Tag Archives: Cristiana

Papa Leone XIV: la cultura è indispensabile per un progresso solidale

“Ogni volta che visito un ospedale, una casa di accoglienza per persone che hanno magari alcune malattie o difficoltà, provo sentimenti contrastanti: da un lato, provo dolore o tristezza per le persone che stanno soffrendo, che spesso portano in sé un dolore molto grande, a volte con ferite visibili e a volte con ferite che nessuno vede, ma che la persona stessa sa di portare nel proprio cuore, nella propria vita. Provo dolore per le famiglie che spesso non sanno come accompagnare il paziente e aiutarlo”: papa Leone XIV ha chiuso la prima giornata in Guinea Equatoriale visitando la clinica psichiatrica ‘Jean Pierre Olie’ a Malabo, struttura che cura ‘la mente, il cuore, la dignità umana’.

Nella visita ha ringraziato gli operatori sanitari per il servizio: “Ma al tempo stesso provo ammirazione e conforto per tutto ciò che lì ogni giorno si fa per servire la vita umana. Anche qui mi succede questo, ma oggi in me, e spero anche in tutti voi, prevale la gioia e la speranza: la gioia di incontrarci nel nome del Signore, la gioia e la speranza di sapere che ci stiamo prendendo cura di chi vive una condizione di fragilità. Alcune parole che ho ascoltato adesso mi hanno commosso”.

Infine ha ribadito che l’ospedale è un luogo dove si accoglie la persona: “Dio ci ama come siamo. Solo Dio, in realtà, ci ama totalmente così come siamo. Ma non perché rimaniamo come siamo! No, Dio non ci vuole sempre malati, sempre sofferenti, ci vuole guarire! Questo si vede mille volte nel Vangelo: Gesù è venuto ad amarci come siamo ma non per lasciarci così, per prendersi cura di noi! E un ospedale, specialmente se ha un’ispirazione cristiana, è proprio questo: un luogo dove la persona è accolta così com’è, rispettata nella sua fragilità, ma per aiutarla a stare meglio, in una visione integrale. A tale scopo la dimensione spirituale è essenziale; mi ha fatto molto piacere che il Direttore l’abbia sottolineato”.

In precedenza il papa ha incontrato  il mondo della cultura in occasione dell’inaugurazione di un nuovo Campus dell’Università Nazionale: “L’inaugurazione di una sede universitaria è più di un atto amministrativo e trascende anche il semplice ampliamento delle infrastrutture e degli spazi destinati allo studio. Questa inaugurazione è un gesto di fiducia nell’essere umano: un’affermazione del fatto che vale la pena continuare a scommettere sulla formazione delle nuove generazioni e su quel compito, tanto esigente quanto nobile, che consiste nel cercare la verità e mettere la conoscenza al servizio del bene comune”.

E per meglio spiegare l’educazione ecco l’immagine dell’albero: “Oggi si apre anche uno spazio per la speranza, per l’incontro e per il progresso. Ogni autentica opera educativa, infatti, è chiamata a crescere non solo come struttura, ma come organismo vivente. Forse per questo l’immagine dell’albero risulta particolarmente eloquente per parlare della missione universitaria.

Per la popolazione della Guinea Equatoriale, la ceiba, albero nazionale, acquista un grande valore evocativo. Un albero mette radici profonde, si erge con pazienza e forza verso l’alto e racchiude in sé una fecondità che non esiste per sé stessa”.

Come l’albero anche l’istruzione deve avere radici solide: “Nella sua grandezza, nella solidità del suo tronco e nell’ampiezza dei suoi rami, questo albero sembra offrire una parabola di ciò che un’istituzione universitaria è chiamata ad essere: una realtà ben radicata nella serietà dello studio, nella memoria viva di un popolo e nella ricerca perseverante della verità. Solo così potrà crescere salda; solo così sarà in grado di elevarsi senza perdere il contatto con la realtà storica in cui è situata e di offrire alle nuove generazioni, oltre agli strumenti per la riuscita professionale, ragioni per vivere, criteri per discernere e motivi per servire”.

Quindi l’intelligenza deve aderire alla realtà: “Il problema non sta, dunque, nella conoscenza, ma nella sua deviazione verso un’intelligenza che non cerca più di corrispondere alla realtà, ma di piegarla alle proprie misure, giudicandola secondo la convenienza di chi pretende di conoscere. Lì la conoscenza cessa di essere apertura e diventa possesso; cessa di essere cammino verso la saggezza e si trasforma in orgogliosa affermazione di autosufficienza, aprendo la strada a smarrimenti che possono arrivare a diventare disumani”.

