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Carcere, lavoro e dignità a Milano: ‘La comunicazione come diritto umano fondamentale’
Lunedì 12 gennaio si è svolto presso la Sala Turismo della sede di Confcommercio a Milano il convegno nazionale ‘Comunicazione, dignità e lavoro nel carcere: il ruolo dei commercialisti nel percorso di recupero umano, spirituale e sociale’, promosso da Milano PerCorsi. L’iniziativa ha coinvolto istituzioni, professioni, imprese, terzo settore e mondo dell’informazione, diventando uno dei principali momenti di confronto pubblico del 2026 sul sistema penitenziario italiano.
Al centro del dibattito c’è stata la funzione rieducativa della pena, sancita dall’articolo 27 della Costituzione, e la necessità di ripensare il carcere come spazio di recupero umano, sociale e lavorativo, capace di restituire dignità, responsabilità e prospettive future alle persone detenute.
Il convegno nasceva da una emergenza nazionale: il sistema penitenziario italiano versa in crisi estrema. I dati su suicidi, tentativi di suicidio e atti di autolesionismo descrivono una realtà drammatica e inaccettabile. Il sovraffollamento cronico rende le condizioni di vita dei detenuti insostenibili, trasformando le carceri in luoghi di emergenza permanente. E’ emersa la necessità di un intervento urgente da parte dello Stato, questione di responsabilità istituzionale, giuridica e morale.
La comunicazione è stata analizzata come dimensione centrale del recupero umano. Non come semplice strumento informativo, ma come relazione, ascolto, riconoscimento e presenza qualificata. L’assenza di dialogo, la solitudine istituzionale e la carenza di figure professionalmente formate contribuiscono in modo determinante al disagio psicologico delle persone detenute, aumentando il rischio di gesti estremi. Una comunicazione fondata sul rispetto della dignità umana e sulla costruzione di legami autentici rappresenta una delle più efficaci forme di prevenzione del suicidio e di umanizzazione della pena.
Tra gli interventi di maggiore rilievo si è collocato quello di Biagio Maimone, giornalista e scrittore, che ha evidenziato il ruolo della comunicazione come diritto umano fondamentale nei contesti di privazione della libertà, spiegando come la parola sia spazio di riconoscimento dell’identità, strumento di relazione e condizione essenziale per la sopravvivenza psicologica della persona detenuta. L’impossibilità di comunicare il proprio disagio e di essere riconosciuti come esseri umani è una delle principali cause di isolamento, crollo emotivo e, in casi estremi, di suicidio in carcere.
Ha proposto un modello innovativo con la presenza qualificata di professionisti della comunicazione e del giornalismo all’interno delle carceri, capaci di creare spazi di ascolto e di restituzione pubblica della realtà detentiva. Dare voce a chi non ce l’ha restituisce dignità, riattiva il senso di responsabilità personale e consente alla persona detenuta di percepirsi nuovamente parte della comunità.
Maimone ha richiamato anche la visione cristiana del perdono, secondo cui nessuna persona è definitivamente perduta se sceglie la conversione, intesa come consapevolezza dell’errore e volontà concreta di non reiterarlo. In questa prospettiva, la colpa non annulla la dignità e il carcere non può limitarsi a un percorso di riabilitazione esclusivamente sociale e lavorativa, ma deve includere anche una dimensione spirituale ed esistenziale del recupero.
Secondo Maimone, se il cristianesimo afferma che Dio perdona chi si converte, anche la società è chiamata a fare altrettanto. Questo interpella in modo particolare i cristiani, chiamati non al giudizio ma a farsi promotori del cambiamento, accompagnando le persone detenute in un autentico percorso di recupero umano, sociale e spirituale. Il perdono non indebolisce la giustizia: la rende umana, perché riconosce la possibilità di rinascita dell’essere umano e rende concretamente possibile il reinserimento e la riconciliazione con la comunità.
Biagio Maimone è Direttore della Comunicazione della Fondazione Bambino Gesù del Cairo, che opera nei contesti di maggiore fragilità sociale e umana. Il suo intervento si è collegato ai Diritti Umani universali, alle Regole Mandela e all’articolo 27 della Costituzione, riaffermando che la pena, per essere legittima, deve preservare la dignità della persona.
