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Il ventennale della Piazza dei Mestieri dal 23 al 29 settembre a Torino

Era il 26 ottobre 2004 quando a Torino si inaugurava la Piazza dei Mestieri. In questi vent’anni la ‘Piazza’ è diventata non solo un luogo di educazione e di crescita dei più giovani, ma anche un luogo di incontro per le famiglie e per gli adulti del territorio, un luogo di accoglienza per stranieri e persone in difficoltà, un luogo di cultura e di buon cibo, riproducendo così il modello di piazza dei comuni della tradizione italiana.

Ogni anno la Piazza dei Mestieri, nelle sue sedi di Torino, Catania (2012) e Milano (2022), accoglie migliaia di giovani italiani e stranieri (nel 2023 oltre 11.000) che vogliono imparare un mestiere e trovare un lavoro. Nascono così i panettieri, i cioccolatieri e i birrai, i cuochi e i camerieri, i grafici e gli informatici, le acconciatrici e i barber del futuro.

Per raggiungere questi risultati sono stati necessari la passione, la dedizione, il lavoro e la gratuità delle tante persone che ogni giorno lavorano fianco a fianco con i ragazzi, veri e propri ‘Maestri’ che si implicano totalmente con la loro vita e con le loro problematiche. Altrettanto decisiva è stata, e sarà, l’alleanza con gli imprenditori e le istituzioni del territorio con cui si è costruita una grande alleanza affinché educazione e lavoro diventino parte di un unico processo educativo.

Tre città, cinque sedi per oltre 20.000 metri quadrati di attività formative, ristoranti, un Pub, una bottega per la vendita dei nostri prodotti artigianali (birra, pane e prodotti da forno, cioccolato), un’agenzia di comunicazione e stampa, 100 appuntamenti culturali all’anno, tutto per aiutare i giovani a sperimentare l’attrattiva della bellezza del fare e diventare protagonisti della loro vita.

Dal 23 al 29 settembre a Torino, una settimana di eventi per celebrare questa ricorrenza e delineare un bilancio di ciò che ha contribuito a far nascere e sviluppare il progetto della Piazza dei Mestieri. Un’occasione per tracciare gli obiettivi futuri in un confronto diretto con gli stakeholder, ritrovare i tanti ex-allievi e quanti hanno contribuito a questa storia di successo.

Un mix di appuntamenti dove interverranno tra gli altri il sindaco di Torino Stefano Lo Russo, il Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, l’Arcivescovo di Torino Monsignor Roberto Repole, il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, la Parlamentare europea Letizia Moratti, il CEO di Talent Garden Davide Dattoli, il Presidente di IREN Luca Dal Fabbro, il Presidente del CDA di Intesa Sanpaolo Gian Maria Gros Pietro, il Presidente della Fondazione CRT Anna Maria Poggi, il Presidente della Compagnia di San Paolo Marco Gilli, il Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà Giorgio Vittadini.

Ampio spazio anche alla cultura e allo svago, con lo spettacolo di cabaret di Claudio Lauretta, uno dei migliori imitatori della scena comica italiana, il grande ritorno alla Piazza dei Trelilu con il loro nuovo spettacolo “Mai a basta!”; il concerto con il trio del pianista Antonio Faraò, musicista affermato della jazz internazionale; la premiazione dello storico concorso di poesia e narrativa dedicato ai ragazzi delle scuole professionali con Daniele Mencarelli Presidente di Giuria.

Chiuderà la settimana l’annuale festival della birra, il Bierfest Platz 2024.

Mons. Sigalini: il virtuale complica le relazioni

“Tre sono le parole che vanno coniugate a riguardo della sessualità: sesso, erotismo e amore. Chiamiamo sesso tutto ciò che nella vita dell’uomo è impiantato per la riproduzione della specie, non è un prodotto culturale, ma naturale. Ha sue regole, la sua energia, la sua disponibilità molto superiore a quanto è necessario per la riproduzione. La natura non può correre rischi e non essere prodiga rispetto a questo compito.

L’erotismo è il piacere collegato alla esperienza della riproduzione, e la natura ha spinto l’ingegno umano a inventarlo; dà all’atto sessuale un valore aggiunto, al di là e al di fuori della sua funzione riproduttiva”: così scrive mons. Domenico Sigalini, presidente del Centro di orientamento pastorale (Cop), nella newsletter in quanto il sesso è collegato alla funzione riproduttiva.

Però si distingue da esso: “L’amore è la scelta di dono e di significato, di comprensione e di trasformazione, di vocazione e di motivazione che governa e il sesso e l’erotismo. E’ una sorta di sovrastruttura emotiva e intellettuale, che investe il sesso di numerosi nuovi significati. La storia del sesso è l’eterna lotta tra queste tre realtà, che tendono a prevalere o a scomparire a seconda della cultura, del potere, delle filosofie”.

Il problema è che l’erotismo è ‘slegato’ dal sesso e si trasforma in commercio: “Oggi la novità senza precedenti è che l’erotismo reclama la sua assoluta indipendenza dal sesso e dall’amore, dalla funzione riproduttiva e dal significato della decisione in cui si colloca. E’ unica e sufficiente ragione e scopo di sé stesso. La libertà di cercare il piacere sessuale fine a sé stesso, senza condizioni, senza legami o briglie, libero di contrarre e sciogliere qualsiasi rapporto di convenienza, è assurta a livello di norma culturale.

A questo punto, interviene il livello commerciale a fare la sua parte, ma lo scardinamento è avvenuto prima. Non è sufficiente scagliarsi contro l’uso commerciale dell’erotismo. Esso ha fatto e fa fortuna perché ha sfruttato senza scrupoli risorse già disponibili. E’ nella cultura dei significati e della loro unità dove dovrà essere riportata la corretta composizione della sfera sessuale della vita”.

