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Un uomo (e un film) per tutte le stagioni
Il 22 giugno la Chiesa ha ricordato la straordinaria figura di san Tommaso Moro (1478-1535), padre di famiglia, avvocato, uomo di Stato e scrittore che, contro tutto e tutti, seppe sacrificare la sua carriera politica e la vita per rimanere fedele alla verità naturale e cristiana. Nel 1532, infatti, giunto alla più alta carica politico-amministrativa del Regno d’Inghilterra (era stato designato Lord Cancelliere a 52 anni, nel 1530), decise di dimettersi per sottrarsi al disegno tirannico di Enrico VIII di manipolare Parlamento e Assemblea del Clero per assumere il controllo sulla chiesa d’Inghilterra e farne “legittimare” il divorzio da Caterina d’Aragona che gli era necessario per poter sposare Anna Bolena.
Dopo 15 mesi di “carcere duro” e torture di vario tipo Sir Thomas More fu decapitato pronunciando come ultime parole prima della condanna a morte: «Muoio come buon servo del Re, ma anzitutto come servo di Dio». La Chiesa, per questo, l’ha proclamato patrono dei politici e degli uomini di governo durante il Grande Giubileo del 2000 e, nel recente Giubileo dei Governanti (21-22 giugno 2025), lo ha di nuovo additato come esempio non solo per la carica profetica della sua testimonianza etica ma anche per la grandezza di statista.
A questo proposito è significativo notare come nell’ultima intervista rilasciata da cardinale ai media vaticani all’indomani della morte di Papa Francesco, Leone XIV abbia voluto ricordare proprio la venerazione di Bergoglio per san Tommaso Moro. Nelle udienze settimanali del sabato mattina come prefetto del Dicastero per i Vescovi, infatti, il Papa soleva raccomandargli di «non perdere il senso dell’umorismo», invitandolo a recitare la “Preghiera del buonumore” di Thomas More per andare avanti nelle «cose di grande responsabilità, con grande fiducia nella grazia del Signore» (cit. in Tiziana Campisi, «Ha insegnato a vivere la gioia del Vangelo». L’ultima intervista del cardinale Prevost con i media vaticani rilasciata all’indomani della morte di Francesco, L’Osservatore Romano, 9 maggio 2025, p. 6). Si tratta di una preghiera che, come noto, Papa Francesco ha recitato ogni giorno durante il suo non facile e contrastato Pontificato.
Siccome oggi ricorre il 65° anniversario della prima teatrale dell’opera di Robert Bolt (1924-1995) “Un uomo per tutte le stagioni” (A Man for All Seasons), dedicata al “martirio politico” di san Tommaso Moro (rappresentata al Globe Theatre di Londra, per la regia di Noel Willman, il 1º luglio 1960), vale la pena riproporne all’attenzione la trama e l’omonimo film vincitore di sei Premi Oscar nel 1966, tra cui quelli per il miglior film e il miglior regista.
Come il capolavoro di Robert Bolt, sceneggiatore di grandi successi come Lawrence d’Arabia (1962), Il dottor Živago (1965) e The Mission (1986), la trama del film di Fred Zinnemann culmina nel rifiuto di Tommaso Moro di accettare il divorzio del re d’Inghilterra e la rottura della “chiesa nazionale” con quella di Roma.
Il film vanta un cast stellare, dal protagonista Paul Scofield, attore shakesperiano già protagonista dell’originale produzione teatrale del 1960 e divenuto noto sul grande schermo per l’interpretazione del severo professore universitario Mark Van Doren in Quiz Show (1994), che impersona Tommaso Moro, all’energico Robert Shaw, nei panni di Enrico VIII, passando per il grande Orson Wells che interpreta il cardinale Thomas Wolsey, Arcivescovo di York e potente uomo di Stato e il giovanissimo John Hurt, che dà volto e voce a Richard Rich, l’uomo che dopo aver chiesto una raccomandazione a Thomas More ancora potente ne siglerà alla fine la condanna a morte.
Quella di Tommaso è solo apparentemente una parabola umana dall’esito tragico. Rimane infatti sempre motivato da un’ardente fede cattolica, invidiato dai suoi rivali e profondamente amato dalla sua famiglia. Oltre a ciò è riconosciuto come funzionario dello Stato integro e fedele, che muore per onorare la giustizia e la verità. E lo fa senza mai condannare chi cede ed è più debole di lui, nella certezza della bontà del progetto di Dio sulla sua vita (Omnia in bonum! – Tutto concorre al bene!).
More è innocente come attestano in fondo anche i suoi avversari, primo tra tutti Thomas Cromwell, l’ambizioso segretario del cardinale Wolsey disposto a tutto per il potere, ma non può piegarsi al compromesso morale né all’attentato condotto ai diritti di Dio e della Chiesa. Pur nella convinzione che il martirio non vada cercato se non come ultima opzione, alla fine san Tommaso Moro non potrà che pagare con la vita la fedeltà alla sua coscienza.
Interessanti anche i risvolti politici del film di Zinnemann che, girato in piena guerra fredda, rappresentano le dinamiche tipiche della corruzione di una macchina statale in regime di tirannia e della propensione umana a farsene irretire e compromettere richiamando le atmosfere della Russia sovietica del Dottor Živago.
Restando fedele alla sua struttura quasi teatrale, Un uomo per tutte le stagioni mantiene ancora oggi intatti il suo ritmo e il suo fascino. Dopo essersi rifiutato di prestare giuramento di fedeltà a Enrico VIII in quanto Capo della Chiesa, More viene arrestato e rinchiuso nella Torre di Londra. Si difende brillantemente dalle accuse che gli vengono rivolte, ma viene condannato come detto per lo spergiuro di Rich, che in cambio riceve da Cromwell la carica di Procuratore Generale del Galles.
Il titolo del film (così come la pièce teatrale di Bolt) è ispirato da una dedica composta dallo scrittore e latinista Robert Whittington (1480-1553), un contemporaneo di More, che nel 1520 scrisse di lui: «Thomas More ha l’intelligenza di un angelo e una singolare sapienza: / non ne conosco l’eguale. / Perché, dove trovare tanta dolcezza, umiltà, gentilezza? / E, secondo che il tempo lo richieda, una grave serietà o una straordinaria allegrezza: / un uomo per tutte le stagioni».
Nel 1999 il British Film Institute, la maggiore Istituzione cinematografica britannica, l’ha inserito al 43º posto della lista dei migliori cento film prodotti nel Regno Unito nel XX secolo. Nel 1988 la pièce teatrale di Robert Bolt ha avuto un ulteriore adattamento, questa volta televisivo, con il film diretto ed interpretato da Charlton Heston.
La prima italiana, con il titolo Uomo di ogni stagione, è stata portata in scena dalla Compagnia del Teatro della Cometa l’8 settembre 1961 al Teatro Olimpico di Vicenza, per la regia di Giuseppe Di Martino e costumi di Titus Vossberg, con Paola Borboni, Antonio Crast (Tommaso Moro), Antonio Pierfederici (Thomas Cromwell), Mila Vannucci, Franco Graziosi, Loris Gizzi, Nino Pavese ed Ennio Balbo.
Riccardo Fogli suona per la San Vincenzo De Paoli per due eventi di solidarietà
La povertà ha tanti volti e ciascuno necessita di un’opera d’amore unica e singolare che chiama a una carità capace di andare ben oltre l’intervento materiale. Si racchiude in azioni in grado di riconoscere e intervenire in luoghi aridi, deserti, solcati dalla sofferenza dove diventa arduo, a volte quasi impossibile, far rinascere la speranza e l’amore.
