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Auser di Corte Palasio: meglio svegliarsi all’alba e aiutare qualcuno piuttosto che girarsi dall’altra parte

Vorrei raccontarvi un’esperienza di vita sia dal punto di vista del volontario che da quello dell’ assistito (tra cui ci sono proprio io). Ho sentito molte altre persone essere felici del servizio che Auser di Corte Palasio offre a tutte le persone bisognose. Gli utenti sono variegati: disabili, anziani, persone terminali, anziani con gambe rotte o paralizzate che hanno bisogno di essere portate da qui fino a Milano. A volte, gli orari in cui i pazienti si devono presentare in ospedale, sono un po’ complessi, ma l’Auser di Corte Palasio non se ne cura: meglio alzarsi all’alba e aiutare una persona, piuttosto che girarsi dall’altra parte.

Questo potrebbe essere davvero il suo motto. Il volontario Auser può essere una persona anziana che mette a frutto tempo e competenze umane o un ragazzo, un giovane che capisce l’importanza di fare un servizio per le persone in difficoltà.  L’associazione accoglie tutti anche a livello di volontari. Spesso si tratta di soggetti che provano piacere nel  a regalare qualche ora del proprio tempo agli altri. In ogni caso, il volontario Auser, è una persona con il cuore grande che chiede come stai tu , il tuo parente, il tuo animale domestico e persino la mano che si è ferita in un incidente domestico.

Il volontario Auser ricorda tutti i suoi assistiti, i primi e gli ultimi, perché, spesso, da una buona esperienza se ne  ricava un’altra e, intere famiglie, si rivolgono allo stesso posto per ricevere quell’aiuto che altrove non otterrebbero. Il rispetto, l’affetto e l’umanità sono doti e talenti ancora riscontrabili in queste persone ed è per tale motivo  che vorrei raccontarvi chi sono. Il servizio di Corte Palasio è grandemente diverso da quello degli altri Auser proprio per queste caratteristiche sopracitate.

Non tutti sono disposti a fare grandi sacrifici e ad usare persino la propria macchina personale, in attesa della terza dell’associazione, per accompagnare le persone in lunghi viaggi restando anche, in alcuni casi, ad attenderle per sette ore fuori dall’ospedale. Non è da tutto mantenere la promessa fatta a un terminale: “Se dovessi mancare, aiuti la mia famiglia”.

“Si, non si preoccupi, ci penso io”.  Si potrebbe dire, dunque, Auser di corte palasio: fatti, non parole. L’Auser di Corte Palasio dispone di 15 volontari e tre macchine dell’associazione. Non solo, come diceva il titolo di un famoso film, L’amore non va in vacanza,  anche la malattia è una tipa che non guarda le ferie.  L’Auser di Corte Palasio fa altrettanto : c’è sempre un volontario disponibile anche in estate.

Questa associazione permette di avere vari sconti, ad esempio, presso la Maugeri per la fisioterapia  e Lodi Salute per alcune visite. Sconto anche presso lo studio dentistico del dott. Marchesi. Auser di Corte Palasio chiede il tesseramento, utile per gli sconti della cui sopra, ma è scollegato da bollettini comunali ecc. Sono gli assistiti che, in base alle proprie possibilità e al valore del servizio, a donare una cifra a loro discrezione. L’attività è longeva: nel 2009, mentre io ero in seconda superiore, Auser di corte palasio  iniziava il proprio cammino.

Si spera che i comuni e chi di dovere aiutino di più , anche con posteggi speciali, associazioni come questa che pensano davvero al benessere del cittadino. Se sai dove andare, ma non sai con chi farlo, scegli Auser di Corte Palasio. Non importa la tua età e dove tu debba andare, sarà sempre con te, anche quando necessiti di ausili speciali in macchina, un modo lo trova sempre.

Le signore Marina, Nives e Maria Teresa (il mio secondo nome), ringraziano l’Auser per il suo servizio.Brescia, Milano, Castelvetro Piacentino e tanti altri posti sono stati raggiunti da costroro grazie ad Auser di Corte Palasio.

Prendendo spunto da una frase di una vecchia pubblicità, potrei dire che il mio Auser è differente. Questa sì che è inclusività e servizio al malato fatto con il cuore e non per il profitto.  Finalmente un posto adatto a me che, per tutti questi anni, ho sempre cercato di fare capire che prima viene la persona e poi il soldo.

Per tutte le informazioni, potete rivolgervi ai volontari scrivendo ad ausercortep@libero.it

Abitare e custodire la terra, la riflessione delle religioni a Camaldoli

‘Una terra da abitare e custodire’: questo il titolo della 60ª Sessione di formazione promossa dal Segretariato attività ecumeniche (Sae Aps), a Camaldoli fino a sabato 3 agosto, che trae spunto dal versetto biblico di Genesi, ‘Il Signore Dio prese l’essere umano e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse’, esprimendo il senso di una riflessione sulla cura di quella casa comune che è il mondo creato, in un tempo di crisi socio-ambientale, come ha sottolineato la presidente del  Sae, dott.ssa Erica Sfredda.

“Un tema fondamentale in questo momento storico. Lo affronteremo da due punti di vista: il primo, naturalmente, è quello biblico, cioè noi riteniamo che la fede nell’atto creativo di Dio segna e radica le grandi religioni monoteiste in un terreno che non può prescindere dal rispetto della terra, che ci è stata data perché fosse custodita e coltivata e non sfruttata e depredata. Il secondo punto di partenza è che tutto è connesso, perché ogni azione produce anche effetti sull’ambiente”.

Si tratterà di leggere i segni di questo tempo così problematico, di interpretarli alla luce dell’elaborazione delle diverse Chiese e tradizioni religiose, di indicare buone pratiche per farvi fronte. L’evento si articola in momenti di riflessione, incontro, preghiera e convivialità, secondo lo stile che da sessant’anni caratterizza le sessioni Sae e che anche quest’anno metterà a confronto cristiani delle diverse confessioni, ma anche esponenti di diverse religioni.