Accanto alla comunicazione, il convegno ha posto con forza il tema del lavoro, non come semplice opportunità occupazionale, ma come elemento strutturale del percorso di recupero umano e sociale. Il lavoro restituisce responsabilità, autonomia e riconoscimento sociale, rafforza il senso di appartenenza alla comunità e riduce concretamente il rischio di recidiva. In questa prospettiva, il ruolo dei commercialisti, delle professioni economiche e giuridiche, delle imprese e del terzo settore assume un valore strategico nella costruzione di percorsi di formazione, inserimento e accompagnamento al lavoro delle persone detenute ed ex detenute.
Il confronto ha coinvolto rappresentanti delle istituzioni, delle professioni, del giornalismo, del mondo imprenditoriale e del terzo settore. Dopo i saluti istituzionali di Elbano De Nuccio, Presidente Nazionale dei Dottori Commercialisti, Francesco Caroprese, Vicepresidente Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Antonio Uricchio, Presidente ANVUR, Massimo Molla, Presidente di Italia Professioni, Edoardo Ginevra, Presidente Nazionale AIDC, e Marcello Guadalupi, Presidente di Milano PerCorsi Srl – Impresa Sociale, i lavori sono entrati nel vivo con interventi significativi.
Il tema della sicurezza e della gestione penitenziaria è stato affrontato da Amerigo Fusco, Primo Dirigente del Corpo di Polizia Penitenziaria, che ha richiamato l’attenzione sulle difficoltà operative quotidiane e sull’importanza di affiancare alla funzione custodiale un autentico progetto rieducativo, a tutela sia del personale sia delle persone detenute.
Un ruolo centrale è stato attribuito al mondo dell’informazione. Marco Scotti, Direttore di Affaritaliani.it, Gianni Todini, Direttore dell’Agenzia Askanews, Nicola Saldutti, Caporedattore Economia del Corriere della Sera, Antonetta Carrabs, giornalista e direttore responsabile editoriale di Oltre i Confini Magazine, e Fulvio Fulvi, giornalista di Avvenire e scrittore, hanno sottolineato come il carcere sia rimasto troppo spesso ai margini del racconto pubblico, alimentando invisibilità e disinformazione, e come sia necessario un giornalismo capace di restituire responsabilità sociale.
Ampio spazio è stato dedicato anche al tema del lavoro e del reinserimento sociale. Gianmarco Invernizzi, commercialista, Pietro Latella, consulente del lavoro, ed Enea Trevisan, fondatore di Ealixir Inc., hanno evidenziato come il lavoro rappresenti uno dei pilastri fondamentali per ridurre la recidiva, restituire dignità e favorire un reale percorso di autonomia per le persone detenute ed ex detenute. Sul versante dell’impegno sociale e imprenditoriale, Hector Villanueva, CEO e Founder dell’Expo dei Popoli, delle Culture e della Solidarietà, e Massimiliano Fantini, dell’Associazione Seconda Chance – Lombardia, hanno portato esperienze concrete di collaborazione tra imprese, terzo settore e sistema penitenziario, dimostrando come l’inclusione lavorativa sia possibile quando istituzioni e società civile operano in sinergia.
Al termine dei lavori, Milano PerCorsi ha predisposto un documento di raccomandazioni operative da sottoporre alle istituzioni, al mondo imprenditoriale e al terzo settore, con l’obiettivo di promuovere politiche efficaci di comunicazione, prevenzione, inclusione e reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute ed ex detenute, contribuendo alla costruzione di un modello di sistema penitenziario orientato al recupero umano, educativo e sociale, riaffermando che senza dignità non può esserci sicurezza, senza lavoro non può esserci reinserimento, senza comunicazione non può esserci umanità.
Dalla Chiesa e dalle associazioni si chiede un atto di clemenza per i carcerati
Non perdere la speranza, perché da ogni caduta ci si deve poter rialzare e la giustizia è sempre un processo di riparazione e riconciliazione: nella domenica ‘della gioia’, quella che la liturgia definisce ‘Gaudete’, papa Leone XIV ha celebrato la Messa per il Giubileo dei detenuti nella Basilica vaticana ed a quanti sono privati della libertà e a tutti coloro che si prendono cura della realtà penitenziaria chiede di guardare avanti e in alto:
“Certo, il carcere è un ambiente difficile e anche i migliori propositi vi possono incontrare tanti ostacoli. Proprio per questo, però, non bisogna stancarsi, scoraggiarsi o tirarsi indietro, ma andare avanti con tenacia, coraggio e spirito di collaborazione. Sono molti, infatti, a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare, che nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e che la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione”.
