Tag Archives: Costruttori
A Montesilvano la IX edizione della Scuola di Formazione per Studenti promossa dal Msac
Dal 13 al 15 marzo 2026 Montesilvano (Pescara) ospiterà, presso il Pala Dean Martin, la IX edizione della Scuola di Formazione per Studenti (SFS), promossa dal Movimento Studenti di Azione Cattolica (Msac) con circa 2.000 studenti delle scuole superiori, provenienti da tutte le diocesi d’Italia, che si ritroveranno per tre giorni di formazione, confronto e sperimentazione educativa sotto il titolo ‘High Hopes’. L’iniziativa nasce dal desiderio di promuovere un’educazione capace di rispondere alle sfide del presente e di anticipare quelle del futuro.
Al centro di quest’esperienza c’è l’idea di una scuola che riconosca gli studenti come protagonisti del proprio apprendimento, valorizzando competenze, relazioni e responsabilità. In linea con le prospettive di innovazione indicate dal Piano nazionale di ripresa e resilienza e con gli obiettivi dell’educazione civica, la SFS propone un’esperienza formativa ispirata anche alla visione della piattaforma ministeriale ‘Scuola Futura’, sperimentando linguaggi e metodi didattici nuovi, come ha spiegato Elena Giannini, segretaria nazionale del Msac:
“Il titolo scelto per questa edizione, ‘High Hopes’, racchiude l’orizzonte dell’intero evento: sognare in grande, ma con i piedi ben piantati nella realtà. Racconta il desiderio di immaginare una scuola migliore, dentro un Paese più giusto e in un mondo che scelga la pace e il dialogo, senza perdere il contatto con la concretezza della vita quotidiana. Perché il cambiamento non arriva dall’alto, ma nasce dai gesti e dalle scelte di ogni giorno, dalle responsabilità che ciascuno è disposto ad assumersi nel proprio ambiente di studio e di vita”.
L’edizione SFS 2026 si propone di sperimentare un vero e proprio ecosistema educativo, nel quale studenti, insegnanti possano riconoscersi come co-costruttori di una scuola più aperta, inclusiva e capace di innovarsi. Durante i tre giorni di incontri e laboratori verranno sviluppate alcune competenze considerate decisive per la formazione delle nuove generazioni: dalla consapevolezza finanziaria alla cittadinanza attiva, dall’intelligenza emotiva al pensiero critico, dalla coscienza sociale alle competenze digitali e all’uso consapevole dell’intelligenza artificiale.
Dopo l’accoglienza e i saluti istituzionali, il programma entrerà nel vivo: venerdì 14 sera con un momento dedicato alla musica e alla cultura, per ricordare che la formazione non passa solo attraverso i libri ma anche attraverso i linguaggi artistici e le esperienze condivise. Sabato 15 rappresenterà il cuore dell’appuntamento con una giornata di ‘scuola alternativa’: workshop e laboratori permetteranno ai partecipanti di sperimentare metodologie didattiche innovative e di allenare competenze trasversali utili per orientarsi nella complessità del mondo contemporaneo.
Domenica 16 mattina, infine, la plenaria conclusiva raccoglierà le riflessioni e le testimonianze emerse durante l’incontro, rilanciando l’impegno degli studenti nei propri territori e nelle loro scuole. Tra gli ospiti: il gruppo Eugenio in Via Di Gioia; Federica Marinucci e Giulia Trivellone di Libera; Benedetta di Muzio, Chiara Napoleone e Alberto Pompili di ASCS-Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo; Simone Grigoletto, docente di Filosofia morale all’Università di Padova;
Maria Grazia Vergari, psicologa e docente alla Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione ‘Auxilium’; Martina Monticone, biologa nutrizionista; Silvia Boccardi, giornalista; Arturo Mariani, speaker motivazionale ed ex calciatore della Nazionale Italiana di calcio amputati:
“La SFS non vuole offrire formule preconfezionate né soluzioni semplici. L’obiettivo è piuttosto quello di generare domande, aprire spazi di confronto e restituire agli studenti la consapevolezza del proprio ruolo nella società. Perché la scuola non è soltanto un luogo di verifica o di trasmissione di contenuti, ma una comunità di persone che imparano a vivere insieme, a pensare criticamente e a prendersi responsabilità”.
Con High Hopes, il Movimento Studenti di Azione Cattolica invita migliaia di giovani e giovanissimi a mettersi in cammino insieme. Non per attendere la scuola del futuro, ma per iniziare ad abitare già oggi una scuola più viva, più partecipata e più capace di generare speranza.