Tra coloro che animeranno la sessione, voci ortodosse come Simona Paula Dobrescu, Athenagoras Fasiolo, Vladimir Laiba, Sergio Mainoldi, Gheorge Verzea e Vladimir Zelinsky; evangeliche come Alessandro Andreotti, Cristina Arcidiacono, Claudio Garrone, Hanz Gutierrez, Manuela Lops, Maria Paola Rimoldi, Dorothee Mack, Davide Romano, Erica Sfredda, Debora Spini, Letizia Tomassone, Fabio Traversari, Gesine Traversari; cattoliche come Andrea Bigalli, Bruno Bignami, Marco Campedelli, Claudio Ubaldo Cortoni, Matteo Ferrari, Enrico Giovannini, Augusto Loni, Gloria Mari, Marco Marchetti, Elena Massimi, Simone Morandini, Domenico Pompili, Brunetto Salvarani, Giuliano Savina, Piero Stefani. La dimensione interreligiosa prenderà corpo negli interventi della buddhista Elena Seishin Viviani, dell’induista Jaya Murthy, di ebrei come Sandro Ventura e Sarah Kaminski, e del musulmano Adnane Mokrani.

Alla  presidente, dott.ssa Erica Sfredda, ed al prof. Simone Morandini, membro del comitato esecutivo del Segretariato Attività Ecumeniche e rappresentante dell’ATISM (Associazione Teologica Italiana per lo Studio della Morale) nel CATI (Coordinamento Associazioni Teologiche Italiane), abbiamo chiesto di spiegarci la scelta di questo tema: “Da 60 anni il SAE organizza ogni anno una sessione di formazione ecumenica, focalizzando la propria attenzione sia su temi di dialogo interconfessionale, sia su quelle questioni nelle quali è in gioco la vita della famiglia umana. In un tempo di crisi socio-ambientale devastante, guardare ad “una terra da coltivare e custodire” è stata una scelta naturale, a maggior ragione per i lunghi decenni di azione convergente in quest’ambito da parte delle diverse chiese cristiane. è, infatti, dagli anni ‘70 che il Consiglio Ecumenico delle Chiese ha iniziato ad occuparsi della crisi ambientale, offrendo un contributo determinante all’elaborazione dell’idea di sostenibilità; è dal 1991 che il Patriarca Bartolomeo invia ogni anno una lettera enciclica alle chiese in occasione della giornata del creato del 1 settembre; è già in testi di papa Paolo VI che la chiesa cattolica ha iniziato a segnalare la devastante prospettiva della crisi ecologica”.

Quale è il ‘compito’ delle Chiese per la custodia del creato?

“La cura della casa comune è fatta di scelte tecniche, economiche e politiche, ma a monte di esse ci sono opzioni etiche e culturali ed è a questo livello che operano le chiese. Tra gli ambiti in cui si esprimerà tale agire il richiamo al valore prezioso della Terra donataci, l’appello all’urgenza di un agire mirante a salvaguardarne la vivibilità per le generazioni future, la confessione del mondo come dono del Creatore – e come tale prezioso, meritevole di custodia”.

Quindi perchè tutto è connesso?

Ce lo insegna la riflessione scientifica contemporanea – non solo quella ecologica: l’universo è una matrice di collegamenti vitali, tra realtà anche distanti. Anche l’umanità ne è parte e ne dipende per la sua stessa esistenza, ma al contempo la influenza profondamente, con le proprie scelte e con la forma di vita che si da. La Bibbia poi ci presenta il creato stesso come comunità di viventi, che reciprocamente si servono, donandosi vita: è l’intuizione sottesa anche al Cantico di Frate Sole di Francesco d’Assisi, di cui nel 2025 celebreremo gli 800 anni dalla composizione ed al quale è ispirata anche l’Enciclica Laudato Si”.

‘Spera ed agisci con il creato’ è il messaggio del papa per la giornata di preghiera per la cura del creato. In quale modo le Chiese possono camminare insieme?

“Da alcuni anni il tema della giornata del creato è indicato da una commissione ecumenica, di cui ovviamente anche la chiesa cattolica è parte, ed il titolo del Messaggio di papa Francesco ne rispecchia la scelta per il 2024. Vi si fa riferimento al grande testo paolino di Romani 8, 19-23, al gemito della creazione in attesa della liberazione, allo Spirito che muove a novità. La coltivazione della speranza (una speranza attiva, sintonica col creato e non orientata al dominio ed allo sfruttamento) è una componente qualificante dell’agire comune delle Chiese”. 

Perchè la salvaguardia del creato è una questione teologica?

“In realtà la salvaguardia del creato è oggi questione urgente ed eminentemente pratica: dinanzi ad un riscaldamento globale che procede a passi accelerati, dinanzi ad una biodiversità al collasso, dinanzi alla progressiva devastazione di interi ecosistemi urgono scelte di cambiamento profondo, sia negli stili di vita personali che nelle forme dell’economia e della vita sociale. Dinanzi alla lentezza con cui stati ed istituzioni fanno fronte a tale sfida si pone, d’altra parte, l’esigenza di rafforzare le motivazioni etiche e politiche per tali passaggi.

Per le chiese questo significa anche ripensare la propria teologia della creazione (in forme lontane da ogni fondamentalismo), sottolineando la bontà fondamentale del creato, la sua destinazione alla vita, il compito degli umani di coltivarlo e custodirlo. Significa anche prendere le distanze da un’ideologia del ‘dominio della terra’, caratteristica della modernità, che ha talvolta trovato appoggio in una lettura inadeguata dei testi biblici.

Non è casuale che in questi decenni molti teologi e molte teologhe abbiano elaborato forme di ecoteologia: da J. Moltmann a L. Boff, da J. Zizioulas a D. Edwards. Neppure è casuale che le stesse chiese abbiano assunto posizioni sempre più incisive in quest’ambito, quasi a disegnare un ‘magistero verde’ ampiamente condiviso”.

(Tratto da Aci Stampa)

Un’intera famiglia santa? La storia degli Ulma

Siamo nella Polonia della Seconda Guerra Mondiale, i nazisti stanno cercando gli ebrei in ogni angolo per sterminarli, in nome di un’ideologia folle, quella di Hitler, che predica la “pulizia razziale”. Mentre i gendarmi tedeschi seminano morte, tra molte persone semplici sopravvive, anzi, fiorisce ancora di più, la solidarietà. Una delle famiglie che rischierà e perderà la vita per salvare degli amici e vicini di casa ebrei, sarà la famiglia Ulma.

I coniugi Ulma, Joseph e Viktoria, avevano fatto del Vangelo il loro programma di vita e lo incarnavano in tutto ciò che facevano: nella cura della casa, nella crescita dei figli (sei, con il settimo in arrivo), nei rapporti con gli altri, nella solidarietà con chi aveva bisogno, nella fiducia verso la Provvidenza. E’ quando si vive da santi, che si può anche morire da santi.