Ed ecco la richiesta di aderire alla croce come segno di redenzione: “Se nella Genesi appare la tentazione di una conoscenza separata dalla verità e dal bene, sulla croce si rivela invece una verità che, lungi dall’imporre il proprio dominio, si offre per amore ed eleva l’uomo alla dignità con cui è stato concepito fin dalla sua origine. Lì l’essere umano è invitato a lasciare che il suo desiderio di conoscere sia sanato: a riscoprire che la verità non si fabbrica, non si manipola né si possiede come un trofeo, ma si accoglie, si cerca con umiltà e si serve con responsabilità”.

Quindi la fede non è contraria alla ragione: “Per questo, da una prospettiva cristiana, Cristo non appare come una via d’uscita fideistica di fronte alla fatica intellettuale, come se la fede iniziasse dove la ragione si ferma. Al contrario: in Lui si manifesta la profonda armonia tra verità, ragione e libertà. La verità si offre come una realtà che precede l’uomo, lo interpella e lo chiama a uscire da sé stesso, e per questo può essere ricercata con fiducia. La fede, lungi dal chiudere questa ricerca, la purifica dall’autosufficienza e la apre a una pienezza verso la quale la ragione tende, anche se non può abbracciarla completamente”.

Attraverso la croce apre alla realtà: “In questo modo, l’albero della Croce riporta l’amore per la conoscenza al suo alveo originario. Ci insegna che conoscere significa aprirsi alla realtà, accoglierne il senso e custodirne il mistero. Così, la ricerca della verità rimane veramente umana: umile, seria e aperta a una verità che ci precede, ci chiama e ci trascende”.

In fondo la cultura porta ‘frutti di progresso solidale’: “E’ chiamata a offrire frutti di intelligenza e rettitudine, di competenza e saggezza, di eccellenza e servizio. Se qui si formeranno generazioni di uomini e donne profondamente plasmati dalla verità e capaci di trasformare la propria esistenza in un dono per gli altri, allora la ceiba continuerà a ergersi come un simbolo eloquente: radicata nel meglio di questa terra, elevata dalla nobiltà del sapere e feconda di frutti capaci di onorare la Guinea Equatoriale e di arricchire l’intera famiglia umana”.

(Foto: Santa Sede)

Memorie dalla Thailandia: un’estate da visiting professor alla scoperta di una Chiesa giovane, aperta e sorprendente

Don Lorenzo Voltolin, docente della Facoltà teologica del Triveneto, è stato per due mesi visiting professor  al Saengtham College University di Bangkok, nell’ambito del protocollo di scambio attivo tra la Facoltà del Triveneto e la realtà accademica thailandese. Il racconto della sua esperienza.

“Dall’Italia a Bangkok sono dodici ore di volo che ti introducono in un mondo nuovo, dove la fede – non solo e non tanto quella cristiana – si fa presenza pubblica, intensa e profondamente intrecciata con le sfide della vita quotidiana. Questa riflessione, che mi sono ritrovato spesso a condividere, sintetizza bene il segno che la Thailandia ha lasciato in  me. Sono partito per insegnare, ma quel viaggio si è rivelato molto di più: un’occasione viva di scoperta e di incontro con una ‘chiesa giovane’, aperta e sorprendente”.

Don Lorenzo Voltolin, docente della Facoltà teologica del Triveneto, è stato per due mesi visiting professor al Saengtham College University di Bangkok, nell’ambito del protocollo di scambio attivo tra la Facoltà del Triveneto e la realtà accademica thailandese. Ha vissuto nel seminario ‘Lux mundi’, alle porte di Bangkok, e ha tenuto lezione di Teologia pastorale e di Missiologia nell’attigua Università:

“Ma la vera scuola era fuori dall’aula: tra un pranzo a base di zuppa di pesce e papaya dai mille sapori, una cena conviviale attorno a lunghi tavoli, e i pomeriggi tra studio, sport, lavori nell’orto e attività manuali condivise”. Il racconto della sua esperienza è pubblicato nel sito della Facoltà teologica del Triveneto (link alla pagina: https://www.fttr.it/memorie-dalla-thailandia-unestate-da-visiting-professor/).

Ne riportiamo qui alcuni stralci. “Chiesa di minoranza, ma dal volto aperto e internazionale. In Thailandia, dove la chiesa cattolica rappresenta una piccola minoranza (meno dell’1% della popolazione) si respira la fede nel clima di relazione autentica, nello spirito di dialogo e di accoglienza. Anche il confronto con il buddhismo, pilastro della società, non avviene mai  con aggressività, bensì mediante relazioni di stima, ascolto  e paziente testimonianza.           