(Foto: MLAC)
Dalla Lettonia un invito alla speranza con il canto del Magnificat
A Tallinn si sono riuniti molti giovani per contribuire a ridare speranza all’Europa ed al mondo, come ha sottolineato nelle meditazioni serali frère Matthew, priore di Taizè: “Siamo molto felici di essere riuniti in questi giorni a Tallinn. Siete venuti in Estonia come pellegrini, da quasi tutti i paesi d’Europa ed oltre, per pregare e condividere, segno di speranza nel nostro continente oggi. Sei stanco per i lunghi viaggi, quindi prometto di non parlare troppo a lungo”.
Ed ha ricordato la sua prima visita molti anni fa: “Ricordo la mia prima visita a Tallinn trent’anni fa. Quando arrivai alla stazione di Baltijaam con un altro fratello, un gruppo di giovani ci stava aspettando. Cantavano e portavano fiori. Il calore della loro accoglienza mi ha toccato molto e non l’ho mai dimenticato”.
Le parole del priore di Taizé è stato un invito ai giovani a non sentirsi appagati: “Viviamo in un’altra epoca, ma non c’è ancora dentro di noi il desiderio di uscire dalla nostra zona di comfort, che esprime la nostra aspirazione alla comunione con gli altri? Ci aiuta a comprendere che siamo chiamati a qualcosa di più grande di ciò che vediamo a prima vista”.
Le meditazioni di questo incontro europeo si baseranno sulla sua lettera ‘Speranza oltre la speranza’: “In un tempo in cui è facile lasciarsi scoraggiare da ciò che vediamo nel mondo e nella società, siamo disposti ad ascoltarci gli uni gli altri e a scoprire cosa è stato depositato gli uni nei cuori degli altri? Per scrivere questa lettera ho passato molto tempo ad ascoltare i giovani che vivono in zone di guerra. Sono rimasto colpito dal loro coraggio e dalla loro resistenza. Molti dei miei interlocutori mi hanno raccontato l’importanza della loro fede di fronte alla dura realtà della loro esistenza”.
La riflessione si è concentrata sulla preghiera del Magnificat, in cui la Madre di Dio si trova ad affrontare una situazione, in cui è chiesto di dare una risposta: “Vivendo in un paese occupato, capì l’importanza della fede in Dio e seppe dire ‘sì’ a ciò che Dio le chiedeva. Va a trovare sua cugina Elisabeth, anche lei in attesa di un parto improbabile. Come Maria, ognuno di noi ha bisogno di persone come Elisabetta che confermino ciò che abbiamo capito che Dio ci chiedeva, ma non abbiamo osato credere”.
La risposta è conseguenza di una ‘visione’ della realtà, che permette di vivere la speranza: “La conferma della cugina suscita in Maria il suo canto di lode. Vede che Dio esalterà gli umili e che i potenti saranno rovesciati dai loro troni. La sua visione è quella di un mondo che, sotto il segno dell’amore misericordioso di Dio, sia un mondo di giustizia e di pace dove a nessuno manca nulla. Quando sento queste parole, qualcosa in me osa credere che le situazioni possano cambiare e la mia speranza rinasce”.
Attraverso una citazione del teologo Gutierrez frère Matthew ha invitato i giovani a ‘cantare’ il Magnificat: “In questi giorni vi invito a cantare il canto di Maria. Mentre lo cantate, pregae per le situazioni che vorreste vedere cambiate. Ricordiamo le persone che vivono sotto regimi oppressivi e che desiderano giustizia e pace. Ricordo bene la rivoluzione cantata del 1991 che permise all’Estonia di riconquistare la propria indipendenza. Molti giovani con cui ho parlato durante la preparazione della Lettera mi hanno parlato dell’importanza del canto per rinnovare la speranza e dare loro il coraggio di perseverare”.
Quindi sperare vuol dire anche ricordare: “Ci vuole coraggio per sperare… Non possiamo dimenticare il passato, ma possiamo guardarlo per costruire l’oggi e costruire passo dopo passo il nostro futuro. Non è così che Dio opera? Attraverso lo Spirito Santo, Dio è costantemente all’opera in noi e intorno a noi, trasforma le nostre ferite e corona le nostre gioie. Non dimentichiamo il passato, ma osiamo sperare oltre ogni speranza”.
Inoltre molto sono stati i messaggi inviati; il patriarca Bartolomeo ha invitato i giovani ad essere speranza nel mondo: “In un mondo segnato da divisioni, conflitti e incertezze, voi siete portatori di nuova speranza. Riunendovi per pregare, condividere e riflettere insieme, manifestate la realtà dell’amore di Dio, che trascende i confini e unisce i cuori in autentica comunione. Attraverso il vostro esempio mostrate che la fede cristiana è una forza trasformatrice capace di portare pace e speranza anche nei momenti più bui. Inoltre, vi invitiamo a pregare in particolare per i paesi e le regioni devastati dalla guerra e dai conflitti, in particolare per l’Ucraina e il Medio Oriente”.
