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Papa Leone XIV: la religione è contro la guerra
“Cari fratelli e sorelle! In un tempo per molti aspetti drammatico, nel quale le persone sono sottoposte a innumerevoli minacce alla loro stessa dignità, il 1700° anniversario del Primo Concilio di Nicea è un’occasione preziosa per chiederci chi è Gesù Cristo nella vita delle donne e degli uomini di oggi, chi è per ciascuno di noi”: questa giornata si è conclusa con un incontro ecumenico di preghiera presso gli scavi archeologici della basilica di san Neofito, dove si è svolto il primo Concilio di Nicea, salutato dal patriarca Bartolomeo I, che lo ha ringraziato per la presenza: “nonostante i tanti secoli trascorsi e tutti i rivolgimenti, le difficoltà e le divisioni che essi hanno portato con sé, ci avviciniamo comunque a questa sacra commemorazione con condivisa riverenza e un comune sentimento di speranza. Perché non siamo qui riuniti semplicemente per ricordare il passato. Siamo qui per rendere testimonianza viva della stessa fede espressa dai Padri di Nicea”.
La riflessione del papa si sofferma sulla professione di fede nicena: “Questa domanda interpella in modo particolare i cristiani, che rischiano di ridurre Gesù Cristo a una sorta di leader carismatico o di superuomo, un travisamento che alla fine porta alla tristezza e alla confusione. Negando la divinità di Cristo, Ario lo ridusse a un semplice intermediario tra Dio e gli esseri umani, ignorando la realtà dell’Incarnazione, cosicché il divino e l’umano rimasero irrimediabilmente separati. Ma se Dio non si è fatto uomo, come possono i mortali partecipare alla sua vita immortale?”
A Nicea è stata riaffermata la natura divina ed umana di Gesù: “Questo era in gioco a Nicea ed è in gioco oggi: la fede nel Dio che, in Gesù Cristo, si è fatto come noi per renderci ‘partecipi della natura divina’. Questa confessione di fede cristologica è di fondamentale importanza nel cammino che i cristiani stanno percorrendo verso la piena comunione: essa infatti è condivisa da tutte le Chiese e Comunità cristiane nel mondo, comprese quelle che, per vari motivi, non utilizzano il Credo Niceno-Costantinopolitano nelle loro liturgie”.
In questo momento di preghiera il papa ha chiesto il superamento delle ‘divisioni’: “Partendo dalla consapevolezza che siamo già legati da questo profondo vincolo, attraverso un cammino di adesione sempre più totale alla Parola di Dio rivelata in Gesù Cristo e sotto la guida dello Spirito Santo, nell’amore reciproco e nel dialogo, siamo tutti invitati a superare lo scandalo delle divisioni che purtroppo ancora esistono e ad alimentare il desiderio dell’unità per la quale il Signore Gesù ha pregato e ha dato la sua vita. Quanto più siamo riconciliati, tanto più noi cristiani possiamo rendere una testimonianza credibile al Vangelo di Gesù Cristo, che è annuncio di speranza per tutti, messaggio di pace e di fraternità universale che travalica i confini delle nostre comunità e nazioni”.
Un superamento che conduce alla comunione dei credenti: “La riconciliazione è oggi un appello che proviene dall’intera umanità afflitta da conflitti e violenze. Il desiderio di piena comunione tra tutti i credenti in Gesù Cristo è sempre accompagnato dalla ricerca di fraternità tra tutti gli esseri umani. Nel Credo Niceno professiamo la nostra fede ‘in un solo Dio Padre’; tuttavia, non sarebbe possibile invocare Dio come Padre se rifiutassimo di riconoscere come fratelli e sorelle gli altri uomini e donne, anch’essi creati a immagine di Dio”.
Ed ha concluso la riflessione affermando che va respinto l’uso della religione per giustificare la guerra: “C’è una fratellanza e sorellanza universale, indipendentemente dall’etnia, dalla nazionalità, dalla religione o dall’opinione. Le religioni, per loro natura, sono depositarie di questa verità e dovrebbero incoraggiare le persone, i gruppi umani e i popoli a riconoscerla e a praticarla. L’uso della religione per giustificare la guerra e la violenza, come ogni forma di fondamentalismo e di fanatismo, va respinto con forza, mentre le vie da seguire sono quelle dell’incontro fraterno, del dialogo e della collaborazione”.