Nel loro caso, la morte – tutta la famiglia è stata uccisa a colpi di fucile – è stata conseguenza di una scelta altruistica e coraggiosa: ospitare otto ebrei, cui sarebbe capitata in sorte, altrimenti, una morte sicura. Potrebbe sembrare una storia senza lieto fine, umanamente parlando, infatti, non c’è. Anche guardando agli Ulma, però, Gesù ci chiede di avere fiducia nella potenza della Resurrezione. Se si muore in Cristo, quella morte non è eterna: diviene solo un passaggio.

Nel dicembre del 2022 Papa Francesco ha proclamato beata tutta la famiglia, dal primo all’ultimo membro, compreso il piccolo non ancora nato. Questa famiglia, uccisa da un odio insensato, demoniaco, ci viene presentata dalla Chiesa viva, oggi, per sempre. Ci viene offerta e donata come esempio di carità e misericordia.

La Casa Editrice Mimep Docete mi propose, l’anno scorso, di scrivere un libro su di loro. Decisi di accettare (ed infatti il libro è uscito da poco) non solo per parlare del gesto eroico (accettare la morte per aiutare persone in difficoltà). Mi colpì, anzitutto, che quella famiglia era una piccola chiesa domestica.

Mi colpì il modo in cui la preghiera scandiva le loro giornate. Mi colpirono questa mamma, questo papà, capaci di stare in ginocchio davanti a Dio e di insegnarlo ai loro figli. Mi colpì la gratuità con cui Joseph aiutava i suoi vicini di casa, mettendo le sue doti al servizio degli altri senza chiedere nulla in cambio, sebbene vivessero in condizioni modeste. Mi colpì la generosità di Viktoria, la sua limpidezza, la capacità di aprire le porte di casa.

E questi esempi sono validi anche per noi oggi. Perciò, ho pensato di impostare il libro non solo come una biografia, bensì come un percorso a tappe, che offrisse spunti alle famiglie di oggi. Ogni capitolo ha lo scopo di far pensare il lettore su una qualità della famiglia cristiana: dalla fiducia in Dio, all’accoglienza degli altri; dalla cura dei figli, alla serietà nel lavoro.

Ecco cosa trovate in ‘Un angolo di Cielo in famiglia: i coniugi Ulma, modello di carità’ (Mimep Docete, 2024): un piccolo ‘manuale di manutenzione’ della famiglia cristiana, a partire non da mera teoria, ma dall’esempio di una famiglia reale, viva in Cielo, che ha posto le sue radici in Cristo.

Mons. Lorefice: santa Rosalia invita a compiere scelte coraggiose

“Le sono grato per l’invito a partecipare alla celebrazione dell’Eucaristia, presieduta dal Cardinale Parolin, in occasione del quarto Centenario del ritrovamento delle reliquie di Santa Rosalia… Come Sua Santità Francesco ha ricordato, Santa Rosalia è donna di speranza, che ha operato una scelta controcorrente. Una scelta, vorrei aggiungere, quasi di scandalo per i criteri della società in cui Santa Rosalia viveva e ancor più per quelli della società di oggi. Speranza e scelte coraggiose, fuori dalle convenienze: sono gli elementi di cui avvertiamo, con sempre maggiore urgenza, grande bisogno, nella speranza che le celebrazioni del Festino inducano a praticarle”: in occasione del Festino di santa Rosalia il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha scritto all’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, in occasione del Giubileo Rosaliano.

Ed oggi l’arcivescovo di Palermo ha celebrato una messa per la Casa comunale, invitando le Istituzioni a far ‘fiorire’ la città: “Rosalia è fiorita e fiorisce, qui a Palermo, come un giglio profumato e come una rosa fulgida, perché è stata pervasa dall’amore di Dio. Dio trasfigura la vita di noi umani, di noi creature! Rosalia siamo noi! A maggior ragione se siamo stati rigenerati dalle acque battesimali, se portiamo nel nostro DNA umano il DNA divino di Cristo Gesù”.

Ed ha ripetuto il messaggio di papa Francesco, fatto alcuni giorni fa, con l’invito ad aprirsi alla speranza: “Siamo di fronte ad una scelta epocale. Il Giubileo di Rosalia ce la mette davanti. I giorni che verranno potranno essere giorni di grazia, in cui fasciare le piaghe dei cuori spezzati, proclamare la libertà degli schiavi, consolare tutti gli afflitti annunziare la gioia dell’alba di un mondo nuovo. Per farlo però dobbiamo avere il coraggio di abitare nella notte e di stare accanto alla sentinella di Isaia, chiedendole incessantemente, tutti insieme: ‘Sentinella, quanto resta della notte?’ Rosalia è la sentinella della nostra Palermo”.

E’ un invito a prestare attenzione alle domande di chi ha bisogno: “Dobbiamo ripetere all’infinito la nostra domanda e quella che sale dalla Città, affiancando i disperati, i senza luce, tutti coloro che in carcere o sulle nostre strade sempre più insicure e accidentate gridano senza voce il loro desiderio di vita, di riscatto e di liberazione; gli scoraggiati e gli abbandonati nelle nostre case, negli ospedali e nelle case di riposo per anziani; ascoltando il lamento che sale dai vicoli e dalle piazze del centro storico segnati da violenza, furti e aggressioni, dallo spaccio a viso aperto delle nuove devastanti droghe che travolgono i nostri giovani”.

A queste domande si deve dare voce, nel ricordo della strage in cui persero la vita Borsellino e gli agenti della scorta: “Dobbiamo levare noi la nostra voce, per tutti i dimenticati, per quelli che restano all’ombra del dolore: nella nostra Palermo bella, tormentata e tormentosa. Nella nostra Palermo che si appresta a fare memoria di un suo illustre cittadino, il giudice Paolo Borsellino e degli uomini e donne della sua scorta barbaramente uccisi dalla mafia, strage che attende ancora (non senza connivenze, silenzi e depistaggi) verità e giustizia”.

Perciò la testimonianza di vita di Paolo Borsellino non deve essere persa: “Rosalia ci annuncia oggi che la parola in cui è racchiusa la speranza non è l’odio ma l’amore, l’unica vera forza trasformante la convivenza umana.  I tanti martiri della giustizia e della fede della nostra città ce lo confermano. Il 20 giugno 1992 Paolo Borsellino, facendo memoria del suo fraterno amico Giovanni trucidato insieme alla scorta a Capaci disse: ‘Perché non si è turbato; perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore!’ Chi ama Dio ama la città. Spera per e con la Città”.

