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Davide Rondoni racconta la letizia di san Francesco d’Assisi

‘La ferita, la letizia: faccia a faccia con San Francesco, poeta di Dio e del mondo’ è l’ultimo libro del poeta Davide Rondoni, presidente del Comitato per l’ottavo centenario della morte di san Francesco, che racconta l’uomo dietro al santo, ‘un uomo capovolto, ben più di un rivoltoso’, mai incline ai compromessi, umile e tormentato eppure ricolmo di una letizia e una fede incrollabili che lo hanno condotto al cospetto di un papa e persino di un sultano. Poeta visionario, la cui esperienza mistica è stata celebrata da molti intellettuali (da Dante Alighieri, che ne ricorda le vicende nella Divina Commedia, a Gregory Corso, una ‘di quelle teste folgorate’ della Beat Generation), ed anche sceneggiatore teatrale, con l’allestimento del primo presepe a Greccio.

Con la delicatezza e la soavità di una poesia, Davide Rondoni consegna un ritratto inedito del santo d’Assisi, immaginando una conversazione a cuore aperto con il santo in cui affronta argomenti attuali come la differenza tra amore e possesso, l’importanza di un ambientalismo che vada oltre il superficiale e la necessità della pace come dono cristiano, in un mondo che oggi è incendiato dalla guerra.

Lo abbiamo incontrato a Macerata in occasione della sesta edizione del Social Festival sul tema ‘Creature nell’era digitale’: “La nostra è l’epoca delle passioni tristi. E qualcuno vorrebbe che anche vivere non sembrasse un problema. Solo che l’essere umano è sempre questo problema. Il problema del senso della vita. Non è né un carciofo né un algoritmo, e almeno quando la vita morde se lo ricorda…

C’è una parte del mondo dove le élite culturali e a volte politiche vorrebbero che il senso della vita e il destino non interessassero più molto… Ma sei nato qui, Francesco. E dal cuore ferito di Italia continui a fare la grande domanda. Tu, il piccolino. Un fiore di letizia, di respiro non avvelenato, è possibile?”

Il poeta ha accettato la nostra ‘provocazione’: è possibile una vita lieta?
“Per Francesco ogni creatura è segno di Chi l’ha creata. Da questa concezione del mondo come segno nasce la povertà. Nulla è mio, tutto rimanda al Creatore. La povertà non è miseria, ma trattare la realtà come segno, come dono. Una coscienza che fa fuori ogni moralismo e restituisce alla povertà la sua profonda natura: quella di essere una coscienza del vivere, di sé stessi e quindi del rapporto con tutta la realtà. Una concezione che decide ogni giorno la postura del nostro stare al mondo: non il disprezzo cataro del mondo per amare Dio, ma l’amore per Dio e per il mondo insieme, perché le creature sono segno di Dio”.

Ma cosa è la letizia?
“La letizia non è una gioia minore. Non è una felicità a più bassa intensità. E’ anima d’acciaio, fuoco. La letizia non è della stessa famiglia delle gioie passeggere. Non è una sorella minore. Ha un altro tessuto. E non c’è letizia senza povertà”.

Ma cosa qualifica essere creatura?
“La nostra cultura ha ridotto la nascita a trauma e basta. Esser creatura significa sapere che la nascita, esser qui, è una benedizione, non (solo) un trauma da indagare. Tutti oggi desiderano una vita più ‘naturale’. Ma la naturalezza vera non è un insieme di pratiche green, più o meno paradossali, bensì si tratta di stare attaccati alle evidenze della nascita (nascor, natus, natura, secondo l’etimo latino). E la prima evidenza sta nel fatto che non ci siamo fatti da soli. E quindi o sei una creatura voluta dall’Altissimo Onnipotente Buono, oppure sei uno schizzo di vita nell’universo che si riempie d’ansia d’andar bene. Mi pare il minimo”.

Però per san Francesco d’Assisi chi è la creatura?
“La creatura era tutto ciò che era nato. Oggi la chiamiamo natura, che deriva invece da natus, cioè nascita. Creatura è tutto ciò che esiste, perché esiste grazie a san Francesco. La paternità di Dio, perché le creature sono nate da una cosa buona, che è ‘Altissimo ed Onnipotente’ e tutta la creatura di san Francesco è buona perché è generata dal Redentore”.