(Foto: Santa Sede)
Al Meeting di Rimini una mostra sul Concilio di Nicea per una nuova prospettiva sul mondo
Nel 325 d.C. a Nicea si tenne il primo evento ecumenico della storia della cristianità, da cui scaturì una professione di fede condivisa che da 1700 anni rappresenta per i cristiani un elemento in cui identificarsi e trovare unità, come ha scritto papa Francesco nella bolla di indizione del Giubileo ordinario, ‘Spes non confundit’:
“Si compiranno, infatti, 1700 anni dalla celebrazione del primo grande Concilio Ecumenico, quello di Nicea. E’ bene ricordare che, fin dai tempi apostolici, i pastori si riunirono in diverse occasioni in assemblee allo scopo di trattare tematiche dottrinali e questioni disciplinari. Nei primi secoli della fede i Sinodi si moltiplicarono sia nell’Oriente sia nell’Occidente cristiano, mostrando quanto fosse importante custodire l’unità del popolo di Dio e l’annuncio fedele del Vangelo…
Dopo vari dibattimenti, tutti, con la grazia dello Spirito, si riconobbero nel Simbolo di fede che ancora oggi professiamo nella celebrazione eucaristica domenicale. I Padri conciliari vollero iniziare quel Simbolo utilizzando per la prima volta l’espressione ‘Noi crediamo’, a testimonianza che in quel ‘Noi’ tutte le Chiese si ritrovavano in comunione, e tutti i cristiani professavano la medesima fede. Il Concilio di Nicea è una pietra miliare nella storia della Chiesa”.
E’ per tale motivo che al meeting dell’Amicizia tra i popoli, in programma alla Fiera di Rimini fino al 27 agosto è stata allestita dalla Pontificia Università della Santa Croce e dall’associazione ‘Patres’ la mostra ‘Luce da Luce: Nicea 1700 anni dopo’, curata da Leonardo Lugaresi, Giulio Maspero, Paolo Prosperi, Ilaria Vigorelli, con la collaborazione di Samuel Fernández: “Ma proprio a Nicea la Chiesa, di fronte alla crisi ariana, è riuscita a formulare per la prima volta la verità sconvolgente che Dio è Padre, non che fa il Padre. Quindi non è che Dio può decidere se essere Padre o non essere Padre, proprio perché Gesù è il Suo Figlio eterno. Ma ciò significa dire che Dio non può far altro che amarci e questa è una notizia che ci libera. Anzi, forse noi soffriamo così tanto proprio perché abbiamo perso tale riferimento. Perciò la mostra, in occasione di questo anniversario di Nicea, è una grande occasione per recuperare questa verità”.
Il progetto si articola in un viaggio a tappe dove, attraverso grandi grafiche, si sviluppano i temi emersi al Concilio di Nicea: partendo dalla narrazione delle contese che hanno portato alla sua convocazione; quindi si passa all’esposizione del Simbolo di Nicea, in greco e in italiano, affiancato da una grande riproduzione del Cristo Pantocratore da Hagia Sophia. A seguire le fasi successive al Concilio fino ad arrivare al rapporto con i giorni nostri.
Ad uno dei curatori, don Giulio Maspero, professore ordinario di teologia dogmatica alla Pontificia Università ‘Santa Croce’ di Roma, chiediamo di raccontarci brevemente la mostra: “La mostra introduce ad una parte della nostra storia che è all’origine proprio del Giubileo che stiamo vivendo. La speranza che ci viene offerta, infatti, non è quella di una favola, ma ha origine in un dramma e un percorso, in alcuni passaggi faticoso, per accogliere il dono della rivelazione che Gesù di Nazareth è il Figlio di Dio, cioè che è eterno come Suo Padre.
La crisi ad Alessandria di Egitto, che ha portato poi al concilio di Nicea nell’odierna Turchia, con tutti gli eventi anche ad essa successivi, rappresentano un percorso che può essere considerato liberante. Infatti, l’essere umano è sempre in tensione tra il proprio desiderio di infinito e i limiti che lo caratterizzano. Senza la verità proclamata a Nicea, l’uomo sarebbe assurdo, come ha scritto anche Gregorio di Nazianzo, un Padre della Chiesa fondamentale per la ricezione del concilio”.
Quale prospettiva sul mondo ha offerto il Concilio di Nicea?