E’ n invito agli amministratori locali di ‘servire’ la città per amore: “Questi hanno contribuito alla liberazione e alla trasfigurazione di Palermo amandola perdutamente: ‘amore urbis meae’. Amministratori di questa nostra Città il Giubileo Rosaliano vi chiede, vi ordina di amare questa Città! Chiede e ordina a tutti noi di amarla, con tutto il nostro essere, il nostro cuore, le nostre forze. Dimentichi di noi stessi, senza la ben minima ombra di un interesse personale o di parte. Disinteressatamente. Solo per amore”.

Infine leggendo il messaggio inviatogli al presidente Mattarella l’arcivescovo ha invitato i cittadini a compiere scelte ‘coraggiose’: “Rosalia ha vegliato e veglia su questa Città, ma veglierà anche su come saremo autenticamente capaci di praticare ‘scelte coraggiose, fuori dalle convenienze’ per dare gambe alla speranza di quanti la abitano come Casa Comune.  Perseveriamo nell’amore, perché Palermo ha bisogno di chi la ami con i fatti e non solo a parole. Santa Rosalia, prega e veglia su questa tua Città”.

Mentre ieri l’arcivescovo di Palermo ha aperto le porte del palazzo arcivescovile per dialogare con i rappresentanti di tutti i popoli e religioni presenti in città: “Ci ritroviamo stamattina per innalzare il vessillo della diversità come benedizione, come preziosa risorsa. Per dire che la convivenza è possibile, che l’inimicizia non è scritta nel DNA della storia, che la guerra non è il destino del mondo. Lo diciamo sommessamente nella preghiera che ci unisce in quanto anelito, in quanto sospiro dell’umano levato verso l’altro, verso l’oltre, in tutte le lingue e in tutti i modi possibili.

Ma lo gridiamo anche, in questa ‘casa delle genti’, così come nella piazza di Palermo (simbolo di ogni piazza del mondo), perché non possiamo rassegnarci a una Terra violentata dalla perversa logica economica della massimizzazione del profitto, divisa e ferita dall’ingiustizia e dal sopruso, in cui i poveri, i piccoli vengono calpestati, annientati, trattati da escrementi della storia da parte di chi non sa che il loro esserci è il fango, l’adamà della vita”.

Ed ha narrato la storia di come fu ritrovato il corpo di santa Rosalia grazie ad una donna, Girolama La Gattuta: “Girolama trova il corpo di una donna che sarà la salvezza di Palermo dalla peste. E’ molto bello che stamattina ci ritroviamo per ricordare assieme questa scena così emozionante, 400 anni dopo. E’ Girolama, è una donna a essere scelta per riportare a Palermo il corpo di Rosalia. E’ un dato su cui riflettere. In una società come quella del XVII secolo, in un contesto storico in cui nulla era concesso alle donne del popolo, Rosalia ha scelto una donna come Girolama, in qualità di ‘apostola’ della sua memoria e della sua carne, così come Gesù di Nazareth scelse in quel mattino di Pasqua di farsi incontrare e annunciare dai soggetti meno credibili e considerati nella tradizione culturale del suo tempo: un manipolo di povere donne intrepide e amanti”.

E spesso le donne sono portatrici di ‘belle’ notizie: “Si parla tanto oggi della questione femminile, del divario di genere, della violenza sulle donne, piaghe di un mondo che fatica a riconoscere i nuovi soggetti, a fare spazio a chi non ne ha o non ne ha mai avuto. In questo contesto, il rinvenimento di Girolama ha il valore di una profezia. Il cammino di manifestazione della potenza e della bellezza del femminile è iniziato, nel racconto del Vangelo di cui oggi io sono testimone in mezzo a voi, [è iniziato] il mattino di Pasqua, si è rinnovato ogni volta che una donna ha offerto la propria testimonianza viva dell’euanghelion fino alla morte, ha attraversato popoli e culture. È stato il cammino di Sarah e di Rachele, di Ester e di Ruth, di Maria di Nazareth e di Maria di Magdala, di Mahapajapati Gotami e di Fatima al-Fihri, di Caterina da Siena e di Ildegarda di Bingen, di Rosalia Sinibaldi e Sarada Devi, di Etty Hillesum e di Nadia Murab”.

(Foto: Arcidiocesi di Palermo)

Presentato il secondo bilancio di missione della diocesi di Milano

Nelle settimane scorse è stata presentata nella Sala conferenze della Curia arcivescovile la seconda edizione del Bilancio di Missione dell’Arcidiocesi di Milano. All’incontro sono intervenuti mons. Bruno Marinoni, Vicario episcopale per gli Affari Economici, Antonio Antidormi, Economo della Diocesi di Milano, Elena Beccalli, professore ordinario di Economia degli intermediari finanziari dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, nominata proprio giovedì scorso Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore (entrerà in carica il 1° luglio), e l’Arcivescovo, mons. Mario Delpini.

Il documento – che fa riferimento ai dati economici dell’anno pastorale 2022-2023 per quanto riguarda la Curia diocesana e ai dati del 2022 per gli altri soggetti analizzati – si articola in tre capitoli. Dopo una prima parte dedicata a una panoramica della struttura della Diocesi, il secondo capitolo dettaglia il modo in cui le risorse economiche della Curia e dei cosiddetti Enti centrali vengono destinate a tre ambiti: la ‘cura pastorale’, la ‘cura amministrativa’, e il sostegno ad attività e progetti sul territorio. Viene inoltre analizzata la provenienza di queste stesse risorse.

Nel capitolo conclusivo, una novità rispetto alla prima edizione, vengono forniti i dati aggregati dei rendiconti economici delle oltre mille parrocchie della Diocesi: dall’ammontare delle offerte ricevute alle risorse destinate per le diverse tipologie di attività pastorali (educative, caritative, celebrativo sacramentali, culturali ed aggregative…), dai contributi ed entrate straordinarie alle spese per manutenzioni e ristrutturazioni. Un focus particolare è infine dedicato alla situazione del debito delle parrocchie.  

Le risorse impiegate a livello di Curia ed Enti centrali sono state pari a 68.739.473 euro e, rispetto all’anno precedente, si riscontra un significativo aumento, con un 32% di crescita dovuto sia alla definitiva uscita dal periodo emergenziale del Covid che aveva limitato in modo particolare il volume dei servizi erogati (i dati della prima edizione del Bilancio di missione facevano riferimento essenzialmente all’anno pastorale 2021-2022), sia all’aumento delle entrate da parrocchie ed enti che hanno permesso una maggiore assegnazione di contributi a favore del territorio.