Per questa occasione i vescovi della Lombardia avevano preparato un messaggio, in cui hanno chiesto “un gesto di clemenza da parte dello Stato, per sfoltire le carceri dall’eccessivo numero di persone detenute e permettere di ripartire con nuova attenzione al trattamento e alla qualità delle condizioni umane nelle varie strutture italiane”.
Nel messaggio i vescovi lombardi hanno sottolineato “la nostra disponibilità a collaborare con la comunità civile perché la detenzione sia gestita secondo lo spirito della Costituzione: e cioè come momento di presa di coscienza del male fatto, come momento per investire sul proprio cambiamento personale e come possibilità di un vero reinserimento nel tessuto sociale anche con l’accompagnamento verso un nuovo progetto di vita”.
In questa prospettiva i vescovi lombardi non si stancano di chiedere “un gesto di clemenza da parte dello Stato, per sfoltire le carceri dall’eccessivo numero di persone detenute e permettere di ripartire con nuova attenzione al trattamento e alla qualità delle condizioni umane nelle varie strutture
italiane; questo gesto dovrebbe servire per ricominciare a lavorare con più convinzione nell’opera rieducativa: ne usufruirebbero sia le persone detenute, sia la polizia penitenziaria, sia tutti gli operatori coinvolti nel percorso carcerario”.
E’ un impegno che si assume anche la Chiesa: “Da parte nostra, ci impegniamo a fare il possibile, nei limiti delle nostre risorse, per favorire i percorsi di fine pena, per quanto riguarda condizioni abitative, inserimento nel lavoro e ogni altro processo che favorisca il pieno reinserimento sociale di chi esce dalla detenzione”.
Altro impegno riguarda la diffusione di una cultura della legalità: “Ci impegniamo attraverso i nostri canali e le nostre comunità a diffondere una cultura della legalità, dove ognuno sia chiamato a prendersi le proprie responsabilità e a intraprendere percorsi di riparazione per i propri sbagli e dove il carcere sia soltanto il punto di arrivo estremo di politiche di educazione e di prevenzione”.
Da queste premesse può ripartire il rinnovamento della società: “Ci pare questo lo spirito profondo del Giubileo: ripartire tutti insieme per rinnovare la società e dare a tutti una nuova opportunità di crescita umana e spirituale”.
Inoltre per tale occasione molte associazioni italiane (A buon diritto, Acli, Antigone, Arci, Cgil, Confcooperative Federsolidarietà, Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia-CNVG, Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti-CNCA, Forum Droghe, Gruppo Abele, L’altro diritto, La Società della Ragione, Legacoopsociali, Movimento di Volontariato Italiano-MOVI, Movimento No Prison, Nessuno tocchi Caino, Ristretti Orizzonti) avevano lanciato un appello (intitolato ‘Giubileo dei detenuti: chiediamo clemenza e umanità nelle carceri italiane’), in cui chiedevano un provvedimento di clemenza che riduca il numero dei detenuti nelle carceri italiane, in quanto la condizione negli istituti penitenziari italiani è drammatica.
Si contano circa 63.500 detenuti stipati nei 46.500 posti effettivamente disponibili. Nel 2025 ci sono già stati 74 suicidi di persone detenute (oltre a due suicidi di agenti di polizia penitenziaria e due di operatori sociali) e 47 decessi le cui cause sono ancora da accertare. Nel 2024 i Tribunali di sorveglianza hanno accolto oltre 5.800 istanze per condizione di detenzione disumana e degradante, contraria all’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani sulla proibizione della tortura. Il carcere si è chiuso drammaticamente all’esterno, i detenuti trascorrono in celle inabitabili quasi l’intera giornata e la comunità esterna è disincentivata a collaborare. Una situazione che crea uno stato di frustrazione e burnout anche nelle persone che lavorano all’interno del contesto penitenziario.