E’ stato un invito ad essere ‘costruttori di comunione’: “Siete chiamati ad essere artigiani di comunione, a costruire ponti dove ci sono muri e ad illuminare il mondo con le vostre azioni e le vostre parole. Preghiamo affinché questo Incontro Europeo sia fonte di ispirazione, rinnovamento spirituale e abbondanti grazie per ciascuno di voi. Il Signore vi guidi e vi rafforzi nel vostro cammino di fede e di testimonianza. Confidiamo che questa esperienza rafforzi in voi il desiderio di servire la Chiesa e la società con generosità e dedizione alla luce del nuovo anno che ci aspetta”.
Mentre il presidente dell’Estonia, Alar Karis, ha affermato che i giovani possono offrire un valido contributo per la ‘costruzione’ dell’Europa: “Voi giovani potete dare un contributo significativo affinché la fiducia nel futuro sia maggiore di quanto non lo sia oggi. La fiducia è la base di tutto, quindi è importante non solo parlarne, ma agire di conseguenza, ciascuno secondo le proprie possibilità. La fiducia alimenta anche la fiducia in se stessi e il coraggio di cui hanno bisogno i bambini, i giovani e gli adulti. Confidando gli uni negli altri e lavorando insieme, possiamo anche sperare che l’Europa di domani abbia il vostro volto e sia progettata da voi. Sarà unita e forte”.
Infine le decorazioni della pista di pattinaggio di Tondiraba, luogo delle preghiere serali, sono state ispirate dal lavoro dell’artista estone Anu Raud. Nata nel 1943, Anu Raud è una nota artista tessile estone. Vive e lavora in una fattoria nella campagna vicino a Tartu. Trae ispirazione dai motivi tradizionali del Paese, dall’osservazione dell’ambiente circostante e dalla vista fuori dalla finestra. E’ inoltre attivamente impegnata nella promozione dell’arte e della cultura popolare estone.
I formati e i motivi utilizzati per la decorazione ci immergono nell’inverno e nel freddo, riunendo diversi elementi della campagna e della cultura estone. Al centro di tutto c’è una scena semplice: la nascita di Gesù. Nel freddo e nella neve, una casa calda, una mangiatoia accogliente. La culla diventa il centro che ci riunisce per una preghiera comune, il calore che ci avvolge nel cuore dell’inverno.
Quando la comunità di Taizè ha presentato il progetto di decorazione ad Anu Raud, lei ha risposto: ‘Siamo nel bel mezzo dei giorni bui di novembre in Estonia, e stiamo aspettando la luce, stiamo aspettando la nascita di un re, la nascita di Gesù’.
(Foto: Comunità di Taizè)
Papa Francesco ai cardinali: mettere al centro Cristo
Nella basilica di san Pietro, Francesco ha presieduto il Concistoro per la creazione di 21 cardinali con l’invito è a non lasciarsi abbagliare dal fascino del prestigio, dalla seduzione del potere e dell’apparenza, ma a poggiare la vita sul vero ‘cardine’, che è Gesù, in questo decimo concistoro di papa Francesco, prendendo a riferimento il vangelo dell’apostolo Marco nel momento più drammatico della sua vita:
“Pensiamo un po’ a questa narrazione: Gesù sta salendo verso Gerusalemme. La sua non è un’ascesa alla gloria di questo mondo, ma alla gloria di Dio, che comporta la discesa negli abissi della morte. Nella Città santa, infatti, Egli morirà sulla croce, per ridare la vita a noi. Eppure, Giacomo e Giovanni, che immaginano invece un destino diverso per il loro Maestro, avanzano la loro richiesta e gli chiedono due posti d’onore: ‘Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra’ (Mc 10,37)”.
E’ lo scontro tra due mentalità, che mostrano l’instabilità della persona umana, citando Alessandro Manzoni: “Il Vangelo mette in luce questo drammatico contrasto: mentre Gesù sta facendo una strada faticosa e in salita che lo porterà al Calvario, i discepoli pensano alla strada spianata e in discesa del Messia vincitore. E non dobbiamo scandalizzarci di questo, ma prendere umilmente coscienza che, per dirlo col Manzoni, ‘così è fatto questo guazzabuglio del cuore umano’ (I promessi sposi, cap. 10). Così è fatto”.