“A prima vista, potrebbe sembrarci che si tratta di eventi passati, legati a questioni cavillose che potevano interessare solo i vescovi del IV secolo: quanto di più lontano da noi. La sfida che la Pontificia Università della Santa Croce e l’Associazione ‘Patres’, coorganizzatrici della mostra con il Meeting dell’Amicizia tra i popoli, hanno raccolto è quella di mostrare come oggi tutti ci sentiamo sbagliati, inadempienti e insufficienti, proprio perché la verità che il Dio di Gesù Cristo è trinitario è in ombra nel nostro contesto culturale. Il cuore di quanto il percorso mira a presentare è che a Nicea la Chiesa è riuscita a dire a sé stessa e al mondo che Dio è Padre e non solo fa il Padre. Ciò significa che Egli sa solo generare e rigenerare, quindi perdonare e accogliere sempre. E questo, dopo l’uccisione simbolica di Dio e del padre, da parte della modernità, è una verità che l’epoca post-moderna ha profondamente bisogno di riascoltare”.
Quanto è importante tale Concilio per l’unità dei cristiani?
“La storia di Nicea dimostra che le divisioni nella Chiesa ci sono sempre state, ma nello stesso tempo esse possono venire superate solo tornando all’unità del Dio di Gesù Cristo che è trino. Infatti, a Nicea è iniziato un percorso che ha permesso di cogliere come l’identità di ciascuno non può essere pensata in modo indipendente da quella degli altri, proprio perché siamo stati creati ad immagine e somiglianza del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, i quali sono una cosa sola nella loro mutua relazione. Questa è la verità di fede che tutti i cristiani condividono. Per questo essa deve diventare fondamento del cammino per tornare alla pienezza dell’unità tra i cristiani. Abbiamo bisogno di un ecumenismo radicale, perché è semplicemente assurdo credere nella Trinità ed essere separati”.
Inoltre al patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, papa Leone XIV ha espresso il desiderio di andare a Nicea: sarà un passo verso un cammino di unità?
“Da tale punto di vista, la visita di papa Leone XIV a Nicea renderà visibile questo fondamento dell’unità che già è presente. E ciò corrisponde proprio alla missione del ministero petrino, che la profondità patristica dell’attuale Sommo Pontefice rende particolarmente evidente”.
Infine quale rapporto c’è tra il titolo della mostra, ‘Luce da Luce: Nicea 1700 anni dopo’, e quello del meeting, ‘Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi’?
“La parte della nostra storia che raccontiamo dice molto chiaramente come il ‘deserto’ non è caratteristico solo della nostra epoca, ma c’è sempre stato e sempre ci sarà. Come nel ‘Piccolo Principe’ di Saint-Exupéry, l’aereo della nostra anima va spesso in panne. Ma il deserto rappresenta una grande opportunità, perché abbiamo mattoni sempre nuovi per costruire la casa.
E questi mattoni sono le eredità che abbiamo ricevuto, a livello sia ecclesiale sia culturale. Esse hanno una virtualità che proprio le crisi fanno emergere. Per questo le chiamiamo ‘fonti’, infatti sono proprio sorgenti. La storia del pensiero umano dimostra che ogni grande rinascita ha avuto origine da un approfondimento del patrimonio che già si possedeva. Ogni rinascimento sorge da un ritorno alle fonti e questo è tanto più vero per ciò che riguarda la fede in Cristo, Figlio di Dio salvatore”.
(Foto: Meeting Amicizia tra i Popoli)
Papa Leone XIV andrà a Nicea
“Miei cari fratelli e sorelle, rivolgo un cordiale saluto a tutti voi, specialmente al Metropolita Elpidophoros e al Cardinale Tobin, che ringrazio per aver voluto organizzare questo incontro nell’ambito del vostro pellegrinaggio. Siete tutti benvenuti. Mi spiace di essere leggermente in ritardo. Stamattina ci sono stati diversi incontri in programma. Sono però molto felice di poter trascorrere con voi il presente momento in questo splendido luogo, Castel Gandolfo”: con queste parole papa Leone XIV ha ricevuto a Leone XIV riceve a Castel Gandolfo i partecipanti al pellegrinaggio ecumenico ortodosso-cattolico, provenienti dagli Stati Uniti d’America con nna promessa per i 1700 anni dal Concilio di Nicea (‘Spero di potervi incontrare di nuovo, tra qualche mese’).
La visita a Roma segna per i pellegrini un ritorno alle origini: “Questo è anche un modo per sperimentare in forma nuova e concreta la fede che nasce dall’ascoltare il Vangelo, sentire il Vangelo trasmessoci dagli Apostoli. E’ significativo che il vostro pellegrinaggio si svolga quest’anno, nel quale celebriamo i millesettecento anni del Concilio di Nicea. Il Simbolo della fede adottato dai Padri riuniti rimane (insieme alle aggiunte apportate dal Concilio di Costantinopoli del 381) patrimonio comune di tutti i cristiani, per molti dei quali il Credo è parte integrante delle celebrazioni liturgiche”.