 Tali risorse sono state destinate per il 43% al sostegno di attività e progetti sul territorio: oltre € 17.000.000 alla carità, quasi € 8.000.000 alle necessità delle parrocchie, circa € 1.700.000 ciascuno sia alle missioni che a progetti di educazione, formazione e cultura, poco più di € 1.000.000 all’assistenza e formazione del clero.

Il 40% delle risorse sono state invece destinate alla cosiddetta ‘cura amministrativa’ (vigilanza canonica, consulenza amministrativa, servizi) e il 17% alla ‘cura pastorale’ (indirizzo, coordinamento, formazione). Per quanto riguarda la provenienza degli oltre € 68.000.000 impiegati, il 34% è dato da contributi di parrocchie, enti e privati, il 26% dall’assegnazione dell’8xmille ordinario e straordinario, il 36% da altri proventi di attività e servizi, il 4% dall’utilizzo di fondi vincolati o riserve di patrimonio. Con riferimento ai bilanci parrocchiali, si osserva che nel 2022, a fronte di € 239.158.446 di entrate (provenienti perlopiù da offerte e collette per attività pastorali ordinarie) le uscite sono state € 227.142.287, con un saldo positivo che è dunque di oltre € 12.000.000.

La destinazione delle risorse delle parrocchie è prevalentemente (70%) sulle attività pastorali ordinarie (educative-formative, caritative, culturali e celebrative), e un’altra fetta consistente (18%) è destinata alle manutenzioni straordinarie e alle ristrutturazioni. Dal punto di vista della provenienza, la voce principale (67%) è quella delle offerte e collette, che superano i 160milioni di euro (da cui si può ricavare l’indicatore secondo cui un abitante della Diocesi fa alla parrocchia un’offerta media annuale pari ad € 28,94). 

Infine, la situazione debitoria delle parrocchie registra un trend migliorativo, con una riduzione che prosegue dal 2019 e con una progressiva trasformazione del debito dalla forma dei brevi affidamenti a quella dei mutui programmabili. Nella riduzione del debito delle parrocchie gioca un ruolo significativo anche il Fondo per la perequazione, attraverso cui le parrocchie più ‘ricche’ aiutano quelle in difficoltà: nel 2022-2023 questo Fondo ha erogato  € 1.498.000.

Papa Francesco al Circolo di San Pietro: non musealizzare la storia

“Mi piace sempre incontrarvi perché l’udienza con voi è all’insegna della gratitudine, che è il ‘gusto’ bello della vita. Quando accolgo il Circolo San Pietro, sento gratitudine per il servizio che fate ai poveri di Roma. E so che lo fate a nome del Papa, a nome della santa madre Chiesa. E, per favore, rivolgo un saluto al vostro Presidente che è ammalato. Auguro una pronta guarigione; salutatelo da parte mia”: così questa mattina papa Francesco ha incontrato  in udienza nel Palazzo Apostolico Vaticano i soci del Circolo San Pietro, ringraziando per il dono di un  libro che raccoglie i documenti dei Papi che si sono susseguiti in 155 anni di storia del Circolo.

Un dono particolarmente gradito: “Questo che voi fate a nome della Chiesa è documentato anche dal volume che avete realizzato e che oggi mi avete donato: la raccolta di tutto il magistero dei Papi al Circolo San Pietro, nei 155 anni della sua storia. E dunque grazie anche per questo lavoro, che è importante per la memoria delle radici. Le radici sono fondamentali: senza radici non c’è vita, non c’è futuro. La floridezza delle foglie è legata alla buona salute delle radici. Perciò, lodo questo lavoro e vi ringrazio”.

Però non è mancato l’ammonimento a non ‘musealizzarsi’: “Ma voglio anche dirvi: state attenti a non “musealizzare” la vostra storia, a non ‘sterilizzare’ le radici! La memoria è organo del futuro, a patto che le radici rimangano vive e vegete. Per questo vi incoraggio a trasmettere il vostro patrimonio di valori e di esperienze ai giovani. Ci vogliono giovani che vadano avanti. Che bello pensare a un nonno del Circolo San Pietro che trasmette la sua esperienza a suo nipote! Ci sono tanti qui, questo è bello. Pensate a quanta ricchezza di fede vissuta, di carità concreta, di amore ai poveri può passare attraverso l’esempio di un anziano. E pensate a quanta energia, a quanta creatività, a quanto slancio può dare un giovane”.

A proposito dei giovani non poteva mancare un riferimento a Piergiorgio Frassati: “Mi viene in mente il beato Pier Giorgio Frassati (presto sarà santo), che a Torino andava nelle case dei poveri a portare aiuto. Pier Giorgio era di famiglia benestante, alta borghesia, ma non è cresciuto ‘nella bambagia’, non si è perso nella ‘bella vita’, perché in lui c’era la linfa dello Spirito Santo, c’era l’amore per Gesù e per i fratelli”.

E Pier Giorgio Frassati rimanda alla carità; il papa collega tutto con l’Anno Santo: “L’anno prossimo sarà l’Anno Santo. Roma è piena di cantieri; bene, ci vogliono anche questi. Ma il ‘cantiere’ che non può mancare è quello della carità! I pellegrini e i turisti che vengono a Roma dovrebbero ‘respirare’ l’aria della carità cristiana, che non è solo assistenza, è cura della dignità, è vicinanza, è condivisione vissuta, senza pubblicità, senza riflettori.

Con la vostra presenza, con la vostra vicinanza, compassione e tenerezza, anche voi preparate la città per il Giubileo, prendendovi cura non delle strade o delle infrastrutture, ma dei cuori e della carne dei poveri, che, come disse San Lorenzo, sono il tesoro della Chiesa”.

(Foto: Santa Sede)

Presentato il rapporto sulle povertà nella diocesi di Perugia – Città della Pieve: ‘catene spezzate’

E’ stato presentato mercoledì 5 giugno a Perugia il IX Rapporto diocesano sulle povertà e sulle risorse dal provocante titolo: ‘Catene spezzate’, curato dall’Osservatorio Caritas diocesana con gli interventi dell’arcivescovo diocesano, mons. Ivan Maffeis, il direttore della Caritas diocesana, don Marco Briziarelli, l’economista prof. Pierluigi Maria Grasselli, coordinatore dell’Osservatorio sulle povertà e l’inclusione sociale, l’assistente sociale Silvia Bagnarelli e lo statistico Nicola Falocci, componenti dell’equipe dello stesso Osservatorio.

