Tag Archives: Giardino
Papa Leone XIV: la speranza salva
“Quando il Natale è alle porte, possiamo dire: il Signore è vicino! Senza Gesù, questa affermazione, il Signore è vicino, potrebbe suonare quasi come una minaccia. In Gesù, invece, noi scopriamo che, come avevano intuito i profeti, Dio è un grembo di misericordia. Gesù Bambino ci rivela che Dio ha viscere di misericordia, attraverso le quali genera sempre. In Lui non c’è minaccia, ma perdono”: nell’ultima udienza giubilare papa Leone XIV ha sottolineato che molti potenti non ascoltano il grido della creazione.
Prendendo spunto dalla lettera ai romani dell’apostolo Paolo in cui afferma che la speranza salva, il papa ha sottolineato che la speranza è generativa: “Senza speranza, siamo morti; con la speranza, veniamo alla luce. La speranza è generativa. Infatti è una virtù teologale, cioè una forza di Dio, e come tale genera, non uccide ma fa nascere e rinascere. Questa è vera forza. Quella che minaccia e uccide non è forza: è prepotenza, è paura aggressiva, è male che non genera niente. La forza di Dio fa nascere. Per questo vorrei dirvi infine: sperare è generare”.
Da qui l’invito ad ascoltare il grido degli ‘ultimi’: “E’ un’immagine molto forte. Ci aiuta ad ascoltare e a portare in preghiera il grido della terra e il grido dei poveri. ‘Tutta insieme’ la creazione è un grido. Ma molti potenti non ascoltano questo grido: la ricchezza della terra è nelle mani di pochi, pochissimi, sempre più concentrata (ingiustamente) nelle mani di chi spesso non vuole ascoltare il gemito della terra e dei poveri”.
Ma la terra è di tutti: “Dio ha destinato a tutti i beni del creato, perché tutti ne partecipino. Il nostro compito è generare, non derubare. Eppure, nella fede il dolore della terra e dei poveri è quello di un parto. Dio genera sempre, Dio crea ancora, e noi possiamo generare con Lui, nella speranza. La storia è nelle mani di Dio e di chi spera in Lui. Non c’è solo chi ruba, c’è soprattutto chi genera”.
Solo se si è generativa è possibile assomigliare alla Madre di Dio: “Sorelle e fratelli, se la preghiera cristiana è così profondamente mariana, è perché in Maria di Nazaret vediamo una di noi che genera. Dio l’ha resa feconda e ci è venuto incontro coi suoi tratti, come ogni figlio somiglia alla madre. È Madre di Dio e nostra.
‘Speranza nostra’, diciamo nella Salve Regina. Somiglia al Figlio e il Figlio somiglia a lei. E noi somigliamo a questa Madre che ha dato volto, corpo, voce alla Parola di Dio. Le somigliamo, perché possiamo generare la Parola di Dio quaggiù, trasformare il grido che ascoltiamo in un parto. Gesù vuole nascere ancora: possiamo dargli corpo e voce. Ecco il parto che la creazione attende”.
Quindi la speranza è poter vedere questo mondo come ‘giardino di Dio’: “Sperare è generare. Sperare è vedere che questo mondo diventa il mondo di Dio: il mondo in cui Dio, gli esseri umani e tutte le creature passeggiano di nuovo insieme, nella città-giardino, la Gerusalemme nuova. Maria, speranza nostra, accompagni sempre il nostro pellegrinaggio di fede e di speranza”.
Inoltre oggi è stato ufficializzato che il papa ha convocato il primo Concistoro straordinario dopo l’Epifania, nei giorni 7 e 8 gennaio, e sarà caratterizzato da momenti di comunione e di fraternità, nonché da tempi dedicati alla riflessione, alla condivisione ed alla preghiera per favorire un discernimento comune e ad offrire sostegno e consiglio al papa nell’esercizio del governo della Chiesa per adempiere alla missione della Chiesa,
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: con la Pasqua avviene la conversione ecologica
“Dopodomani, 21 novembre, memoria liturgica della Presentazione della Beata Vergine Maria, si celebrerà in tutta l’Italia la Giornata ‘Pro Orantibus’. Non manchi a tutti i fratelli e le sorelle di vita contemplativa la concreta solidarietà e l’aiuto efficace della comunità ecclesiale per assicurare ad essi la sopravvivenza e la continuità del loro silenzioso, fecondo e insostituibile apostolato”: a conclusione dell’udienza generale odierna papa Leone XIV ha ricordato questa importante giornata per la vita della Chiesa.
Sempre in questo venerdì si celebra la giornata mondiale per la pesca, mentre nel prossimo settembre la Giornata mondiale dei Bambini: “Desidero ricordare i pescatori, in occasione della Giornata Mondiale della Pesca, che ricorrerà venerdì prossimo: Maria, Stella del mare, protegga i pescatori e le loro famiglie. Il mio pensiero va anche ai Bambini, che avrò la gioia di incontrare nella Giornata loro dedicata in programma dal 25 al 27 settembre 2026”.
Ed al termine dell’udienza, il piccolo Majd Bernard, di 7 anni proveniente da Gaza, e padre Enzo Fortunato hanno presentato al papa la bandiera con il logo ufficiale della prossima edizione della Giornata Mondiale dei Bambini, che il papa ha benedetto e firmato, tantoché il prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, card. Kevin Farrell, ha sottolineato: “Nella prossima Giornata Mondiale dei Bambini la Chiesa vuole prestare di nuovo un’attenzione particolare al mondo dell’infanzia e all’ambiente naturale nel quale i bambini vivono e crescono, cioè la famiglia…
Ai bambini va mostrata la bellezza della pace, la pace vissuta anzitutto nelle loro famiglie, negli ambienti che frequentano e nel mondo intero. I bambini capiscono bene il valore della pace e soffrono molto quando percepiscono tensioni e conflitti attorno a loro, a partire dai genitori o nell’ambiente circostante. Ci auguriamo, quindi, che la prossima GMB sia una bella occasione perché la Chiesa si mostri vicina ai bambini e alle loro famiglie, dando loro speranza e gioia”.
Mentre nell’udienza generale il papa ha evidenziato che la speranza cristiana non può essere slegata dalla spiritualità di un’ecologia integrale, ricordando l’invito di papa Francesco nell’enciclica ‘Laudato sì’ ad avere uno ‘sguardo contemplativo’ di fronte al creato: “Stiamo riflettendo, in questo Anno giubilare dedicato alla speranza, sul rapporto fra la Risurrezione di Cristo e le sfide del mondo attuale, ossia le nostre sfide. Talvolta anche a noi Gesù, il Vivente, vuole chiedere: ‘Perché piangi? Chi cerchi?’
Le sfide, infatti, non si possono affrontare da soli e le lacrime sono un dono di vita quando purificano i nostri occhi e liberano il nostro sguardo. L’evangelista Giovanni suggerisce alla nostra attenzione un dettaglio che non troviamo negli altri Vangeli: piangendo vicino alla tomba vuota, la Maddalena non riconobbe subito Gesù risorto, ma pensò che fosse il custode del giardino”.