Per questo ha ricordato la coincidenza pasquale di quest’anno: “Inoltre, per una provvidenziale coincidenza, quest’anno i due calendari in uso nelle nostre Chiese coincidono, così che abbiamo potuto cantare all’unisono l’Alleluia pasquale: ‘Cristo è risorto! E’ veramente risorto!’ Tali parole proclamano che le tenebre del peccato e della morte sono state vinte dall’Agnello immolato, Gesù Cristo nostro Signore. Questo ci ispira grande speranza, perché sappiamo che nessun grido delle vittime innocenti della violenza, nessun lamento delle madri in lutto per i loro figli rimarrà inascoltato. La nostra speranza è in Dio, e proprio perché attingiamo costantemente alla fonte inesauribile della sua grazia, siamo chiamati a esserne testimoni e portatori”.
Ed ha ricordato i ‘frutti’ di tali pellegrinaggi: “Il vostro pellegrinaggio è uno dei frutti abbondanti del movimento ecumenico volto a ristabilire la piena unità tra tutti i discepoli di Cristo, secondo la preghiera del Signore nell’Ultima Cena, quando Gesù disse: ‘perché tutti siano una sola cosa’. A volte diamo per scontati questi segni di condivisione e di comunione che, pur non significando ancora la piena unità, manifestano già il progresso teologico e il dialogo nella carità che hanno caratterizzato gli ultimi decenni”.
Pellegrinaggi resi possibili grazie ad un incontro: “Il 7 dicembre 1965, alla vigilia della conclusione del Concilio Vaticano II, il mio predecessore San Paolo VI e il Patriarca Atenagora firmarono una Dichiarazione Congiunta, cancellando dalla memoria e dal vissuto della Chiesa le sentenze di scomunica seguite agli eventi del 1054. Prima di allora, un pellegrinaggio come il vostro probabilmente non sarebbe stato nemmeno possibile. L’opera dello Spirito Santo ha creato nei cuori la disponibilità a compiere quei passi, come presagio profetico di piena e visibile unità. Anche noi, da parte nostra, dobbiamo continuare a implorare dal Paraclito, dal Consolatore, la grazia di percorrere la via dell’unità e della carità fraterna”.
In conclusione ha tracciato il cammino dell’unità attraverso le parole del profeta Isaia: “L’unità tra i credenti in Cristo è uno dei segni del dono divino della consolazione; la Scrittura promette che ‘a Gerusalemme sarete consolati’. Roma, Costantinopoli e tutte le altre Sedi non sono chiamate a contendersi il primato, per non rischiare di ritrovarci come i discepoli che lungo il cammino, proprio mentre Gesù annunciava la sua passione imminente, discutevano su chi di loro fosse il più grande…
Spiritualmente, tutti noi abbiamo bisogno di tornare a Gerusalemme, la Città della Pace, dove Pietro, Andrea e tutti gli Apostoli, dopo i giorni della passione e risurrezione del Signore, ricevettero lo Spirito Santo a Pentecoste, e da lì resero testimonianza a Cristo fino ai confini della terra”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco invita alla comunione tra Chiese
In mattinata papa Francesco ha ricevuto in udienza il personale sanitario degli ospedali di Catanzaro, Cosenza, Crotone e Vibo Valentia, a cui ah consegnato il discorso a motivo di problemi salutari, nel quale ha ‘esaltato’ la professione delle ostetriche e dei ginecologi: “In effetti, in Italia, e anche in altri Paesi, sembra si sia perso l’entusiasmo per la maternità e la paternità; le si guarda come fonte di difficoltà e di problemi, più che come lo spalancarsi di un nuovo orizzonte di creatività e di felicità”.
E’ stato un appello ad invertire la ‘rotta’ della denatalità, soffermandosi su tre parole: “E questo dipende molto dal contesto sociale e culturale. Per questo voi, come Ordine professionale, vi siete dati un obiettivo programmatico: invertire la tendenza della denatalità. Bravi! Mi congratulo con voi. E allora vorrei riflettere con voi su tre ambiti complementari e interdipendenti della vostra vita e della vostra missione: la professionalità, la sensibilità umana e, per chi crede, la preghiera”.