Con questo spirito i soci e i volontari del Consiglio Centrale di Livorno e Grosseto della Società di San Vincenzo De Paoli, ogni giorno portano avanti la loro missione guardando e intervenendo su ogni forma di povertà: emarginazione, privazione della libertà, reclusione morale e sociale. Nessuna esclusa.
In tempo di Quaresima, periodo che come esortato più volte da papa Francesco chiama ogni uomo a rendere più operosa la carità, l’Associazione ha organizzato due eventi musicali legati dal filo comune della solidarietà. Due gesti d’amore rivolti a un’umanità ferita: carcerati e famiglie disagiate.
I protagonisti di quest’opera benefica sono stati gli ‘Slenders’ con Riccardo Fogli, Paolo Batistini e Marino Alberti che si sono esibiti in due momenti diversi: venerdì 11 Aprile nella Casa di Reclusione di Porto Azzurro, nell’Isola d’Elba, e lunedì 14 al Teatro Metropolitan di Piombino.
La visita alle persone private della libertà ha rappresentato un’occasione per portare ai detenuti sostegno morale, offrire un momento di svago, di vicinanza, di coinvolgimento sociale e non solo: “Il nostro intento è di provare ad accorciare le distanze tra il ‘dentro’ ed il ‘fuori’ e di superare i troppi pregiudizi ancora esistenti. La persona detenuta non è solo il suo reato. Resta una persona, con la sua dignità. Merita un futuro, dentro o fuori dal carcere”, ha dichiarato la Presidente del Consiglio Centrale di Livorno e Grosseto, Cristina Guerra, presente all’incontro.
L’esibizione, nel braccio del carcere, ha visto la partecipazione attiva dei detenuti che sono intervenuti con i loro brani accompagnati dalla Band. Un modo per esprimere il loro mondo interiore segnato dalla consapevolezza dolorosa del reato compiuto e dalla speranza di cambiamento. All’iniziativa erano presenti la Direttrice della Casa di Reclusione di Porto Azzurro, Martina Carducci e il Comandante Luigi Bove.
Sin dalla fine degli anni ’70 la Società di San Vincenzo De Paoli opera all’interno della Casa di Reclusione di Porto Azzurro. “Ascolto, generosità, riconciliazione, giustizia, pace, carità, sono le chiavi per incontrare un’umanità colpevole, ma sofferente e bisognosa” sottolinea la Presidente Guerra.
L’evento è in linea con il carisma dell’Associazione che presta particolare attenzione al contesto carcerario offrendo non solo aiuti materiali, distribuzione di vestiario e beni di prima necessità, ma anche la progettazione e la realizzazione di percorsi formativi orientati all’istruzione, al lavoro e alla promozione della cultura della legalità. Perché educare alla legalità significa educare alla libertà, al rispetto, alla responsabilità.
A distanza di pochi giorni, al teatro ‘Metropolitan’ di Piombino il sipario si è aperto con un concerto benefico che ha registrato il pienone. Il pubblico è rimasto rapito dai pezzi storici della musica leggera: da ‘Storie di tutti i giorni’ ad ‘I migliori anni’ a ‘Piccola Katy’ e ‘Tanta voglia di lei’.
Insieme agli ‘Slenders’ si sono esibiti altri gruppi musicali, la ‘New Generation Band’ con Gianmarco Bonnici, Samuel Buono, Benedetta Lupi e Alessio Buccella. Ospiti come Fabio Russo & Gregorio Soldi, il violinista Alessandro Golini, il chitarrista Antonio Onorato, Sara Chiarei, Irene Scrivini e Leonardo Lotti:
“Sulle note della musica abbiamo trasmesso un messaggio di speranza per la nostra città e per tutte le famiglie in difficoltà. Un grazie a tutti coloro che hanno permesso questo evento condividendo una nobile causa, quella della solidarietà”, ha affermato la Presidente Cristina Guerra che ha rivolto un particolare ringraziamento anche: “All’artista Giuliano Giuggioli per la scenografia offerta grazie alle sue splendide immagini che hanno incorniciato tutte le performances”. L’evento è stato patrocinato dal Comune di Piombino.
In linea con il carisma vincenziano, il ricavato del concerto è stato devoluto integralmente alle famiglie in difficoltà seguite dalla Società di San Vincenzo De Paoli grazie alla generosità degli artisti che si sono esibiti a titolo gratuito.
Il Consiglio Interprovinciale di Livorno e Grosseto Consigli garantisce assistenza a un migliaio di famiglie bisognose presenti in tutte le aree del disagio offrendo una gamma di servizi come le visite a domicilio, la distribuzione di beni di prima necessità e sostengo morale e spirituale, l’assistenza burocratica e amministrativa.
A Torino il premio letterario in memoria di don ‘Meco’ con oltre 800 testi in concorso
Sono oltre ottocento, tra poesie, racconti e saggi brevi, gli elaborati giunti alla segreteria della prima edizione del Premio letterario ‘Meco’ in memoria di don Domenico Ricca, il sacerdote salesiano e storico cappellano del carcere minorile Ferrante Aporti scomparso nel marzo dello scorso anno.
“Contributi – spiegano dal Forum Terzo Settore del Piemonte, che ha promosso il concorso letterario insieme ai Salesiani del Piemonte e della Valle d’Aosta, in collaborazione con il settimanale diocesano ‘La Voce e Il Tempo’ e il patrocinio della Città di Torino e del Consiglio regionale del Piemonte – sono arrivati da tutta Italia e da persone di ogni età.
L’autore più anziano è nato nel 1938, il più giovane del 2012 e, come ad esempio è accaduto alla casa circondariale di Biella, i detenuti che hanno frequentato un corso di scrittura creativa hanno poi pensato di mettere in pratica quanto appreso, decidendo di partecipare al Premio ‘Meco’. Un segno questo, aggiungono dal Forum, che quando il lavoro degli operatori negli istituti di pena è svolto con sensibilità e attenzione, i risultati positivi non tardano ad arrivare proprio attraverso le attività finalizzate alla cura e alla rieducazione dei ristretti”.
Elaborati sono stati inviati anche da un gruppo di giovani reclusi al Ferrante Aporti, ai quali è riservata una sezione del Premio (le altre categorie sono Giovani e Adulti, dai 19 anni in su, Adolescenti, dai 14 fino ai 18 anni, e due premi speciali destinati a persone con disabilità). I ragazzi del Ferrante Aporti sono stati coinvolti nell’iniziativa “grazie all’impegno dei nostri insegnanti – come evidenzia don Silvano Oni, il salesiano oggi cappellano dell’istituto di pena minorile torinese – che hanno spiegato e fatto comprendere loro il senso del concorso letterario e raccontato la figura di don Meco, un uomo che i docenti hanno personalmente conosciuto, condividendo la dedizione verso i giovani più fragili”.
La giuria del Premio ‘Meco’ (presieduta dalla giornalista Marina Lomunno e di cui fanno parte gli scrittori Margherita Oggero e Younis Tawfik, l’ex magistrato Ennio Tomaselli, Claudio Sarzotti, docente di sociologia e direttore della rivista Antigone, la garante dei detenuti della Città di Torino, Monica Cristina Gallo, ed esperti di educazione e scienze sociali) è già al lavoro da qualche settimana per esaminare gli elaboratori.
La premiazione avverrà il 16 maggio al Salone del Libro di Torino (alle ore 18, nel corso di un incontro ospitato nello spazio della Città di Torino). In quell’occasione sarà anche presentata una pubblicazione che raccoglie i migliori elaborati del concorso letterario. Il ricavato delle vendite sarà interamente devoluto alla Comunità Harambée di Casale Monferrato, che accoglie e sostiene minori fragili e dove don Domenico era di casa.