Riprendendo il passo giovanneo il papa ha evidenziato la conclusione del racconto evangelico: “Termina così, nella pace del sabato e nella bellezza di un giardino, la drammatica lotta fra tenebre e luce scatenatasi col tradimento, l’arresto, l’abbandono, la condanna, l’umiliazione e l’uccisione del Figlio, che ‘avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine’. Coltivare e custodire il giardino è il compito originario che Gesù ha portato a compimento. La sua ultima parola sulla croce (‘E’ compiuto’) invita ciascuno a ritrovare lo stesso compito, il suo compito”.
Ecco il significato dell’incontro con il ‘custode del giardino’, come è stato indicato da papa Francesco: “Cari fratelli e sorelle, Maria Maddalena, allora, non sbagliò del tutto, credendo di incontrare il custode del giardino! Doveva, in effetti, riascoltare il proprio nome e comprendere il proprio compito dall’Uomo nuovo, quello che in un altro testo giovanneo dice: ‘Ecco, io faccio nuove tutte le cose’.
Papa Francesco, con l’enciclica ‘Laudato sì’, ci ha indicato l’estrema necessità di uno sguardo contemplativo: se non è custode del giardino, l’essere umano ne diventa devastatore. La speranza cristiana, dunque, risponde alle sfide cui oggi l’intera umanità è esposta sostando nel giardino in cui il Crocifisso è stato deposto come un seme, per risorgere e portare molto frutto”.
Il Paradiso può essere ‘ritrovato’ solo se ci sarà una conversione ecologica: “Il Paradiso non è perduto, ma ritrovato. La morte e la risurrezione di Gesù, così, sono fondamento di una spiritualità dell’ecologia integrale, fuori dalla quale le parole della fede restano senza presa sulla realtà e le parole delle scienze rimangono fuori dal cuore”.
Tale conversione ecologica si realizzerà con la Pasqua: “Per questo, parliamo di una conversione ecologica, che i cristiani non possono separare da quell’inversione di rotta che seguire Gesù richiede loro. Ne è segno il voltarsi di Maria, in quel mattino di Pasqua: solo di conversione in conversione passiamo da questa valle di lacrime alla Gerusalemme nuova. Tale passaggio, che inizia nel cuore ed è spirituale, modifica la storia, ci impegna pubblicamente, attiva solidarietà che fin d’ora proteggono persone e creature dalle brame dei lupi, nel nome e in forza dell’Agnello Pastore”.
In questo modo è possibile incontrare persone che amano i poveri: “Così, i figli e le figlie della Chiesa possono oggi incontrare milioni di giovani e di altri uomini e donne di buona volontà che hanno ascoltato il grido dei poveri e della terra lasciandosene toccare il cuore. Sono molte anche le persone che desiderano, attraverso un più diretto rapporto col creato, una nuova armonia che le porti oltre tante lacerazioni…
Lo Spirito ci dia la capacità di ascoltare la voce di chi non ha voce. Vedremo, allora, ciò che ancora gli occhi non vedono: quel giardino, o Paradiso, cui andiamo incontro soltanto accogliendo e portando a compimento ciascuno il proprio compito”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: la speranza nasce nel silenzio
“Cari fratelli e sorelle, nel nostro cammino di catechesi su Gesù nostra speranza, oggi contempliamo il mistero del Sabato Santo. Il Figlio di Dio giace nel sepolcro. Ma questa sua ‘assenza’ non è un vuoto: è attesa, pienezza trattenuta, promessa custodita nel buio. E’ il giorno del grande silenzio, in cui il cielo sembra muto e la terra immobile, ma è proprio lì che si compie il mistero più profondo della fede cristiana. E’ un silenzio gravido di senso, come il grembo di una madre che custodisce il figlio non ancora nato, ma già vivo”: oggi nell’udienza generale papa Leone XIV, riprendendo il ciclo di catechesi che si svolge lungo l’intero Anno Giubilare, ‘Gesù Cristo nostra speranza’, ha incentrato la sua meditazione sul tema della morte.
Ha descritto la deposizione del corpo di Cristo come nel giardino dell’Eden: “Il corpo di Gesù, calato dalla croce, viene fasciato con cura, come si fa con ciò che è prezioso. L’evangelista Giovanni ci dice che fu sepolto in un giardino, dentro ‘un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto’. Nulla è lasciato al caso. Quel giardino richiama l’Eden perduto, il luogo in cui Dio e l’uomo erano uniti. E quel sepolcro mai usato parla di qualcosa che deve ancora accadere: è una soglia, non un termine. All’inizio della creazione Dio aveva piantato un giardino, ora anche la nuova creazione prende avvio in un giardino: con una tomba chiusa che, presto, si aprirà”.
Ed è interessante che ciò è avvenuto di sabato: “Il Sabato Santo è anche un giorno di riposo. Secondo la Legge ebraica, nel settimo giorno non si deve lavorare: infatti, dopo sei giorni di creazione, Dio si riposò. Ora anche il Figlio, dopo aver completato la sua opera di salvezza, riposa. Non perché è stanco, ma perché ha terminato il suo lavoro. Non perché si è arreso, ma perché ha amato fino in fondo. Non c’è più nulla da aggiungere. Questo riposo è il sigillo dell’opera compiuta, è la conferma che ciò che doveva essere fatto è stato davvero portato a termine. E’ un riposo pieno della presenza nascosta del Signore”.
E’ un monito a saper dare importanza ai momenti essenziali della vita: “Noi facciamo fatica a fermarci e a riposare. Viviamo come se la vita non fosse mai abbastanza. Corriamo per produrre, per dimostrare, per non perdere terreno. Ma il Vangelo ci insegna che saperci fermare è un gesto di fiducia che dobbiamo imparare a compiere. Il Sabato Santo ci invita a scoprire che la vita non dipende sempre da ciò che facciamo, ma anche da come sappiamo congedarci da quanto abbiamo potuto fare”.
Ed il silenzio è essenziale per la Parola di Dio: “Nel sepolcro, Gesù, la Parola vivente del Padre, tace. Ma è proprio in quel silenzio che la vita nuova inizia a fermentare. Come un seme nella terra, come il buio prima dell’alba. Dio non ha paura del tempo che passa, perché è Signore anche dell’attesa. Così, anche il nostro tempo “inutile”, quello delle pause, dei vuoti, dei momenti sterili, può diventare grembo di risurrezione. Ogni silenzio accolto può essere la premessa di una Parola nuova. Ogni tempo sospeso può diventare tempo di grazia, se lo offriamo a Dio”.
Infatti nel silenzio avviene la resurrezione: “Gesù, sepolto nella terra, è il volto mite di un Dio che non occupa tutto lo spazio. E’ il Dio che lascia fare, che attende, che si ritira per lasciare a noi la libertà. E’ il Dio che si fida, anche quando tutto sembra finito. E noi, in quel sabato sospeso, impariamo che non dobbiamo avere fretta di risorgere: prima occorre restare, accogliere il silenzio, lasciarci abbracciare dal limite”.
Concludendo l’udienza generale il papa ha invitato ad alimentare la speranza nel silenzio: “A volte cerchiamo risposte rapide, soluzioni immediate. Ma Dio lavora nel profondo, nel tempo lento della fiducia. Il sabato della sepoltura diventa così il grembo da cui può sgorgare la forza di una luce invincibile, quella della Pasqua.
Cari amici, la speranza cristiana non nasce nel rumore, ma nel silenzio di un’attesa abitata dall’amore. Non è figlia dell’euforia, ma dell’abbandono fiducioso. Ce lo insegna la Vergine Maria: lei incarna questa attesa, questa fiducia, questa speranza. Quando ci sembra che tutto sia fermo, che la vita sia una strada interrotta, ricordiamoci del Sabato Santo”.