Per il papa, innanzitutto, è necessario essere professionali: “Il continuo miglioramento delle competenze è parte non solo del vostro codice deontologico, ma anche di un cammino di santità laicale. La competenza è lo strumento con cui potete esercitare al meglio la carità che vi è affidata, sia nell’accompagnamento ordinario delle future mamme, sia affrontando situazioni critiche e dolorose. In tutti questi casi la presenza di professionisti preparati dona serenità e, nelle situazioni più gravi, può salvare la vita”.
Però, oltre la professionalità, occorre possedere la sensibilità: “In un momento cruciale dell’esistenza come quello della nascita di un figlio o di una figlia, ci si può sentire vulnerabili, fragili, e perciò più bisognosi di vicinanza, di tenerezza, di calore. Fa tanto bene, in tali circostanze, avere accanto persone sensibili e delicate. Vi raccomando perciò di coltivare, oltre all’abilità professionale, anche un grande senso di umanità”.
Infine ha invitato anche a mettere al centro della professione la preghiera: “E veniamo al terzo punto: la preghiera. E’ una medicina nascosta ma efficace che chi crede ha a disposizione, perché cura l’anima. A volte sarà possibile condividerla con i pazienti; in altre circostanze, la si potrà offrire a Dio con discrezione e umiltà, nel proprio cuore, rispettando il credo e il cammino di tutti…
Vi incoraggio perciò a sentire nei confronti delle mamme, dei papà e dei bambini che Dio mette sulla vostra strada, la responsabilità di pregare anche per loro, specialmente nella Santa Messa, nell’Adorazione eucaristica e nell’orazione semplice e quotidiana”.
Inoltre ha incontrato anche i sacerdoti ed i monaci delle Chiese Autocefale Orientali, a cui ha detto (sempre nel discorso consegnato) di essere contento della visita: “Questa è la quinta visita di studio per giovani sacerdoti e monaci ortodossi orientali organizzata dal Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Visite simili per sacerdoti cattolici sono state preparate dal Catholicossato armeno di Etchmiadzin e dalla Chiesa Ortodossa Sira Malankarese. Sono molto grato per questo ‘scambio di doni’, promosso dalla Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica e le Chiese Ortodosse Orientali, perché permette di affiancare il dialogo della carità al dialogo della verità”.
Quindi ha ricordato l’importanza del Concilio di Nicea: “La vostra visita ha una rilevanza particolare nell’anno in cui si celebra il 17° centenario del Concilio di Nicea, il primo Concilio ecumenico, che professò il Simbolo della fede comune a tutti i cristiani. Vorrei quindi riflettere con voi sul termine ‘Simbolo’, che ha una forte dimensione ecumenica, nel suo triplice significato.
In senso teologico, per Simbolo s’intende l’insieme delle principali verità della fede cristiana, che si completano e si armonizzano tra loro. In questo senso, il Credo niceno, che espone sinteticamente il mistero della nostra salvezza, è innegabile e ineguagliabile”.
Ed ha spiegato il significato ecclesiologico di questo Simbolo: “Tuttavia, il Simbolo ha anche un significato ecclesiologico: infatti, oltre alle verità, unisce anche i credenti. Nell’antichità, la parola greca symbolon indicava la metà di una tessera spezzata in due da presentare come segno di riconoscimento. Il Simbolo è quindi segno di riconoscimento e di comunione tra i credenti”.
Ecco l’importanza del Simbolo: “Ognuno possiede la fede come “simbolo”, che trova la sua piena unità solo assieme agli altri. Abbiamo dunque bisogno gli uni degli altri per poter confessare la fede, ed è per questo che il Simbolo niceno, nella sua versione originale, usa il plurale ‘noi crediamo’. Andando oltre in questa immagine, direi che i cristiani ancora divisi sono come dei ‘cocci’ che devono ritrovare l’unità nella confessione dell’unica fede. Portiamo il Simbolo della nostra fede come un tesoro in vasi d’argilla”.
Infine il terzo significato è quello ‘spirituale’: “Non dobbiamo mai dimenticare che il Credo è soprattutto una preghiera di lode che ci unisce a Dio: l’unione con Dio passa necessariamente attraverso l’unità tra noi cristiani, che proclamiamo la stessa fede. Se il diavolo divide, il Simbolo unisce! Come sarebbe bello che, ogni volta che proclamiamo il Credo, ci sentissimo uniti ai cristiani di tutte le tradizioni!”
Ed ha auspicato che tale ‘fede comune’ possa diventare comunione: “La proclamazione della fede comune, difatti, richiede prima di tutto che ci amiamo gli uni gli altri, come la liturgia orientale invita a fare prima della recita del Credo: ‘Amiamoci gli uni gli altri, affinché in unità di spirito, professiamo la nostra fede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo’.