E, citando sant’Agostino che invita a tornare al ‘cuore’, papa Francesco ha messo in allerta i neo cardinali: “Questo può succedere anche a noi: che il nostro cuore perda la strada, lasciandosi abbagliare dal fascino del prestigio, dalla seduzione del potere, da un entusiasmo troppo umano per il nostro Signore. Per questo è importante guardarci dentro, metterci con umiltà davanti a Dio e con onestà davanti a noi stessi, e chiederci: dove sta andando il mio cuore?
Dove sta andando il mio cuore oggi? In quale direzione si muove? Forse sto sbagliando strada? Tornare al cuore per rimettersi sulla stessa strada di Gesù, di questo abbiamo bisogno. Ed oggi, in particolare a voi, cari Fratelli che ricevete il cardinalato, vorrei dire: badate bene a fare la strada di Gesù. E cosa significa questo?”
Papa Francesco ha avvertito la necessità di mettere al centro l’essenziale: “Fare la strada di Gesù significa anzitutto ritornare a Lui e rimettere Lui al centro di tutto. Nella vita spirituale come in quella pastorale, rischiamo a volte di concentrarci sui contorni, dimenticando l’essenziale. Troppo spesso le cose secondarie prendono il posto di ciò che è necessario, le esteriorità prevalgono su quello che conta davvero, ci tuffiamo in attività che riteniamo urgenti, senza arrivare al cuore.
E, invece, abbiamo sempre bisogno di ritornare al centro, di recuperare il fondamento, di spogliarci di ciò che è superfluo per rivestirci di Cristo. Anche la parola ‘cardine’ ci richiama a questo, indicando il perno su cui viene inserito il battente di una porta: è un punto fermo di appoggio, di sostegno. Ecco, cari fratelli: Gesù è il punto d’appoggio fondamentale, il centro di gravità del nostro servizio, il ‘punto cardinale’ che orienta tutta la nostra vita”.
E’ stato un invito ad incontrare le persone: “Fare la strada di Gesù significa anche coltivare la passione dell’incontro. Gesù non fa mai la strada da solo; il suo legame con il Padre non lo isola dalle vicende e dal dolore del mondo. Al contrario, proprio per curare le ferite dell’uomo e alleggerire i pesi del suo cuore, per rimuovere i macigni del peccato e spezzare le catene della schiavitù, proprio per questo Egli è venuto. E, così, lungo la strada, il Signore incontra i volti delle persone segnate dalla sofferenza, si fa vicino a coloro che hanno perduto la speranza, solleva quanti sono caduti, guarisce chi è nella malattia. Le strade di Gesù sono popolate di volti e di storie e, mentre passa”
La prospettiva di papa Francesco è chiara e l’ha supportata con una citazione di don Primo Mazzolari: “L’avventura della strada, la gioia dell’incontro con gli altri, la cura verso i più fragili: questo deve animare il vostro servizio di cardinali. L’avventura della strada, la gioia dell’incontro con gli altri e la cura verso i più fragili… Non dimentichiamo che stare fermi rovina il cuore e l’acqua ferma è la prima a corrompersi”.
Percorrere la strada di Gesù vuole dire diventare ‘costruttori di unità’, in quanto è un invito a non evitare la ‘croce’: “Fare la strada di Gesù significa, infine, essere costruttori di comunione e di unità. Mentre nel gruppo dei discepoli il tarlo della competizione distrugge l’unità, la strada che Gesù percorre lo porta sul Calvario.
E sulla croce Egli compie la missione che gli è stata affidata: che nessuno vada perduto, che venga finalmente abbattuto il muro dell’inimicizia e tutti possiamo scoprirci figli dello stesso Padre e fratelli tra di noi. Per questo, posando il suo sguardo su di voi, che provenite da storie e culture diverse e rappresentate la cattolicità della Chiesa, il Signore vi chiama a essere testimoni di fraternità, artigiani di comunione e costruttori di unità. Questa è la vostra missione!”
Citando le parole di san Paolo VI nel Concistoro del 1977, papa Francesco ha invitato i cardinali a seguire Gesù: “Animati da questo spirito, cari Fratelli, voi farete la differenza; secondo le parole di Gesù che, parlando della competizione corrosiva di questo mondo, dice ai discepoli: ‘Tra voi però non è così’. Ed è come se dicesse: venite dietro a me, sulla mia strada, e sarete diversi; venite dietro a me e sarete un segno luminoso in una società ossessionata dall’apparenza e dalla ricerca dei primi posti. ‘Tra voi non sia così’, ripete Gesù: amatevi l’un l’altro con amore fraterno e siate servi gli uni degli altri, servi del Vangelo”.
