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In Terra Santa impedite le celebrazioni ma i cristiani pregano per la pace
“Cari fratelli e sorelle, all’inizio della Settimana Santa, siamo più che mai vicini con la preghiera ai cristiani del Medio Oriente, che soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e, in molti casi, non possono vivere pienamente i Riti di questi giorni santi”: prima della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha ricordato che in Medio Oriente non saranno celebrati tradizionalmente i Riti della Settimana Santa, esprimendo vicinanza e preghiera per quanti soffrono.
A causa della guerra in Terra Santa i cattolici ancora oggi soffrono gravi conseguenze a causa della loro fede: “Proprio mentre la Chiesa contempla il mistero della Passione del Signore, non possiamo dimenticare quanti oggi partecipano in modo reale alla sua sofferenza. La loro prova interpella la coscienza di tutti. Eleviamo la nostra supplica al Principe della pace, affinché sostenga i popoli feriti dalla guerra e apra cammini concreti di riconciliazione e di pace”.
Infatti dalla polizia israeliana è stato impedito al Patriarca latino di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa, capo della Chiesa cattolica in Terra Santa, insieme al Custode della Terra Santa, p. Francesco Ielpo, custode ufficiale della Chiesa del Santo Sepolcro, l’ingresso nella Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme per celebrare la Messa della Domenica delle Palme:
“I due sono stati fermati sul percorso, mentre procedevano privatamente e senza alcuna caratteristica di un corteo o di un atto cerimoniale, e sono stati costretti a tornare indietro. Di conseguenza, e per la prima volta in secoli, ai capi della Chiesa fu impedito di celebrare la Messa della Domenica delle Palme presso la Chiesa del Santo Sepolcro. Questo incidente è un grave precedente, e ignora la sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, guardano a Gerusalemme”.
La nota ha sottolineato la responsabilità dei cattolici nel proporre strade di pace: “I capi delle Chiese hanno agito con piena responsabilità e, fin dall’inizio della guerra, hanno rispettato tutte le restrizioni imposte: gli incontri pubblici sono stati cancellati, la frequenza è stata proibita e sono stati presi accordi per trasmettere le celebrazioni a centinaia di milioni di fedeli in tutto il mondo, che, durante questi giorni di Pasqua, girano gli occhi su Gerusalemme e sulla Chiesa del Santo Sepolcro”.
Tale divieto per il patriarcato gerosolimitano rappresenta un impedimento alla libertà di culto: “Prevenire l’ingresso del Cardinale e del Custode, che hanno la più alta responsabilità ecclesiastica per la Chiesa cattolica e i Luoghi Santi, costituisce una misura manifestamente irragionevole e grossolanamente sproporzionata.
Questa decisione affrettata e fondamentalmente imperfetta, contaminata da considerazioni improprie, rappresenta un estremo allontanamento dai principi di base di ragionevolezza, libertà di culto e rispetto dello Status Quo”.
Per questo il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa esprimono ‘profondo dolore’ ai fedeli cristiani in Terra Santa ed in tutto il mondo perchè la preghiera in uno dei giorni più sacri del calendario cristiano è stata così impedita.
Informato dell’accaduto, il Card. Zuppi ha contattato telefonicamente il Card. Pizzaballa per rinnovargli la vicinanza delle Chiese in Italia. “Si è trattato di un fatto doloroso per i tanti cristiani che, vivendo in quelle terre, rappresentano una testimonianza essenziale di speranza per tutti i popoli in contesti di divisione e conflitto.
A tutti i cristiani di Terra Santa assicuriamo la nostra preghiera, perché continuino a essere promotori di pace, mentre auspichiamo che l’incidente odierno sia chiarito immediatamente. Le autorità locali e le organizzazioni internazionali hanno il dovere inderogabile di garantire la libertà religiosa in Terra Santa, condizione imprescindibile per qualsiasi processo di pace autentico. Rinnoviamo il nostro appello affinché si aprano spazi di dialogo e si giunga presto a soluzioni ragionevoli”.
E nella meditazione per la domenica delle Palme il card. Pizzaballa ha sottolineato il pianto di Gesù: “Oggi Gesù torna a piangere su Gerusalemme. Piange su questa città che rimane segno di speranza e di dolore, di grazia e di sofferenza. Piange su questa Terra Santa che ancora non sa riconoscere il dono della pace. Piange su tutte le vittime di una guerra che non accenna a finire, sulle famiglie divise, sulle speranze infrante. Ma il pianto di Gesù non è mai sterile: è un pianto che apre gli occhi, che interpella, che rivela”.
Il Vangelo della Passione interpella ancora oggi: “E’ un particolare quest’ultimo che ci interpella ancora oggi. Il centurione è un soldato che appartiene al mondo della forza, di un potere che si impone. Per mestiere, misura il successo dalla capacità di piegare gli altri, di vincere, di dominare. Eppure, davanti a quest’uomo inchiodato sulla croce, davanti a un amore che non si difende, davanti a una fedeltà che non si piega nemmeno alla morte, il centurione cambia. Il suo criterio di giudizio si spezza. Scopre che la vera potenza non sta nella sua forza o nella spada che uccide, ma nella vita che si dona. E pronuncia la confessione più alta: lui è il Figlio di Dio. Nel momento in cui il potere della morte sembra prevalere, la verità si rivela, l’amore si manifesta e la salvezza si compie”.