Quindi nel silenzio è possibile accogliere la ‘sorpresa’ di Dio: “Anche nel sepolcro, Dio sta preparando la sorpresa più grande. E se sappiamo accogliere con gratitudine quello che è stato, scopriremo che, proprio nella piccolezza e nel silenzio, Dio ama trasfigurare la realtà, facendo nuove tutte le cose con la fedeltà del suo amore. La vera gioia nasce dall’attesa abitata, dalla fede paziente, dalla speranza che quanto è vissuto nell’amore, certo, risorgerà a vita eterna”.
Ed al termine dell’udienza generale papa Leone XIV ha rivolto un appello affinché cessino le guerre nel mondo e si rispetti la dignità dell’uomo: “Esprimo la mia profonda vicinanza al popolo palestinese a Gaza, che continua a vivere nella paura e a sopravvivere in condizioni inaccettabili, costretto con la forza a spostarsi ancora una volta dalle proprie terre. Davanti al Signore Onnipotente che ha comandato: ‘Non ucciderai’ ed al cospetto dell’intera storia umana, ogni persona ha sempre una dignità inviolabile, da rispettare e da custodire. Rinnovo l’appello al cessate-il-fuoco, al rilascio degli ostaggi, alla soluzione diplomatica negoziata, al rispetto integrale del diritto umanitario internazionale. Invito tutti ad unirsi alla mia accorata preghiera, affinché sorga presto un’alba di pace e di giustizia”.
Mentre nel messaggio ai partecipanti all’VIII Congresso di Astana, in Kazakhstan, dal titolo ‘Dialogo delle Religioni: Sinergia per il Futuro’ che si svolge fino a domani, papa Leone XIV ha ricordato che quando le guide delle diverse fedi ‘si schierano insieme in difesa dei più vulnerabili’, della casa comune e delle dignità delle persone ‘testimoniano la verità che la fede unisce più di quanto divida’:
“In questa prospettiva, operare in armonia non è semplicemente una scelta pragmatica, ma un riflesso dell’ordine più profondo della realtà. E’ in sintonia con il tessuto stesso della nostra esistenza condivisa, come membri dell’unica famiglia umana… Questi impegni di alto livello si riflettono in azioni concrete: quando avvengono disastri naturali, quando i rifugiati sono costretti a fuggire, o quando famiglie soffrono a causa della povertà estrema e della fame, le comunità di fede spesso si uniscono, lavorando fianco a fianco per portare sollievo e speranza a chi è più nel bisogno”.
(Foto: Santa Sede)
Al Giardino dei Giusti di Milano nuove targhe per gli sportivi
Ieri a Milano si è svolta la Cerimonia di posa delle sei nuove targhe al Giardino dei Giusti ad atleti e personalità sportive, in occasione delle Olimpiadi invernali del prossimo anno, dedicate a Bronislaw Czech, Harry Seidel, Emil e Dana Zatopek, Antonio Maglio, e Khalida Popal, alla presenza della presidente del Consiglio comunale di Milano, Elena Buscemi, che ha sottolineato il significato dell’iniziativa:
“Mi fa sempre molto piacere essere al Giardino dei Giusti. Viviamo in un momento in cui la confusione regna sovrana e aumenta la paura delle persone per quello che potrebbe succedere a livello internazionale. Purtroppo, si stanno rimettendo in discussione i punti cardinali che si erano fissati nel dopoguerra, prevale la confusione tra il vero il falso, tra l’aggredito e l’aggressore. Penso che luoghi come questo facciano bene a tutti noi perché ci consentono di ritrovare appigli in questa confusione”.
Mentre il presidente della Fondazione Gariwo, Gabriele Nissim, ha sottolineato alcuni aspetti dell’importanza dell’appello Giusti nello Sport rivolto a tutte le società sportive: “Vogliamo alimentare speranza nel futuro dell’umanità. Ogni persona può sempre fare una piccola cosa per migliorare il mondo. Noi oggi lanciamo da Milano, che si appresta a vivere le prossime Olimpiadi, una grande sfida: lo sport ha un potenziale enorme, sa unire come sottolineava Mandela persone di ogni nazione, ogni genere, ogni provenienza.
Lo sport vero e genuino come dovrebbe essere la democrazia mette insieme le persone con lo scopo di migliorare le proprie prestazioni e non pensando che l’avversario sia un nemico. Lo sport ha una grande responsabilità in un mondo lacerato da guerre e persecuzioni, di fronte al diritto internazionale messo in discussione. La collaborazione tra esseri umani è un antidoto potente all’odio all’arroganza del più forte.
Come diceva anche Spinoza, la forza viene sempre dalla relazione con gli altri. Abbiamo una grande ambizione, vorremmo che da qui alle Olimpiadi tutte le associazioni sportive partecipassero a questo grande movimento dei valori dello sport. Auspichiamo che ci siano gare, manifestazioni, marce non competitive che siano dedicate a questi valori”.
Inoltre Giorgio Mortara, a nome di UCEI, ha evidenziato l’importanza dei valori che questi ‘giusti’ dello sport hanno perseguito: “Purtroppo, in queste ultime settimane assistiamo a prese di posizioni aberranti, è proprio in questi frangenti che risulta importante evidenziare l’insegnamento dei giusti e sottolineare i loro valori etici. Sono persone comuni che di fronte a ingiustizie e persecuzioni sono stati capaci di andare con coraggio in soccorso dei sofferenti, rompendo la catena del male. I giusti che ricordiamo oggi hanno in comune il fatto di essere stati anche degli atleti, possono essere un veicolo di essere in grado di trasmettere ai giovani i valori per combattere le ingiustizie”.
Per quanto riguarda la cerimonia Jozef Wancer, economista polacco e membro della Fondazione ‘Giardino dei Giusti’ di Varsavia, ha ricordato Bronislaw Czech: “Ha aiutato diversi soldati polacchi e diversi ebrei a trovare la libertà, in generale salvava chi aveva bisogno di essere salvato. E’ stato arrestato quando non c’erano ancora i campi di concentramento, i tedeschi gli chiesero di allenare i soldati tedeschi. Lui disse un chiaro no e fu arrestato e, quattro anni dopo, deportato ad Auschwitz morì sette mesi prima della liberazione. La sua storia è davvero incredibile, in Polonia è di grande ispirazione soprattutto per i giovani”.
Mentre Maria Stella Calà Maglio, moglie del dott. Antonio Maglio, medico che ha cambiato l’approccio alla disabilità in Italia negli anni ’50, ha evidenziato il suo sogno ‘visionario’: “Il messaggio che ci ha lasciato Antonio Maglio è stato quello non di una persona disabile, ma quello di una persona con parità di diritti e di doveri, che ha promosso non solo il diritto a fare sport, ma ha promosso la pratica sportiva come riabilitativa proprio per condurre una vita giusta. La sua visione è straordinariamente attuale: oggi, più che mai, è fondamentale garantire che le persone con disabilità possano partecipare attivamente alla vita socio-lavorativa, superando barriere fisiche e culturali. Ringrazio ancora Fondazione Gariwo e Comune di Milano per averlo ricordato”.