Ultimo atto di questa intensa giornata è stato il messaggio per l’inaugurazione della cattedrale di Notre Dame a Parigi, letto dal Nunzio Apostolico in Francia, mons. Celestino Migliore, in cui è stato ricordato il lavoro di tutti coloro che hanno reso possibile questo momento: “Rendo omaggio a tutti coloro, in particolare ai vigili del fuoco, che hanno lavorato coraggiosamente per salvare questo monumento storico dal naufragio. Rendo omaggio al deciso impegno delle autorità pubbliche e alla grande effusione di generosità internazionale che ha contribuito alla restaurazione. Questo slancio è un segno non solo di attaccamento all’arte e alla storia, ma anche di più (e quanto è incoraggiante!) il segno che il valore simbolico e sacro di un simile edificio è ancora ampiamente percepito, dal più piccolo al più grande”.
Ed ha ringraziato anche gli artigiani, che hanno riportato alla bellezza la cattedrale parigina: “Rendo omaggio anche allo straordinario lavoro dei tanti mestieri che hanno investito, dando generosamente il meglio di sé per riportare Notre-Dame al suo splendore. E’ bello e rassicurante che il saper fare di una volta sia stato sapientemente conservato e migliorato. Ma è ancora più bello che tanti lavoratori e artigiani abbiano testimoniato di aver vissuto questa avventura di restauro in un autentico approccio spirituale. Hanno seguito le orme dei loro padri la cui fede, vissuta nel loro lavoro, è stata l’unico modo per costruire un capolavoro dove nulla di profano, incomprensibile o volgare trova posto”.
E’ stato un invito per i francesi ad apprezzare questo patrimonio quale è Notre Dame: ““La rinascita di questa ammirevole Chiesa costituisca dunque un segno profetico del rinnovamento della Chiesa in Francia. Invito tutti i battezzati che entreranno con gioia in questa Cattedrale a provare un legittimo orgoglio e a riappropriarsi del proprio patrimonio di fede. Cari fedeli di Parigi e della Francia, questa residenza, in cui abita il nostro Padre celeste, è vostra; tu sei le sue pietre vive. Coloro che ti hanno preceduto nella fede lo hanno costruito per te: le innumerevoli rappresentazioni e simboli che contiene vogliono guidarti con maggiore sicurezza verso l’incontro con Dio fatto uomo e alla riscoperta del suo immenso amore”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco: in piedi costruttori di pace!
La mattina di papa Francesco a Verona si è conclusa con l’incontro con i carcerati reclusi nella Casa Circondariale di Montorio, insieme agli agenti di polizia penitenziaria ed ai volontari, sottolineando l’importanza dell’evento:
“Per me entrare in un carcere è sempre un momento importante, perché il carcere è un luogo di grande umanità. Sì, è un luogo di grande umanità. Di umanità provata, talvolta affaticata da difficoltà, sensi di colpa, giudizi, incomprensioni, sofferenze, ma nello stesso tempo carica di forza, di desiderio di perdono, di voglia di riscatto, come ha detto Duarte nel suo discorso”.
In tale incontro ha evidenziato la presenza reale di Dio, che si esprime attraverso la misericordia: “E in questa umanità, qui, in tutti voi, in tutti noi, è presente oggi il volto di Cristo, il volto del Dio della misericordia e del perdono. Non dimenticate questo: Dio perdona tutto e perdona sempre, in questa umanità, qui, in tutti voi. Questo senso di guardare il Dio della misericordia”.
Quella del papa è una parola che apre alla speranza: “Con Lui al nostro fianco, con il Signore al nostro fianco, possiamo vincere la disperazione. E, come ha detto la direttrice, Dio è uno: le nostre culture ci hanno insegnato a chiamarlo con un nome, con un altro, e a trovarlo in maniere diverse, ma è lo stesso padre di tutti noi. È uno. E tutte le religioni, tutte le culture, guardano all’unico Dio con modalità differenti. Mai ci abbandona. Con Lui al nostro fianco, possiamo vincere la disperazione e vivere ogni istante come il tempo opportuno per ricominciare”.
E’ un discorso che si collega all’apertura dell’Anno Santo: “Tra pochi mesi inizierà l’Anno Santo: un anno di conversione, di rinnovamento e di liberazione per tutta la Chiesa; un anno di misericordia, in cui deporre la zavorra del passato e rinnovare lo slancio verso il futuro; in cui celebrare la possibilità di un cambiamento, per essere e, dove necessario, tornare ad essere veramente noi stessi, donando il meglio. Sia anche questo un segno che ci aiuti a rialzarci e a riprendere in mano, con fiducia, ogni giorno della nostra vita”.