La pace di Gesù si consuma sulla croce: “La pace che Lui offre non è un patto fragile tra nemici, ma una pace che passa attraverso la croce, di un Dio che fa dono totale di sé e che non ha bisogno della forza o del potere delle armi. E’ questo il paradosso che oggi siamo chiamati ad accogliere”.
Anche i cristiani oggi piangono a Gerusalemme: “Gerusalemme, la Terra Santa, non è solo un luogo geografico: è il cuore pulsante della nostra fede. Ogni pietra qui parla di salvezza, ogni collina custodisce la memoria del Dio che si è fatto vicino. Vivere la fede qui significa accettare di abitare questa contraddizione: il luogo della resurrezione è anche il luogo del Calvario; il luogo dell’abbraccio di Dio è ancora segnato da tanto odio”.
Piangono a Gerusalemme perché ha rifiutato Gesù, ma l’odio non vincerà la speranza: “Ma da questo luogo santo impariamo a guardare la città con gli occhi di Cristo. Impariamo a piangere con Lui, ma anche a sperare con Lui. Perché la stessa Gerusalemme che ha rifiutato il Principe della pace ha visto il sepolcro vuoto. La guerra non cancellerà la resurrezione. Il dolore non spegnerà la speranza”.
E’ stato un invito ad essere portatori di pace e di speranza: “Portiamo invece la croce, ma una croce che non è un peso inutile, bensì la sorgente della vera pace. Non sventoliamo rami di ulivo, ma scegliamo di diventare noi stessi costruttori di riconciliazione, in ogni gesto, in ogni parola, in ogni relazione.
Carissimi, in questa terra che continua ad attendere la pace, siamo chiamati a essere testimoni di un amore che non si arrende. Che il nostro cammino di fede, anche oggi, possa essere un cammino di speranza. E che la nostra vita, pur nella durezza del presente, sappia portare l’amore di Cristo e la sua luce là dove tutto sembra oscurità”.
Papa Leone XIV: Gesù è il Principe della pace
“Cari fratelli e sorelle, all’inizio della Settimana Santa, siamo più che mai vicini con la preghiera ai cristiani del Medio Oriente, che soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e, in molti casi, non possono vivere pienamente i Riti di questi giorni santi”: oggi, prima della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha ricordato che in Medio Oriente non saranno celebrati tradizionalmente i Riti della Settimana Santa, esprimendo vicinanza e preghiera per quanti soffrono.
Infatti a causa della guerra in Terra Santa i cattolici ancora oggi soffrono gravi conseguenze a causa della loro fede: “Proprio mentre la Chiesa contempla il mistero della Passione del Signore, non possiamo dimenticare quanti oggi partecipano in modo reale alla sua sofferenza. La loro prova interpella la coscienza di tutti. Eleviamo la nostra supplica al Principe della pace, affinché sostenga i popoli feriti dalla guerra e apra cammini concreti di riconciliazione e di pace”.
Inoltre la preghiera del papa non ha dimenticato le vittime della guerra, in particolare i marittimi ed i migranti: “Desidero anche affidare al Signore i marittimi che sono vittime della guerra: prego per i defunti, per i feriti e per i loro familiari. Terra, cielo e mare sono creati per la vita e per la pace! E preghiamo per tutti i migranti morti in mare, in particolare per quelli che hanno perso la vita nei giorni scorsi al largo dell’isola di Creta”.
Anche nell’omelia della domenica delle Palme, celebrata in piazza san Pietro, il papa ha messo in evidenza la mitezza di Gesù che si contrappone alla brutalità e ai soprusi degli uomini: “Guardiamo a Gesù, che si presenta come Re della pace, mentre attorno a Lui si sta preparando la guerra. Lui, che rimane fermo nella mitezza, mentre gli altri si agitano nella violenza.
Lui, che si offre come una carezza per l’umanità, mentre altri impugnano spade e bastoni. Lui, che è la luce del mondo, mentre le tenebre stanno per ricoprire la terra. Lui, che è venuto a portare la vita, mentre si compie il piano per condannarlo a morte”.
Gesù è il re della pace, perché compie alcune azioni concrete: “Come Re della pace, Gesù vuole riconciliare il mondo nell’abbraccio del Padre e abbattere ogni muro che ci separa da Dio e dal prossimo, perché ‘Egli è la nostra pace’. Come Re della pace, entra in Gerusalemme in groppa a un asino, non a un cavallo, realizzando l’antica profezia che invitava a esultare per l’arrivo del Messia”.
Gesù, re della pace, non ha risposto alla violenza in pari modo: “Come Re della pace, quando uno dei suoi discepoli estrae la spada per difenderlo e colpisce il servo del sommo sacerdote, Egli subito lo ferma dicendo: ‘Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno’.
Come Re della pace, mentre veniva caricato delle nostre sofferenze e trafitto per le nostre colpe, Egli ‘non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori’. Non si è armato, non si è difeso, non ha combattuto nessuna guerra.
Ha manifestato il volto mite di Dio, che sempre rifiuta la violenza, e invece di salvare sé stesso si è lasciato inchiodare alla croce, per abbracciare tutte le croci piantate in ogni tempo e luogo nella storia dell’umanità”.