Presentando il rapporto mons. Maffeis ha scandito il suo intervento in tre tappe: “La prima tappa va dai problemi alle persone: il Rapporto, mentre fotografa e documenta i problemi, guarda alle persone di cui la nostra Caritas si prende cura. E’ il primo modo per affrontare seriamente una carità che sia riflesso della carità di Dio e qualifichi anche il nostro rapporto con chi vive situazioni di povertà.

La seconda tappa va dalla società alle Istituzioni: i poveri non possono essere delegati ad addetti ai lavori. L’opera di ‘rete’ della nostra Caritas va nella direzione di una corresponsabilità e di una collaborazione che hanno a cuore il bene comune, il bene della città.

La terza è dalla denuncia delle ‘catene’ alla proposta di ‘liberazione’. Il Rapporto racconta di una comunità che sa rimboccarsi le maniche, che ci mette cuore, passione, intelligenza, perché la carità sia intelligente e sappia aprire piste percorribili”.

Il direttore della Caritas diocesana, don Marco Briziarelli, ha spiegato la scelta del titolo del IX rapporto: “Vedete in copertina questi piedi incatenati e le ‘Catene spezzate’ rappresentano il lavoro compiuto, la missione svolta con molto impegno dove tante famiglie sono tornate libere di poter camminare, sciolte da quelle catene che papa Francesco ci ricorda parlando della povertà… Essere nella condizione di povertà è una privazione di possibilità, è una privazione della libertà. Non avere la libertà di poter scegliere nel quotidiano e per il proprio futuro. La povertà è in aumento nella nostra diocesi con un dato importante, che ci dice che tante ‘catene’ sono state spezzate, ma che tante nuove ‘catene’ sono arrivate perché il 40% delle famiglie in difficoltà sono nuovi poveri nel rivolgersi per la prima volta alla Caritas nel loro cammino di vita”.

Infine il prof. Pierluigi Maria Grasselli ha presentato i punti salienti del rapporto diocesano: “Con riferimento alle attività del Centro di Ascolto della diocesi di Perugia-Città della Pieve, nel 2023, possono cogliersi aspetti dinamici e modificazioni qualitative nel complesso dei richiedenti aiuto. Prosegue nel 2023 l’aumento (+9,2%) del numero totale (1805) di questi presso tale Centro, anche se con una riduzione del tasso di crescita della povertà (nel 2022 segnava +12,7%). La quota degli italiani sale al 25,3% (con un aumento rispetto al 2022) e quella degli stranieri scende al 71,5%. Le persone con doppia cittadinanza il 3,2%. Prosegue la netta prevalenza degli stranieri (provenienti da Perù, Marocco, Ucraina, Nigeria ed altri Paesi)”.

Una particolare attenzione è stata posta sugli ‘utenti’: “Per classi di età, tra gli stranieri il peso dei giovani fino ai 34 anni è doppio di quello tra gli italiani, mentre quello degli anziani (65 ed oltre) è tra gli italiani quasi quattro volte quello degli stranieri. Tra i nuovi utenti si osserva un’incidenza molto maggiore delle classi più giovani, il che può indicare la loro sofferenza per le difficoltà della situazione attuale…

In termini di nucleo di convivenza, si evince, in continuità con il 2022, un cospicuo ulteriore aumento dell’incidenza di quelli che vivono soli, e una altrettanto forte diminuzione di quelli che vivono in un nucleo familiare. Tra i nuovi utenti, il marcato aumento della quota dei ‘soli’ risente dell’alto livello tra gli italiani (molto rilevanti i livelli assoluti: gli italiani passano da 123 a 181, gli stranieri da 200 a 292)”.

Per questo il numero complessivo degli interventi erogati tramite il Centro di ascolto diocesano nel 2023 è arrivato ad 85.049, con un aumento dell’11,6% rispetto al 2022, ed addirittura del 66,5% rispetto al 2020: “Al primo posto come quota di interventi sul totale di questi troviamo l’offerta di beni e servizi materiali, costituiti principalmente dai servizi di mensa, dall’attività degli Empori/market solidali, dalla distribuzione di pacchi viveri. Seguono i servizi di alloggio e quindi i servizi di ascolto, per lo più accompagnato da discernimento e progetto, nonché finalizzato ad attività di monitoraggio”.

Inoltre il rapporto ha evidenziato che le remunerazioni di stipendio in Umbria sono più basse rispetto a quelle di altre regioni italiane: “Per i suoi riflessi anche sulla povertà, risulta rilevante anche la presenza in Umbria, segnalata dall’AUR, di remunerazioni del lavoro dipendente più basse che in Italia; ciò a motivo, tra l’altro, di una minore presenza di figure ad alto profilo di qualificazione.

Le donne umbre, in particolare, guadagnano meno sia degli uomini umbri che delle donne italiane, anche per la diffusione del part-time, che riguarda la metà di esse. In ogni caso, le retribuzioni riflettono l’organizzazione del lavoro e la gestione delle risorse umane, e quindi la produttività media del lavoro, non elevata, delle imprese locali”.

(Foto: diocesi di Perugia – Città della Pieve)

Papa Francesco agli imprenditori: la povertà non è una colpa

“Le funzioni che siete chiamati a svolgere sono sempre più decisive nella vita non solo economica ma anche sociale e politica. Le grandi imprese sono soggetti che incidono sulle dinamiche dei rapporti internazionali. Vi trovate, dunque, a prendere decisioni che hanno impatto su migliaia e migliaia di lavoratori e di investitori, e sempre più su scala globale. Il potere economico si intreccia con quello politico. Le grandi imprese, infatti, oltre alle scelte del consumo, del risparmio e della produzione, condizionano anche le sorti dei governi, le politiche pubbliche nazionali e internazionali, la sostenibilità dello sviluppo. Questa realtà voi la vivete, perché ‘ci siete dentro’, è il vostro mondo”: dopo il discorso al G7 papa Francesco ha incontrato un gruppo di amministratori delegati di grandi imprese e banche, sottolineando il valore della cura.

Però occorre prendere coscienza della situazione, cogliendo le sfide poste ad iniziare dalla cura dell’ambiente: “Ma questo non basta: bisogna prenderne coscienza e guardarla criticamente, con discernimento, così da poter esercitare pienamente la responsabilità degli effetti, diretti e indiretti, delle vostre scelte. Perché oggi più che mai l’economia è più grande dell’economia..