Il tema centrale del cantico francescano potrebbe essere la comunicazione: in quale modo riusciva a comunicare?
“L’ultimo problema che i giovani hanno è quello con i social network. Questo è un problema che stiamo facendo noi adulti, perché non sappiamo più cosa dire ai ragazzi e quindi pensiamo che il problema siano i social network. Invece il problema siamo noi adulti. San Francesco è stato un adulto che ha comunicato ai giovani cose importanti. Non si lamentava del fatto che i ragazzi usassero i mezzi di comunicazione dell’epoca; proponeva loro una cosa bella. Oggi gli adulti devono proporre ai giovani cose belle e non lamentarsi dei social”.

In questo coincideva il rapporto di san Francesco con le creature?
“San Francesco era appassionato dell’Altissimo ed Onnipotente per il fatto che Dio si è chinato su noi sue creature: da questo è stato commosso”.

‘M’insegui da sempre, grondante di secoli e immagini, sfuggendo a ogni definizione. E da tutti i nomi che posso darti (pazzo, giullare, santo, poeta, visionario…) mi guardi. Li rompi tutti, quei nomi, e ripeti la domanda. Vuoi la letizia? O ti accontenti di una vita tra gioie passeggere e dolori nebbiosi?’ Per quale motivo la ferita è perfetta letizia?
“La vita è un po’ una ferita, perché tutti siamo feriti dalla vita. Però la ferita della vita può convivere con la letizia. San Francesco diceva che puoi sperimentare sempre la letizia, anche quando le circostanze sono avverse. Tutti possono sperimentarla, perché la parola letizia deriva dalla parola letame: la terra è lieta quando è concimata. Quindi se tu concimi il cielo puoi sempre sperimentare la letizia, perché non dipende dalle circostanze. Il letame concima la tua vita e produce fertilità”.

Quindi i ragazzi devono passare attraverso una ferita?
“Non è che i ragazzi devono: la vita è sempre un po’ una ferita. I ragazzi devono sperimentare la ferita, perché vedono adulti lieti, che sanno stare nella vita, che ha anche alcune ferite, ma li vedono lieti. Allora i ragazzi si interessano a questa vita”.

Oggi in quale modo san Francesco si sarebbe rapportato con la tecnologia social?
“Non serve immaginare san Francesco! Lui diceva che Dio gli aveva dato una parte, che ha portato a compimento. Adesso tocca a noi fare la nostra parte. Non serve ora immaginare cosa avrebbe fatto lui, ma cercare di essere pieni della sua esperienza nel tempo di oggi”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Francesco invita a curare le ferite

Oggi la Chiesa italiana celebra la terza Giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi ed i partecipanti al primo incontro dei referenti territoriali del Servizio messo in campo dalla Cei per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili sono stati ricevuti in udienza da papa Francesco riceve in udienza. Mentre ieri sono state illustrate le buone pratiche che la Chiesa italiana ha messo in campo per contrastare il triste fenomeno degli abusi, come ha ricordato l’arcivescovo di Ravenna-Cervia, mons. Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio per la Tutela dei minori della Cei:

Mariapia Veladiano racconta ‘quel che ci tiene vivi’

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Papa Francesco: la Croce è un albero che germoglia

“In questa Santa Settimana della passione di Cristo, commemorando la sua morte ingiusta, ricordo in modo particolare tutte le vittime dei crimini di guerra e, mentre invito a pregare per loro, eleviamo una supplica a Dio affinché i cuori di tutti si convertano. E guardando Maria, la Madonna, davanti alla Croce il mio pensiero va alle mamme: alle mamme dei soldati ucraini e russi che sono caduti nella guerra. Sono mamme di figli morti. Preghiamo per queste mamme”:

Papa Francesco invita a fare rete per la cura del prossimo

In occasione della Giornata mondiale del Malato, che si celebra oggi, nei giorni scorsi papa Francesco ha ricevuto in udienza una delegazione di esponenti dell’Area Medica dell’Ufficio di Pastorale Sanitaria della diocesi di Roma, richiamando la figura evangelica del ‘buon samaritano’, al centro del suo messaggio, che invita ad avere cura:

Padre Ambrosoli, il beato che guariva le ferite di corpo e anima

Il medico p. Giuseppe Ambrosoli, missionario in Uganda dal 1956 per 31 anni, è stati beatificato nella solennità di Cristo Re, a Kalongo, vicino Gulu, nella terra dove è morto il 27 marzo 1987, lasciando un ospedale che ha voluto come polo di cura sanitaria e come centro di accoglienza. Era nato a Ronago, in provincia di Como. A celebrare la beatificazione a Kalongo è stato il nunzio apostolico in Uganda mons. Luigi Bianco: “Questa sua risposta alla chiamata missionaria ha portato frutti importanti in termini di affratellamento di popoli”.

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