Gesù è il re della pace: “Fratelli, sorelle, questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: ‘Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue’. Guardando a Lui, che è stato crocifisso per noi, vediamo i crocifissi dell’umanità”.
In Gesù crocifisso il papa ha invitato a saper vedere l’umanità sofferente: “Nelle sue piaghe vediamo le ferite di tante donne e uomini di oggi. Nel suo ultimo grido rivolto al Padre sentiamo il pianto di chi è abbattuto, di chi è senza speranza, di chi è malato, di chi è solo. E soprattutto sentiamo il gemito di dolore di tutti coloro che sono oppressi dalla violenza e di tutte le vittime della guerra”.
Ha concluso l’omelia con l’invito a mettere da parte le armi, perché come diceva mons. Tonino Bello, siamo fratelli: “Cristo, Re della pace, grida ancora dalla sua croce: Dio è amore! Abbiate pietà! Deponete le armi, ricordatevi che siete fratelli! Con le parole del Servo di Dio, il vescovo Tonino Bello, vorrei affidare questo grido a Maria Santissima, che sta sotto la croce del Figlio, e piange anche ai piedi dei crocifissi di oggi:
Santa Maria, donna del terzo giorno, donaci la certezza che, nonostante tutto, la morte non avrà più presa su di noi. Che le ingiustizie dei popoli hanno i giorni contati. Che i bagliori delle guerre si stanno riducendo a luci crepuscolari. Che le sofferenze dei poveri sono giunte agli ultimi rantoli… E che, finalmente, le lacrime di tutte le vittime delle violenze e del dolore saranno presto prosciugate, come la brina dal sole della primavera”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV vorrebbe andare in Africa nei luoghi di sant’Agostino
“Innanzitutto voglio dire grazie a tutti voi che avete lavorato tanto, vorrei che trasmetteste questo messaggio anche agli altri giornalisti sia in Türkiye che in Libano, che hanno lavorato per comunicare i messaggi importanti di questo viaggio. Anche voi meritate tutti un applauso forte per questo viaggio”: così papa Leone XIV ha salutato gli 81 giornalisti presenti sul volo di ritorno da Beirut a Roma, rispondendo alle loro domande.
Di ritorno dal primo viaggio apostolico in Turchia ed in Libano papa Leone XIV ha detto ai giornalisti il proprio desiderio di recarsi in Africa sulle orme di sant’Agostino: “In quanto ai viaggi sicuro non c’è niente, spero di realizzare un viaggio in Africa. Sarebbe possibilmente il prossimo viaggio. Personalmente spero di andare in Algeria per visitare i luoghi di sant’Agostino, ma anche per poter continuare il discorso di dialogo, di costruzione di ponti fra il mondo cristiano e il mondo musulmano.
Già nel passato, in un’altra veste, ho avuto l’opportunità di parlare su questo tema. E’ interessante, la figura sant’Agostino aiuta molto come ponte perché in Algeria è molto rispettato come figlio della patria. Quello è uno. Poi qualche altro Paese ma stiamo lavorando. Evidentemente mi piacerebbe tanto visitare l’America latina, Argentina e Uruguay che stanno aspettando la visita del Papa. Perù, penso che mi riceveranno, e se vado in Perù anche tanti Paesi vicini, ma il progetto ancora non è definito”.
Ed a questo punto anche un pensiero sul rapporto con il Venezuela: “Sul Venezuela a livello di Conferenza Episcopale e con il nunzio stiamo cercando il modo di calmare la situazione, cercando soprattutto il bene del popolo perché in queste situazioni quello che soffre è il popolo, non le autorità. Le voci che vengono dagli Stati Uniti cambiano e per questo bisogna vedere…
Da un lato, sembra che ci sia stata una conversazione telefonica tra i due presidenti; dall’altro, c’è questo pericolo, questa possibilità, che ci sia un’operazione, incluso invadere i territori del Venezuela. Io di nuovo credo che è meglio cercare un dialogo in questa pressione, inclusa una pressione economica, però cercando un’altra forma per cambiare se è quello che decidono di fare gli Stati Uniti”.
L’incontro con i giornalisti era iniziato con una domanda sulla possibilità di una pace in Medio Oriente: “Prima di tutto, sì, penso che una pace sostenibile è possibile. Penso che quando parliamo di speranza, quando parliamo di pace, quando guardiamo al futuro, lo facciamo perché è possibile che la pace ancora una volta giunga nella regione e giunga nel suo Paese, in Libano.
Infatti ho già avuto alcune conversazioni con alcuni dei leaders dei Paesi che lei ha menzionato e intendo continuare a farlo, personalmente o attraverso la Santa Sede, perché il fatto è che abbiamo relazioni diplomatiche con la maggioranza dei Paesi nella regione, e sarebbe la nostra speranza certamente continuare di elevare questa chiamata alla pace di cui ho parlato alla fine della Messa di oggi”.
Un’ulteriore domanda ha riguardato la tensione tra Nato e Russia: “Questo è un tema evidentemente importante per la pace nel mondo, però la Santa Sede non ha una partecipazione diretta perché non siamo membri della Nato e di tutti i dialoghi finora. Anche se tante volte abbiamo chiesto il cessate il fuoco, dialogo e non guerra. E una guerra con tanti aspetti adesso, anche con l’aumento delle armi, tutta la produzione che c’è, cyber attacchi, l’energia. Ora che arriva l’inverno c’è un problema serio lì”.