Cari fratelli, auspico che la vostra presenza diventi un ‘simbolo’ della nostra comunione visibile, mentre perseveriamo nella ricerca di quella piena unità che il Signore Gesù ha ardentemente desiderato”.
(Foto: Santa Sede)
Fratel Chialà: l’unità dei cristiani riparte dal Concilio di Nicea
“Al centro della Settimana di quest’anno c’è la domanda che Gesù rivolge a Marta nel racconto della resurrezione di Lazzaro: ‘Credi tu questo?’ Riceveremo anche noi, insieme, questa domanda, la stessa per tutti e posta dall’unico Signore, e saremo chiamati insieme a riflettere sulla nostra fede, sulla nostra testimonianza e sul nostro servizio, e a rispondere, ognuno e tutti. Disponiamoci dunque a condividere la gratitudine per la vocazione che abbiamo ricevuto e a rispondere alla domanda di Gesù a Marta, chiedendo allo Spirito di allargare i nostri cuori, di aprire le nostre menti, di orientare i nostri passi e di farci vivere la realtà della fraternità che supera le nostre storie particolari. Che il nostro incontrarci provenendo da strade diverse possa anche essere una testimonianza in tempi sempre più conflittuali”.
E’ l’auspicio che chiude il messaggio che per la prima volta, tutti insieme, i rappresentanti delle Chiese cristiane in Italia rivolgono alle loro comunità per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che si celebra fino al 25 gennaio, firmato da mons. Derio Olivero, vescovo di Pinerolo e presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo della Cei, dal pastore Daniele Garrone, presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, dal metropolita Polycarpos, della Sacra arcidiocesi ortodossa d’Italia, dal vescovo anglicano della diocesi in Europa (Chiesa d’Inghilterra), dai responsabili della Chiesa armena, della Chiesa copta di Roma e di Milano, dell’Esercito della Salvezza, dalla moderatora della Tavola valdese, dall’amministrazione delle parrocchie della Chiesa ortodossa russa (Patriarcato di Mosca) in Italia, dal Decano della Chiesa evangelica luterana in Italia, dal presidente dell’Unione Cristiana evangelica battista d’Italia, dal Coordinatore della Comunione delle Chiese libere, dal vescovo della diocesi ortodossa romena, dal presidente dell’Opera per le Chiese evangeliche metodiste in Italia, dal rappresentante della Chiesa serbo ortodossa e dal vescovo Chiesa evangelica della Riconciliazione.
La settimana di preghiera per l’unità dei cristiani è animata dalla Comunità di Bose, sul tema ‘Credi tu questo?’. Al priore fratel Sabino Chialà, incontrato a Tolentino, nelle Marche, su invito del Sermit odv, chiediamo se questa domanda di Gesù è un interrogativo ‘pesante’:
“Sì! Lo spunto è venuto dal fatto che quest’anno ricorrono 1700 anni dal Concilio di Nicea, che è il primo Concilio ecumenico dove si definisce per la prima volta una ‘formula’ di fede, che poi è accolta da tutti i cristiani. Il comitato che organizza questa settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ha chiesto a noi di scrivere i testi. Quindi ci è sembrato bene ‘puntare’ sul tema della fede, iniziando a chiedere quale è l’essenziale di ciò in cui diciamo di credere. La domanda, tratta dal Vangelo secondo Giovanni, in cui Gesù rivolge questa domanda ad una delle sorelle di Lazzaro (‘Credi tu questo?’), cioè credi nel Figlio di Dio, interrogandola sulla qualità della sua fede”.
Per quale motivo Gesù pone questa domanda?
“In questo episodio Marta ha appena rivolto a Gesù la domanda sulla morte di suo fratello Lazzaro, e Gesù le dice se ella crede nella Resurrezione. La risposta: ‘Sì, credo che risorgeremo alla fine’; ma Gesù ribatte: ‘Io sono la resurrezione e la vita: credi tu questo?’. La richiama alla sua fede, non tanto nell’idea della Resurrezione, ma alla fede nel Risorto, cioè nell’uomo Gesù, destinato alla Resurrezione e che in Lui ciascuno di noi otterrà la consapevolezza di poter vivere aldilà della morte”.
Dopo 1700 anni quale significato assume il Concilio di Nicea?