A proposito di appuntamenti dedicati alla giustizia minorile, nell’ambito della seconda edizione del ciclo di conferenze sui temi del carcere curato dall’Opera Barolo in collaborazione con il settimanale La Voce e Il Tempo, il 6 giugno alle ore 17, Palazzo Barolo (via delle Orfane 7, Torino), ospiterà l’incontro ‘Carcere minorile e decreto Caivano. Punire o rieducare? Le nuove misure tra inasprimento delle pene e crisi dei percorsi riabilitativi’, organizzato con il Forum Terzo Settore del Piemonte, i Salesiani del Piemonte e della Valle d’Aosta e l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte.
Sarà un’occasione per ricordare l’opera del salesiano don ‘Meco’ Ricca e riflettere sulle opportunità di reinserimento sociale offerte ai minori ristretti, sul ruolo delle realtà del Terzo settore e sulla trattazione dell’argomento da parte dei media.
(Foto: La Voce e Il Tempo)
La Carità guarda sempre avanti: il racconto di un’Assemblea che lascia il segno
Per la prima volta dopo decenni, l’Assemblea Interregionale Piemonte e Valle d’Aosta della Società di San Vincenzo De Paoli ha cambiato casa. Sabato 5 aprile, l’incontro non si è svolto tra i pini di Villa Lascaris, a Pianezza, ma tra le cime ancora imbiancate della Valle d’Aosta, nel suggestivo Priorato di Saint-Pierre. Eppure, lo spirito vincenziano, quello autentico, ha viaggiato con noi. Anzi, ha trovato nuova linfa proprio nel cammino.
Una scelta non casuale. Da quest’anno, infatti, l’Assemblea si fa itinerante: un modo per calarsi (letteralmente) nei territori dove la nostra azione prende vita ogni giorno. Perché il carisma vincenziano non è statico, ma si muove, visita, raggiunge. Come insegna la visita a domicilio, che da sempre è il cuore pulsante del nostro servizio. E come ci ricorda papa Francesco, siamo una Chiesa in uscita. Ora più che mai.
L’edizione 2025, rinnovata nella formula e potenziata nei contenuti, ha registrato oltre cento presenze. Una risposta che parla chiaro: c’era sete di confronto, voglia di tornare a guardarsi negli occhi, fame di storie vere.
Storie come quella di Pier Giorgio Frassati, che proprio a Saint-Pierre ha inaugurato il suo tour attraverso la mostra itinerante a lui dedicata. Otto pannelli, immagini che colpiscono al cuore, documenti rari, come quel biglietto scarabocchiato sul letto di morte: ‘Le iniezioni sono di Converso. La polizza è di Sappa, rinnovala tu a mio nome’. Un gesto piccolo, immenso, che racconta di un giovane già santo nello spirito, che anche morente pensava a ‘quei poveri’ affidati a lui dalla Società di San Vincenzo De Paoli.
Ad aprire l’Assemblea il Vescovo di Aosta e Presidente della Conferenza Episcopale Piemontese Mons. Franco Lovignana, che ha benedetto la mostra ed ha partecipato all’inaugurazione ufficiale. Nel suo discorso il Vescovo ha sottolineato come proprio il carisma che deriva dai fondatori della Società di San Vincenzo De Paoli caratterizzi la particolare vocazione a prendersi cura di chi soffre con un particolare slancio di prossimità. Mons. Lovignana si è poi soffermato sulla funzione della presenza Vincenziana nel territorio incitando soci e volontari a rinnovare costantemente il proprio impegno al servizio degli ultimi nella speranza.
Un concetto ripreso anche da Paola Da Ros, Presidente della Federazione Nazionale Italiana, che ha riportato al centro l’essenza della nostra missione: non solo aiuti economici, ma ascolto, accompagnamento, promozione della persona. Solo così l’intervento diventa risolutivo, solo così costruiamo ponti solidi. La Presidente ha parlato anche di una San Vincenzo dal respiro internazionale, con un ruolo consultivo all’ONU, progetti nei cinque continenti, e una rete pronta a sostenere ogni volontario, ovunque operi.
Tra i momenti più toccanti, l’intervento di Antonella Caldart, Responsabile del Settore Carcere e Devianza, che ha presentato l’impegno della San Vincenzo nel mondo delle carceri. Dalla XVIII edizione del Premio Carlo Castelli ai nuovi progetti che coinvolgono scuole e società civile, fino agli accordi con il Ministero della Giustizia per offrire lavori di pubblica utilità agli ammessi alla prova. Perché la Carità, quella vera, non dimentica nessuno. E sa guardare oltre la colpa, per riscoprire la persona.
Rossana Ruggiero, intervistata dalla collega Genny Perron, ha portato le parole e le immagini forti del suo fotolibro ‘I Volti della povertà in Carcere’, editrice EDB, realizzato con Matteo Pernaselci, fotografo. Insieme a lei è intervenuto don Nicola Corigliano, cappellano del carcere di Aosta, e altri operatori del settore. Storie dure, sì. Ma vere. E proprio per questo capaci di scuotere e farci agire.
Anche suor Carmela Busia ed Alessandro Ginotta, organizzatore dell’evento e Caporedattore della Rivista ‘Le Conferenze di Ozanam’ hanno offerto qualche riflessione su Pier Giorgio Frassati, condividendo aneddoti e testimonianze che lo rendono ancora oggi modello di carità concreta e gioiosa. Un ‘santo con gli scarponi’ direbbe qualcuno. Noi preferiamo “il santo dei giovani”, o, come lo definì san Giovanni Paolo II, ‘l’uomo delle otto beatitudini’. Ma soprattutto, un vincenziano fino alla fine.
Il Coordinatore Interregionale Federico Violo ha dato voce a un intervento appassionato, richiamando tutti noi a non fermarci, a continuare ad agire, a sognare la pace e lavorare per costruirla, un gesto alla volta. “Ricordiamo lo sguardo rivolto alla bellezza ed alla trascendenza della natura e del Creato seguendo l’esempio e la vivificante testimonianza di San Giovanni Paolo II. Camminiamo un passo dopo l’altro, verso gli altri o, come direbbe Pier Giorgio Frassati, verso l’Alto”, ha concluso Federico Violo”.
Arturo Castellani, Presidente del Consiglio Centrale di Aosta e padrone di casa, ha lanciato un invito forte ai volontari valdostani: serve un impegno che superi i confini della parrocchia, che si faccia rete, progetto, sistema. Solo così possiamo offrire risposte vere ai bisogni di oggi. La giornata si è arricchita anche di un prezioso momento spirituale guidato da padre Giovanni Burdese, nostro Consigliere Spirituale: “Con l’enciclica ‘Dilexit Nos’ ci ha condotti nel cuore del volontariato cristiano, quello che nasce dall’amore ricevuto e si fa amore donato”.
La giornata, che non si è limitata a raccontare ciò che siamo, ha tracciato con chiarezza ciò che vogliamo diventare. Perché la Carità, quella vera, guarda sempre avanti. E non si ferma mai. In conclusione è stata celebrata la Santa Messa.
(Foto: Società San Vincenzo de’ Paoli)
Società di San Vincenzo De Paoli: immagini e voci che escono dal carcere
Dare spazio a chi il carcere lo attraversa ogni giorno, da dentro e da fuori affinché il racconto non si fermi alla riflessione e alla suggestione, ma si apra anche al cambiamento e alla speranza. Con questo intento, la Società di San Vincenzo De Paoli, insieme ad altre Associazioni ed Enti che operano stabilmente nella Casa Circondariale ‘Don Bosco’ di Pisa, è stata coinvolta dalla Fondazione ‘Opera Giuseppe Toniolo’, in occasione della Mostra fotografica ‘Prigionieri’ di Valerio Bispuri, dedicata al mondo carcerario italiano e allestita a Palazzo Toniolo dal 12 al 29 aprile 2025.