Per queste ragioni i promotori dell’appello si rivolgono al Parlamento perché approvi un provvedimento di clemenza che permetta la riduzione immediata del numero dei reclusi, al presidente della Repubblica perché eserciti una consistente concessione di grazie come alcuni dei suoi predecessori, ai magistrati di sorveglianza affinché concedano per questo Natale tutti i giorni di permesso premio disponibili ai detenuti che già ne godono. Inoltre, hanno invitato il ministero della Giustizia ad ‘umanizzare’, come sancito dalla Costituzione e dalle convenzioni per i diritti dell’uomo, e modernizzare l’esecuzione della pena, e ad aprire il più possibile il carcere al mondo del volontariato, alle associazioni, alle cooperative, agli enti locali, alle scuole, alle università.
I promotori dell’appello danno, poi, appuntamento a tutti coloro (associazioni di volontariato, enti del terzo settore, operatori, volontari, cittadini, organizzazioni della società civile) che ritengono che da questa drammatica situazione si debba uscire una volta per tutte, e che sono disponibili a dare un loro contributo, a partecipare all’assemblea pubblica che si svolgerà il 6 febbraio del prossimo anno a Roma.
Quindi i promotori dell’appello si rivolgono nuovamente al Parlamento perché approvi un provvedimento di clemenza che permetta la riduzione immediata del numero dei reclusi, al presidente della Repubblica perché eserciti una consistente concessione di grazie come alcuni dei suoi predecessori, ai magistrati di sorveglianza affinché concedano per questo Natale tutti i giorni di permesso premio disponibili ai detenuti che già ne godono.
Inoltre, invitano il ministero della Giustizia a intervenire per umanizzare da subito, come sancito dalla Costituzione e dalle convenzioni per i diritti dell’uomo, le condizioni in cui si esplica l’esecuzione della pena detentiva e ad aprire il più possibile il carcere al mondo del volontariato, alle associazioni, alle cooperative, agli enti locali, alle scuole, alle università.
Papa Leone XIV chiede salvezza anche per i detenuti
“Il Vangelo di oggi ci fa visitare in carcere Giovanni il Battista, che si trova prigioniero a motivo della sua predicazione. Ciò nonostante, egli non perde la speranza, diventando per noi segno che la profezia, anche se in catene, resta una voce libera in cerca di verità e di giustizia. Dal carcere, infatti, Giovanni il Battista sente ‘parlare delle opere del Cristo’, che sono diverse da quelle che lui si aspettava. E allora manda a chiedergli: ‘Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?’ Chi cerca verità e giustizia, chi attende libertà e pace interroga Gesù. E’ proprio Lui il Messia, cioè il Salvatore promesso da Dio per bocca dei profeti?: dopo la recita dell’Angelus dell’ultima domenica giubilare dell’Anno Santo dedicata ai detenuti ed alle detenute papa Leone XIV ha invitato a non perdere la speranza dell’annuncio della giustizia e della verità.
E la risposta di Gesù è inequivocabile con l’invito a guardare le opere: “La risposta di Gesù porta lo sguardo su coloro che Lui ha amato e servito. Sono loro: gli ultimi, i poveri, i malati a parlare per Lui. Il Cristo annuncia chi è attraverso quello che fa. E quello che fa è per tutti noi segno di salvezza. Infatti, quando incontra Gesù, la vita priva di luce, di parola e di gusto ritrova senso: i ciechi vedono, i muti parlano, i sordi odono”.
Nei ‘poveri’ è possibile vedere Dio: “L’immagine di Dio, deturpata dalla lebbra, riacquista integrità e salute. Persino i morti, del tutto insensibili, tornano alla vita. Questo è il Vangelo di Gesù, la buona notizia annunciata ai poveri: quando Dio viene nel mondo, si vede!”
E dalla prigione si può essere liberato attraverso la parola di Gesù: Dalla prigione dello sconforto e della sofferenza ci libera la parola di Gesù: ogni profezia trova in Lui il compimento atteso. E’ Cristo, infatti, che apre gli occhi dell’uomo alla gloria di Dio. Egli dà parola agli oppressi, ai quali violenza e odio hanno tolto la voce; Egli vince l’ideologia, che rende sordi alla verità; Egli guarisce dalle apparenze che deformano il corpo”.
Quindi la Parola di Dio libera dal male, come scrive san Paolo nella lettera ai Filippesi: “Il Verbo della vita ci redime così dal male, che porta il cuore alla morte. Perciò, come discepoli del Signore, in questo tempo d’Avvento siamo chiamati a unire l’attesa del Salvatore all’attenzione per quello che Dio fa nel mondo… Proprio con questo invito si apre la Santa Messa di oggi, terza domenica di Avvento, chiamata perciò domenica Gaudete. Gioiamo, dunque, perché Gesù è la nostra speranza soprattutto nell’ora della prova, quando la vita sembra perdere senso e tutto ci appare più buio, le parole ci mancano e fatichiamo ad ascoltare il prossimo”.