“Questo è un grande problema, perché il Concilio di Nicea nasce in un contesto storico molto particolare ed è stato anche utilizzato dall’imperatore per poter creare un’unità all’interno del mondo politico del tempo; quindi può essere anche interpretato in maniera non proprio evangelica. Per i cristiani è per la prima volta il convergere sul fatto che in Gesù non riconosciamo non solo un profeta particolare, ma il Figlio di Dio, cioè quell’uomo che allo stesso tempo è pienamente uomo e pienamente Dio.
Questo è detto per la prima volta da tutti i cristiani, anche se quel Concilio ha avuto una ricezione difficile, in quanto esso è stato convocato per il fatto che alcuni negavano questa fede, in particolare Ario. Però, alla fine, tutte le Chiese cristiane, attraverso un lento cammino, arrivano ad accogliere questa fede ed a farne la base della loro comune fede in Gesù. Il nostro essere cristiani si basa su questa comune professione di fede”.
Quindi è possibile ‘mangiare e bere dallo stesso calice’?
“Per me sì; però, siccome ci sono alcuni elementi teologici, che le Chiese non condividono, purtroppo ancora oggi non è possibile. Ritengo che si potrebbe fare qualcosa in più da questo punto di vista, in quanto il cammino teologico ha portato a chiarire molti punti di discordia tra le confessioni di fede. E’ vero che ancora ci sono alcune questioni aperte e per alcune Chiese tali questioni sono dirimenti, cioè bisogna che prima si giunga ad una definizione chiara e poi si può partecipare allo stesso calice.
Da questo punto di vista le Chiese ragionano in modo molto diverso: per la Chiesa cattolica e per alcune Chiese protestanti sarebbe possibile, almeno secondo alcune condizioni, accedere ad una celebrazione eucaristica comune in vista di una unità; per le Chiese ortodosse, invece, è proprio la celebrazione eucaristica che sancisce l’unità. Quindi nella loro visione è un controsenso celebrare l’eucarestia, continuando ad essere disuniti. Sono due approcci diversi, entrambi rispettabili. In via ordinaria questo non è possibile, ma ciò non toglie che ci sono anche casi in cui questo accade in maniera profetica”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco invita alla testimonianza
“In occasione del Suo insediamento come quarantasettesimo Presidente degli Stati Uniti d’America, porgo un cordiale saluto e l’assicurazione delle mie preghiere affinché Dio Onnipotente Le conceda sapienza, forza e protezione nell’esercizio delle Sue alte funzioni. Ispirato dagli ideali della Nazione, terra di opportunità e di accoglienza per tutti, spero che sotto la Sua guida il popolo americano prosperi e si impegni sempre nella costruzione di una società più giusta, in cui non ci sia spazio per l’odio, la discriminazione o l’esclusione. Allo stesso tempo, mentre la nostra famiglia umana affronta numerose sfide, senza contare il flagello della guerra, chiedo a Dio di guidare i Suoi sforzi nella promozione della pace e della riconciliazione tra i popoli. Con questi sentimenti, invoco su di Lei, sulla Sua famiglia e sull’amato popolo americano l’abbondanza delle benedizioni divine”.
Con un messaggio papa Francesco ha inviato al neo presidente degli USA, Donald Trump, gli auguri per il nuovo mandato presidenziale nell’auspicio che si faccia promotore di pace e di riconciliazione tra i popoli, mentre la giornata ha offerto incontri con una delegazione ecumenica dalla Finlandia, giunta a Roma in occasione della festa di Sant’Enrico con l’invito a camminare nella speranza:
“Come messaggero di pace, sant’Enrico ci esorta a non cessare mai di elevare le nostre preghiere per il dono tanto prezioso quanto fragile della pace. Dobbiamo pregare per la pace! Allo stesso tempo, il santo Patrono della Finlandia è simbolo dell’unità donata da Dio, perché la sua festa continua a unire i cristiani di diverse Chiese e Comunità ecclesiali nel lodare insieme il Signore”.
Inoltre ha sottolineato il valore del Credo niceno, dopo aver ringraziato i cantori della Cappella ‘Sanctae Mariae’: “Rimanendo in tema musicale, potremmo dire che il Credo niceno, che tutti condividiamo, è una straordinaria ‘partitura’ di fede. E questa ‘sinfonia della verità’ è Gesù Cristo stesso, il centro della sinfonia. Egli è la verità fatta carne: vero Dio e vero uomo, nostro Signore e Salvatore”.