Convertirsi al cattolicesimo, per un thailandese, significa spesso recidere antiche radici; ma la presenza dei missionari originari del Triveneto, alcuni in Thailandia da decenni, è un ponte  silenzioso e prezioso verso l’incontro tra mondi e tradizioni. Ho avuto la fortuna di ascoltare storie di preti che hanno attraversato le tribù montane o sperimentato la meditazione buddhista, segno di una chiesa in dialogo e in perenne ricerca”.

La formazione teologica vive in un continuo intreccio tra studio e vita vissuta: “Durante le mie lezioni, che adattavo per superare le barriere linguistiche, ho sempre portato anche esempi dalla pastorale italiana: fraternità, gruppi di ascolto, attenzione alle famiglie, evangelizzazione nei luoghi informali, scoutismo..Molte di queste esperienze sono per i cattolici thailandesi quasi un racconto di fantascienza. Loro mi raccontavano, invece, di una pastorale quotidiana fatta di visite agli ammalati e cori animati, piccoli gruppi parrocchiali e servizi caritativi.   Ma la vitalità era lì, concreta: a cena, a turno, i seminaristi narravano le esperienze pastorali della settimana, intrecciando episodi e speranze. Vederli protagonisti mi ha restituito lo sguardo fresco di una chiesa in movimento”.

La formazione in seminario ed al college prepara giovani resilienti, capaci di attraversare realtà culturali e tribali tra loro diversissime. Dopo gli anni di formazione (molti più che in Italia) li aspetta il servizio in parrocchia, ma anche l’impegno nella scuola, nel sociale, nelle molteplici iniziative diocesane: “Oggi, a casa, mi porto nel cuore la gratitudine per ogni relazione nata, per l’accoglienza ricevuta, per ciò che ho imparato (e dovuto reinventare) come docente. Ho capito  l’importanza di ascoltare, di sospendere il giudizio, di lasciarmi sorprendere ogni giorno dal Vangelo vissuto nella vita di tutti”. ​

In ogni momento e Casa, dolce casa, due libri di EMP per vivere il tempo e lo spazio in una prospettiva cristiana

In ogni momento di Daniele La Pera e Casa, dolce casa di Marco Di Benedetto non costituiscono una collana benché le loro copertine si richiamino volutamente, bensì due libri autonomi delle Edizioni Messaggero Padova dal taglio divulgativo per vivere il tempo e lo spazio del nostro abitare in una prospettiva cristiana.

In tale visione, il tema del tempo affrontato dal frate minore conventuale La Pera richiama come ogni momento della nostra vita sia un tempo favorevole da vivere appieno, anche nella quotidianità, mentre il tema dello spazio nelle nostre case secondo il laico e teologo Di Benedetto è simbolo e specchio della nostra dimora interiore.

Il sottotitolo del libro In ogni momento di Daniele La Pera è quasi un mantra: qualunque tempo è un tempo favorevole. Nella prospettiva cristiana ogni istante è un dono da non sprecare, la cui preziosità dipende dal valore personale che ognuno gli attribuisce. L’autore esplora questo tema proponendo un’interpretazione sapienziale in cui ogni giorno è visto come parte di una dinamica di salvezza che si svolge nel presente, rendendo ogni momento significativo e pieno di potenziale sacro. Questa visione trasforma il tempo da semplice successione di ore in una serie di opportunità per vivere pienamente, accogliendo il bene ricevuto e avanzando verso il bene sperato.

Così l’autore nell’introduzione: «Spesso “il tempo ci sfugge di mano”, i giorni passano veloci uno dietro l’altro, mentre corriamo – sempre più distratti e meno inclini a riflettere – dentro una sequenza frenetica di impegni, passando dal lavoro allo sport, dalle relazioni al sonno, insomma da una cosa all’altra, troppo velocemente, senza rielaborare il vissuto, quasi negandoci di cogliere – seppur inconsapevolmente – il senso sotteso a tutto ciò che compone la nostra giornata, accontentandoci – finché questo basta – dell’evidenza superficiale delle cose, delle relazioni, delle scelte. D’altro canto è pur vero che possiamo trovarci nella situazione diametralmente opposta a quella appena descritta, per cui il tempo – piuttosto che sfuggirci – sembra non passare mai, una sorta di limbo statico, caratterizzato prevalentemente dalla noia, se non addirittura dalla più gravosa apatia. […]