Ma il momento della visita più atteso è stato quello svoltosi nell’Arena con oltre 12.000 persone, che si è trasformato in uno spettacolo di fratellanza con testimonianze di fraternità e di pace, come quella dei due imprenditori (uno israeliano e l’altro palestinese), colpiti negli affetti familiari dalla guerra in corso, che sul palco si abbracciano e abbracciano il papa, riscuotendo un commosso applauso; oppure la testimonianza di Mahbouba Seraj, profuga di Kabul, che chiede pace per il proprio Paese, dopo 44 anni di guerra:
“La domanda è su quale tipo di leadership può portare avanti questo compito che tu hai espresso così profondamente. La cultura fortemente marcata dall’individualismo, non da una comunità, rischia sempre di far sparire la dimensione della comunità: dove c’è individualismo forte, sparisce la comunità…
L’autorità è essenzialmente collaborativa; altrimenti sarà autoritarismo e tante malattie che ne nascono. L’autorità per costruire processi solidi di pace sa infatti valorizzare quanto c’è di buono in ognuno, sa fidarsi, e così permette alle persone di sentirsi a loro volta capaci di dare un contributo significativo. Questo tipo di autorità favorisce la partecipazione, che spesso si riconosce essere insufficiente sia per la quantità che per la qualità. Partecipazione: non dimenticare questa parola. Lavoriamo tutti, tutti partecipiamo nell’opera che portiamo avanti”.
Quindi la pace si costruisce insieme: “Questa forza dell’insieme, la partecipazione è questo. Bisogna investire sui giovani, sulla loro formazione,per trasmettere il messaggio che la strada per il futuro non può passare solo attraverso l’impegno di un singolo, per quanto animato delle migliori intenzioni e con la preparazione necessaria, ma passa attraverso l’azione di un popolo (il popolo è protagonista, non dimentichiamo questo), in cui ognuno fa la propria parte, ciascuno in base ai propri compiti e secondo le proprie capacità. E vi farei io una domanda: in un popolo, il lavoro dell’insieme è la somma del lavoro di ognuno? Soltanto quello? No, è di più! E’ di più. Uno più uno fa tre: questo è il miracolo di lavorare insieme”.
Ai volontari, quindi il papa risponde che la pace va promossa: “E’ proprio il Vangelo che ci dice di metterci dalla parte dei piccoli, dalla parte dei deboli, dalla parte dei dimenticati. Il Vangelo ci dice questo. E Gesù, con il gesto della lavanda dei piedi che sovverte le gerarchie convenzionali, ci dice lo stesso. E’ sempre Lui che chiama i piccoli e gli esclusi e li pone al centro, li invita a stare in mezzo agli altri, li presenta a tutti come testimoni di un cambiamento necessario e possibile.
Con le sue azioni Gesù rompe convenzioni e pregiudizi, rende visibili le persone che la società del suo tempo nascondeva o disprezzava. Questo è molto importante: non nascondere le limitazioni. Ci sono persone molto limitate, fisicamente, spiritualmente, socialmente, economicamente… Non nascondere le limitazioni. Gesù non le nascondeva. E Gesù lo fa senza volersi sostituire a loro, senza strumentalizzarle, senza privarle della loro voce, della loro storia, dei loro vissuti”.
Però è necessario un cambio di prospettiva: “Ecco, questa è la conversione che cambia la nostra vita, la conversione che cambia il mondo. Una conversione che riguarda tutti noi singolarmente, ma anche come membri delle comunità, dei movimenti, delle realtà associative a cui apparteniamo, e come cittadini. E riguarda anche le istituzioni, che non sono esterne o estranee a questo processo di conversione”.
Però la prospettiva ha necessità di un nuovo centro: “Il primo passo è riconoscere che non siamo noi al centro… Guardiamo la lista dei piccoli, di tanti “piccoli” che abbiamo noi. E pensiamo a una categoria che tutti noi abbiamo in famiglia, piccoli nel senso, diciamo, di diminuiti per l’età: pensiamo ai nonni… Stiamo attenti con i vecchi: i vecchi sono saggezza. Non dimentichiamo questo. Lo dico con dolore: questa società tante volte nasconde i vecchi, abbandona i vecchi”.
Inoltre la pace va curata: “Tante volte le guerre vengono dall’impazienza di fare presto le cose e non avere quella pazienza di costruire la pace, lentamente, con il dialogo. La pazienza è la parola che dobbiamo ripetere continuamente: la pazienza per fare la pace. E se qualcuno (lo vediamo nella vita naturale) se qualcuno ti insulta, ti viene subito la voglia di dirgli il doppio e poi il quadruplo e così si va moltiplicando l’aggressione, le aggressioni si moltiplicano. Dobbiamo fermare, fermare l’aggressione… Quando noi vediamo che le cose incominciamo a essere bollenti, fermiamoci, facciamo una passeggiata o diciamo una parola, e le cose andranno meglio. Fermarsi in tempo, fermarsi in tempo!”