Ha concluso l’incontro con l’invito a testimoniare la vocazione ‘ecumenica’ con la recita del Padre Nostro: “Chiunque ascolti questa “sinfonia della verità” – non solo con le orecchie, ma con il cuore – sarà toccato dal mistero di Dio che si protende verso di noi, pieno di amore, nel suo Figlio. E su questo amore fedele si fonda la speranza che non delude! Non dimenticare mai questo: la speranza non delude. Testimoniare questo amore incarnato è la nostra vocazione ecumenica, nella comunione di tutti i battezzati”.
Mentre alla comunità dell’Almo Collegio Caprinica di Roma, che prepara i diplomatici della Santa Sede, ma soprattutto dei sacerdoti, in occasione della festa di sant’Agnese, ha sottolineato la necessità di persone formate nella fede: “I vostri Vescovi vi hanno inviato a Roma per prepararvi al ministero ordinato o perfezionare la vostra formazione nei suoi primi anni.
Ho saputo che venite da trentanove diverse diocesi: ventisei italiane, quattordici non italiane, tra cui un’eparchia della Chiesa Siro-Malabarese. In questa varietà di provenienze e appartenenze si riflette qualcosa del volto uno e molteplice del santo Popolo fedele di Dio. Non dimenticare questo: il santo Popolo fedele di Dio, che siamo noi, la Chiesa. E non dimenticare quello che dice la teologia: il santo Popolo fedele di Dio è ‘infallibile in credendo’. Non dimenticatevi questo”.
Inoltre ha sottolineato il significato di ‘Almo’, dato al Collegio, riprendendo una citazione di Dante Alighieri: “Questo appellativo può essere tradotto, in italiano, con ‘che nutre’ o ‘che dà vita e mantiene in vita’… In un contesto come il vostro ci si può ‘nutrire bene’ se non si smarrisce la strada, ‘vaneggiando’, state attenti a questo! Quando è che si finisce per ‘vaneggiare’? Quando si trascurano le relazioni fondamentali, le ‘vicinanze’ che più volte ho avuto modo di richiamare parlando ai seminaristi e ai ministri ordinati”.
E’ stato un invito ad avere cura della missione: “Abbiate cura della missione alla quale Gesù chiama oggi la Chiesa, in tempi complessi ma sempre raggiunti dalla misericordia divina. Vivete questa missione con lo stile che opportunamente qualifichiamo come ‘sinodale’…
Vi invito calorosamente a sentirvi parte di questo cammino e a promuoverlo fin da ora: in Collegio, nelle Università Pontificie dove studiate, nelle parrocchie di Roma, nella Casa di reclusione di Rebibbia, all’Ospedale Bambin Gesù, luoghi in cui siete presenti per l’esperienza pastorale prevista dal cammino formativo. E’ stato il coraggio di san Paolo VI a mettere proprio la sinodalità alla fine del Concilio e aprire il cammino sinodale”.
Ed infine ha invitato a non trascurare le opere di carità: “La carità si esprime in modo concreto, non con parole, nel vostro Collegio, anche attraverso un piccolo ma prezioso servizio di assistenza a persone bisognose che sanno di poter trovare in voi un sostegno per affrontare con meno fatica il peso della vita. Vi aiuti anche questo servizio a non ‘vaneggiare’, come avviene quando si perde il contatto con chi si trova in situazioni di marginalità e di disagio… Non è tanto l’elemosina l’importante, ma quel rapporto con il povero, con Gesù povero lì presente. Guardare gli occhi, toccare le mani”.
(Foto: Santa Sede)
La Facoltà teologica del Triveneto approfondisce il Concilio di Nicea
Alle soglie di un nuovo periodo storico che nel mondo greco-romano, dopo la grande persecuzione, inaugurò il tempo della cristianità, la Chiesa di Aquileia, Chiesa-madre del Nord-Est, ebbe un ruolo importante: polmone tra Roma e l’Oriente, fu un territorio sul quale visioni di Chiese diverse trovarono tensioni e scontri, ma fu anche ponte di dialogo nella catena di trasmissione della fede che si aprì, 1700 anni fa, con il Concilio di Nicea, primo evento ecumenico della storia della cristianità, da cui scaturì una professione di fede condivisa.
Le donne di Santa Rita, Franca Pedrini: questo riconoscimento è un dono meraviglioso
“Essere ‘in uscita’ significa per ciascuno di noi diventare, come Gesù una porta aperta”: le parole di papa Francesco in Ungheria avvalorano la scelta fatta quest’anno di assegnare il ‘Riconoscimento Internazionale Santa Rita, in occasione della festa a lei dedicata, a donne che incarnino il valore del servizio al prossimo.


