Mentre Marco Marchei, ex maratoneta e mezzofondista italiano, ha voluto ricordare la figura di Emil Zatopek: “Emil Zatopek è stato uno dei più grandi corridori fondisti del secolo scorso capace di vincere una medaglia d'oro e una di argento alle Olimpiadi del 1948 e 3 ori nelle olimpiadi successive, impresa mai riuscita a nessuno altro. E’ stato un innovatore, sia a livello tecnico con allenamenti inusuali, sia a livello di tecnica di corsa, apparentemente affaticata, macchinosa, aveva un modo di correre particolare, sbuffante, era chiamato la locomotiva umana.
Appese le scarpette al chiodo, è diventato colonnello dell’esercito e persona importante del partito comunista della Cecoslovacchia. Era un eroe per tutti i suoi connazionali. Quando decise di firmare esponendosi il manifesto delle 2000 parole che diede il via alla primavera di Praga, pagò subito questo suo intervento: perse il lavoro, fu epurato dal partito e isolata dalla società”.
Molto importante è stato l’intervento della calciatrice afgana Khalida Popal: “Oggi non sono qui solo a mio nome, ma rappresento tutte quelle donne straordinarie che nel mondo usano lo sport per combattere e come strumento per farsi sentire. Ho scoperto l’amore per il calcio nelle strade di Kabul in Afghanistan, dove alle le donne dicono che appartengono alla cucina e al servizio degli uomini, non alla società. Volevo cambiare quella narrazione e combattere per i miei diritti, per cambiare quella cultura.
Il calcio è stato un importante strumento con cui abbiamo unito tante ragazze, siamo state unite per combattere per i nostri diritti. All’inizio giocavamo di nascosto, poi, quando abbiamo raggiunto un numero di partecipanti sufficiente, abbiamo iniziato a far sentire la nostra voce, grazie al calcio ci siamo battute contro la violenza domestica e contro la discriminazione”.
Ed ha ricordato le difficoltà che le donne afgane devono affrontare: “Nel 2007 prima volta squadra nazionale calcio femminile e abbiamo rappresentato le donne anche fuori dal nostro paese. Non è stato un viaggio facile. Quando qualcuno ti dice che non puoi farcela è dura. Ma essere insieme alle mie sorelle mi ha aiutato a superare tutte le violenze e gli abusi che abbiamo dovuto subire. Noi non abbiamo mai rinunciato, non ci siamo mai arrese, siamo sempre state unite.
Purtroppo ho dovuto lasciare il mio paese per poter sopravvivere, da quando siamo cadute nelle mani dei talebani, che hanno cancellato le donne dalla società. Le donne non possono neppure parlare tra di loro in pubblico, sono state messe a tacere. Oltre 600 persone che facevano parte della nostra associazione calcistica sono state messe in sicurezza sono dovute scappare dall’Afganistan, ma noi continuiamo a fare sentire la nostra voce. Al di là delle differenze siamo tutti essere umani e lo sport ci insegna che uniti possiamo fare la differenza”.
(Foto: Gariwo)
Da Pescara un impegno condiviso contro l’odio, per rammendare il mondo
Con grande entusiasmo e partecipazione si è concluso il GariwoNetwork 2024, evento che ha riunito centinaia di persone a Pescara, presso l’Auditorium Flaiano e gli spazi dell’Aurum, per due giornate di riflessione, dialogo e impegno. Una manifestazione che, partendo dal tema del ‘rammendare il mondo’, ha chiamato a raccolta giovani, educatori, intellettuali e referenti della rete internazionale dei Giardini dei Giusti per confrontarsi su come affrontare le sfide del nostro tempo: divisioni, odio, ingiustizie e crisi ambientale.
I rappresentanti di oltre 80 giardini dei Giusti (compresi quelli in Ruanda e Polonia) e circa 700 persone che hanno assistito alla plenaria e a gli altri momenti della due-giorni hanno vissuto un GariwoNetwork storico per tanti motivi, tra cui:
a) la prima volta lontano da Milano, in un’area culturalmente sempre più viva come quella della costa abruzzese, dove i partecipanti sono stati accolti in maniera encomiabile dal Comune di Pescara e dal suo sindaco, dalla Fondazione PescaraAbruzzo e da tutte le persone coinvolte nell’organizzazione. A Pescara – grazie anche all’instancabile lavoro di Oscar Buonamano, consigliere nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e ambasciatore di Gariwo proprio nella città abruzzese, nascerà un nuovo Giardino dei Giusti che fungerà da raccordo per tante altre realtà del centro-sud intenzionate ad entrare nella rete di Gariwo;
b) durante il Network di Pescara è stato firmato un memorandum d’intesa tra l’Ufficio del Consigliere speciale delle Nazioni Unite per la prevenzione del genocidio e la Fondazione Gariwo: da oggi lavoreranno congiuntamente per prevenire i genocidi attraverso progetti educativi e i Giardini dei Giusti.
L’evento si è aperto nell’Auditorium Flaiano con una plenaria di grande intensità. Le parole di benvenuto del sindaco di Pescara, Carlo Masci, hanno evocato la metafora del pescatore che, all’alba, ricuce le reti strappate per continuare a pescare: un’immagine perfetta per descrivere il lavoro quotidiano dei Giusti, che curano le ferite dell’umanità. Il presidente della Fondazione Gariwo, Gabriele Nissim, ha inviato un messaggio di grande significato, nonostante la sua assenza per motivi di salute:
“Oggi viviamo in un mondo in crisi un mondo che ha perso l’idea di collaborazione, segnato dal ritorno di nazionalismi e autocrazie. I Giardini dei Giusti, oggi, possono essere la base per ricostruire una nuova utopia, come è accaduto nel passato. Non sono monumenti, ma strumenti educativi per prevenire quegli strappi che poi, con fatica, vanno rattoppati”.
Le parole di Alice Wairimu Nderitu, special adviser delle Nazioni Unite per la prevenzione dei genocidi, hanno arricchito ulteriormente il dibattito. Sebbene impossibilitata a partecipare, ha inviato un messaggio, letto da Simona Cruciani, in cui ha ricordato il potere universale dei Giusti. “I Giusti – ha scritto Nderitu – con le loro azioni riuniscono e aggiustano le parti spezzate del mondo, ispirando il bene in luoghi anche molto lontani da noi. I principi su cui si fonda il concetto di Giusto sono universali e ci rimandano alla Carta delle Nazioni Unite, alla Convenzione per la Prevenzione e la Punizione del Crimine di Genocidio e alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”.
La mattinata si è conclusa con la partecipazione appassionata degli studenti, che hanno rivolto numerose domande agli ospiti presenti, dimostrando un forte interesse per il ruolo dei Giusti e il loro valore educativo. Nel pomeriggio, i workshop intitolati “La scelta” hanno esplorato temi cruciali come i Giusti dell’ambiente, i Giusti dello sport e la filosofia dei Giusti. Filippo Giorgi, climatologo e premio Nobel per la Pace nel 2007 con IPCC, ha sottolineato che “non c’è giustizia sociale senza giustizia ambientale”, mentre Joanna Borella, allenatrice e presidente di A.S.D. Bimbe nel Pallone, ha raccontato come smontare il razzismo nello sport, promuovendo inclusione e abbattendo pregiudizi. Chiudendo la giornata, Erminio Maglione, ricercatore in Storia della filosofia, ha spiegato qual è la filosofia dei Giusti: “Il Giusto è un silenzioso quanto pervicace presidio contro gli orrori che possono nascere nell’uomo”.
