato un invito a pregare per la pace, ricordando Notre Dame: “Quest’anno fate tappa a Parigi: questa sera siete raccolti davanti alla Cattedrale che, dopo il drammatico incendio, sta per riaprire le sue porte per la preghiera. Abbiamo bisogno di pregare per la pace. Il rischio che i numerosi conflitti invece di cessare si allarghino pericolosamente è più che concreto. Faccio mio il vostro grido e quello dei tanti colpiti dalla guerra e lo rivolgo ai responsabili della politica: ‘Fermate la guerra! Fermate le guerre!’ Stiamo già distruggendo il mondo! Fermiamoci finché siamo in tempo!”
Quindi per papa Francesco sono necessari spazi per immaginare la pace: “C’è bisogno di incontrarsi, di tessere legami fraterni e di lasciarsi guidare dall’ispirazione divina che abita ogni fede, per immaginare assieme la pace tra tutti i popoli. Abbiamo bisogno di ‘spazi per dialogare e agire insieme per il bene comune e la promozione dei più poveri’. Sì, in un mondo che rischia di frantumarsi nei conflitti e nelle guerre, il lavoro dei credenti è prezioso per mostrare visioni di pace e favorire ovunque nel mondo la fraternità e la pace tra i popoli”.
Mentre prima della conclusione Gilberte Fournier, nata nel 1931, ha raccontato la sua esperienza durante la Seconda Guerra Mondiale a Parigi, ricordando i momenti più drammatici della sua infanzia: “La guerra è una cosa orribile. Mi fa paura, oggi, quando sento parlare di guerre e di voci di guerra. Perché io l’ho vissuta, la guerra. E non l’ho mai dimenticata. Non la si può dimenticare, nemmeno a 93 anni.
Dovevamo scendere continuamente in cantina non appena suonava la sirena. Un giorno la porta si è aperta all’improvviso a causa dell’esplosione di una bomba. C’erano urla e grida. Avevamo molta paura, anche gli adulti. Dovevamo rimanere sdraiati il più possibile. C’erano sacchi di sabbia ovunque davanti ai portoni. Ho visto le bombe cadere non lontano da me. Non è bello per un bambino vedere queste cose”.
La sua è stata una testimonianza per non far morire la memoria contro la guerra: “Prendo la parola oggi su invito dei miei amici di Sant’Egidio, perché quelli della mia generazione sono sempre di meno a poter testimoniare il grande male che è la guerra. Tuttavia, non bisogna dimenticarlo. Voglio dirlo in particolare alle giovani generazioni: la guerra distrugge tutto. La guerra distrugge la vita, come quella di molte delle mie piccole amiche della mia strada, rue Saint Martin, o del quartiere, costrette a portare la stella gialla e che non ho mai più rivisto.
Un periodo triste in cui si ha il cuore pesante. Coloro che non l’hanno vissuto non sanno cosa sia. Quando sento le persone parlare come se la guerra fosse un gioco! Non si rendono conto. Non l’hanno vissuta. Sono qui, davanti a voi, per dirvi che non bisogna perdere la memoria del grande male, della grande sconfitta per l’umanità che è la guerra”.
Infine nell’Appello di Pace consegnato dai bambini ai leader religiosi è stata richiamata ‘la diffusa rassegnazione di fronte ai conflitti aperti, che rischiano di degenerare in una guerra più grande e travolgente’: “Rischiamo di trasmettere alle giovani generazioni un mondo bellicoso, segnato dal terrorismo e dalla violenza. Rischiamo di trasmettere loro la riabilitazione della guerra come strumento per risolvere i conflitti o per affermare i propri interessi. Questo è un mondo che si distrugge con la guerra e la crisi ecologica.
Le religioni, nel profondo della loro tradizione e dei tesori della loro sapienza, sanno che la pace è la vita del mondo. Sanno che la guerra in nome di Dio è una bestemmia. Non hanno forza militare o economica. La loro forza è debole e umile, ma piena di speranza. Attraverso il dialogo, le religioni possono immaginare la pace. Non rinunciano a credere che la pace è la migliore condizione di esistenza per i popoli. Anzi l’unica veramente umana e degna”.
Ed infine, proprio dalla piazza della basilica andata a fuoco si è innalzato un grido di libertà per un mondo in guerra: “Per questo, pur consapevoli dei complessi intrecci politici, chiediamo oggi di compiere una svolta profonda. Lo chiediamo ai responsabili politici, ai signori della guerra, ai popoli tutti. La svolta è cercare quelle vie di pace che esistono anche se nascoste dal buio della guerra. Abbiamo pregato Dio che conceda la pace al mondo con sentimento unanime. Ed oggi, di fronte alla basilica di Notre Dame, colpita dal fuoco e oggi ricostruita, diciamo con convinzione: noi possiamo liberare il mondo dal fuoco della guerra e ricostruirlo più pacifico e giusto!”
(Foto: Comunità di Sant’Egidio)





