E qui nasce un problema per il giovane, secondo mons. Sigalini: “Conseguenza per il mondo giovanile: si passa dal modello di uomo che è stato quello di sana costituzione a quello di uomo sempre in ‘forma fisica’. Il primo aveva una sua stabilità, il secondo crea continuamente ansia. Si deve motivare che significa essere antropologicamente maschio e femmina, omosessualità ed eterosessualità, nasce una necessità di comporre in sintesi nuove di significato la vita concreta delle relazioni”.

Un ‘problema’ che è anche relazionale: “Diventa obbligatorio pensare che ogni esperienza affettiva deve essere assolutamente legata alla sua espressione genitale, non solo sessuale. La prima preoccupazione di un legame affettivo soprattutto nella mentalità dell’adulto è quella della conclusione, del punto di arrivo. La conclusione non può essere che materiale, genitale, corporea, tanto che non permette nemmeno ai sentimenti di vivere la loro lenta ma necessaria evoluzione, pena il creare l’infelicità.

Di fronte a tutto questo, i giovani hanno una ribellione evidente; infatti, oggi si rendono conto che tutta la felicità promessa nella vita sessuale precoce è solo una sofferenza che scatta a orologeria e ha messo in atto una forma di difesa che è fatta dal ritorno a sentimenti tenui, al guardarsi negli occhi, a una sorta di manifesto controcorrente. Nel campo dell’affettività i giovani oggi vivono una sessualità senza tabù, ma con molte paure”.

Inoltre nell’adolescenza il ‘virtuale’ complica le relazioni: “Nel tempo dell’adolescenza cominciano le paure e le complicazioni, perché la virtualità non aiuta a costruire relazioni positive. La simulazione è un nuovo modo di provare a esserci, è provare con le immagini, con il virtuale, con la musica, i suoni, con l’interazione tra le fiction inventate ciò che vorresti fosse la realtà; metti quasi alla prova virtualmente le tue emozioni, le tue capacità, le tue paure, i tuoi progetti, i tuoi desideri, le tue idee”.

Inoltre il virtuale rischia di sostituire il sentimento: “Questo rischia di sostituire l’allenamento dei sentimenti e dei comportamenti, che non sono virtuali; appanna l’importanza del confronto a tu per tu con l’altro, che non è oggetto delle tue manipolazioni. Provo le mie capacità, i miei sentimenti con una Playstation o con una pagina web di intelligenza artificiale, con una canzone, con una e-mail o con una relazione viva con l’altro?

Mille telefonate e messaggi WhatsApp non valgono una stretta di mano, uno sguardo in diretta, una carezza, un bacio. Hanno bisogno di occasioni per mettere in scena le loro situazioni, hanno bisogno di qualcuno che simpatizzi col loro bisogno d’amore e interpreti l’amore frustrato, il loro bisogno di essere accettato e la loro paura di rischiare il rifiuto”.

L’adolescenza è un momento particolare: “E’ una fase delicata perché molto spontanea, libera, in continua trasformazione e scoperta di nuove capacità di relazione. L’adolescente oscilla tra la compagnia degli amici o delle amiche e momenti di isolamento con la sua ragazza/o; talvolta è amore fino all’infatuazione, talaltra è solo una prova di superiorità nei confronti degli amici e delle amiche. Si direbbe che si impari ad amare per tentativi e prove. E’ il periodo dei sogni, degli approcci impacciati o grossolani, che tradiscono ugualmente la difficoltà di relazione… Non si può vivere una deresponsabilizzazione nei confronti di sé, della chiesa, della società per cui si vive in una situazione intermedia a svantaggio sia dell’amicizia che della vita di coppia se diventa stabile. Non può essere lasciata in balia del caso, della mentalità permissiva o edonista”.

Il Principe Alberto II di Monaco ai giovani di Rondine Cittadella della Pace: Voi siete i leader di domani

E’ stato il primo Sovrano a percorrere la salita delle bandiere della Cittadella della Pace ed a stringere la mano ai futuri leader di pace che qui si formano, studiano e convivono per superare l’odio che divide i loro popoli. Il Principe Alberto II di Monaco rimarrà nella storia di Rondine per questo primato ma sarà la sua gentilezza e curiosità a rimanere impressa nella memoria collettiva:

“Sono profondamente colpito dall’unicità di Rondine e dal suo approccio creativo come strumento per sostenere la trasformazione dei conflitti su scala globale… Voglio lodare Rondine per le sue eccezionali iniziative e il suo impegno, qui in Italia e a favore della pace nel mondo. Attraverso il suo programma principale, la ‘World House’, Rondine contribuisce a abbattere barriere, pregiudizi e incomprensioni. Accogliamo con favore tutte le iniziative che promuovono una cultura di tolleranza, dialogo, fiducia, riconciliazione e pace duratura. Monaco è fermamente impegnato a favore della pace, dello sviluppo sostenibile per tutti e del rispetto dei diritti umani in tutti i paesi”.

Il presidente di ‘Rondine’, Franco Vaccari, ha ringraziato il principe di Monaco per la visita: “Rondine ringrazia per il grande onore ricevuto dal Principe Alberto II di Monaco perché, nonostante abbia già ricevuto le visite dei Capi di Governo, è la prima volta che riceve la visita di un Capo di Stato è il frutto anche di una collaborazione generosa con la comunità monegasca e il Principato.

La ‘Coopération monégasque au développement’ sostiene i giovani di Rondine da alcuni anni. Speriamo che questa visita possa rafforzare i legami di collaborazione di amicizia col Principato e speriamo che Sua Altezza abbia aperto una strada per tanti giovani, anche del Principato, che possano venire qui a studiare: sia ai giovani dei licei sia ai giovani dell’università per fare la formazione con il Metodo Rondine che oggi con la sua presenza riceve il conforto e un grande nuovo riconoscimento”.

All’arrivo nel borgo toscano, Sua Altezza, accompagnato da Anne Eastwood, Ambasciatrice di Monaco a Roma assieme al Console Onorario del Principato di Monaco a Firenze, Alessandro Antonio Giusti, è stato accolto dal Presidente Franco Vaccari e da una delegazione di Rondine per i saluti Istituzionali. Poi la passeggiata attraverso i luoghi simbolo che raccontano la storia e valori della Cittadella.