La seconda giornata ha visto i lavori proseguire presso l’Aurum, con il laboratorio dedicato ai referenti della Rete dei Giardini dei Giusti. Grazie alla guida esperta dei facilitatori di JoyLab, i partecipanti hanno discusso e condiviso buone pratiche per rafforzare la rete globale dei Giardini. Questo momento di scambio ha rappresentato una straordinaria opportunità per generare nuove idee e sinergie.
Nel pomeriggio, la tavola rotonda conclusiva, intitolata “Ogni persona può rammendare il mondo”, ha riunito ospiti di spicco: Eraldo Affinati, scrittore e cofondatore della scuola Penny Wirton; Simona Cruciani delle Nazioni Unite; Claudia Mazzucato, docente di Diritto penale; Franco Vaccari, presidente di Rondine Cittadella della Pace; e Nicola Mattoscio, presidente della Fondazione Pescarabruzzo. Moderati da Oscar Buonamano, gli interventi hanno intrecciato storie, riflessioni e testimonianze che hanno toccato profondamente il pubblico.
Eraldo Affinati ha ricordato che ‘non dobbiamo idealizzare il Giusto’, portando esempi di ragazzi ordinari che, con azioni concrete, rammendano il tessuto sociale: Michelle, una giovane madrelingua che insegna italiano a minori non accompagnati, e Giorgio, uno studente ribelle che si trasforma in un pedagogo nei progetti della Penny Wirton. Per Affinati, è fondamentale riconoscere e valorizzare chi si assume responsabilità in contesti difficili.
Claudia Mazzucato ha parlato del legame tra Giusti e giustizia riparativa, definendo quest’ultima come ‘un rammendo che unisce i lembi spezzati, tessendo relazioni, persino tra nemici’. Ha ammonito contro i pericoli del giustizialismo, sottolineando che ‘anche la giustizia, se portata all’estremo, può diventare radicalizzazione’.
Franco Vaccari ha presentato il lavoro di riconciliazione di Rondine, ricordando che “finché l’altro è solo un nemico non si rammenda niente, perché non ci consideriamo della stessa stoffa. Dire sì alla pace è la vera svolta per il cambiamento”.
L’evento si è chiuso con l’intervento di Martina Landi, direttrice generale di Gariwo, che ha portato i saluti del presidente Nissim, assente per motivi di salute, e ha ringraziato tutti i partecipanti per aver contribuito a due giorni di straordinaria intensità: “Il Giusto non giudica, non soppesa. Il Giusto cura. Ed è grazie a questa cura che possiamo costruire un mondo migliore”.
In apertura lo storico Marcello Flores ha descritto le caratteristiche dei discorsi dell’odio: “Ecco, i discorsi di odio oggi hanno le stesse caratteristiche: si fondano al tempo stesso su un’idea di inevitabile discriminazione; su una convinzione che non è di tutti, ma solo di poche minoranze, ma che contagia anche una maggioranza. Lo vediamo, cresce il razzismo, cresce l’antisemitismo e crescono anche tutte quelle forme di odio e avversione verso gruppi di persone ritenute responsabili del nostro disagio o dei nostri mali collettivi.
Questi sentimenti vengono, poi, cavalcati anche dai Governi e dai singoli politici. Anche del nostro Paese, ci sono esponenti politici che, a volte, usano esattamente le stesse parole, pur con qualche piccola modifica, che Hitler aveva usato nel Main Kampf contro gli ebrei. E queste parole d’odio le rivolgono a determinati gruppi di persone”.
Contro tali discorsi le azioni che ognuno può intraprendere: “Ognuno di noi può fare qualcosa, ognuno di noi, nel proprio quotidiano, a partire dalla propria famiglia, nel proprio mondo di lavoro, quando incontriamo altre persone, ma ancora di più quando siamo sui social. È possibile e doveroso intervenire ogni volta che c’è un accenno, anche solo un accenno da parte di qualcuno, a un linguaggio d’odio. Questo è fondamentale, perché, se non c’è questa reazione immediata che mette alla berlina coloro che fanno queste affermazioni, il rischio è che invece, poi, quelle affermazioni si propaghino”.
(Foto: Gariwo)
In Rwanda il Giardino dei Giusti per un percorso di riconciliazione
Lo scorso 27 luglio 2024 è stato inaugurato a Kamonyi, in Rwanda, il primo ‘Giardino dei Giusti’, frutto della collaborazione tra la Fondazione Gariwo, Bene Rwanda Onlus e il partner locale ‘Sevvota’ (Solidarity for the Development of Widows and Orphans to Promote Self-Sufficiency and Livelihoods), come memoria di quelle donne e quegli uomini che hanno messo a rischio la propria vita per salvare persone durante il genocidio del 1994 (800.000 persone in 100 giorni), proteggendo persone tutsi e hutu moderati dalle violenze perpetrate da criminali appartenenti alla maggioranza hutu.
Alla cerimonia di inaugurazione hanno partecipato Alice Wairimu Nderitu, consigliere speciale delle Nazioni Unite per la prevenzione dei genocidi; Godeliève Mukasarasi, fondatrice e presidentessa di ‘Sevota’; Françoise Kankindi, presidente di ‘Bene Rwanda Onlus’; Jean Paul Habimana, scrittore, insegnante e sopravvissuto al genocidio; Maria Urayeneza, giusta al Giardino di Milano e Benedetta Macripò, rappresentante di ‘Gariwo Network’.
I primi Giusti onorati nel Giardino sono Raphael Lemkin, Pierantonio Costa e Maria Urayeneza: Raphael Lemkin, ebreo polacco, ideatore della definizione di genocidio, che non smise mai di ricordare al mondo che la prevenzione di tali crimini e responsabilità dell’umanità intera; il console onorario Pierantonio Costa, che riuscì a portare in salvo almeno 2.000 persone; Maria Urayeneza, che con il marito ha nascosto, protetto e aiutato a fuggire moltissimi tutsi.
‘Sevota’ è nata grazie a Godeliève Mukasarasi, ‘giusta’ al Giardino di Milano nel 2022, che nonostante avesse subito orribili violenze e avesse perso gran parte della famiglia ha cercato di ritessere (a partire soprattutto dalle moltissime vedove e dalle migliaia di donne stuprate) il tessuto della società ruandese, coinvolgendo 70.000 persone in attività di formazione e riconciliazione.
Françoise Kankindi ha sottolineato il significato di ‘cattiva memoria’: “Con questa espressione intendiamo la disinformazione, applicata volutamente attorno a un genocidio che è stato programmato, preparato nei minimi dettagli, preannunciato e reiterato. Quando si sono scatenate le violenze del 1994, il mondo ha girato la testa dall’altra parte, tacendo dei massacri che da anni insanguinavano il Ruanda. Questo quindi è il senso del titolo, e purtroppo a vent’anni dal genocidio questa cattiva memoria persiste”.
Allora, quale significato ha l’inaugurazione del Giardino dei Giusti a Kamonyi?