Volontari, operatori ed ex detenuti, attraverso i Podcast realizzati in collaborazione con Radio Incontro Pisa, hanno condiviso esperienze che parlano di rinascita, ascolto, cambiamento e impegno in ambito educativo, assistenziale, spirituale e culturale nelle carceri.
Cinzia Maccotta, Coordinatrice del Settore Carcere e Devianza della Società di San Vincenzo De Paoli per la regione Toscana, ha raccontato a Radio Incontro Pisa la sua esperienza in carcere come volontaria. Vissuti che le hanno permesso di conoscere una realtà complessa, fatta di un quotidiano in cui affiorano gesti, volti segnati dall’attesa, dalla sofferenza, dalla rabbia, dalla solitudine e dalla speranza:
“Ho iniziato il volontariato in carcere nel 2018 e mi occupo della distribuzione del vestiario. Un sostegno materiale che ci consente di portare avanti un’attività caritativa lontana da preconcetti e giudizi”, ha confidato Cinzia.
ll volontariato penitenziario da sempre occupa un numero significativo di vincenziani su tutto il territorio nazionale. Ascolto, assenza di giudizio, ciò che conta è la persona e non il reato che ha o avrebbe commesso, sostegno morale e materiale nel difficile percorso di reinserimento sociale a fine pena dei detenuti, sono le principali azioni dei volontari quando ogni giorno varcano i cancelli degli Istituti di pena:
“Quando si varcano le mura del carcere avverti un forte senso di timore e di responsabilità”, ha affermato la Coordinatrice Maccotta. Non è facile mostrare vicinanza, infondere speranza a un’umanità affranta dalla consapevolezza del reato compiuto e dall’angoscia di non poter più rimediare.
Ma ci sono delle luci, come quella accesa dal Protocollo d’Intesa tra la Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV ed il Ministero della Giustizia, che ha permesso la stipula di accordi territoriali come quello del Consiglio Centrale di Pisa che “consentirà ai detenuti del Carcere Don Bosco, ammessi ai lavori di pubblica utilità o in messa alla prova, di prestare attività di supporto ai servizi socio-assistenziali e socio-sanitari della nostra Associazione, come misura alternativa”, ha specificato Cinzia Maccotta.
La Società di San Vincenzo De Paoli, attraverso il Settore Carcere e Devianza, presta particolare attenzione al contesto carcerario offrendo non solo aiuti materiali, beni di prima necessità, ma anche la progettazione e la realizzazione di percorsi formativi orientati all’istruzione, al lavoro e alla promozione della cultura della legalità. Perché educare alla legalità significa educare alla libertà, al rispetto, alla responsabilità.
Il Settore Carcere e Devianza organizza anche il Premio Carlo Castelli, concorso letterario riservato ai ristretti delle carceri italiane e degli Istituti per minori, patrocinato da Camera, Senato, Ministero della Giustizia, e insignito della medaglia del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Il Premio, giunto alla XVIII edizione, rappresenta un’iniziativa unica offrendo ai detenuti la possibilità di esprimere riflessioni e speranze attraverso la scrittura. La mostra fotografica, attraverso 33 scatti in bianco e nero, accompagna il visitatore nei corridoi e nelle celle di alcune carceri italiane come Regina Coeli (Roma), Poggioreale (Napoli), l’Ucciardone (Palermo), il Carcere di Bollate (Milano), San Vittore (Milano), la Giudecca (Venezia), il Carcere di Capanne (Perugia), Rebibbia femminile (Roma) e Colonia Penale di Isili (Sardegna), restituendoci uno sguardo potente e intimo sulla condizione dei detenuti e delle detenute.
Un modo concreto per rompere il silenzio, restituire visibilità a realtà spesso poco conosciute e offrire al pubblico uno sguardo autentico sul carcere come luogo di fragilità, ma anche di incontro, trasformazione e speranza. L’esposizione si inserisce nel calendario diocesano del Giubileo della Speranza e nelle celebrazioni per il 180° anniversario della nascita del beato Giuseppe Toniolo, il cui pensiero sociale trova naturale continuità nei temi proposti: dignità della persona, giustizia, responsabilità collettiva.
Volontariato e solidarietà: la Società di San Vincenzo De Paoli a Venezia
Esserci sempre!’. Sono le parole di Martina Siebezzi, Presidente dell’ODV Società di San Vincenzo De Paoli – Consiglio Centrale di Venezia. Racchiudono e danno il senso di ciò che significhi fare volontariato all’interno dell’Associazione. Una realtà che oggi, solo nel Capoluogo veneto, conta di 5 Conferenze, per un totale di 60 soci, 258 persone supportate e 82 famiglie assistite.
Numeri importanti frutto di un lavoro costante, un impegno certosino distribuito nel tempo che oggi consente anche di affrontare nuove sfide sociali come “La salute mentale dei giovani o le difficoltà collegate a depressione e Alzheimer”, afferma la Presidente dell’ODV Società di San Vincenzo De Paoli – Consiglio Centrale di Venezia e aggiunge: “Questo ci chiama a rinnovare le nostre modalità di contatto rispetto al passato. Proprio per questo a novembre scorso abbiamo organizzato un incontro formativo per i volontari e ne prevediamo un altro a fine marzo”.
Il fine primario è fare tutto ciò che serve per stare accanto all’uomo e rispondere alle sue innumerevoli necessità perché la carità va ben oltre l’aiuto istantaneo e onora solo se, insegnava il Beato Federico Antonio Ozanam: “Unisce al pane che nutre, la visita che consola, il consiglio che illumina, la stretta di mano che ravviva il coraggio abbattuto, quando tratta il povero con rispetto” (da “L’assistenza che umilia e quella che onora”, L’Ere Nouvelle, 1848).
Ascolto, formazione, supporto socio-economico, distribuzione di alimenti e vestiti. Finanziamento di borse di studio e aiuto nel cercare un lavoro. L’Associazione ogni giorno cerca di rispondere alle innumerevoli fragilità della società odierna che “Sono in crescita” – evidenzia Martina Siebezzi e continua -: “L’incremento dei prezzi, oltre a quello delle bollette, ha portato ad un ulteriore impoverimento della popolazione. Dal punto di vista alimentare crescono le richieste di aiuto, anche da parte di famiglie giovani che si trovano in difficoltà non lavorando nell’ambito turistico”.
La maggior parte delle Conferenze che si occupano della distribuzione sono associate al Banco alimentare europeo. “Il passaparola e l’aiuto garantito dalle comunità parrocchiali, anche in termini economici, gioca un ruolo fondamentale. Personalmente mi occupo anche di interfacciarmi con Ulss 3 o con il Comune per quelle situazioni particolarmente complesse” ha dichiarato la Siebezzi.
Nasce così un lavoro in rete che consente di riscoprire la bellezza di essere parte attiva e integrante della società. Lo stato di precarietà investe anche molte madri sole, con figli. “Si tratta di donne abbandonate dai propri uomini ma anche immigrate che, seppur siano sposate e, abbiano accanto un marito, devono occuparsi totalmente della famiglia” – dichiara la Presidente.