 Dal Monumento delle rondini che ne racconta le radici spirituali e culturali, fondate sui massi di La Verna, Camaldoli e dell’Arno, fino all’Arena di Janine, luogo dell’ultima testimonianza pubblica di Liliana Segre, passando per il Castello medievale che tiene traccia di un passato ‘fortificato’ e oggi rovesciato da quei giovani ‘nemici’ che arrivano da luoghi di guerra di tutto il mondo per cambiare la storia, partendo da sé stessi.

Proprio a loro, i giovani della World House, era rivolto il discorso del Principe Aberto II, insieme ai fratelli minori del Quarto Anno Rondine, studenti di tutta Italia che hanno scelto di frequentante un anno di scuola internazionale e interculturale alla Cittadella della Pace per imparare a trasformare i conflitti in modo creativo attraverso il Metodo Rondine, perché come ha raccontato Adeline, studentessa Kosovara che ha dato il benvenuto a nome di tutti i giovani della Cittadella:

“Rondine non è solo un posto dove si parla di pace,  ma è dove la viviamo ogni giorno. E non è facile ma attraverso il semplice atto di vivere insieme condividendo pasti, risate, abbracci, silenzi e persino scuse iniziamo a guarire”.

Le sue parole hanno condotto i partecipanti nel dramma della guerra ma anche nella fatica quotidiana che a Rondine trasforma quel dolore in futuro: “Quando ero piccola, lasciavo la stanza ogni volta che si parlava di guerre. Non volevo ascoltare, il dolore, la paura e i ricordi erano troppo pesanti. Ma qui a Rondine, ho imparato che non possiamo capire veramente noi stessi o gli altri senza affrontare quelle storie. Questo posto mi ha insegnato ad ascoltare, non solo la mia storia, ma anche quelle degli altri, anche di quelli che ci insegnano a vedere come nemici”.

Al suo fianco Georges Théodore Dougnon, ex studente maliano di Rondine, vicepresidente di ‘Rondine International Peace Lab’, il network internazionale degli alunni di Rondine. “Come tutti voi, mi chiedo: cosa posso fare? E chiedo a Vostra Altezza: Come può aiutarci a trasmettere ai leader globali che non vogliamo la guerra, che noi, giovani leader, cerchiamo di essere ascoltati? Guardiamo a voi, ai nostri leader e fonti di ispirazione, affinché serviate con noi la causa della pace. Mi permetto di ripetere una frase del mio sogno di pace: ‘Sostituiamo le armi con la zappa e coltiviamo la pace”.

Proprio dal suo impegno e da quello di altri ex studenti è nato il progetto Educ4Peace, per dare una seconda possibilità a decine di giovani e bambini che avevano abbandonato la scuola a causa della crisi, dare loro accesso all’istruzione, e l’opportunità di un futuro diverso:

“Oggi sono orgoglioso di amplificare le voci di questi bambini, giovani e donne. Vivono con poche risorse in aree devastate dalla guerra, e continuerò a difendere le loro voci ogni volta che sarà necessario” ha affermato Georges auspicando infine che Sua Altezza possa continuare “a sostenere quei giovani che, dopo questa meravigliosa esperienza, quella che io chiamo la scuola della vita, tornano nei loro paesi. Hanno bisogno del suo continuo sostegno affinché Rondine possa aiutarli a fare la differenza nelle loro comunità”.

Grande l’apprezzamento del Principe Alberto II per i giovani di Rondine che ha affermato: “Voi siete i leader di domani. Nella vostra diversità, con i vostri background, attraverso tutte le iniziative già implementate o che saranno intraprese, rappresentate il futuro. Siamo ispirati dalla vostra energia e dalle soluzioni innovative che portate avanti. È vitale che il mondo di domani dia potere alle sue giovani e future generazioni”.

Il Sovrano ha inoltre ricordato la lunga collaborazione tra Rondine e il Principato: “Dal momento in cui è iniziata la sua collaborazione con Rondine nel 2015, Monaco ha contribuito a varie iniziative e ha sostenuto tre studenti della ‘World House’ inoltre è diventato anche il terzo paese l’anno scorso ad aderire all’appello ‘Leaders for Peace’ lanciato dagli studenti di Rondine presso le Nazioni Unite, co-sponsorizzando l’importante evento che ha avuto luogo lo scorso dicembre a New York per promuovere ulteriormente il Metodo Rondine.

Vorrei congratularmi con il Presidente Vaccari per l’approccio originale che è riuscito a realizzare, così come per il crescente riconoscimento che sta ricevendo e l’ispirazione che genera. Lodo tutti voi qui presenti, per il vostro impegno ad essere messaggeri di pace, amicizia e unità globale”. Non è mancato un dono per il Principe consegnato dagli studenti, realizzato grazie al prezioso lavoro di artigiani aretini, coordinati da Francesco Conti, maestro scultore e custode dell’antica arte.

Infine il pranzo con le autorità del territorio e gli amici della comunità monegasca a partire dagli Ambassador e un ristretto gruppo dei sostenitori storici della Cittadella. Dalla Famiglia Spinetta (Giuseppe, Ritalba ed Emanuela Spinetta) alla famiglia Negrini. Tra le autorità presenti, il vescovo Migliavacca, il governatore della Toscana Eugenio Giani, il sindaco di Arezzo Ghinelli, il prefetto De Luca, una rappresentanza della Provincia, il questore Di Lorenzo e il comandante dei Carabinieri Rubertà. Accompagnati dai loro docenti, inoltre, gli studenti dell’Istituto Alberghiero Santa Marta di Pesaro, rappresentanti delle Sezioni Rondine hanno curato il pranzo per il Principe e offerto il loro servizio.

(Foto: Rondine Cittadella della Pace)

Papa Francesco ai giovani: non perdete la memoria

Papa Francesco ha lasciato Dili, capitale di Timor-Leste verso Singapore, ultima tappa, dopo l’Indonesia e la Papua-Nuova Guinea, del 45^ viaggio apostolico, salutando il presidente della Repubblica José Ramos-Horta, dopo l’ultimo incontro con i giovani, che l’hanno accolto nel Centro de Convenções con lo slogan ‘Noi siamo la gioventù del Papa!’, perché ‘i giovani fanno la Chiesa’, scritta sulle loro magliette.