“L’inaugurazione del primo Giardino dei Giusti in Rwanda a Kamonyi ha un significato molto importante: fornire un luogo fisico alle persone che hanno rischiato la propria vita salvando quella degli altri durante il genocidio dei Tutsi nel 1994, dedicando un albero ed una stella, appunto per ricordare a qualsiasi uomo che anche nei momenti più buoi si può optare per una scelta diversa da quello che le autorità prendono, salvando la vita umana invece di uccidere”.
Cosa scatenò il genocidio?
“La sete del governo rwandese di allora di aggrapparsi al potere fino a pianificare lo sterminio della minoranza Tutsi, percepita come pericolo e capro espiatorio rispetto alla richiesta dei profughi Tutsi organizzati nella guerriglia sotto il Fronte Patriottico con l’obiettivo di poter ritornare a casa”.
Cosa significa fare memoria del genocidio?
“Fare memoria del genocidio dei Tutsi in Rwanda significa costruire un futuro per le future generazioni rwandesi in quanto per anni dal 1959, anno in cui per la prima volta i Tutsi sono stati massacrati e sistematicamente ogni 5/10 anni avvenivano i pogrom fino alla soluzione finale del 1994, i governi che organizzavano lo sterminio di una parte della sua popolazione non hanno mai riconosciuto i crimini che avvenivano nell’indifferenza della comunità internazionale”.
Quanto è stato difficile il percorso di riconciliazione?
“La difficoltà è facilmente immaginabile pensando al contesto rwandese dove all’indomani del genocidio, i sopravvissuti Tutsi hanno dovuto convivere con gli assassini delle loro famiglie. Tuttavia, il nuovo governo rwandese guidato dal Fronte Patriottico che ha fermato il genocidio, vincendo la guerra contro il governo Hutu che l’aveva organizzato, ha dovuto far fronte alla necessità di gestire le carceri gremiti di persone accusate di genocidio.
Ha dovuto ricorrere ai gacaca, sistema di giustizia tradizionale ruandese, dove sul prato del villaggio la gente si incontrava sotto la giurisdizione dei saggi, i colpevoli pentiti confessano i loro crimini e chiedevano perdono. Dietro la prestazione di lavori collettivi e aiuto diretto alle vittime erano reintegrati nella comunità e così lentamente sulle colline i rwandesi hanno potuto ritrovare di nuovo il gusto del vivere insieme”.
A 30 anni dal genocidio quale Paese è il Rwanda?
“Il Rwanda di oggi è un paese pacificato ed è il più sicuro dell’Africa. Sono appena tornata da casa, ho vissuto in prima persona la voglia di farcela che anima ogni rwandese, la fiducia incondizionata che la popolazione nutre nei confronti del loro presidente Paul Kagame, che li ha tirato fuori dalle macerie del genocidio e sta ricostruendo il Paese con una tenacia e ordine invidiabile”.
Cosa si propone l’associazione ‘Bene Rwanda Onlus’?
“Trasmettere la memoria del genocidio, promuovendo iniziative culturali tesi a fare conoscere la storia del Rwanda secondo il punto di vista dei figli del Rwanda che vivono in Italia”.
(Tratto da Aci Stampa)
La terra è a rischio
L’Earth day, la Giornata della Terra, è il giorno in cui si celebrano l’ambiente, le risorse naturali e la salvaguardia del pianeta Terra, nata il 22 aprile 1970. Quel giorno, parallelamente all’Earth day, nasceva anche quello che oggi è diventato il moderno movimento ambientalista. Il movimento, che vide la luce negli Stati Uniti, contò circa 20.000.000 di cittadini americani che si mobilitarono in una storica manifestazione in difesa dell’ambiente.
Dopo 54 anni l’Earth day acquista ancora più significato: mai come oggi è di fondamentale importanza rivedere e ripensare il nostro rapporto col pianeta. Un pianeta dalle risorse finite, con ecosistemi sempre più sottopressione e con i cicli naturali che stanno cambiando in maniera così rapida, da non essere in grado di sapere quali saranno le conseguenze nel medio e lungo periodo.
E secondo Coldiretti il consumo di suolo fertile brucia in Italia € 1.000.000.000 di cibo all’anno, con cementificazione e fotovoltaico selvaggio che erodono migliaia di ettari di terreni agricoli aggravando la dipendenza alimentare dall’estero.
Guerre e pandemia non hanno fermato il consumo di suolo che, secondo l’ultimo rapporto Ispra, anzi, ha accelerato arrivando a ‘cancellare’ 76,8 km quadrati ettari di terreni, alla velocità di 2,4 metri quadrati al secondo. Un dato in aumento del 10% rispetto all’analisi precedente e che ci dicono che, complessivamente, le superfici occupate ammontano a poco meno di 2.200.000 di ettari (il 7,14 % del totale nazionale):
“Ai danni causati dalla cementificazione, si stanno aggiungendo quelli del fotovoltaico selvaggio con la copertura di intere aree agricole produttive con distese di ettari di pannelli a terra. Impianti spesso realizzati da fondi di investimento speculativi e resi possibili da un far west normativo che deriva dall’assenza di regole di governo del territorio”.
La provincia di Viterbo rappresenta un caso simbolo, dove gli agricoltori della Coldiretti stanno lottando contro la realizzazione di nuovi impianti fotovoltaici a terra e di pale eoliche in una situazione in cui quasi la metà della superficie agricola utilizzata in provincia è stata già occupata dai pannelli:
“L’erosione di terreni fertili mette oggi a rischio la sovranità alimentare del Paese ed è necessario invertire la rotta, mettendo finalmente dei paletti al fotovoltaico selvaggio. Un altro passo essenziale è accelerare sull’approvazione della legge sul consumo di suolo che potrebbe dotare l’Italia di uno strumento all’avanguardia per la protezione del suo territorio”.
Per tale motivo la terra resta un richiamo irresistibile per oltre 6 italiani su dieci (61%) che a primavera dedicano parte del tempo libero alla cura di orti, giardini, balconi e terrazzi per garantirsi frutta, verdura e aromatiche da portare in tavola o fiori per abbellire la propria casa.
La forma di coltivazione più diffusa è quella nell’orto o nel giardino, seguita a breve distanza dai terrazzi e dai balconi, soprattutto nelle grandi città, dove c’è anche chi deve accontentarsi del davanzale della finestra. Una minoranza si mette al lavoro in uno degli orti pubblici messi a disposizione dalle amministrazioni locali. In Italia occupano circa 2.000.000 di metri quadrati, secondo l’analisi Coldiretti sugli ultimi dati Istat:
“Ma ci sono anche molti italiani che non si accontentano e hanno a disposizione almeno un ettaro di terreno a uso familiare. Si tratta in larga maggioranza di famiglie che hanno ereditato aziende o pezzi di terreno da genitori e parenti dei quali hanno voluto mantenere la proprietà per esercitarsi nel ruolo di coltivatori e allevatori, piuttosto che venderli come accadeva spesso nel passato.
E c’è anche chi ha acquistato terreni o piccole aziende agricole anche in aree svantaggiate per ristrutturarle e avviare piccole attività produttive, dall’olio al vino, dall’allevamento delle galline a quello dei cavalli”.
E non è un costo esoso realizzare un giardino: “L’investimento per realizzare un orto tradizionale in giardino si può stimare intorno ad € 300 per 20 metri quadrati ‘chiavi in mano’ per acquistare terriccio, vasi, concime, attrezzi, reti per delimitare le coltivazioni, sostegni vari, sementi e piantine. Individuare lo spazio giusto e, la stagionalità, conoscere la terra di cui si dispone, scegliere attentamente semi e piantine a seconda del ciclo e garantire la disponibilità di acqua sono alcune delle regole fondamentali per ottenere buoni risultati”.