Ed ha spiegato il ‘ruolo’ dell’Eropa e dell’Italia: “E’ evidente che, da una parte, il presidente degli Stati Uniti pensa di poter promuovere un piano di pace che vorrebbe fare e che, almeno in un primo momento, è senza Europa. Però la presenza dell’Europa era importante e quella prima proposta è stata modificata anche per quello che l’Europa stava dicendo. Specificamente penso che il ruolo dell’Italia potrebbe essere molto importante”.
E’ stato un suggerimento agli Stati di cercare una mediazione: “Culturalmente e storicamente, la capacità che ha l’Italia di essere intermediaria in mezzo a un conflitto che esiste fra diverse parti. Anche Ucraina, Russia, Stati Uniti… In questo senso io potrei suggerire che la Santa Sede possa incoraggiare questo tipo di mediazione e si cerchi e cerchiamo insieme una soluzione che veramente potrebbe offrire pace, una giusta pace, in questo caso in Ucraina”.
Un’ulteriore domanda ha riguardato il dialogo con i mussulmani in modo da costruire ‘ponti’: “So che in Europa sono presenti tante paure; il più delle volte sono generate da persone che sono contro l’immigrazione e che provano a tenere fuori le persone che possono venire da un altro Paese, di un’altra religione, un’altra razza. Ed in questo senso vorrei dire che tutti noi abbiamo bisogno di lavorare insieme. Una delle cose positive di questo viaggio è di aver attirato l’attenzione del mondo sulla possibilità che il dialogo e l’amicizia tra musulmani e cristiani è possibile”.
Ed ha citato proprio la ‘lezione’, che proviene dal ‘Paese dei cedri’: “Penso che una delle grandi lezioni che il Libano può insegnare al mondo è precisamente mostrare una terra in cui l’islam e la cristianità sono entrambi presenti e rispettati e c’è la possibilità di vivere insieme ed essere amici.
Le storie, le testimonianze che abbiamo ascoltato in questi ultimi due giorni sono di persone che si aiutano l’un l’altra. Cristiani e musulmani, entrambi hanno avuto i loro villaggi distrutti, per esempio, e ci dicevano che possiamo stare insieme e lavorare insieme. Io penso che questa sia una lezione importante da ascoltare in Europa e in Nord America. Dovremmo forse avere un po’ meno paura e guardare ai modi di promuovere un dialogo autentico e il rispetto”.
Infine una domanda sul motto che ha guidato questo viaggio in Libano: “E penso che qui ci sia un messaggio molto importante da trasmettere a tutte le persone: l’unità, l’amicizia, le relazioni umane, la comunione sono estremamente importanti ed estremamente preziose. Se non altro per l’esempio che lei ha citato di qualcuno che ha vissuto la guerra o ha sofferto e sta soffrendo, cosa può significare per lui un abbraccio. Quella espressione molto umana, reale e sana di cura personale per guarire il cuore di qualcun altro…
Con questo messaggio, certamente, il mio motto è grazie a Cristo ‘in Illo’ è ‘in Cristo che è uno siamo tutti uno’. Ma non è solo per i cristiani. In realtà è un invito a tutti noi e agli altri a dire che più riusciamo a promuovere l’autentica unità e comprensione, il rispetto e le relazioni umane di amicizia e dialogo nel mondo, maggiore è la possibilità che metteremo da parte le armi della guerra, che lasceremo da parte la sfiducia, l’odio, l’animosità che così spesso si sono sviluppate e che troveremo il modo di unirci e di promuovere l’autentica pace e giustizia in tutto il mondo”.
Mentre nell’aereo che lo portava dalla Turchia al Libano il papa aveva spiegato ai giornalisti le ragioni del viaggio in Turchia: “Come sapete, la prima ragione per andare in Türkiye era il 1700.mo anniversario del Concilio di Nicea. Abbiamo avuto una celebrazione magnifica, molto semplice, ma anche profonda, nel sito di una delle antiche basiliche di Nicea per commemorare il grande evento dell’accordo di tutta la comunità cristiana e la professione di fede, il Credo niceno-costantinopolitano. Oltre a questo, ci sono stati diversi eventi che abbiamo celebrato…
Sono stato molto felice di vivere i differenti momenti con le diverse Chiese, con le diverse comunità cristiane, con le chiese ortodosse, culminate questa mattina con la Divina liturgia con il patriarca Bartolomeo che è stata una celebrazione meravigliosa. Spero che tutti voi abbiate vissuto la stessa esperienza”.
Ed infine ha annunciato un possibile evento a Gerusalemme: “Uno sarebbe nell’anno 2033, duemila anni della Redenzione, della Resurrezione di Gesù Cristo, che evidentemente è un evento che tutti i cristiani vogliamo celebrare. E’ stata accolta l’idea, l’invito ancora non lo abbiamo fatto, ma la possibilità è di celebrare per esempio a Gerusalemme nel 2033 questo grande evento della Resurrezione. Ci sono anni per prepararlo ancora. Però è stato un incontro molto bello, perché cristiani di diverse tradizioni sono state presenti e hanno potuto anche partecipare in questo tempo”.