Ed il papa ha augurato loro ‘buongiorno’, chiedendo di raccontare cosa fanno i giovani, se non sono più abituati a fare ‘chiasso’ in nome di Gesù: “Questo non scordatelo mai! Molto bene, molto bene. Ma c’è una cosa che fanno sempre i giovani, i giovani di diverse nazionalità, i giovani di diverse religioni. Sapete cosa fanno sempre i giovani?

I giovani fanno chiasso, i giovani fanno confusione. Siete d’accordo? Siete d’accordo su questo?.. Vi ringrazio per i saluti, le testimonianze e le domande. Vi ringrazio per i balli. Perché sapete che ballare è esprimere un sentimento con tutto il corpo. Conoscete qualche giovane che non sa ballare? La vita viene con la danza. E voi siete un Paese di gente giovane”.

Ringraziandoli per questa giornata conclusiva il papa ha elogiato la loro voglia di vivere: “C’è una cosa che dicevo stamattina a un vescovo: non dimenticherò mai i vostri sorrisi. Non smettete di sorridere! E voi giovani siete la maggioranza della popolazione di questa terra, e la vostra presenza riempie di vita questa terra, la riempie di speranza e la riempie di futuro.

Non perdete l’entusiasmo della fede! Immaginate un giovane senza fede, con una faccia triste. Ma voi sapete cos’è che butta giù un giovane? I vizi. State attenti. Perché arrivano quelli che si definiscono venditori di felicità. E ti vendono la droga, ti vendono tante cose che ti danno felicità per mezz’ora e basta”.

E’ stato un augurio a proseguire senza dimenticare le ‘radici’: “Vi auguro di andare avanti con la gioia della gioventù. Ma non dimenticatevi una cosa: voi siete gli eredi di coloro che vi hanno preceduto nella fondazione di questa Nazione. Pertanto, non perdete la memoria! La memoria di quelli che vi hanno preceduto e che con tanto sacrificio hanno costruito questa Nazione”.

Quindi è stato un invito a ‘sognare’ senza anestetizzanti: “Un giovane deve sognare… Vi invito a sognare, a sognare cose grandi. Un giovane che non sogna è un pensionato della vita. E qualcuno di questi giovani, di voi, è un pensionato?.. I giovani devono fare confusione, per mostrare la vita che hanno. Ma un giovane è nel mezzo del cammino della vita, è a metà, nel mezzo della strada della vita. Tra i ragazzi e i grandi”.

Ma al contempo anche ad ascoltare gli anziani: “Ma sono i nonni, sono gli anziani che danno la saggezza ai giovani…Gli anziani precedono sempre noi giovani nella storia, non è vero? Gli anziani sono un tesoro: i due tesori di un popolo sono i bambini e gli anziani. Capito? Vediamo, ripetetelo voi. Quali sono i due più grandi tesori di un popolo?.. I bambini e gli anziani. Ecco perché una società che ha tanti bambini come la vostra deve prendersi cura di loro. E una che ha tanti anziani che sono la memoria deve rispettarli e prendersene cura”.

Inoltre il papa ha sottolineato che a Timor-Leste, che ha definito il ‘Paese sorridente’, c’è ‘una meravigliosa storia di eroismo, di fede, di martirio e soprattutto di fede e riconciliazione’, attraverso tre raccomandazioni, libertà, impegno e fraternità con l’autogoverno, tradotto dalla parola ‘ukun rasik-an’, che ha un significato più complesso, in quanto un giovane che non è capace di autogovernarsi è dipendente, non è libero ed è schiavo del proprio desiderio di sentirsi onnipotente:

“Nella lingua tetum c’è un detto: ‘ukun rasik-an’, cioè essere in grado di governare sé stessi. Un giovane che non è in grado, una giovane, un giovane che non è in grado di governarsi, che non è in grado di vivere ‘ukun rasik-an’, che cos’è? Cosa dite? Uno che dipende dagli altri. Molto bene. E un uomo, una donna, un giovane, un ragazzo che non governa sé stesso è schiavo, è dipendente, non è libero… Un giovane che ama la compagnia dei fratelli, delle sorelle, che ha responsabilità, è un giovane che ama il suo Paese. Questo è molto importante”.

Per questo è necessaria la fraternità: “E’ un valore che dovete imparare: la fraternità. Essere fratelli, non essere nemici. I vostri anziani, i vostri genitori e nonni, magari con idee diverse, ma erano fratelli. Ed è bene che i giovani abbiano idee diverse? E questo perché? Per litigare con gli altri? O per rispettarci? Io credo che tu pensi questo: se io sono di questa religione e tu sei di quest’altra religione, ci scontreremo. Non è così, bisogna rispettarsi. Ripetiamo questa parola: rispettarsi”.

Il dialogo del papa con i giovani si è concluso con l’invito alla riconciliazione: “Cari giovani, siate eredi della storia tanto bella che vi ha preceduto! Siate eredi della storia così bella che vi ha preceduto. E portatela avanti. Abbiate coraggio, abbiate coraggio per portare avanti le cose. E se litigate, riconciliatevi. Vi ringrazio per tutto quello che fate per la patria, per il popolo di Dio. E ricordiamo quello che ci ha detto Ilham, che ha parlato poco fa: che dobbiamo amarci al di là di tutte le differenze etniche o religiose… Riconciliazione, convivenza con tutte le differenze”.

(Foto: Santa Sede)

Beato Giuseppe Puglisi Sacerdote e martire

Giuseppe Puglisi nasce a Palermo, nel quartiere Brancaccio, il 15 settembre 1937, figlio di Carmelo Puglisi, calzolaio, e di Giuseppa Fana, sarta. Entrato nel seminario diocesano di Palermo nel 1953, viene ordinato sacerdote il 2 luglio 1960. Riceve quindi i primi incarichi come vicario parrocchiale e vicerettore del seminario minore. Si occupa anche dell’insegnamento della Religione nelle scuole. Comincia a sorgere in lui una vera preoccupazione per le condizioni di vita degli abitanti nei quartieri più emarginati del capoluogo siciliano.