Mentre nell’omelia della celebrazione eucaristica di questa domenica della ‘gioia’ il papa ha ricordato l’invito di papa Francesco durante l’apertura della prima porta santa aperta nel carcere di Rebibbia: “Facendo riferimento all’immagine di un’ancora lanciata verso l’eternità, al di là di ogni barriera di spazio e di tempo, ci invitava a mantenere viva la fede nella vita che ci attende, e a credere sempre nella possibilità di un futuro migliore. Al tempo stesso, però, ci esortava a essere, con cuore generoso, operatori di giustizia e di carità negli ambienti in cui viviamo”.
Per questo ha invitato a non scoraggiarsi: “Mentre si avvicina la chiusura dell’Anno giubilare, dobbiamo riconoscere che, nonostante l’impegno di molti, anche nel mondo carcerario c’è ancora tanto da fare in questa direzione, e le parole del profeta Isaia che abbiamo ascoltato ci ricordano che Dio è Colui che riscatta, che libera, e suonano come una missione importante e impegnativa per tutti noi. Certo, il carcere è un ambiente difficile e anche i migliori propositi vi possono incontrare tanti ostacoli.
Proprio per questo, però, non bisogna stancarsi, scoraggiarsi o tirarsi indietro, ma andare avanti con tenacia, coraggio e spirito di collaborazione. Sono molti, infatti, a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare, che nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e che la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione”.
Per questo ha rilanciato l’amnistia: “A tal fine papa Francesco auspicava, in particolare, che si potessero concedere, per l’Anno santo, anche ‘forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società’, ed ad offrire a tutti reali opportunità di reinserimento. Confido che in molti Paesi si dia seguito al suo desiderio. Il Giubileo, come sappiamo, nella sua origine biblica era proprio un anno di grazia in cui ad ognuno, in molti modi, si offriva la possibilità di ricominciare”.
In ciò consiste la profezia del battesimo, che conduce alla terra promessa: “Anche il Vangelo che abbiamo ascoltato ci parla di questo. Giovanni il Battista, mentre predicava e battezzava, invitava il popolo a convertirsi e ad attraversare di nuovo, simbolicamente, il fiume, come al tempo di Giosuè, per entrare in possesso della nuova ‘terra promessa’, cioè di un cuore riconciliato con Dio e con i fratelli.
Ed è eloquente, in questo senso, la sua figura di profeta: era retto, austero, franco fino ad essere imprigionato per il coraggio delle sue parole (non era ‘una canna sbattuta dal vento’); eppure al tempo stesso era ricco di misericordia e di comprensione verso chi, sinceramente pentito, cercava con fatica di cambiare”.
Certo i problemi sono tanti ma il papa ha invitato affinchè tramite il ‘recupero’ tutti possano essere salvati: “Il Signore, però, al di là di tutto, continua a ripeterci che una sola è la cosa importante: che nessuno vada perduto e che tutti ‘siano salvati’. Che nessuno vada perduto! Che tutti siano salvati! Questo vuole il nostro Dio, questo è il suo Regno, a questo mira il suo agire nel mondo.
Mentre si avvicina il Natale, vogliamo abbracciare anche noi, con ancora più forza, il suo sogno, costanti nel nostro impegno e fiduciosi. Perché sappiamo che anche di fronte alle sfide più grandi non siamo soli: il Signore è vicino, cammina con noi e, con Lui al nostro fianco, sempre qualcosa di bello e gioioso accadrà”.
(Foto: Santa Sede)
Giubileo dei detenuti: Luciana Delle Donne spiega le ragioni
L’ultimo appuntamento giubilare è quello dedicato ai detenuti, che si svolge fino ad oggi in Vaticano, dove papa Leone XIV presiede la messa nella basilica di san Pietro nella giornata conclusiva. Inoltre per questo evento giubilare si sono organizzando alcune iniziative promosse dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale (DSSUI), che ha promosso i ‘Giochi della Speranza’ in collaborazione con la Fondazione ‘Giovanni Paolo II per lo sport’, con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) e con la rete di magistrati ‘Sport e Legalità’.