(Foto: Vatican News)
Card. Zuppi: il cammino sinodale è rinnovamento in Cristo
“Senza alcuna presunzione e supponenza, anzi, umili ma forti di un cammino che ha coinvolto migliaia di persone e raccoglie il lavoro di tanti, oggi, a conclusione di questo tratto del Cammino sinodale, dopo quattro anni di strada insieme, finalmente ci sentiamo in diritto di ripetere quello che all’unisono i diversi componenti della Chiesa madre di Gerusalemme hanno detto duemila anni fa, mentre congedavano quel testo: ‘Questo è parso bene allo Spirito Santo e a noi’. Possiamo tornare anche noi a ripetere questa espressione perché il cammino di questi anni non è stato un mero sintonizzarsi di credenti (uomini e donne) dalle differenti opinioni. Le conclusioni non erano scritte prima di cominciare!”:
con queste parole iniziali il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi ha concluso la Terza assemblea sinodale, che ha approvato il documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, dal titolo ‘Lievito di pace e di speranza’, con 781 voti favorevoli e 28 contrari su 809 votanti; ora la Presidenza della CEI nominerà un gruppo di vescovi che, coadiuvato dagli Organi statutari, elaborerà, sulla base del Documento, priorità, delibere e note che saranno al centro dei lavori dell’Assemblea Generale del prossimo novembre.
Quindi ha ricordato il cammino percorso: “Solo la nostra fede nel Cristo Gesù, morto e risorto per noi e la missione per una messe che è abbondante, la spinta che nasce dalla commozione evangelica di Gesù per la folla stanca e sfinita, ci ha ispirato e orientato sin dai primi passi, nel 2021. Se dimentichiamo questo facilmente ci riduciamo alle polarizzazioni di sempre, a volte stupefacenti per la presunzione e la supponenza delle proprie convinzioni. Il dialogo non è stato complicare le cose semplici e l’ascolto non è stato omologarci al pensiero mondano, ma vivere quello che con tanta profondità ci ha indicato papa Leone”.
E’ stato un richiamo a vivere accanto al popolo: “Credibili e più credenti. Certo: se pensiamo che il dialogo sia cedevolezza o compromesso finiamo per essere come gli abitanti di Nazareth o come il fratello maggiore della parabola che non ha nessun interesse ad accogliere qualcuno che sente ormai come estraneo (dimenticando che è suo fratello) e che rimprovera il padre di poca responsabilità e verità. Ci siamo mossi, smettendo di ignorare i problemi e smettendo di credere possibile continuare a rimandare le scelte, seguendo solo il Signore Gesù che ci ha insegnato a non scappare e non avere paura, anzi, ad amare percorrendo le strade della sua terra, attraversando i luoghi in cui vivevano i suoi contemporanei, facendosi maestro itinerante e compagno di viaggio con i suoi discepoli”.
E’ stato un richiamo a ‘vivere’ il Concilio di Gerusalemme: “E’ proprio il cosiddetto Concilio di Gerusalemme (richiamato da padre Chialà nella sua meditazione introduttiva) l’immagine che corrisponde meglio al nostro Cammino sinodale. Allora i credenti in Cristo sono stati presto sfidati a incarnare in modo sapienziale la loro fede nel qui ed ora. Da una parte la fede nel Crocifisso Risorto e dall’altra la realtà, le domande che sorgono dalla vita. Hanno saputo tenerli insieme. E ora spetta a noi fare altrettanto. Ma come fare?”
Ed ecco l’aiuto dello Spirito Santo: “Insieme con lo Spirito abbiamo scoperto un altro soggetto del Cammino sinodale: è il ‘noi’ ecclesiale. La seconda fase, quella del discernimento, ci ha visti tutti coinvolti. Anche la Chiesa di Gerusalemme di cui parlano gli Atti ha scoperto e ha dato voce al suo interno a vari carismi e ruoli istituzionali: tutti sono stati liberi e capaci di intervenire secondo la propria sensibilità e competenza”.
Per questo il cammino sinodale ha richiamato alla responsabilità: “Il Cammino sinodale è stato come un grande cantiere di ‘corresponsabilità differenziata’, nel quale abbiamo investito sulla ricchezza dei carismi di ciascuno, assumendoci il compito faticoso ma necessario di armonizzarli nelle loro differenze e nella loro necessaria complementarità. Proprio questa parola (corresponsabilità) è tornata spesso nel cuore, nella mente e sulla bocca di tanti di noi: l’abbiamo considerata come una forma concreta di quella comunione, che è anzitutto trinitaria e poi sempre più cifra della Chiesa di oggi. E’ la comunione, essenza della Chiesa”.
Corresponsabilità come comunione: “Siamo soggetti ecclesiali diversi, con compiti diversi, non impegnati a difendere le posizioni singole e di parte, ma piuttosto impegnati a dialogare, a confrontarci, a cercare una sintesi che tenga conto delle sensibilità anche altrui, soprattutto in difesa dei più piccoli. Il Cammino sinodale è stato come un grande cantiere di ‘corresponsabilità differenziata’, nel quale abbiamo investito sulla ricchezza dei carismi di ciascuno, assumendoci il compito faticoso ma necessario di armonizzarli nelle loro differenze e nella loro necessaria complementarità. Proprio questa parola (corresponsabilità) è tornata spesso nel cuore, nella mente e sulla bocca di tanti di noi: l’abbiamo considerata come una forma concreta di quella comunione, che è anzitutto trinitaria e poi sempre più cifra della Chiesa di oggi. E’ la comunione, essenza della Chiesa”.