Il papa ai giovani: parlate il linguaggio dell’Amore

Prima di partire per Dili, capitale di Timor Leste, papa Francesco ha incontrato nello stadio di Port Moresby i giovani con l’invito a prendersi cura degli altri, rispondendo alle loro domande con l’indicazione di parlare attraverso il linguaggio dell’amore: “La vostra lingua comune è quella del cuore, dell’amore, della vicinanza e del servizio” con l’augurio che “tutti parliate questa lingua e siate Wantok dell’amore!”, perché “l’indifferenza è una cosa brutta, tu lasci gli altri per strada, non ti interessi degli altri, l’indifferenza ha radice dell’egoismo.  Nella vita dovete avere inquietudine del cuore, l’inquietudine di prendersi cura degli altri dovete fare amicizia tra voi e avere vicinanza ai nonni”.

Inoltre papa Francesco ha esortato i giovani a riconoscere uno sbaglio: “Tutti possiamo sbagliare. Tutti. Ma l’importante è rendersi conto dello sbaglio. E dobbiamo sempre correggerci. “Un giovane può sbagliare, un adulto può sbagliare, tutti possiamo sbagliare, ma l’importante è rendersi conto noi non siamo superman, noi possiamo sbagliare, questo ci dà una certezza: che  dobbiamo sempre correggerci.

Nella vita tutti possiamo cadere. L’importante è non rimanere caduti,  e se vedi un amico che è caduto tu devi guardarlo e aiutarlo a rialzarsi. Vorrei ringraziare tutti coloro che hanno preparato questo bell’incontro… E se vedete un amico, un compagno, un’amica, una compagna della vostra età che è caduto, che è caduta, cosa dovete fare? Ridere di quello?”.

Alla risposta negativa il papa ha esortato i giovani all’aiuto: “Tu devi guardarlo e aiutarlo a rialzarsi. Pensate che noi soltanto in una situazione della vita possiamo guardare l’altro dall’alto in basso: per aiutarlo a sollevarsi… Quando voi trovate qualcuno caduto sulla strada, per tanti problemi, cosa dove fare, dare una botta?”.

Ai ragazzi e ragazze del Paese, che sono ‘la speranza per il futuro’, papa Francesco ha chiesto di riflettere ‘su come si costruisce il futuro’ attraverso l’episodio biblico della Torre di Babele, dove si scontrano due modi opposti di vivere e di costruire la società: “uno porta alla confusione e alla dispersione, l’altro porta all’armonia dell’incontro con Dio e con i fratelli”.

Prima di dialogare con i giovani il papa si è messo in ascolto delle loro testimonianze: Patricia Harricknen-Korpok, che fa parte dell’Associazione dei professionisti cattolici ed ha parlato della difficoltà di testimoniare la fede e la morale cattolica in una società che subisce l’influenza negativa ‘delle industrie dello sport e del divertimento, dei social media e della tecnologia’, molto attrattive.

Poi è stata la volta di Ryan Vulum che ha raccontato la difficile infanzia in una famiglia divisa, e che la Chiesa ‘è diventata il mio rifugio’; mentre Bernadette Turmoni, quarta e ultima figlia di una famiglia numerosa, ha raccontato il dramma degli abusi in famiglia: “Chi ne è vittima si sente non amato e non rispettato. Perde la speranza e può suicidarsi o lasciare la famiglia”.

(Foto: Santa Sede)

#BullismoOut: un nuovo romanzo sull’amicizia per i giovanissimi

Cercate un libro da proporre ai giovanissimi su amicizia, rispetto di sé, accettazione del proprio corpo e integrazione all’interno di un gruppo? Forse ne abbiamo uno che fa al caso vostro, che siate genitori, insegnanti, educatori. E’ settembre. Lucia si ritrova improvvisamente in una nuova scuola, dove dovrà frequentare la seconda media. Il mondo sembra crollare sulle sue spalle. Perché deve lasciare le sue amiche, le sue abitudini, la sua classe di sempre? La madre ha deciso per lei questo cambiamento e, perciò, è molto arrabbiata. Perché non può scegliere da sola della sua vita?

Inizia così il romanzo, pensato per un pubblico di preadolescenti (dai 9 ai 13 anni), dal titolo ‘CambiaMenti. Bullismo out’ (Cecilia Galatolo, Mimep Docete), dove viene raccontata una storia che farà sorridere e commuovere al tempo stesso i nostri giovanissimi lettori. La protagonista, che non sa apprezzarsi, soprattutto perché non le piace il suo aspetto fisico, finirà per chiudersi in sé stessa, per mostrarsi fragile e insicura, e diverrà vittima di Micheal, il bullo della classe. Lui non perderà occasione per denigrarla e farla sentire ancora più sbagliata.

Anche Micheal porta dentro una grande sofferenza (si scoprirà solo poi), è incattivito, non cattivo, ma le sue parole sono come lame taglienti e Lucia sente di non farcela più. A chi chiedere aiuto? Se solo smettesse di vergognarsi, di credere che sia colpa sua e imparasse a confidarsi con un adulto…

Una notte, stanca di vivere così, di sentirsi sola, senza amicizie, presa di mira e spaesata, si ritrova a pregare davanti al presepe, realizzato in casa dal padre. Si rivolge a Gesù bambino, come ad un amico.

Piano piano, passate le vacanze di Natale, le cose prenderanno una piega diversa. Nicola e Viola saranno due personaggi chiave, terapeutici per lei. Con loro la vita diventa di nuovo meravigliosa e ricca di sorprese. Il libro tratta uno dei problemi che affliggono il mondo giovanile oggi: l’eccessiva aggressività di alcuni ragazzi che può sfociare anche nel bullismo. Attraverso le esperienze di una ragazzina, quasi in forma di diario, descrive il percorso proposto ai ragazzi per contrastare ogni forma di violenza e accrescere la coscienza del valore di sé e dei buoni rapporti di amicizia.