Si cerca di raggiungere ogni persona. “Sono parte della nostra vita e quindi il bello è esserci, in ogni momento”, specifica Martina Siebezzi mentre un’imbarcazione viene riempita di beni di prima necessità pronti per essere distribuiti. Il vincenziano rappresenta, per chi gli si affida, un punto di riferimento, un confidente, un amico, una guida saggia e non soltanto una persona che eroga servizi. Le famiglie sono seguite attraverso un percorso di crescita personale che diventa anche stimolo a migliorarsi.
La sollecitudine ardente ha condotto l’Associazione a raggiungere anche il mondo delle carceri. Per contribuire a riempire di senso la vita di chi è privato della libertà, i volontari della Società di San Vincenzo De Paoli lavorano a stretto contatto con il Direttore Enrico Farina e con il nuovo cappellano don Massimo Cadamuro: “Siamo riusciti a fare da ponte tra il carcere e il Convento di San Francesco della Vigna, dove abbiamo un nostro punto di distribuzione: sono stati assunti dai frati tre ristretti in regime di semi-libertà. Uno lavora in cucina, un altro è impiegato nella Guardiania della chiesa del Convento e un ristretto è stato assunto dalla Ditta che cura i vigneti dell’edificio religioso”, continua la Presidente Siebezzi.
Negli anni è stato realizzato un punto verde nel cortile della Casa circondariale di Santa Maria Maggiore. Rientra nel progetto “Il cortile ri-creato”. “Si tratta di uno spazio che i detenuti curano per riacquisire quel senso di utilità che li aiuta a sentirsi parte del mondo. Inoltre – aggiunge la Presidente – per accompagnare le persone private della libertà a esprimere il proprio io, conoscersi più a fondo attraverso i propri talenti, abbiamo organizzato un corso di arte”.
“Fare arte insieme: imparare a disegnare per riscrivere la nostra quotidianità” è il nome del progetto curato dalla Coordinatrice Anna Gigoli. Un appuntamento settimanale, della durata di due ore. “Sono due anni che me ne occupo con una decina i ragazzi, alcuni dei quali sono in carcere da tanti anni” – racconta la Coordinatrice Anna Gigoli. E attraverso questo corso c’è chi esprimere il suo mondo interiore. Chi rispolvera ricordi, come l’immagine della sua Venezia, e chi ne approfitta per lasciarsi andare a confidenze che manifestano tanta sofferenza e disperazione.
“Il carcerato matura la consapevolezza del reato e l’impossibilità di poter rimediare al danno compiuto. Questo genera un profondo senso di angoscia che sfocia nella disperazione. Infondere un po’ di speranza diventa fondamentale. E, in piccolo, attraverso le nostre iniziative cerchiamo di farlo” – confida la Gigoli- “Auspichiamo per la primavera, o al massimo l’estate, di far realizzare ai ristretti dei murales nello spazio esterno”.
Intanto in vista del prossimo appuntamento con la XVIII Edizione del Premio letterario Carlo Castelli, quest’anno nella Casa circondariale ‘Canton Mombello’ di Brescia, “Due detenuti sono pronti a partecipare con i loro scritti”, conclude Anna Gigoli. Il Premio letterario Carlo Castelli è un concorso riservato ai detenuti di tutte le carceri italiane e di tutti gli Istituti per minori. La partecipazione è aperta a cittadini italiani e stranieri, senza limiti di età, condannati almeno con sentenza di primo grado.
L’evento, organizzato dalla Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV, Settore Carcere e Devianza, quest’anno rifletterà intorno a un tema potente e attuale: “Mi specchio e (non) mi riconosco: non sono e non sarò il mio reato”.
Rispetto agli altri impegni futuri dell’ODV Società di San Vincenzo De Paoli – Consiglio Centrale di Venezia la Presidente ricorda le cose da consolidare, come l’interazione con il carcere, con l’Ospedale Civile e spera: “Se arriveranno i fondi previsti, di mettere in campo un investimento dedicato ai campi estivi. Un’occasione per riunire bambini di qualsiasi etnia e religione: un’attività inclusiva!” – sorride e conclude – mentre la piccola imbarcazione è già pronta ad attraversare nuovamente la laguna carica di beni di primaria necessità. Pronti per essere distribuiti.
La Società di San Vincenzo De Paoli da 191 anni è accanto agli ultimi, ai vulnerabili, agli invisibili. Ogni giorno la Società di San Vincenzo De Paoli si fa prossima all’umanità ferita grazie al sostegno di oltre 11.300 soci e volontari che, in tutta Italia, supportano 30.000 famiglie – più di 100.000 persone -. I volontari della Società di San Vincenzo De Paoli incontrano i più fragili visitandoli nelle loro case, negli ospedali, nelle residenze per anziani, nelle strade e perfino nelle carceri.
(Foto: Società San Vincenzo de Paoli)
Mons. Savino scrive ai ragazzi in carcere: non siete soli
“Carissimi ragazzi, varcare la soglia di questo luogo mi riempie il cuore di emozioni contrastanti. Da una parte, sento il peso delle vostre storie, spesso intrecciate con il dolore, la solitudine, e talvolta la disperazione. A questo si aggiunge, troppo spesso, il peso dello stigma: un giudizio ingiusto che ferisce e separa, ma che non ha il potere di definire chi siete veramente. Dall’altra, intravedo in ciascuno di voi una luce, anche se talvolta nascosta o offuscata dalle ombre del passato. Parla di forza interiore, di un desiderio ardente di riscatto e di rinascita”: così inizia la lettera che il vescovo di Cassano all’Jonio e vicepresidente Cei, mons. Francesco Savino, ha scritto ai giovani del carcere minorile di Catanzaro.
In modo particolare si è rivolto ai giovani migranti africani con l’invito a non perdere la fiducia, in quanto ogni luogo si può trasformare in ‘terra di resurrezione’: “Penso, in particolare, a chi viene da terre lontane, come l’Africa, ricche di storie e culture che portate con voi, spesso intrise di sfide e sacrifici. Questo bagliore, radicato in esperienze profonde, non si spegne, ma attende di essere alimentato dalla fiducia in un domani colmo di opportunità.
Per molti di voi questa terra, la Calabria, rappresenta una tappa forzata, un approdo non scelto, lontano dalle persone care. Eppure, permettetemi di dirvi che ogni luogo, anche il più inaspettato, può diventare una terra di resurrezione. E’ qui, in questo frangente della vostra vita, che avete l’opportunità di trasformare il dolore in forza, le ferite in cicatrici che raccontano non solo la sofferenza, ma anche la guarigione”.
Per questo possono trovare aiuto nelle persone, che offrono percorsi per la crescita personale, in modo da non farli sentire soli: “Non siete soli. La vostra presenza qui è accompagnata da mani pronte ad aiutare, da sguardi attenti e pieni di empatia, anche se talvolta il linguaggio della cura può sembrarvi lontano.
Mi riferisco al personale che, nelle sue diverse e variegate articolazioni, ogni giorno, si impegna con dedizione per offrirvi non solo regole e confini, ma anche opportunità di crescita, percorsi educativi, e soprattutto una speranza. A loro va il mio ringraziamento più sincero: il loro compito è arduo, spesso ingrato, ma è indispensabile per coltivare nuove prospettive e restituire dignità dove sembra non essercene affatto”.
Per questo mons. Savino invita a ricostruire la vita chiedendo di realizzare il loro sogno: “Non lasciate che il passato oscuri la luce del vostro futuro. Ogni uomo è più grande delle sue cadute, voi non siete i vostri errori, i vostri reati, e Dio vi guarda con l’amore di un padre che vede sempre in voi un figlio amato.