Non ultimo, possiamo semplicemente entrare in quel moderato – quanto ambivalente – ritmo che chiamiamo routine quotidiana, nella quale le abitudini muovono i nostri passi. […] In questi termini, si coglie l’intreccio tra il tempo dell’uomo e quello di Dio – come risulta anche nell’impianto narrativo dei Vangeli sinottici – e quanto sia sconsiderato “sprecare i nostri giorni”, dal momento che il compimento di questa dinamica di salvezza passa e si sviluppa nell’oggi di ogni tempo. […] Ciò significa, che tra la memoria e l’attesa, il passato e il futuro, ogni giorno è un tempo pieno, nel quale godere del bene ricevuto e procedere verso il bene sperato, realizzando oggi ciò che chiede di compiersi anche attraverso di noi, la nostra storia, il tempo della nostra esistenza».

Con Casa, dolce casa, invece, Marco Di Benedetto si sofferma sulla spiritualità dell’abitare. La sua è una sorta di guida per un viaggio di corpo e spirito tra le stanze e gli ambienti domestici. Sono tante le valenze della “casa”: è spazio concreto dove abitare, ma è anche desiderio, nostalgia, ricerca; è luogo di solitudini e intimità, di gioie intense e dolori profondi, di parole mute e silenzi eloquenti. Proprio per questo ogni casa è anche una “terra di pellegrinaggio”. Percorrendo i suggestivi sentieri di questa intuizione, l’autore invita i lettori a riconoscere il codice simbolico della casa come specchio della nostra dimora interiore, alla cui porta c’è qualcuno che bussa e attende di entrare per cenare insieme a noi (cf. Ap 3,20).

Così l’autore nell’introduzione: «La casa è una terra universalmente sacra, perché le donne e gli uomini di tutto il mondo vi nascono, in essa imparano l’alfabeto della vita e delle relazioni, esercitandosi ad affrontare anche le crisi e i conflitti, costruiscono progetti di amore, di amicizia, di riconciliazione, ma non solo; da essa scappano quando diventa una prigione, vi si rifugiano dentro quando il fuori spaventa, da lì partono per i viaggi e i cambiamenti più importanti e ad essa ritornano, almeno col cuore, mentre sono distanti… e poi vi invecchiano, desiderando spesso di morire tra le sue mura, come se queste fossero le braccia di una madre. La casa è una terra sacra anche per le donne e gli uomini che accolgono in sé il dono dello Spirito e ne vogliono godere fino in fondo. Anche per questo la casa è una costante simbolica di tutte le grandi religioni, forse perché è uno dei principali archetipi psichici della nostra esistenza alla ricerca di un bene, di un senso, di un amore che renda la vita veramente “umana”.

Perciò, girare tra le stanze di casa può rivelarsi molto più che un’esigenza di tipo pratico e funzionale. Affermare questo non significa affatto negare tale dimensione, che si esplica nelle azioni e nei movimenti che in casa compiamo quotidianamente, anzi: è proprio nel contatto consapevole con queste azioni e movimenti che lo Spirito ci può manifestare il “di più” a cui siamo chiamati. È per questo che la casa è una terra di “pellegrinaggio”. Nella sua staticità, essa nasconde e allo stesso tempo rivela un desiderio del cuore che mette l’uomo/donna in movimento verso una “destinazione” ignota, eppure sospirata, verso una dimora lontana nel tempo e nello spazio, eppure capace di condizionare ogni scelta e ogni attimo della vita presente, anche quando non ce ne accorgiamo».

Elena del Montenegro: una regina cattolica

Jelena Petrović Njegoš, conosciuta come Elena del Montenegro (Cettigne, Montenegro, 8 gennaio 1873 – Montpellier, Francia, 28 novembre 1952 ) morì a 79 anni. Sepolta precedentemente, dal 1952 al 2017, presso il Cimitero di Saint-Lazare, Montpellier, dal 2017 riposa nel Santuario di Vicoforte.

Giuseppe Lazzati: il compito del laico è costruire la città dell’uomo

Sabato 13 marzo la Fondazione ‘Giuseppe Lazzati’, l’Azione Cattolica Ambrosiana, l’Istituto Secolare ‘Cristo Re’ e l’Associazione ‘La Città dell’uomo Aps’ hanno fatto un incontro di preghiera e di riflessione nel XXXVII anniversario della morte del venerabileien. Giuseppe Lazzati. Con una celebrazione eucaristica, presieduta dal card. Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero per le Cause dei santi, seguita da una sua relazione sul tema ‘Testimonianza sulla figura di Giuseppe Lazzati e sul suo contributo alla teologia del laicato’:

151.11.48.50