Siamo in un tempo di grave crisi ambientale, che dipende da molti soggetti e da molti fattori, comprese anche le scelte economiche e imprenditoriali di ieri e di oggi. Non basta più rispettare le leggi degli Stati, che procedono troppo lentamente: occorre innovare anticipando il futuro, con scelte coraggiose e lungimiranti che possano essere imitate. L’innovazione dell’imprenditore oggi dev’essere in primo luogo innovazione nella cura della casa comune”.

La seconda preoccupazione del papa riguarda la cura dei poveri, consigliando l’economia circolare: “Mentre però ricicliamo le materie e gli scarti dei materiali, non abbiamo ancora imparato a ‘riciclare’ e non scartare le persone, i lavoratori, soprattutto i più fragili, per i quali vige spesso la cultura dello scarto. Siate diffidenti verso una certa “meritocrazia” che viene usata per legittimare l’esclusione dei poveri, giudicati demeritevoli, fino a considerare la povertà stessa come colpa”.

La proposta del papa non è filantropica, ma evangelica: “E non accontentatevi di un po’ di filantropia, è troppo poco: la sfida è includere i poveri nelle aziende, farli diventare risorse per un vantaggio comune. E’ possibile. Sogno un mondo in cui gli scartati possano diventare protagonisti del cambiamento; ma mi pare che questo lo abbia già realizzato un certo Gesù, non vi pare?”

Ma la sfida più importante per il papa riguarda i giovani e la denatalità: “I giovani sono spesso tra i poveri del nostro tempo: poveri di risorse, di opportunità e di futuro. E questo, paradossalmente, sia dove sono tantissimi, ma mancano i mezzi, sia dove sono sempre più pochi (come ad esempio in Italia, perché non c’è nascita qui) ed i mezzi ci sarebbero.

Non si apprende nessun lavoro senza l’ ‘ospitalità aziendale’, che significa accogliere generosamente i giovani anche quando non hanno l’esperienza e le competenze richieste, perché ogni lavoro si impara solo lavorando. Vi incoraggio a essere generosi, ad accogliere i giovani nelle vostre imprese, dando loro un anticipo di futuro per non far perdere la speranza a un’intera generazione”.

(Foto: Santa Sede)

Save the Children: in Italia 336.000 ragazzi tra i 7 e i 15 anni lavorano per aiutare la famiglia

In Italia si stima che 336.000 minori tra i 7 e i 15 anni abbiano avuto esperienze di lavoro e che 58.000 adolescenti tra i 14-15 anni siano stati coinvolti in attività lavorative dannose per i percorsi scolastici e per il benessere psicofisico: sono i dati di una ricerca di Save the children dedicata al tema della povertà minorile e delle aspirazioni degli adolescenti, intitolata ‘Domani (Im)possibili’, attraverso interviste ad un campione rappresentativo di giovani tra i 15 e i 16 anni, in occasione della Giornata mondiale contro il lavoro minorile che ricorre oggi, 12 giugno.

Dal rapporto emerge che il 43,7% degli adolescenti tra i 15 e i 16 anni aiuta in vario modo la famiglia ad affrontare le spese e, tra questi, il 18,6% ha svolto e svolge qualche attività lavorativa per non gravare sulla famiglia in difficoltà (uno su due ha meno di 16 anni). Le testimonianze sono state raccolte da un gruppo di 25 adolescenti tra i 15 e i 21 anni individuati nell’ambito dei progetti promossi da Save the children e da altre organizzazioni e realizzate con la metodologia della ‘ricerca tra pari’ a Palermo, Scalea, Roma e Torino, tramite interviste singole o di gruppo e video reportage che hanno consentito di raccogliere 40 storie che restituiscono la grande eterogeneità delle situazioni legate al fenomeno.

Tra i motivi e le cause che spingono ragazzi e ragazze ad intraprendere percorsi di lavoro ci sono l’avere soldi per sé, che riguarda il 56,3%, la necessità o volontà di offrire un aiuto materiale ai genitori, per il 32,6%. Non trascurabile è il 38,5% di chi afferma di lavorare per il piacere di farlo. Il livello di istruzione dei genitori, in particolare della madre, è significativamente associato al lavoro minorile.

La percentuale di genitori senza alcun titolo di studio o con la licenza elementare o media è significativamente più alta tra gli adolescenti che hanno avuto esperienze di lavoro, un dato che deve far riflettere sulla trasmissione intergenerazionale della povertà e dell’esclusione.

La maggioranza dei minori, 53,8%, ha dichiarato di aver lavorato durante l’ultimo anno o in passato, ha iniziato dopo i 13 anni, mentre il 6,6% prima degli 11 anni. Circa due terzi dei minorenni che hanno sperimentato forme di lavoro sono di genere maschile (65,4%) e il 5,7% ha un background migratorio. Molti i racconti che parlano di minorenni che combinano la frequenza scolastica con l’attività lavorativa, una scelta motivata in alcuni casi da una necessità economica, in altri dalla concezione del ‘lavoro come valore’ che integra il percorso educativo. La conciliazione di studio e lavoro si rivela però difficile da sostenere per la maggior parte dei ragazzi intervistati.

Dall’indagine ‘Non è un gioco’ è emerso che tra i 14-15enni intervistati che lavorano, quasi 1 su 3 (29,9%) lo fa durante i giorni di scuola, tra questi il 4,9% salta le lezioni per lavorare. Dai dati si evince che la percentuale di minori bocciata durante la scuola secondaria di I o di II grado è quasi doppia tra chi ha lavorato prima dei 16 anni rispetto a chi non ha mai lavorato.

Il lavoro minorile può anche influenzare la condizione futura di giovani ‘NEET’ (Not in Education, Employment, or Training), alimentando la trasmissione intergenerazionale della povertà e dell’esclusione sociale. I ragazzi e le ragazze di età compresa tra 15 e 29 anni in questa situazione in Italia sono più di 1.500.000 nel 2022, il 19 % della popolazione di riferimento, con un valore in Europa secondo solo a quello osservato in Romania.