Questo è il momento di ricostruire, un passo alla volta, una vita nuova. Dentro di voi c’è una forza che forse non conoscete ancora, capace di guidarvi oltre ogni ostacolo. Avete mai pensato a quale segno volete lasciare nel mondo? Qual è il sogno che non avete ancora avuto il coraggio di inseguire?”
E’ anche un invito a riscoprire il valore di una ‘nuova’ famiglia e della fede: “Permettetemi di dirvi che, anche se sentite il peso dell’assenza o della distanza, qui non siete soli. Questo luogo può diventare una famiglia diversa, dove trovare nuovi punti di riferimento e sguardi che vi incoraggiano a credere in voi stessi e nel futuro.
E nella fede, se lo desiderate, troverete un Padre che non abbandona mai, che cammina accanto a voi anche nelle notti più buie. E’ Colui che accende stelle nel cielo delle vostre inquietudini e che, con mani amorevoli, trasforma il vostro dolore in forza e i vostri timori in nuove possibilità. La Sua luce vi guida, come un faro che illumina il cammino anche nei momenti più incerti”.
La lettera è anche un invito a costruire un futuro ‘diverso’: “La vostra presenza qui è una parentesi, non un punto finale. Ogni giorno è una nuova pagina da scrivere, un capitolo che potete riempire con scelte di speranza e cambiamento. Il passato, per quanto difficile o ingiusto, non ha il potere di definire per sempre chi siete o chi potrete diventare.
Ciò che conta è come decidete di affrontare il presente e costruire il futuro. La vostra vita ha un senso profondo, un potenziale che aspetta solo di emergere. E’ come un campo in attesa di essere coltivato: con impegno e coraggio, potete trasformare ogni sfida quotidiana in un passo verso una meta nuova e luminosa”.
Poi si rivolge anche alle loro famiglie, chiedendo di non lasciarli soli: “Un pensiero speciale va anche alle vostre famiglie, vicine o lontane, e a coloro che, per molteplici ragioni, hanno finito per allontanarsi da voi o lasciarvi soli. A loro voglio rivolgere un appello carico di speranza e fiducia: non smettete di credere in questi ragazzi, che sono sempre i vostri figli.
Anche nei momenti più difficili, il vostro affetto, la vostra preghiera e la vostra fiducia possono fare la differenza. Siate per loro un porto sicuro, una fonte di ispirazione che li incoraggi a credere in sé stessi e nelle loro capacità di rinascere. Non sottovalutate il potere di una presenza, anche silenziosa, che possa ridare forza e dignità ai loro cuori”.
Oltre ai ragazzi ed alle famiglie la lettera si rivolge agli educatori del carcere, chiedendo di aiutare questi giovani nel ‘rifarsi’ una vita: “Ed a voi, operatori, educatori, responsabili di questo istituto, voglio dire: non perdete la fiducia, non vi abbandoni la speranza. So che il vostro lavoro è spesso faticoso, carico di ostacoli e, talvolta, di delusioni. Ma ricordate: ogni gesto, anche il più piccolo, può lasciare un segno profondo nella vita di questi ragazzi.
Il vostro compito non è solo quello di mantenere ordine o di educare, ma di saper credere in un cambiamento anche quando tutto sembra remare contro. Vi siete mai chiesti quale segno lasciate nella vita di questi ragazzi? Ogni parola, anche sussurrata, può essere una scintilla che accende il loro futuro. Non accontentatevi mai di essere solo osservatori: siate protagonisti di una storia di rinascita. Coraggio!”
Infine anche alle Istituzioni ha chiesto di ‘investire’ nei progetti di recupero per il reinserimento nella società civile: “Ed a voi, uomini e donne delle Istituzioni, rivolgo un appello accorato: investite con coraggio e lungimiranza nelle persone, rafforzando le risorse umane e migliorando le infrastrutture carcerarie. Promuovete politiche che vadano oltre la gestione dell’emergenza, attivando percorsi di de-sovraffollamento e garantendo che le persone più fragili trovino risposte adeguate alle loro necessità”.
Un’accortezza particolare è chiesta per chi ha motivi di salute: “Tossicodipendenti, malati psichiatrici e affetti da AIDS meritano progetti di recupero in comunità terapeutiche e strutture specializzate, dove possano essere sostenuti con dignità e cura. Allo stesso modo, non dimenticate di investire nella formazione e nella riabilitazione, strumenti essenziali per restituire speranza e opportunità a chi ha vissuto l’ombra dell’esclusione sociale. Solo così potremo costruire un sistema che non si limiti a punire, ma che sappia anche rieducare, includere e far rinascere”.
Insomma è un invito ad essere ‘costruttori di orizzonti’: “Siate costruttori di orizzonti: insieme possiamo abbattere i muri della diffidenza, del pregiudizio e del dolore. Ricordate che ogni alba porta una nuova opportunità, come il sole che illumina anche il giorno più buio. Abbracciate il domani con coraggio, perché ogni passo in avanti è una vittoria contro il passato. Dio cammina accanto a voi come un padre premuroso che non abbandona mai i suoi figli”.
‘Includiamoci – Giustizia con Misericordia’: incontro ad Ugento
La Diocesi Ugento – S. Maria di Leuca attraverso la Caritas diocesana, comunica che oggi alle ore 18.30, presso la Cattedrale di Ugento, si svolgerà l’incontro pubblico: ‘PROGETTO IncludiAMOci – GIUSTIZIA CON MISERICORDIA’.
L’evento si inserisce in preparazione della festa di San Vincenzo, il 22 gennaio, patrono della Diocesi, considerato il più insigne dei martiri spagnoli, martirizzato durante la persecuzione di Diocleziano, tra il 304 e il 306. Vincenzo, subì il duro carcere e il martirio, nella città di Valencia, nelle parole del poeta, Aurelio Prudenzio Clemente, canta della presenza del Signore nel duro carcere …… ”Il carcere .si illumina; strani profumi sostituiscono i fetidi vapori; il suolo si ricopre di fiori; si spezzano i ceppi e le catene; si ode il battito di ali angeliche e il martire riceve le liete ambasciate dei beati”. (dal Peristephanon )
Papa Francesco nella bolla “Spes non confundit” di annuncio del Giubileo ha espresso la volontà di aprire la Porta Santa in un carcere, come è poi avvenuto (è stata la seconda) nel carcere di Rebibbia a Roma: “Come segno di speranza per recuperare fiducia in sé stessi e ritrovare la stima e la solidarietà della società”.
L’incontro, moderato da Don Lucio CIARDO – Direttore della Caritas diocesana, è l’ occasione per illustrare i risultati raggiunti nell’attuazione del progetto, sostenuto da Caritas Italiana e Intesa San Paolo per il Sociale, inizia con il saluto istituzionale di Salvatore CHIGA, Sindaco di Ugento, proseguirà con gli interventi di Rocco PEZZULLO, Caritas Italiana, Paolo BONASSI, Intesa Sanpaolo Chief Social Impact Officer, Antonella ATTANASIO, Referente ambito Giustizia Caritas Ugento – S. Maria di Leuca – “Sportello VI Opera”, Giuseppe SANTORO, Dirigente Penitenziario UDEPE, Padre Angelo DE PADOVA, Cappellano Casa Circondariale Borgo San Nicola a Lecce, Luogotente Alessandro BORGIA, Comandante Stazione Carabinieri Ugento e con le conclusioni di Mons. Vito ANGIULI, Vescovo di Ugento – S. Maria di Leuca.