Si crea così una ‘rete’ di relazioni che tende a limitare i caratteri violenti e le espressioni aggressive.
si cerca di offrire, con realismo, una descrizione puntuale della situazione giovanile attraversata da tensioni nei rapporti tra i ragazzi ma anche da solide amicizie che offrono una via di uscita. Le buone relazioni prevarranno su tutti gli sbandamenti. Il punto di forza del libro è che parla nel linguaggio dei giovani ai giovani stessi.

Il messaggio principale è che ognuno di noi è unico e prezioso e che nessuno è condannato in eterno alla solitudine: esistono per tutti altri cuori che battono all’unisono con il proprio, basta solo desiderarli e cercarli. Gli amici sono un dono: per trovarli, però, bisogna aprirsi. Il libro vuol insegnare questo: che puoi trovare un amico se impari tu stesso, per primo, a farti amico.

Papa Francesco: attenzione per gli ‘ultimi’ e preghiera per la pace

“Vi do il benvenuto mentre state concludendo il vostro XVIII Capitolo Generale. Saluto Padre Jan Pelczarski, rieletto Superiore Generale (hai fatto bene, ti hanno rieletto!); saluto i Consiglieri, tutti voi qui presenti e l’intera ‘Famiglia Giuseppina Marelliana’: suore, laici e giovani. Come sapete, anche la mia famiglia ha origini astigiane. Abbiamo radici comuni in quella terra di Piemonte, che ha dato i natali al vostro fondatore San Giuseppe Marello. Terra bella, quella, del buon vino… Bella terra!”: inizia con questo ricordo di papa Francesco l’incontro con i partecipanti al XVIII Capitolo generale della Congregazione degli Oblati di San Giuseppe di Asti, terra natale del papa.

Per il discorso papa Francesco ha preso spunto dal titolo del Capitolo Generale, tratto dalla lettera di san Paolo a Timoteo (‘Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te’) per ricordare l’impegno della santità: “Sono parole impegnative, con cui vi riconoscete beneficiari di un dono (la santità del Fondatore, il carisma e la storia della vostra Congregazione) e vi impegnate a fare vostre le responsabilità che ne derivano: custodire e far fruttificare i talenti ricevuti mettendoli al servizio dei fratelli”.

Atteggiamenti importanti nella vita del fondatore della congregazione: “E questi due atteggiamenti (gratitudine e responsabilità) ben richiamano la figura di San Giuseppe, il custode della Santa Famiglia, che è il modello, l’ispiratore e l’intercessore della vostra Congregazione.

Vorrei allora sottolineare tre dimensioni dell’esistenza di Giuseppe di Nazaret, che mi sembrano importanti anche per la vostra vita religiosa e per il servizio che svolgete nella Chiesa: il nascondimento, la paternità e l’attenzione agli ultimi”.

Il primo atteggiamento da tenere presente è il ‘nascondimento’: “San Giuseppe Marello ha sintetizzato questo valore con il motto: ‘certosini in casa e apostoli fuori casa’ (è bello, non sapevo questo, quando l’ho letto mi ha colpito, una bella sintesi) ed è molto importante. Lo è prima di tutto per voi, perché sappiate radicare la vostra vita di fede e la vostra consacrazione religiosa in un quotidiano ‘stare’ con Gesù. Non illudiamoci: senza di Lui non stiamo in piedi, nessuno di noi…

Perciò vi incoraggio a coltivare sempre un’intensa vita di preghiera (‘intensa’ forse è un aggettivo troppo forte: una buona vita di preghiera, questa, non lasciarla) attraverso la partecipazione ai Sacramenti, l’ascolto e la meditazione della Parola di Dio, l’Adorazione eucaristica, sia personale che comunitaria”.

E’ stato un invito a non trascurare l’adorazione eucaristica: “E’ prima di tutto così che san Giuseppe ha risposto al dono immenso di avere in casa sua il Figlio stesso di Dio fatto uomo: stando con Lui, ascoltandolo, parlandogli e condividendo con Lui la vita di ogni giorno.

Ricordiamolo: senza Gesù non stiamo in piedi! In questo momento chiedo ad ognuno di pensare ai propri peccati: tutti siamo peccatori. Pensate ai vostri peccati, adesso, e vedete che quando voi siete caduti nel peccato era perché non eravate vicini al Signore. Sempre è così. Chi è vicino al Signore si aggrappa subito e non cade. La vicinanza al Signore!”

Eppoi il fondatore è stato un ‘apostolo’ dei giovani: “I giovani non hanno bisogno di noi: hanno bisogno di Dio! E più noi viviamo alla sua presenza, più siamo capaci di aiutare loro a incontrarlo, senza protagonismi inutili e avendo a cuore solo la loro salvezza e la felicità piena. I nostri giovani (ma in verità un po’ tutti noi) vivono e viviamo in un mondo fatto di esteriorità, in cui quello che conta è apparire, ottenere consensi, fare esperienze sempre nuove. Ma una vita vissuta tutta ‘fuori’ lascia vuoti dentro, come chi passa tutto il tempo in strada e lascia che la propria casa vada in rovina per mancanza di cura e di amore”.

Da qui nasce la paternità dei Santi: “Si sente qui il cuore di un padre, che si commuove di fronte alla bellezza dei suoi figli umiliata dall’indifferenza e dal disinteresse di chi dovrebbe invece aiutarli a dare il meglio di sé. E nella stessa lettera continua, considerando come sia ingiusto e sterile l’atteggiamento di chi poi questa gioventù, abbandonata e disorientata, si limita a criticarla… E tali vuole che siate voi, attenti al bene integrale dei giovani, concretamente presenti accanto a loro e alle loro famiglie, esperti nell’arte maieutica dei buoni formatori, saggiamente rispettosi dei tempi e delle possibilità di ciascuno”.