I settori prevalentemente interessati dal fenomeno del lavoro minorile in Italia sono quelli più tradizionali come la ristorazione (25,9%) e la vendita al dettaglio nei negozi e attività commerciali (16,2%), seguiti dalle attività in campagna (9,1%), in cantiere (7,8%), dalle attività di cura con continuità di fratelli, sorelle o parenti (7,3%)[6], ma non mancano le nuove forme di lavoro online (5,7%), come la realizzazione di contenuti per social o videogiochi, o il reselling di sneakers, smartphone e pods per sigarette elettroniche. Sebbene il 70,1% dei 14-15enni che lavorano o hanno lavorato, lo abbiano fatto in periodi di vacanza o in giorni festivi, il lavoro è faticoso da un punto di vista della frequenza e dell’intensità: quando lavorano, più della metà dei 14-15enni lo fa tutti i giorni o qualche volta a settimana, circa 1 su 2 lavora più di 4 ore al giorno.

Da Padova un messaggio per riscoprire il Vangelo come buona notizia

“Sant’Antonio aiuti ogni uomo e donna di buona volontà a riscoprire la Parola del Vangelo come buona notizia che apre al perdono, alla pace, all’ascolto e alla cura premurosa dei deboli e dei fragili”: lo scrivono mons. Claudio Cipolla, vescovo di Padova, e fra’ Antonio Ramina, rettore della Basilica del Santo, a conclusione di un messaggio congiunto in occasione della festa di sant’Antonio che ricorre giovedì 13 giugno.

Nel documento congiunto si chiede al santo portoghese il senso della responsabilità: “A sant’Antonio, fratelli e sorelle, desideriamo quest’anno rivolgerci lasciandoci ispirare in modo particolare dal senso di responsabilità con il quale, appassionatamente, questo nostro amico si è sempre mobilitato contro le ingiustizie, contro ogni forma di violenza, contro le divisioni, in difesa dei poveri e di tutti coloro che, nella loro solitudine, hanno bisogno di aiuto”.

Ma la responsabilità si alimenta attraverso il perdono: “Certo: rispetto al coraggio e alla determinazione del nostro caro sant’Antonio ci sentiamo tutti inadempienti, ben lontani dall’audacia che egli ha sempre manifestato nel prendere posizione a favore degli indifesi. E forse la prima cosa che dovremmo fare è proprio questa: chiedere perdono se troppe volte il nostro cuore dorme nell’indifferenza, le nostre mani si chiudono nell’egoismo, la nostra generosità si lascia inaridire da interessi di parte o di comodo. Questo ci accomuna tutti: il nostro bisogno di perdono!”

Ed il perdono non può essere disgiunto dalla pace: “Anche in questo sant’Antonio ci viene certamente in aiuto. Mai ha sbarrato la porta a chi, rendendosi conto delle proprie chiusure ostinate e dei propri peccati, ha scelto di rimettersi in cammino nella novità di vita, sullo stile gioioso del Vangelo. A tutti Antonio ha indicato una via per ripartire con fiducia; ricordandoci, a tal proposito, che lo scoraggiamento è forse il pericolo più insidioso che occorre scacciare con prontezza…

Sarebbe bello poter chiedere al Signore, ponendolo nelle mani di sant’Antonio, un dono diverso rispetto a quello degli anni scorsi. Con insistenza e con il cuore accorato abbiamo infatti più volte pregato per la pace, ma ci ritroviamo a dover fare nostro il grido di Geremia (cfr. 6,14): ‘Pace, pace, ma pace non c’è’. I conflitti sulla faccia della terra, anziché ridimensionarsi o trovare una via di uscita, sembrano moltiplicarsi e accendersi di sempre più preoccupante violenza”.

La lettera congiunta è un invito a pregare per la pace con l’impegno di ristabilirla nei nostri ambienti di vita quotidiana: “La preghiera ci potrà sembrare inutile, ma vogliamo ancora una volta domandare questo dono al Signore, affidandoci alla mediazione di Antonio di Padova. Chiedere la pace significa non rimanere estranei ai drammi del mondo. E soprattutto ci aiuta a sentirci impegnati a divenire noi, nella realtà in cui viviamo, persone che amano la pace e s’impegnano a edificarla.

Un rapporto ristabilito in famiglia, un gesto di perdono accordato a una persona amica con cui abbiamo litigato, un segno di generosità che riallaccia la relazione con un collega, tante altre decisioni di questo tipo depositano nel cuore del mondo semi di pace che avranno frutto, forse a nostra insaputa. La preghiera ci aiuti a fare questo: a rimanere desti, per far sviluppare nelle nostre esistenze umili e ordinarie, personali e comunitarie, l’energia buona della pace”.

Quindi è un invito a riscoprire la capacità di pensiero: “Una risorsa che siamo chiamati nuovamente a desiderare con nostalgia è proprio questa: la profondità! Ci serve l’ardire di fermarci, per metterci in ascolto della realtà che ci circonda, dei fratelli e delle sorelle, dei fatti che accadono. Il Sinodo diocesano ci ha aiutato in questo, ma guai a noi se lo consideriamo una tappa definitivamente conclusa. Occorre mantenersi in cammino e ricordarci che non è ciò che strilla di più a essere più ‘vero’, non è ciò che ha maggiore visibilità o diffusione a essere più importante”.

Ed hanno indicato tre ‘strategie’ per aiutare a riscoprire l’innamoramento della vita, di cui la prima è la gratitudine, che aiuta a sconfiggere la solitudine: “Essere grati non significa, semplicemente, essere persone ben educate. La gratitudine è il modo di abitare la vita di chi sa cogliere molto bene d’aver ricevuto tutto in dono, di chi riconosce nella distensione del tempo tanti segni di fecondità che meritano di essere accolti e resi generativi a favore di altri. Tutti, proprio tutti, abbiamo la possibilità di riconoscerci destinatari di doni da condividere”.

Un’altra strategia necessaria è quella della pazienza: “E’ l’intelligentissima disposizione che siamo invitati a coltivare, per resistere. La pazienza non è la grigia accettazione di ciò che ci dà fastidio o ci fa soffrire, aspettando con ansia che passi, il più in fretta possibile. E’ piuttosto la scelta libera e creativa di resistere al male, costi quel che costi, anche se apparentemente ci sembra di andare controcorrente”.

Ed infine l’umiltà: “Umiltà è lo stile realistico di chi sa domandarsi che cosa conta davvero, che cosa rimane davvero. Sa cercare che cosa merita, davvero il nostro impegno. E forse qui ci ritroveremo tutti d’accordo: ci renderemo conto che solo la qualità buona, forte e concreta delle nostre relazioni merita la nostra dedizione più grande”.

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