I ‘Giochi della Speranza’ sono una ‘piccola olimpiade in carcere’, che si sono svolti per la prima volta a Roma nello scorso giugno. A tal riguardo, suor Alessandra Smerilli, segretario del DSSUI, ha affermato che “per chi vive la detenzione, lo sport assume un valore importante perché educa al rispetto, alla disciplina, al lavoro di squadra; aiuta a riconoscere i propri limiti ed a scoprire nuove energie. In carcere lo sport non è solo movimento: è un’esperienza di libertà possibile, di relazione, di fiducia restituita”.
Per questo la Fondazione ‘Giovanni Paolo II per lo sport’ ha spiegato che l’iniziativa ‘Giochi della Speranza’ vorrebbe creare “un modello replicabile anche in altri istituti di pena, per permettere anche alle persone recluse di vivere in armonia e serenità questo momento di gioco ma soprattutto per valorizzare sempre di più lo sport come strumento di crescita personale e reinserimento sociale dei detenuti”. Mentre venerdì 12 dicembre all’Università LUMSA di Roma si è svolto il convegno, intitolato ‘Il diritto alla speranza nel cinquantennale dell’Ordinamento Penitenziario, nell’anno del Giubileo della Speranza e nel triduo del Giubileo dei Detenuti’. Infine nel pomeriggio si svolge all’Auditorium della Conciliazione la commedia musicale ‘Oltre le grate’.
Per comprendere meglio le ragioni di questo evento giubilare abbiamo incontrato la fondatrice del brand ‘Made in carcere’, Luciana Delle Donne, chiedendo di spiegarci la ragione per cui la Chiesa ha indetto un giubileo anche per le detenute ed i detenuti: “Papa Francesco aveva fatto scelte molto forti e simboliche, perché i detenuti e le detenute sono persone scomode che nessuno vorrebbe vedere. Per questo papa Francesco ha testimoniato il modo in cui bisogna trasformare l’approccio nella vita.
L’idea di mettersi al servizio dell’altro mi rende particolarmente felice, perché è proprio quello che sento di fare. E’ una vocazione: quindi l’aver ricevuti questi premi è significativo, perché sono associati al bene, perché la fede e la filosofia cattolica implicano che l’universo restituisca il bene a chiunque. Quindi la preghiera di richiesta di aiuto è fondamentale; occorre abituarsi a chiedere aiuto ed a comprendere che l’altro ti può aiutare è una ricchezza, perchè dare e darsi è la nuova frontiera della ricchezza”.
Quali segni potrebbe offrire ai detenuti la società civile?
“Intanto l’accettazione di questa condizione, perché un detenuto, come diceva papa Francesco, non è sbagliato, ma ha commesso uno sbaglio; però sta ‘pagando’ e quindi deve essere reinserito attraverso le esperienze, come la nostra ‘Made in carcere’ , dove lì trasferiamo una ‘cassetta degli attrezzi’ per vivere in modo corretto e dignitoso nella società civile”.
Perché ‘Made in carcere’?
“E’ una seconda chance offerta alle donne detenute e allo stesso tempo alle stoffe di scarto destinate al macero. Il brand ‘Made in carcere’ nasce nel 2007 da un’idea della cooperativa sociale pugliese ‘Officina Creativa’, che inizia ad offrire un contratto di lavoro alle donne detenute per reati minori, proponendo ore di attività sartoriali all’interno delle stesse strutture di reclusione.
‘Made in carcere’ è una risposta concreta alla crisi, incoraggiata da quell’80% di donne carcerate che, dopo aver imparato un nuovo mestiere, non delinquono più lasciata la prigione. Così da 20 anni le impiegate del carcere femminile ‘Borgo S. Nicola’ di Lecce ricevono mensilmente un regolare stipendio cucendo braccialetti, borse e vestiti ecosostenibili ricavati da tessuti riciclati”.
Perché fare impresa sociale in carcere?
“La nostra sfida è stata quella di organizzare il lavoro di una cooperativa sociale (e quindi non-profit) come una qualsiasi impresa commerciale (produzione, logistica, marketing…). Ma con una differenza: ogni settore può (e deve) soccorrere gli altri in caso di bisogno. Ognuno di noi è cliente e fornitore dell’altro. Fare impresa sociale non è un ossimoro e persino in carcere lo abbiamo sperimentato”.