E’ stata questa la scelta della Chiesa di Gerusalemme, al termine di una lunga discussione, optando per la realtà: “La scelta finale della Chiesa di Gerusalemme è stata una scelta che ha distinto bene le priorità dalle cose accessorie, ciò su cui convergere subito tutti da ciò su cui consentire a ciascuno di esprimere la propria creatività. La profezia non è massimalista né minimalista: è evangelicamente realista. Sa, cioè, camminare nella storia, tenendo lo sguardo alto, allargando sempre gli orizzonti, tenendo le finestre aperte e le vele spiegate”.
Nello stesso modo la Chiesa italiana ha intrapreso questo cammino sinodale sulla strada della Chiesa di Gerusalemme, anche se non tutti accettano questo cammino di comunione: “E così abbiamo trasformato una sosta inattesa nel cammino in un’opportunità per ripartire insieme con nuovo slancio… Se il Cammino sinodale oggi è terminato, ci accompagnerà lo stile sinodale che ci spinge a realizzare nel tempo (consapevoli delle urgenze) quello che abbiamo intuito, discusso, messo per iscritto e infine votato. Questo cammino inedito, nella forma, rappresenta uno sviluppo dei convegni ecclesiali che hanno caratterizzato il cammino della Chiesa in Italia fin dal post Concilio. Sempre camminando insieme alla Chiesa universale, al suo Sinodo Generale, per vivere e trasmettere la fede nella tradizione e nella comunione”.
A San Miniato il Teatro del Cielo ‘pellegrino’ in Terra Santa
E’ nel dna del Teatro del Cielo quella ricerca complessa degli interrogativi che scuotono le coscienze. Succede così, dal 1947 ad oggi per mano della Fondazione Istituto del Dramma Popolare di San Miniato, oggi guidato da Marzio Gabbanini. E quest’anno, per la scena sacra di piazza Duomo, è l’ora di ‘Chi sei tu? La Sfida di Gerusalemme’, versione teatrale del diario del viaggio in Terra Santa di Éric-Emmanuel Schmitt.
Lo scrittore francese ha trascorso un mese tra Betlemme, Nazareth, la Galilea, Gerusalemme, scrivendo un vero e proprio itinerario tra i dubbi della ragione e le aperture della fede che quei luoghi suscitano. Ecco Betlemme, Nazareth e,soprattutto, Gerusalemme: la città della contraddizione, luogo che parla di coesistenza, ma anche di tensioni mai sopite. Con una riflessione non scontata, resa ancora più urgente dalla cronaca attuale, l’autore, e quindi lo spettacolo, indaga la città dei tre monoteismi, cercando tra le sue vie piene di storia e di suggestioni una parola credibile di pace.
Gli incontri e i luoghi, veri coprotagonisti della messa in scena, sono evocati con gli interventi musicali dal vivo, con le scene, con l’ensemble di interpreti. La drammaturgia asciuga il testo in un montaggio di stile cinematografico che crea ritmo con la giustapposizione di scene evocative e narrative.
‘Chi sei tu? La Sfida di Gerusalemme’ (in scena dal 20 al 24 luglio) è un’occasione per dirsi in pubblico la complessità e l’urgenza della provocazione che giunge dalle terre di Israele e Palestina, come ha spiegato il presidente Marzio Gabbanini: “Per il Dramma significa proseguire in quella che è una missione storica: in tempi così complessi, quali quelli attuali, in cui si assiste a un progressivo indebolimento delle coscienze sia sul piano individuale, sia globale, con l’abbattimento di innumerevoli barriere alle quali l’umanità sembra, però, incapace di non sostituirne e innalzarne altre;
il Dramma, la cui essenziale finalità è quella di interrogare e interrogarsi su questioni di fondo del nostro esistere, propone una riflessione sul valore e sulla forza della fede quale strumento di cambiamento soprattutto di fronte alle difficoltà, ai conflitti interiori e non, e particolarmente quale motivo di dialogo tra creature che, al di là di differenze di tipo etnico, culturale, linguistico, sono fatte della stessa materia e figlie di uno stesso Padre”.
Firma la regia dello spettacolo Otello Cenci. Nel cast spicca il nome dell’attore Ettore Bassi. Musiche eseguite dal vivo da Mirna Kassis, Matteo Damele, Filippo Dionigi, Tomas Milner. Con la partecipazione in video di Eric-Emmanuel Schmitt. Lo spettacolo è frutto della sinergia, nella produzione, fra Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli, Centro Teatrale Bresciano e Fondazione Istituto Dramma Popolare di San Miniato.