Inoltre la pace va sperimentata: “Il primo passo da fare per vivere in modo sano tensioni e conflitti è riconoscere che fanno parte della nostra vita, sono fisiologici, quando non travalicano la soglia della violenza. Quindi non averne paura: benvenuti, per risolverli. Non averne paura. Non temere se ci sono idee diverse che si confrontano e forse si scontrano. In queste situazioni siamo chiamati a un esercizio diverso. Lasciarci interpellare dal conflitto, lasciarci provocare dalle tensioni, per metterci in ricerca: come risolvere, come andare alla ricerca dell’armonia. Questo è un lavoro che noi non siamo abituati a fare: eppure è la ricchezza, è la ricchezza sociale, questo, sia della famiglia sia della società”.
Quindi è necessario convivere con i conflitti: “Ci sono dei conflitti? Andiamo, parliamo dei conflitti, confrontiamoci per risolverli. Per favore, non avere paura dei conflitti, siano conflitti famigliari, siano sociali. Ed è chiaro che se io non ho paura del conflitto, sono portato a fare il dialogo. E il dialogo ci aiuta a risolvere i conflitti, sempre. Ma il dialogo non è arrivare all’uguaglianza, no, perché ognuno ha la propria idea; ma ci fa condividere la pluralità… Dobbiamo imparare a vivere con i conflitti: quando i figli adolescenti incominciano a chiedere cose che non siamo abituati a dare loro, c’è un conflitto familiare: ascoltarli, dialogo. Papà che dialoga con i figli, mamma che dialoga con i figli, cittadini che dialogano tra loro… Dialogo. E i conflitti ti fanno progredire. Una società senza conflitto è una società morta; una società dove si nascondono i conflitti è una società suicida; una società dove si prendono i conflitti per mano e si dialoga è una società di futuro”.
E la pace va preparata con un riferimento all’abbraccio avvenuto tra un israeliano ed un palestinese: “Abbracciarci. Ambedue hanno perso i familiari, la famiglia si è rotta per questa guerra. A che serve la guerra? Per favore, facciamo un piccolo momento di silenzio, perché non si può parlare troppo di questo, ma “sentire”. E guardando l’abbraccio di questi due, ognuno dal proprio cuore preghi il Signore per la pace, e prenda una decisione interiore di fare qualcosa perché finiscano le guerre. In silenzio, un attimo”.
Il papa ha anche riservato un pensiero ai bambini che vivono nelle guerre: “Quale futuro avranno? Mi vengono in mente i bambini ucraini che vengono a Roma: non sanno sorridere. I bambini nella guerra perdono il sorriso. E pensiamo ai vecchi che hanno lavorato tutta la vita per portare avanti questi due Paesi, ed adesso… Una sconfitta, una sconfitta storica e una sconfitta di tutti noi. Preghiamo per la pace, e diciamo a questi due fratelli che portino questo desiderio nostro e la volontà di lavorare per la pace al loro popolo”.
Concludendo la mattinata il papa ha ripetuto l’invito di mons. Tonino Bello: “Fratelli e sorelle, le nostre civiltà in questo momento stanno seminando, distruzione, paura. Seminiamo, fratelli e sorelle, speranza! Siamo seminatori di speranza! Ognuno cerchi il modo di farlo, ma seminatori di speranza, sempre. E’ quello che state facendo anche voi, in questa Arena di Pace: seminare speranza. Non smettete. Non scoraggiatevi. Non diventate spettatori della guerra cosiddetta ‘inevitabile’. No, spettatori di una guerra cosiddetta inevitabile, no. Come diceva il vescovo Tonino Bello: ‘In piedi tutti, costruttori di pace!’ Tutti insieme”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco agli Anglicani: costruiamo la via per l’unità
‘Pace a Voi’, con queste parole stamane papa Francesco ha ricevuto in udienza i partecipanti all’Assemblea dei Primati della Comunione Anglicana, che hanno avuto un colloquio franco sui problemi del mondo: “Vi saluto con gioia, con le parole del Risorto: esse sono foriere di quella speranza che scaturisce dalla Risurrezione e che non delude. Così fu per i discepoli, mentre stavano chiusi e intimoriti nel Cenacolo: nel pieno dello smarrimento Gesù guarì la loro paure, mostrando le piaghe e il fianco ed effondendo su di loro il suo Spirito”.