Dal 2020, la Caritas Diocesana ha stilato una Convenzione con il Tribunale di Lecce, alla luce del protocollo tra Caritas Italiana e Ministero di Grazia e Giustizia, per l’accoglienza di persone coinvolte in misure di esecuzione penale esterna. Negli anni alcune parrocchie della Diocesi, hanno accolto queste persone senza un coordinamento che tenesse traccia delle accoglienze e dei risultati raggiunti alla fine di ogni percorso e, soprattutto, senza interazioni tra i vari attori. Grazie al progetto, è stato avviato lo “sportello VI Opera” che sta svolgendo la funzione di creare un coordinamento funzionale alle prese in carico, dando vita a percorsi di accompagnamento educativo rivolti alle persone più vulnerabili, come quelle colpite da procedimenti penali, ad uscire dalla loro situazione, anche attraverso l’attenzione alle loro famiglie.
Inoltre è stato realizzato un programma con l’obiettivo di formare dei volontari, in grado di supportare le comunità in queste azioni di accoglienza ed inclusività. Lo sportello è diventato un importante riferimento degli Uffici dell’UDEPE e degli avvocati, ma soprattutto dei beneficiari; ciò ha portato ad un aumento non previsto delle richieste, infatti si è passati dall’accoglienza di 15 Affidati in Prova e di 12 LPU all’attuale numero: 49 Volontari in Affidamento in Prova e 28 LPU, in più sta supportando una comunità parrocchiale nell’accoglienza di un ragazzo agli arresti domiciliari. Inoltre, le varie azioni sono state portate avanti insieme agli enti gestori di Caritas diocesana: l’Associazione Form.Ami APS-ETS e la Cooperativa Sociale I.P.A.D. Mediterranean.
Nonostante l’assenza di un Istituto penitenziario all’interno della nostra Diocesi, l’attenzione alle persone che hanno avuto o che hanno problemi con la giustizia è cresciuta nell’ultimo periodo e grazie a questo progetto la nostra Caritas ha fatto emergere il valore pedagogico di percorsi che sono sì delle condanne, ma che possono essere per le persone occasioni di redenzione e riscatto. Si è consapevoli che la dignità è il più alto valore di ogni persona, che deve essere rispettata nonostante gli errori. Promuovere relazioni positive e responsabilizzare la comunità è l’impegno da assumersi come atto d’amore verso tutti coloro che soffrono. “Non vogliamo perdere nessuno” è il motto che abbiamo scelto e che ci accompagna in ogni agire.
L’evento potrà essere seguito in diretta streaming su: www.radiodelcapo.it.
Da Pesaro in cammino per cambiare il mondo in tre azioni: perdono, remissione, pace
Perdono, debito e disarmo: queste sono state le tre tappe che hanno orientato quasi 2.000 persone arrivate a Pesaro l’ultimo giorno dello scorso anno per partecipare alla 57ª edizione della Marcia nazionale per la pace, voluto nella capitale della cultura italiana dall’arcivescovo di Pesaro e di Urbino-Urbania-Sant’Angelo in Vado, mons. Sandro Salvucci, insieme alla Cei, Pax Christi, Agesci, Caritas Italiana, Movimento dei Focolari, Azione Cattolica Italiana, Acli e Libera, alla presenza delle autorità civili e dei rappresentanti delle altre confessioni che hanno contribuito a questo momento ecumenico, aperto dalla fiaccola del pellegrinaggio Macerata-Loreto e da quella giunta da Betlemme. Ed a conclusione della Marcia della pace l’annuncio della prossima località ospitante la marcia: Catania.
Fra canti e meditazioni i partecipanti hanno raggiunto la cattedrale della città per la celebrazione eucaristica, presieduta da mons. Salvucci e concelebrata dai vescovi e sacerdoti presenti: “Nell’anno del Giubileo vorrei farvi una proposta: scambiamoci gli auguri di un buon anno benedicendoci a vicenda; annunceremo così il sogno di fraternità e pace del Signore. La pace è una responsabilità di tutti soprattutto in questo tempo in cui sembra che la parola guerra abbia riacquistato l’esclusiva; noi non vogliamo rassegnarci ma essere costruttori di pace”.
La marcia della pace si è articolata in tre momenti, di cui il primo ha riguardato il perdono con la testimonianza di Giorgio Pieri, responsabile del ‘Progetto Cec’ (Comunità educanti con i carcerati) dell’associazione ‘Papa Giovanni XXIII’, che ha iniziato con una frase di papa san Giovanni Paolo II (‘Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono’): “Abbiamo capito che bisogna lavorare sulla ferita e che la ferita nasce soprattutto in ambito familiare. Non tutti quelli che hanno problemi familiari vanno a finire in carcere, ma la maggioranza di quelli che sono in carcere hanno avuto problemi familiari. Quindi se si vuole costruire la pace, si deve custodire la famiglia.
Sul perdono abbiamo capito che prima di chiedere perdono alla società, le persone devono imparare a perdonare se stesse e che, come il male fisico può essere curato, così anche il male morale può essere curato. Questa è la bella notizia. Ed allora ci vogliono luoghi, comunità, che sono come ospedali da campo, come diceva il papa, dove il medico è il Signore”.
Poi è seguita la testimonianza di Antonio, un ex carcerato: “Io faccio parte delle persone che sono andate in carcere e hanno sbagliato. Ogni uomo ha una storia e molte volte il reato è solo la punta di un iceberg, perché al di sotto c’è un malessere, una ferita. Questo non giustifica il male che uno fa, ma qual è la differenza tra il carcere e la Casa in cui mi trovo?
Che nella nostra Casa si accende la fiaccola della speranza. Sant’Agostino diceva che la speranza ha due vie: l’indignazione e il coraggio. L’indignazione è capire quello che non va, il coraggio è cambiarlo. Ma per cambiare occorre la comunità; io da solo non posso farlo. Io posso alzare la mano per chiedere aiuto, ma occorre qualcuno che mi aiuti a sorreggere quella mano”.
Quindi il perdono è un bene non solo per chi lo chiede, ma anche per chi lo concede, come ha raccontato la sorella di Antonio, Evelina: “Perdono non vuol dire dimenticare. Quello che è stato fatto, però, è il passato e magari può continuare a procurare ancora delle ferite, ma il perdono è guardare l’altro ed amarlo così come è.
Per perdonare, bisogna sentirsi perdonati e io mi sono sentita perdonata da Dio, perché anche io mi chiedevo che cosa avessi fatto di male per portare mio fratello a compiere un reato e mi sentivo bisognosa di perdono. Perdonare se stessi è molto più difficile che perdonare l’altro. E’ un cammino. Ma la pace solo così può essere costruita, perché la pace è un ‘per – dono’ è un dono che faccio a me, a lui e agli altri”.
Nella seconda tappa della Marcia è stato affrontato il tema del debito, tema centrale del messaggio del papa per la Giornata della pace con la testimonianza del prof. Gabriele Guzzi, docente di economia all’Università di Cassino: “L’attuale sistema economico capitalistico è il più anticristiano possibile; non punta alla remissione del debito, ma alla sua espansione.
Questo tipo di economia è volto ad accumulare cose, accumulare denaro, che sono surrogati di quel rapporto di fede, di fiducia profonda tra le persone, che non può essere solo un’esperienza spirituale, ma deve governare anche l’economia… Dobbiamo cambiare la logica che sta dietro questa economia, dobbiamo cambiare mentalità, altrimenti rimarremo alla superficie, non riusciremo a colmare il vuoto che si è creato”.
E’ stato un invito a cambiare mentalità ‘economica’, capace di condurre alla pace: “Noi dobbiamo cambiare la gerarchia di valori di questa società. Il denaro non è un elemento aggregante, ma è un elemento individualizzante ontologicamente. Disgrega tutti gli altri valori: il valore del bene, del bello, della giustizia… Io credo che si debba cambiare radicalmente il sistema monetario internazionale… L’economia non deve essere la continuazione della guerra con altri mezzi”.