Inoltre un recente studio di ActionAid ha rivelato che i finanziamenti privati alle cause della crisi climatica superano di 20 volte gli investimenti pubblici nelle soluzioni per contrastarla. Nei 7 anni successivi all’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, le principali banche private mondiali hanno investito complessivamente $ 3.200.000.000 nell’espansione dei combustibili fossili, mentre altri $ 370.000.000.000 sono stati destinati sotto forma di prestiti e garanzie all’agricoltura industriale.
Giovanna Grenga: la Giornata dei Giusti per non perdere la memoria della storia
Il 10 maggio 2012 i deputati europei hanno accolto l’appello di Gariwo (sottoscritto da numerosi cittadini ed esponenti del mondo della cultura), istituendo la Giornata europea dei Giusti, che si celebra ogni 6 marzo, data della scomparsa dell’artefice del Viale dei Giusti Moshe Bejski, che da 2017 diventa solennità civile in Italia: “ogni anno il 6 marzo celebriamo l’esempio dei Giusti del passato e del presente per diffondere i valori della responsabilità, della tolleranza, della solidarietà”.
In Italia sono sorti ‘Giardini dei Giusti’ in molte città italiane, dopo quello di Milano; mentre a Roma il ‘Giardino dei Giusti dell’Umanità’ è sorto nel 2016 grazie alla collaborazione tra Gariwo, l’associazione Adei-Wizo ed il comune di Roma: in una parte pianeggiante di Villa Doria Pamphili i visitatori trovano un campo di grano che si mischia a due filari d’ulivi, simbolo biblico di luce citato nella storia dell’arca di Noè quando la colomba tornò verso l’arca con un rametto di olivo nel becco. Oltre agli ulivi ci sono cipressi e melograni, simboli secondo la concezione cristiana rispettivamente di immortalità e di produttività.
A Giovanna Grenga, responsabile del ‘Giardino dei Giusti dell’Umanità’, chiediamo di spiegare il motivo di una giornata dedicata ai giusti: “La Giornata dei Giusti dell’Umanità, istituita dall’Unione europea nel 2012 su sollecitazione di Gariwo, (Gariwo è l’acronimo di Gardens of the Righteous Worldwide) è solennità civile anche in Italia dal 2017 nella data, 6 marzo, della scomparsa dell’artefice del Viale dei Giusti a Yad Vashem Moshe Bejski.
La dizione Giusti dell’Umanità riprende quindi il termine Giusti usato da Yad Vashem, il memoriale istituito a Gerusalemme nel 1953 e volto, oltre che ad onorare e ricordare gli ebrei vittime della Shoah, anche ad esprimere la gratitudine dello Stato di Israele e del popolo ebraico verso quei non ebrei che avevano aiutato gli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. E proprio a Yad Vashem nel 1963 ha avuto inizio il progetto di riconoscimento del titolo di Giusti delle Nazioni a coloro che a loro rischio e senza ricompense avevano aiutato a salvarsi almeno un ebreo.
A partire dalla definizione di Yad Vashem, abbiamo esteso il concetto di Giusto sino a includere quanti, in ogni parte del mondo, hanno salvato vite umane in tutti i genocidi e difeso la dignità umana durante i totalitarismi. Ogni anno il 6 marzo celebriamo l’esempio dei Giusti del passato e del presente per diffondere i valori della responsabilità, della tolleranza, della solidarietà. Questa giornata viene celebrata con commemorazioni in Italia, in Europa e nel mondo, nei Giardini dei Giusti, nelle scuole, con le istituzioni, le amministrazioni locali, le associazioni del territorio e grazie al lavoro di tutti i soggetti che animano GariwoNetwork, la rete che unisce le realtà impegnate nella diffusione del messaggio dei Giusti”.
Chi sono i giusti?
“Chiamiamo Giusti gli uomini e le donne che salvano delle vite nei genocidi, difendono la dignità umana nelle dittature, cercano di prevenire i meccanismi dell’odio, precondizione di ogni deriva estrema, mostrano in modo inequivocabile che gli esseri umani hanno sempre una possibilità di scelta. Fin dalla sua nascita, Gariwo ha proposto una nuova cultura della responsabilità, affrontando il tema della memoria della Shoah e dei genocidi del ‘900 attraverso le storie dei Giusti.
Anche pochi Giusti possono salvare l’idea di speranza e di futuro, perché provano che l’essere umano, pur all’interno della sua fragilità, ha la possibilità di diventare arbitro del suo destino. Si trasmette così, a partire dal male estremo, un messaggio di speranza. Se ogni uomo si assume una responsabilità è possibile ribaltare le situazioni, anche se i risultati non sono quantificabili e immediati. Scegliere è un atto di libertà individuale che permette ad ogni essere umano di porsi come argine nei confronti del male.
Rileggere le storie dei Giusti mostra il fondamento concreto della speranza, poiché crea un percorso virtuoso in rapporto diretto con le sofferenze, le difficoltà per le scelte compiute. Questo metodo permette soprattutto alle persone più giovani di comprendere meglio quanto è successo nel passato. Per questo abbiamo pensato a una Enciclopedia dei Giusti, divisa in sezioni dedicate a ogni genocidio e tematica, che possa essere un punto di riferimento morale e educativo oltre che il più grande contenitore di storie esemplari (https://it.gariwo.net/giusti/)”
Memoria e responsabilità: in quale modo la memoria può aiutare alla responsabilità?
“Non dimenticare è soltanto una prima parte del “fare memoria”. C’è infatti una forma superiore di riscatto che permette di rendere la memoria viva e trasformarla in uno strumento di responsabilità: agire nel tempo presente affinché i meccanismi dell’odio e della disumanizzazione degli esseri umani non si ripetano. Con questa impostazione Gariwo promuove le figure morali che salvarono le vite durante la Shoah e gli altri genocidi del ‘900, insieme a figure più contemporanee che si sono impegnate per soccorrere migranti in mare o si sono prodigate per proteggere le persone durante gli attentati terroristici.
I Giusti dell’umanità non si contrappongono ai Giusti delle nazioni, ma li affiancano, ne completano il compito. Non li ricalcano, ma si ispirano agli stessi testi, agli stessi principi. Nei Giusti dell’umanità che celebriamo, il bisogno di esprimere riconoscenza, tanto forte nell’istituzione di Yad Vashem, diventa espressione del riconoscimento della responsabilità e dell’impegno verso ogni essere umano. La forza dei Giusti di Yad Vashem sta proprio nella capacità che hanno avuto di estendere all’umanità intera il loro agire, di rappresentare uno stimolo e una consapevolezza del bene in tutte le situazioni in cui l’umanità è a rischio, di prevenire il male con quella bontà insensata di cui parlava Vassilij Grossman, con il senso della responsabilità.