Tutti gli spettacoli della Festa del Teatro, come tradizione, hanno un unico comune denominatore che, quest’anno, mette sotto la lente la fede al centro di una dura prova in un mondo di dubbi e conflitti. Il direttore artistico, Masolino D’Amico, evidenzia la missione del Dramma Popolare: “Fra tradizione ed innovazione, questa la linea guida che ogni anno il Festival propone alternando sul palcoscenico autori registi e attori della nuova scena emergente a nomi di spicco della scena teatrale italiana. Il comune denominatore degli spettacoli del Festival 2024 (la fede messa alla prova: una forza di pace interiore,
individuale e collettiva, in un mondo di dubbi e conflitti) trova, negli spettacoli proposti, modalità attuali di essere affrontato dando particolare spazio e rilievo alla promozione di una drammaturgia sia di autori affermati che giovani drammaturghi, di cui valorizzare creatività, capacità multidisciplinari ed espressive, volontà di innovazione”.
Si comincia il 20 giugno con ‘Poveri noi – Storia di una famiglia nella tragedia della guerra’ di e con Silvia Frasson. Poi il 25 giugno ‘Figlio, non sei più giglio’ con Daniela Poggi e Mariella Nava. Quindi il 27 giugno con ‘l libro dei Numeri’ con Angela Torriani Evangelisti e Riccardo Massai. Si prosegue con ‘Giobbe, storia di un uomo semplice’, il primo luglio con Roberto Anglisani.
Avanti il 4 luglio con ‘In nome della Madre’ di Erri De Luca con Patrizia Punzo. L’8 luglio è la volta di ‘Celeste’, testo e regia Fabio Pisano. Infine ‘Topi’ l’11 luglio del collettivo Usine Baug. Tutti gli spettacoli collaterali del Festival si terranno alle 21,30 nel Giardino della Cisterna della Misericordia. La Festa del Teatro di San Miniato è sostenuta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato e Crédit Agricole Italia.
(Foto: Afif H. Amireh)
Betlemme a Pasqua, senza pellegrini e senza lavoro per molti
Più di 160 giorni di guerra in Terra Santa che per i cristiani ha un ‘valore’ molto importante, come ha scritto il presidente del prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, card. Claudio Gugerotti, nella lettera dell’appello per la Colletta dei cristiani in Terra Santa:
“Il pellegrinaggio a Gerusalemme ha una storia antica quanto il cristianesimo, e non solo per i Cattolici. Questo è reso ancora oggi possibile dall’opera generosa dei Francescani della Custodia di Terra Santa e dalle Chiese Orientali ivi presenti. Essi mantengono e animano i santuari, segni della memoria dei passi e delle azioni di Gesù, testimoni materiali di un Dio che assunse la materia per salvare noi, fango animato dal soffio dello Spirito. Per la loro dedizione in quei luoghi si continua a pregare incessantemente per il mondo intero”.
Per raccontare la verità di queste parole abbiamo incontrato a Tolentino Nizar Lama, guida turistica cattolica a Betlemme, su invito di don Rino Ramaccioni, supportato dalle organizzazioni di volontariato Sermit, Sermirr, Agesci ed Azione Cattolica Italiana, che ha raccontato ai giovani la vita in Terra Santa:
“Oggi sono qui mentre il mio Paese vive in stato di guerra, sono ben consapevole che la mia nazione soffre di difficoltà e grandi problemi dal 1948, ma questa volta è la più dura e la più triste, e la più sanguinosa. La mia Patria è la terra dei profeti e una terra sacra, che ha sofferto per lungo tempo di diversi problemi, politici, sociali ed economici”.
Citando il profeta Geremia, Nizar ha ribadito di non aver perso la speranza in Dio, nonostante le difficoltà: “Nonostante tutte le difficoltà, la nostra speranza in Dio rimane ferma e forte, e la speranza prevale su tutto. In questo periodo difficile, abbiamo perso molti amici, e la maggior parte delle persone ha perso il lavoro, sono momenti difficili e preziosi, dove abbiamo perso l’amore l’uno per l’altro. Abbiamo vissuto nella paura, paura per i nostri figli e paura per il nostro futuro. Ma questa paura ha rafforzato la nostra fede e ci ha avvicinati a Dio nella preghiera”.
Ha raccontato le difficili condizioni di vita in questi ultimi anni: “Non ci siamo ancora ripresi dal Covid-19, ed all’improvviso è scoppiata questa guerra, lasciando il mio Paese vuoto senza visitatori né pellegrini, con circa 3.000.000 di persone che visitano Betlemme alla fine di ogni anno, e 17.000.000 di persone in Israele in particolare”.
Difficoltà vissute soprattutto a Betlemme: “La città della Natività ha vissuto condizioni molto difficili… La mia città, Betlemme, soffre di un grande assedio; dal 2002 è stato costruito il muro di separazione che si estende per 74 km intorno a Betlemme, e 810 km intorno alla Cisgiordania, è davvero una grande prigione a cielo aperto. All’inizio della guerra, sono stati controllati l’acqua, l’elettricità, il gas, la benzina, le strade e i trasporti. Le scuole sono rimaste chiuse, e la maggior parte dei negozi chiusi, e nonostante ciò i prezzi dei prodotti e dei beni alimentari sono aumentati notevolmente, dove la maggior parte delle persone soffre molto per trovare il pane quotidiano. Un gran numero di negozi è chiuso a causa del conflitto e della tensione di sicurezza”.