Infine ‘attenzione agli ultimi’: “Una delle cose che colpiscono, nel Santo sposo di Maria, è la fede generosa con cui ha accolto in casa sua e nella sua vita un Dio che, contrariamente ad ogni aspettativa, si è presentato alla sua porta nel figlio di una ragazza fragile e sprovvista di ogni possibilità di recriminazione. Non c’era nessun diritto che Maria e il suo Bambino potessero umanamente accampare davanti al santo Patriarca, se non quello di una Presenza che solo la fede poteva riconoscere e la carità accogliere. E Giuseppe è stato capace di fare questo passo: ha riconosciuto la reale presenza di Dio nella loro povertà e l’ha fatta sua, anzi l’ha unita alla sua vita”.

In precedenza papa Francesco ha incontrato i familiari delle vittime dell’esplosione al porto di Beirut, avvenuto il 4 agosto 2020, pregando per loro: “Con commozione incontro voi, familiari delle vittime dell’esplosione nel porto di Beirut, avvenuta quattro anni fa. Ho pregato tanto per voi e per i vostri cari, e ancora prego, unendo le mie lacrime alle vostre. Oggi ringrazio Dio di potervi incontrare, di esprimervi di persona la mia vicinanza”.

Infine ha invocato la pace per il Paese: “La sua vocazione, del Libano, è di essere una terra dove comunità diverse convivono anteponendo il bene comune ai vantaggi particolari, dove religioni e confessioni differenti si incontrano in fraternità. Sorelle e fratelli, vorrei che ciascuno di voi sentisse, insieme al mio affetto, anche quello di tutta la Chiesa. Noi sentiamo e pensiamo che il Libano è un Paese martoriato… Non siete soli e non vi lasceremo soli, ma rimarremo solidali con voi attraverso la preghiera e la carità concreta”.

(Foto: Santa Sede)

I leoni dell’Atlante

‘No, non è un semplice gioco, è una terapia!’ Ha ragione padre Modeste, giovane missionario congolese dei Padri Bianchi. Lui fa l’arbitro. Sul verde campo da calcio li vedi scorazzare con un’energia che  impressiona. Scattanti sull’erba, interattivi, quasi danzando con il pallone al piede, e poi come un lampo… gooaaal!! Un urlo di gioia che squarcia le gole. L’adrenalina, qui, allora vola al massimo.

Mi stropiccio gli occhi, e mi domando incredulo: ma sono gli stessi giovani? Sì, li incontrate nei giorni normali per le strade di Rabat. Malconci e malvestiti, faccia tirata, atteggiamento supplichevole, elemosinano 1 dirham. Ed è il loro unico modo di sopravvivere. Alla fine della giornata, raccoglieranno appena due o tre euro, se tutto va bene. A volte, nulla.

“L’altra sera sono andato a dormire a stomaco vuoto, non c’era niente!”, vi dice amaro Ahmad, 17 anni, facendovi pietà. O perchè spesso cascano in retate delle forze dell’ordine, trasportati all’istante ai confini del deserto. Mendicare qui è proibito. Una città bella, tutta bianca, affacciata sul blu dell’oceano, Rabat, la capitale, non se lo può permettere. ‘Noblesse oblige’.

Ma sul terreno da calcio, dimenticano tutto. E vengono fuori loro tutte le energie dell’anima e del corpo. Dimenticano la loro immensa odissea tra deserti e frontiere. Provengono dal Senegal, dalla Guinea, insomma dai Paesi subsahariani, attraversano per mesi, anche a piedi, Mali e Algeria… Qui dimenticano le sofferenze, le violenze, le difficoltà di ogni genere, ferite o malattie, fame e sete incontrate. E anche le tragedie viste o vissute.

‘E’formidabilmente catartico per loro!’, mi fa ancora père Modeste. Sì, purificare la memoria. Far emergere giocando l’amarezza della loro vita, ma anche la sua sorprendente vitalità.  Vincere l’ansia, la solitudine e l’abbandono. Mostrare, così, un coraggio senza limiti, e la voglia di andare avanti ad ogni costo. Perfino a costo della vita. E lo sanno… Il loro sogno è l’Europa. ‘Hanno un coraggio che trasporta le montagne!’ mi fa qualcuno.

Le loro famiglie li seguono da lontano, passo dopo passo: questi giovani raminghi sono la loro speranza. Finché un giorno non sentiranno più la loro voce, ed allora, tutto è perduto! Resterà solo il pianto a far loro compagnia. Un’avventura, questa, inimmaginabile per loro stessi. Sì, impensabile. Ma qui, sull’erba di un campo da calcio ritrovano un po’ di umanità. E una nuova energia interiore. ‘Voilà, les vrais lions de l’Atlas!’ (‘Eccoli, i veri leoni dell’Atlante’, il nome dell’equipe del Marocco) esclama p. Modeste, per incoraggiarli.

Da poco, hanno pensato di mettere su una ‘cassa del calcio’ per tutte le loro spese, ma é sempre vuota. Dovrebbe servire a medicinali di emergenza, al trasporto, a un pasto insieme, all’affitto orario del campo… Perchè vivono in quartieri poverissimi della periferia e vengono in centro città per giocare. A volte li vedi apparire a decine. E sono tutti musulmani.

Alcuni come Aliou o Mamadou semplicemente adolescenti, ma a cui la vita dura ha dato grinta e talento. Il loro match, poi, inizia sempre con una preghiera. E’ vero, l’invocazione ad Allah li accompagna ad ogni istante. La sentite spesso sulla bocca di una vita giovane, selvatica e disperata come la loro.

E vi sorprende. Perchè solo Dio li tiene per mano, in un mondo tutt’attorno di avversità. E così, alla fine, padre Modeste sembra concludere con Bonhoeuffer: ‘La Chiesa non è realmente Chiesa, se non quando esiste per coloro che non ne fanno parte’. Ammirevole missionarietà!