Ed ecco la testimonianza di John Mpaliza, attivista congolese di ‘Peace Walking Man Foundation’: “Il Congo è il paese da cui provengono quasi tutte le materie prime di cui il mondo ha bisogno e che vengono estratte in condizioni di lavoro disumane. Io, cittadino italiano ed europeo, mi vergogno di questa situazione in cui ho perso anche familiari e che ha fatto 10.000.000 di vittime in 13 anni…
Il papa nell’enciclica ‘Laudato sì’ ha parlato del debito che abbiamo nei confronti della Madre Terra e delle nuove generazioni e dice che bisogna pagare il debito verso i paesi poveri: e quando si parla di Paesi poveri si pensa subito all’Africa. La stessa cosa l’ha detta Giovanni Paolo II nel 2000 e temo che dopo questo giubileo si continuerà a dire la stessa cosa”.
Infine nella terza tappa il tema ha riguardato il disarmo con la testimonianza di don Fabio Corazzina, aderente a ‘Pax Christi’, che ha raccontato le ‘occasioni’ di pace sorte a Brescia, città ‘armata’: “E’ nato l’OPAL (Osservatorio sulla produzione di armi leggere), che cerca di capire come si producono gli alti profitti che la Beretta sta ottenendo in questo periodo. Negli anni ’80 è stata approvata la legge 185 che chiedeva un controllo sulla produzione, su dove venivano vendute queste armi e sui sistemi bancari di pagamento. Ma questa legge è stata pian piano disattesa”.
Ed ecco, al termine di questa marcia della pace, la risonanza della frase di mons. Tonino Bello come incoraggiamento al popolo della pace: “Don Tonino Bello diceva: se vuoi cambiare il mondo, devi saper coniugare tre verbi: denunciare, annunciare, sacrificare”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco apre la porta santa nelle carceri: la speranza è un’àncora
“Ho voluto spalancare la Porta, oggi, qui. La prima l’ho aperta a San Pietro, la seconda è vostra. E’ un bel gesto quello di spalancare, aprire: aprire le porte. Ma più importante è quello che significa: è aprire il cuore. Cuori aperti. E questo fa la fratellanza. I cuori chiusi, quelli duri, non aiutano a vivere. Per questo, la grazia di un Giubileo è spalancare, aprire e, soprattutto, aprire i cuori alla speranza. La speranza non delude, mai! Pensate bene a questo. Anche io lo penso, perché nei momenti brutti uno pensa che tutto è finito, che non si risolve niente. Ma la speranza non delude mai”.
Dopo la basilica di san Pietro, il papa ha compiuto il rito per il Giubileo nella chiesa del ‘Padre Nostro’ nel penitenziario romano di Rebibbia, accompagnato da mons. Ambarus, da detenuti e agenti, perché anche nel carcere può nascere la speranza: “A me piace pensare alla speranza come all’àncora che è sulla riva e noi con la corda stiamo lì, sicuri, perché la nostra speranza è come l’àncora sulla terraferma. Non perdere la speranza. E’ questo il messaggio che voglio darvi; a tutti, a tutti noi. Io il primo. Tutti. Non perdere la speranza. La speranza mai delude. Mai. Delle volte la corda è dura e ci fa male alle mani … ma con la corda, sempre con la corda in mano, guardando la riva, l’àncora ci porta avanti. Sempre c’è qualcosa di buono, sempre c’è qualcosa che ci fa andare avanti”.
E’ stato un invito a spalancare le porte: “La corda in mano e, secondo, le finestre spalancate, le porte spalancate. Soprattutto la porta del cuore. Quando il cuore è chiuso diventa duro come una pietra; si dimentica della tenerezza. Anche nelle situazioni più difficili (ognuno di noi ha la propria, più facile, più difficile, penso a voi) sempre il cuore aperto; il cuore, che è proprio quello che ci fa fratelli. Spalancate le porte del cuore. Ognuno sa come farlo. Ognuno sa dove la porta è chiusa o semichiusa. Ognuno sa”.
E’ stato un augurio per vivere il giubileo anche nelle carceri: “Due cose vi dico. Primo: la corda in mano, con l’àncora della speranza. Secondo: spalancate le porte del cuore. Abbiamo spalancato questa, ma questo è un simbolo della porta del nostro cuore. Vi auguro un grande Giubileo. Vi auguro molta pace, molta pace. E tutti i giorni prego per voi. Davvero. Non è un modo di dire. Penso a voi e prego per voi. E voi pregate per me”.
Mentre al termine della recita dell’Angelus papa Francesco ha ricordato l’apertura della porta giubilare a Rebibbia: “Stamattina ho aperto una Porta Santa, dopo quella di san Pietro, nel carcere romano di Rebibbia. E’ stata come, per così dire, la cattedrale del dolore e della speranza”.
Ha anche ricordato ch giubileo consiste anche nella remissione del debito: “Una delle azioni che caratterizzano i Giubilei è la remissione dei debiti. Incoraggio pertanto tutti a sostenere la campagna di Caritas Internationalis intitolata ‘Trasformare il debito in speranza’, per sollevare i Paesi oppressi da debiti insostenibili e promuovere lo sviluppo”.
Prima della conclusione il papa ha levato la sua voce contro il mercato delle armi: “La questione del debito è legata a quella della pace e del ‘mercato nero’ degli armamenti. Basta colonizzare i popoli con le armi! Lavoriamo per il disarmo, lavoriamo contro la fame, contro le malattie, contro il lavoro minorile. E preghiamo, per favore, per la pace nel mondo intero! La pace nella martoriata Ucraina, in Gaza, Israele, Myanmar, Nord Kivu e in tanti Paesi che sono in guerra”.
Mentre prima della recita dell’Angelus ha sottolineato la testimonianza di santo Stefano: “Oggi, subito dopo il Natale, la liturgia celebra Santo Stefano, il primo martire. Il racconto della sua lapidazione si trova negli Atti degli Apostoli e ce lo presenta mentre, morendo, prega per i suoi uccisori. E questo ci fa riflettere: infatti, anche se a prima vista Stefano sembra subire impotente una violenza, in realtà, da uomo veramente libero, continua ad amare anche i suoi uccisori e ad offrire la sua vita per loro, come Gesù; offre la vita perché si pentano e, perdonati, possano avere in dono la vita eterna”.
Santo Stefano è un testimone del perdono di Dio: “Stefano è testimone di quel Padre – il nostro Padre – che vuole il bene e solo il bene per ciascuno dei suoi figli, e sempre; il Padre che non esclude nessuno, il Padre che non si stanca mai di cercarli, e di riaccoglierli quando, dopo essersi allontanati, ritornano pentiti a Lui ed il Padre che non si stanca di perdonare. Ricordate questo: Dio perdona sempre e Dio perdona tutto”.
Infine ha ricordato i martiri cristiani: “Torniamo a Stefano. Purtroppo anche oggi ci sono, in varie parti del mondo, molti uomini e donne perseguitati, a volte fino alla morte, a causa del Vangelo. Anche per loro vale quello che abbiamo detto di Stefano. Non si lasciano uccidere per debolezza, né per difendere un’ideologia, ma per rendere tutti partecipi del dono di salvezza. E lo fanno in primo luogo per il bene dei loro uccisori: per i loro uccisori … e pregano per loro. Ce ne ha lasciato un esempio bellissimo il Beato Christian de Chergé, che chiamava il suo uccisore amico dell’ultimo minuto”.
(Foto: Santa Sede)




