E’ un saluto necessario per infondere vigore a chi è impaurito di fronte a situazioni mondiali complesse: “Anche oggi, quando i capi del popolo di Dio si riuniscono, potrebbero sentirsi impauriti come i discepoli: potrebbero lasciarsi tentare dallo sconforto, manifestando gli uni agli altri le delusioni e le aspettative non soddisfatte, facendosi dominare dalle preoccupazioni, senza riuscire a impedire che le rispettive divergenze si inaspriscano. Ma pure oggi, se volgiamo lo sguardo a Cristo anziché a noi stessi, ci accorgeremo che il Risorto sta in mezzo a noi e desidera donarci la sua pace e il suo Spirito”.
Ricordando le occasioni di incontro il papa ha esortato ad essere ‘costruttori’ di unità’: “Il Signore chiama ciascuno di noi ad essere costruttore di unità e, anche se non siamo ancora una cosa sola, la nostra comunione imperfetta non deve impedirci di camminare insieme… Sono grato in questo senso per il lavoro svolto negli ultimi cinquant’anni dalla Commissione internazionale anglicano-cattolica, che si è impegnata con dedizione nel superamento di diversi ostacoli che si frappongono sul cammino dell’unità”.
Il papa ha sottolineato che la conciliazione è possibile con l’aiuto dello Spirito Santo, come si evince dalla lettura degli Atti degli Apostoli: “Ma in tutto il racconto emerge come il vero protagonista sia lo Spirito Santo: gli Apostoli giungono a conciliazioni e soluzioni lasciando il primato a Lui. Talora dimentichiamo che le discussioni hanno animato anche la prima comunità cristiana, quella di coloro che avevano conosciuto il Signore e lo avevano incontrato Risorto; non dobbiamo avere paura delle discussioni, ma viverle lasciando il primato al Paraclito.
A me piace tanto quella formula degli Atti degli Apostoli: ‘E’ parso allo Spirito Santo e a noi’… Di certo, la prospettiva divina non sarà mai quella della divisione, mai, quella della separazione, dell’interruzione del dialogo, mai. La via di Dio ci porta invece a stringerci sempre più vitalmente al Signore Gesù, perché solo in comunione con Lui ritroveremo la piena comunione tra noi”.
E’ stato un invito a far conoscere al mondo Gesù, specialmente in quelle zone dove c’è violenza: “Il mondo lacerato di oggi ha bisogno della manifestazione del Signore Gesù! Ha bisogno di conoscere Cristo! Alcuni di voi provengono da regioni in cui la guerra, la violenza e l’ingiustizia sono l’avariato pane quotidiano dei fedeli, ma anche nei Paesi ritenuti benestanti e pacifici non mancano sofferenze, come la povertà di tanti. Cosa possiamo proporre noi di fronte a tutto questo, se non Gesù, il Salvatore? Farlo conoscere è la nostra missione. Sulla scia di quanto disse Pietro allo storpio presso la porta del tempio, ciò che dobbiamo offrire al nostro tempo fragile e bisognoso non sono argento e oro, ma Cristo e il sorprendente annuncio del suo Regno”.
Ricordando le controverse questioni sul ruolo del vescovo di Roma, il papa ha rilanciato la validità del cammino sinodale: “Come sapete, la Chiesa cattolica è impegnata in un percorso sinodale. Mi rallegro che tanti delegati fraterni, tra cui un vescovo della Comunione anglicana, abbiano preso parte alla prima sessione dell’Assemblea generale tenutasi lo scorso anno e attendo con gioia un’ulteriore partecipazione ecumenica nella sessione di quest’autunno… Il più recente lavoro della Commissione internazionale anglicano-cattolica può essere un’utile risorsa in questo senso”.
Ha concluso l’incontro con il richiamo alla dichiarazione comune del 2016: “Sarebbe uno scandalo se, a causa delle divisioni, non realizzassimo la nostra comune vocazione di far conoscere Cristo. Invece, se al di là delle rispettive visioni saremo in grado di testimoniare Cristo con umiltà e amore, sarà Lui ad avvicinarci gli uni agli altri… Prima il fratello e dopo il sistema. Fratelli e sorelle, grazie ancora per questa visita, che ci permette di crescere nella comunione”.
(Foto: Santa Sede)
Una Via Crucis che insegna la pace con i testimoni della guerra
“Se diciamo semplicemente passo dopo passo, il nostro pensiero corre subito a chi cammina lentamente o speditamente. Se parliamo, invece, di passi in salita, il nostro pensiero va a chi con gli scarponi procede sui sentieri di montagna e con fatica raggiunge la meta. La salita di Gesù al Calvario non è assimilabile né al cammino in pianura, né a quello dello scalatore, esperto o amatoriale che sia. La salita di Gesù è un impegno di cui Lui si è caricato per ciascuno di noi.




