Se per caso desiderate inviare un vostro piccolo obolo per la cassa dei nostri giovani subsahariani, l’IBAN è IT98WO2008106403903 Unicredit

Fosbury, un progetto per i giovani proposto dal Forum delle Associazioni familiari

Alla Settimana Sociale triestina il Forum delle famiglie era arrivato con un progetto ambizioso, ribattezzato ‘Fosbury’ (www.forumfamiglie.org/progetti/pogetto-fosbury/) , che al salto in alto necessario da compiere (come quello dell’atleta statunitense che per la prima volta volò di dorso) punta con determinazione attraverso i volti e le testimonianze di quattro giovani con le loro storie e potenzialità di valore, che meritano piattaforme capaci di lanciarle verso il futuro, come ha spiegato il presidente nazionale, dott. Adriano Bordignon: “Ora serve cambiare paradigma, anche per noi come Forum, e prima ancora che le famiglie, indipendentemente dal fatto che poi siamo costruite, lo sforzo che dobbiamo fare è puntare sui giovani”.

La proposta concreta è quella di attivare confronti sui territori, veri in cui i giovani possano incontrarsi a seconda della loro fascia d’età: 18-25 anni e 25-35, con l’obiettivo che “siano loro a dirci quali sono le loro necessità e cosa serve loro come piattaforma per poter provare a fare il loro salto… I giovani devono portare desideri nuovi, andare oltre il presente e migliorarlo, trasformando i sogni in desideri realizzabili. Sono risorse per il Paese che non stiamo utilizzando e questo è uno spreco in quantificabile”.

Per il presidente Adriano Bordignon il nodo centrale della politica economica italiana è il Pil, che deve generare fiducia attraverso una serie misure economiche a favore delle famiglie: “Il tema della fiducia è uno dei driver essenziali per progettare una famiglia (casa, lavoro, relazioni stabili e di qualità, costo della vita) e soprattutto per ipotizzare di mettere al mondo un figlio. Se non c’è fiducia non c’è natalità. E’ necessario, pertanto, costruire un ecosistema più favorevole alla famiglia e per farlo servono misure di carattere economico, fiscale, lavoristico, servizi territoriali, ma soprattutto una grande alleanza che renda operativo un cambiamento culturale per un maggior impegno di tutte le forze del Paese attorno alla questione natalità e famiglia”.

Per quale motivo, allora, sostenere la famiglia fa bene all’economia?

“Il progresso e la sostenibilità del Paese sono strettamente legati al benessere delle famiglie. Garantire un ambiente favorevole alla crescita demografica è cruciale per la competitività ed innovatività del sistema produttivo, per la sostenibilità del sistema sanitario e previdenziale ma anche per contrastare lo spopolamento delle zone rurali e il declino di alcune regioni, per attrarre e valorizzare di più i giovani”.

Quali politiche servono per la famiglia?

“E’ necessario adottare misure economiche, fiscali e lavorative mirate, oltre a potenziare i servizi locali per la prima infanzia ed il ‘caregiving’ e sostenere le politiche abitative per le giovani coppie. E’ altresì essenziale promuovere un cambiamento culturale, dove le politiche familiari diventino parte integrante della strategia di sviluppo nazionale, anziché essere considerate solo un complemento delle politiche sociali. In questa prospettiva è fondamentale, realizzare una riforma fiscale che tenga conto della composizione del nucleo familiare e dei costi di accrescimento dei figli, al fine di consentire alle famiglie di avere più figli senza rinunciare a stabilità economica e qualità della vita”.

L’ISEE è uno strumento ancora valido per sostenere le politiche familiari?

“L’ISEE è uno strumento che necessita di essere aggiornato e migliorato per rispondere efficacemente alle esigenze attuali delle famiglie italiane e per supportare le politiche familiari in modo più adeguato​. A seguito delle sollecitazioni del Forum, il Governo ha costituito un gruppo di lavoro interministeriale per una riforma dell’ISEE riconoscendone la non appropriatezza. Numerose sono state le note critiche e le proposte apportate dal Forum a partire dal computo della prima casa, allo scorretto coefficiente con cui si considerano i figli, la considerazione dei figli. La costituzione di un tavolo che coinvolge tre ministri dimostra l’importanza del dialogo costruttivo avviato dal Forum attraverso i tavoli tecnici istituzionali”.

Come ‘sconfiggere’ l’inverno demografico dell’Italia?

“Il tema della fiducia e della speranza è uno dei driver essenziali per progettare una famiglia e soprattutto per ipotizzare di mettere al mondo un figlio. Se non c’è fiducia non c’è natalità. E’ necessario, pertanto, costruire un ecosistema più favorevole alla famiglia e per farlo servono misure concrete ma soprattutto una grande alleanza che renda operativo un cambiamento culturale, fattivo e non solo di parole, per un maggior impegno di tutte le forze del Paese attorno alla questione natalità e famiglia. Auspichiamo, in tal senso, un potenziamento dei servizi per la prima infanzia, come asili nido e scuole materne, per aiutare i genitori a conciliare meglio vita familiare e lavorativa. Riteniamo centrale, inoltre, un aumento significativo dell’assegno unico per le famiglie. Questo strumento dovrebbe essere ampliato per offrire un supporto finanziario adeguato ai genitori, alleviando i costi legati alla crescita dei figli. Crediamo poi che l’investimento su donne e giovani sia inderogabile, per generare valore e attrazione per i nostri territori”.

In quale modo la famiglia genera capitale sociale?

“La famiglia è un generatore essenziale di capitale sociale perché costituisce il primo ambiente in cui si creano e si consolidano le relazioni di fiducia, solidarietà e reciprocità. Papa Francesco definisce le famiglie ‘laboratorio di umanizzazione’. Queste relazioni sono fondamentali non solo per il benessere individuale, ma anche per la coesione sociale e il funzionamento della società nel suo complesso​. Le famiglie stabili e integre tendono a produrre migliori risultati in termini di salute, istruzione e soddisfazione personale, oltre a promuovere un maggiore impegno sociale e politico. Questo tipo di capitale sociale ‘interno’ alla famiglia si riflette poi all’esterno, favorendo una maggiore responsabilità sociale”.

(Tratto da Aci Stampa)

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