E’ stata una denuncia contro gli estremisti: “Noi, nella Terra Santa, portiamo ogni giorno la croce di Cristo, per strada, nei nostri lavori… a causa dei movimenti estremisti. Non ci sono parole sufficienti… e non ci sono parole adeguate per descrivervi quanto siano difficili e complicate le condizioni. Il ricordo della guerra rimarrà impresso nei nostri cuori e nei cuori dei nostri bambini, che avranno disperatamente bisogno di cure psicologiche quando la guerra finirà”.
Infine ha ringraziato le organizzazioni di volontariato per il supporto economico ai cattolici di Terra Santa: “La mia presenza qui oggi con voi è per ringraziarvi. Voglio ringraziare ognuno di voi, perché vi interessate a noi e al nostro futuro; grazie per tutto il supporto che ci avete dato, morale e materiale; grazie per le vostre preghiere per noi, e vi chiedo di continuare a pregare affinché questa guerra finisca e la pace torni nella terra della pace. In qualità di rappresentante della voce cristiana a Betlemme, vi ringrazio per tutto il supporto ricevuto, ma abbiamo bisogno di sostenibilità per aiutare le famiglie colpite dalla guerra, che hanno perso il loro lavoro”.
Al termine dell’incontro ho potuto chiedere di raccontare come si vive in Terra Santa: “In Terra Santa si vive una situazione molto difficile, perché dal 7 ottobre le famiglie hanno perso il loro lavoro ed a Betlemme non riescono a trovare il pane quotidiano, in quanto la città è turistica, ospitando ogni anno 3.000.000 di turisti. Con la guerra non ci sono più turisti e quindi non c’è più lavoro”.
La Pasqua si avvicina: quale è il sentimento dei cattolici?
“Questa Pasqua è completamente diversa dagli anni precedenti, perché siamo costretti a stare a casa forzatamente dalla guerra. Non possiamo andare a Gerusalemme, che dista quindici minuti di autobus da Betlemme. A Gerusalemme nel santo Sepolcro c’è tutta la storia di Gesù. In questa Pasqua sarà molto difficile per noi raggiungere Gerusalemme”.
Cosa dicono i tuoi figli?
“Ho tre figli. La loro situazione è molto difficile, perché sono bloccati a casa dal 7 ottobre; non vanno a scuola ed io con mia moglie facciamo lezioni a casa. Non possono uscire neanche a giocare in un giardino, perché c’è pericolo di essere uccisi”.
Chi desidera sostenere i cristiani a Betlemme queste sono le coordinate del Ser.Mi.T.: Intesa Sanpaolo – IT09D036969200100000006377; Poste Italiane – IT66N0760113400000014616627.
(Tratto da Aci Stampa)
L’Ordine Equestre di Gerusalemme presenta la prossima Consulta
“Noi come cristiani siamo anche ponte tra realtà diverse perché le includiamo nelle nostre realtà. La nostra testimonianza non dà ragione a qualcuno. In questo momento, non si può pensare che Israele non abbia il diritto di vivere, di esistere e di stare. Lo stesso vale per il popolo palestinese. Sono due diritti e uno non è superiore all’altro.
Da Firenze una marcia per la pace in Medio Oriente
“Ancora una volta il mio pensiero va a quanto sta accadendo in Israele e in Palestina. Sono molto preoccupato, addolorato, prego e sono vicino a tutti coloro che soffrono, agli ostaggi, ai feriti, alle vittime e ai loro familiari. Penso alla grave situazione umanitaria a Gaza e mi addolora che anche l’ospedale anglicano e la parrocchia greco-ortodossa siano stati colpiti nei giorni scorsi.
Appello per la Colletta dei Cristiani in Terra Santa
“Proprio mentre l’umanità si stava lentamente risollevando dalle conseguenze della pandemia, abbiamo assistito poche settimane orsono agli sconvolgimenti provocati dal terribile terremoto. Esso è stato percepito anche a Gerusalemme, ma ha provocato danni e seminato un numero altissimo di morti in Siria e nel sud della Turchia, terre visitate dalla predicazione apostolica e luoghi in cui è fiorito il cristianesimo delle origini con insigni tradizioni monastiche ed eremitiche, o scuole teologiche che hanno contribuito allo sviluppo della comprensione del mistero di Cristo di cui noi tutti siamo debitori, anche se spesso non le conosciamo, a causa delle persecuzioni che le estinsero”: è questo il cuore dell’appello per la Colletta dei Cristiani in Terra Santa.
Da Praga il ritratto di una Chiesa viva
A Praga si è conclusa la tappa continentale del Sinodo e da questa esperienza di una Chiesa che sa confrontarsi e raccontarsi, come ha evidenziato Paolo Curtaz: “La sensazione, dopo qualche ora di sonno faticoso, è quella di una pentola in ebollizione, di tantissimi temi, di una realtà di Chiesa europea sorprendentemente variegata, in tensione fra riforme anche strutturali e radicali (ruolo delle donne, accoglienza LGBT+, clericalismo…) e timori di fughe in avanti che tradiscano la tradizione. Evidente la differente esperienza fra le antiche chiese d’occidente e quelle rinate orientali che, è bene ricordarlo, spesso sono minoranza”.




