In questo momento oscuro, incerto, doloroso ovunque, dobbiamo prendere esempio dall’azione dei Giusti, con le armi dell’apertura, della responsabilità verso tutti gli esseri umani di fronte alla violenza, ai totalitarismi, ai razzismi. Con l’elaborazione della Carta delle Responsabilità (che prende spunto dall’idea delle virtù quotidiane di Zvetan Todorov e dall’elaborazione di Václav Havel e di Charta ‘77), vogliamo indicare comportamenti virtuosi rispetto allo sport, all’ambiente e allo stesso uso dei social che possono diventare sia veicolo di amicizia e di rispetto dell’altro, che fonte di odio e di contrapposizione. https://it.gariwo.net/carte-di-gariwo/carta-delle-responsabilita-2017/”.
Qual è la ‘funzione’ di un giardino dei giusti nella città?
“Con l’esperienza dei Giardini dei Giusti la Fondazione Gariwo intende creare una memoria attiva in contrapposizione a una memoria che, pur partendo dalle migliori intenzioni, ha spesso gli occhi rivolti solo al passato. Ecco perché Gariwo ha voluto che nei suoi Giardini fossero ricordati non solo i Giusti del passato, ma anche gli uomini virtuosi del nostro tempo, per stimolare le persone a pensare e abituarsi a fare sempre delle comparazioni.
Nell’indicare figure di Giusti del nostro tempo si propongono alla società i comportamenti virtuosi da emulare e le sfide difficili a cui tutti noi siamo chiamati. Non costa niente provare ammirazione per i Giusti del passato, ma è molto più impegnativo proiettare con l’immaginazione le loro storie nel tempo presente e provare una solidarietà sincera per quanti oggi si battono per una responsabilità globale di fronte alle derive nazionaliste, alle migrazioni e ai cambiamenti climatici.
Gariwo poi ha voluto dare forza e visibilità alle storie dei Giusti per trasmettere un messaggio di ottimismo e di speranza. Le loro biografie, anche nelle situazioni più difficili, mostrano che ogni essere umano può usare il suo minuscolo spazio di libertà per spingere la storia in una nuova direzione. Ognuno può diventare arbitro del proprio destino esercitando il suo pensiero.
E’ questo il punto fondamentale della nostra attività: mostrare con i Giardini dei Giusti che sempre ed ovunque ogni uomo indipendentemente dal suo ruolo e dalla professione ha sempre la possibilità di scegliere. Educazione alla responsabilità e alla speranza: due elementi uniti e imprescindibili. Ecco perché i Giardini con tutte le loro attività collaterali sono uno strumento di educazione alla scelta e alla responsabilità.
Le storie dei Giusti che narriamo possono stimolare l’educazione e il pensiero dei giovani, e in alcuni contesti fanno ritrovare alle giovani generazioni il gusto e il piacere della speranza. Senza immaginare un sogno e un futuro è inevitabile cadere nel nichilismo e nella deresponsabilizzazione. Il successo dei Giardini di Gariwo non è casuale, ma risponde a una domanda di senso e di prospettiva per il futuro.
La libertà non è soltanto potere fare quello che si vuole, ma immaginare di potere diventare nel proprio piccolo un veicolo per un futuro migliore. È questa speranza che dà la forza di realizzare cose impensabili. Vorremmo che i Giardini andassero oltre alla nostra esistenza e servissero a stimolare le coscienze in modo permanente, di generazione in generazione.
La caratterizzazione universale dei Giardini (da Tunisi, a Varsavia, a Roma, a Marsiglia, a Stoccolma) risponde alla sfida più importante del nostro tempo dove lo scontro politico e morale è tra chi si rinchiude nel proprio ego e nella trincea del proprio Paese e chi guarda all’appartenenza al mondo intero. Ecco perché in collaborazione con numerose ambasciate (in Francia, Svezia, Tunisia, Giordania e ora speriamo con la stessa Farnesina, dove si sta discutendo l’idea di un Giardino dei diplomatici italiani) stiamo costruendo Giardini dei Giusti in tanti Paesi”.
In quale modo un ‘giusto’ può contribuire ad abbattere il ‘muro’ della menzogna?
“Il concetto di uomo giusto non è di nicchia, non riguarda comportamenti al di là dell’umano, di santi e di eroi, ma affronta la possibilità di ogni essere umano di incidere nella storia di fronte ad ogni genocidio, crimine contro l’umanità, o totalitarismo. Delinea quindi la possibilità dell’individuo non solo di essere argine contro il male, ma di prevenirlo e di anticipare il bene in ogni forma di relazione.
E’ quindi un concetto educativo, su cui c’è molto da lavorare nella scuola per formare dei giovani, creare degli studenti con uno spirito critico e un senso di responsabilità di fronte al mondo. L’obiettivo della trasmissione della memoria è infatti la prevenzione. La Shoah, il più estremo genocidio del Novecento, è una lente di ingrandimento che deve servire a tutta l’umanità per aprire gli occhi ogni volta che si manifestino nuovi segni del male, che possono portare a nuove tragedie genocidarie.
Una politica di memoria è totalmente inutile se non è funzionale a questo percorso. Abbiamo come riferimento il percorso iniziato da Raphael Lemkin, il grande ispiratore della Convenzione delle Nazioni Unite contro il reato di genocidio, organizzazione che, dopo il genocidio dell’herero in Namibia, degli armeni in Mesopotamia e degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale, avrebbe dovuto porre in atto una legislazione efficace per impedire nuove atrocità di massa.
La vita dei Giusti non è una sommatoria di episodi edificanti, da appuntarsi al petto come i santini della religiosità popolare. I Giusti non fanno miracoli, né intercedono presso l’Altissimo per ottenere grazie speciali per le vittime innocenti della Storia. I Giusti si ispirano a valori universali, e dunque anche cristiani: «Bellezza, Verità, Onestà, Operosità ecc.», nella dimensione (certamente cristiana) della fraternità e dell’amore del prossimo.
In questo riferimento valoriale bisogna concentrarsi sulla creazione di strumenti politici di prevenzione, come il monitoraggio costante di tutti i Paesi dove cresce un odio etnico e politico, l’invio di truppe per bloccare i conflitti, i tribunali internazionali, la creazione di misure di protezione per le popolazioni minacciate.
Nella storia del Novecento due esperienze di educazione alla responsabilità hanno lasciato il segno contro la menzogna: il Manifesto di Ventotene, che lanciò le fondamenta del nuovo spirito europeo durante gli anni bui del fascismo, e Charta ‘77, che rappresentò a Praga la genesi della resistenza morale al totalitarismo. Vorremmo che Gariwo potesse raccoglierne l’eredità e diventasse uno strumento importante di educazione alla verità non legato però ad una sola contingenza. Diceva Giovanni Falcone che le persone hanno un tempo limitato, ma che le loro idee possono camminare sulle gambe delle nuove generazioni. Ecco la nostra ambizione: non costruire una fama effimera, non cercare l’apparenza, ma creare una solidità per il futuro”.
Solennità di Tutti i Santi. La Chiesa: un vero giardino di Dio
La solennità di tutti i Santi ci rivela oggi il mondo come un ‘giardino’ dove lo Spirito di Dio suscita con mirabile fantasia una moltitudine di Santi e Sante di ogni età e condizione sociale, popolo e cultura. Come le cellule del corpo umano sono una miriade e l’una è diversa dall’altra, così ogni Santo è diverso dall’altro e ciascuno possiede un proprio carisma spirituale; tutti i santi hanno però impresso il sigillo di Cristo Gesù morto e risorto (Ap. 7,3) e l’impronta del suo amore misericordioso.




