Quanto è importante il lavoro per chi vive in carcere?
“E’ fondamentale. Fa sentire le persone vive e soprattutto consente loro di riacquistare dignità e con il tempo una nuova identità. Ricevere una busta paga per chi vive in carcere rappresenta un motivo di riscatto ed autostima. Le persone riescono a mantenere i figli fuori, ad avere una vita più decorosa e non sono un peso per chi sta fuori dal carcere. La percezione del tempo è completamente diversa tra le donne in stato di detenzione che lavorano e quelle che non lavorano: per le prime il tempo vola, per le altre il tempo non passa mai”.
In cosa consiste questa economia ‘circolare’?
“Abbiamo dimostrato che in un contesto di disagio si può fare qualcosa di impossibile. Dalla prigione si può creare un’economia circolare, dove tutti gli attori vincono coniugando etica ed estetica. Non solo vincono quelle donne che riacquistano una dignità ricostruendo il loro percorso di vita, ma diventa protagonista anche il mercato, che acquista oggetti rigenerati e sostenibili”.
In quale modo ‘Made in carcere’ può diventare un modello di giustizia riparativa?
“Made in carcere è un modello che dà spazio a tante altre realtà, perché è pieno di sfaccettature, perché esso è un metodo. Anche la consapevolezza che queste persone hanno commesso un reato e stanno ‘pagando’ aiuta a capire che hanno commesso un reato con la possibilità di riparare al danno”.
Quando è venuto in mente questo desiderio di aiutare le donne in carcere?
“Quando ho capito che era complicato attivare un asilo, che era il mio primo obiettivo. Senza immaginare poi quanto fosse complesso entrare in un carcere. Ma ho pensato fosse più facile occuparmi di quelle mamme che avevano lasciato i figli fuori dal carcere. Aiutare loro significava aiutare anche il resto della famiglia, in particolare i figli”.
Allora quali difficoltà ha incontrato prima di collaborare con maison blasonate?
“Non mancano mai le delusioni o i fallimenti: chi genera cambiamento e costruisce innovazione ha sempre tutti contro. Molti hanno paura del cambiamento e sono rinchiusi nella loro comfort zone. Siamo stati pionieri del lavoro in carcere utilizzando materiali di recupero. Da una parte c’era il mercato curioso di questa nuova esperienza, anche se non è stato facile sdoganare la parola carcere; dall’altra le istituzioni: il sistema carcere non era abituato, soprattutto al sud, a mettersi a disposizione per il lavoro.
Continua peraltro ad esserci sempre il problema del sottodimensionamento delle risorse, contro il sovraffollamento dei detenuti, quindi è veramente complesso; le direzioni e la polizia penitenziaria sono però nostri compagni di viaggio e ci sostengono. Nonostante le tante difficoltà il nostro è diventato un modello sistemico di riferimento”.
Inoltre con i ragazzi ha scelto anche di dare vita ad una linea che si chiama ‘pane di vita’?
“Realizziamo nel carcere di Bari una forma di panettone con fichi secchi, mandorle e nocciole tostate ed ha un sapore fantastico combinato con il lavoro di questi ragazzi, che vivono un momento difficile, in quanto non hanno riferimenti di adulti, che li aiutano ad imparare a sognare, sperare ed avere fiducia in se stessi. Con ‘Pane di vita’ facciamo questo”.
Onorificenza al merito della Repubblica Italiana, Premio ‘Madre Maria Teresa Fasce’ a Cascia e premio ‘La Fornarina’ a San Ginesio sono alcuni riconoscimenti ricevuti in questi anni: cosa si prova a ricevere questi premi?
“Sono forti emozioni perché ripagano di tutta la fatica quotidiana fatta ed avere riconoscimenti così importanti e profondi è motivante. Dedico questi riconoscimenti a tutte le colleghe e colleghi, partner, ambassador, imprenditori, manager e altri stakeholder di questo lungo viaggio che continua con tanti prossimi progetti”.
(Foto: Made in carcere)
Premio Carlo Castelli 2025: ‘Non sono e non sarò il mio reato’
Lib(e)ro dentro di “Liberato” (categoria minori), Riflesso di Nicola Alberti e L’Amico riflesso di “Nareto” sono i testi vincitori dell’edizione 2025 del Premio Carlo Castelli, promosso dalla Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV in collaborazione con il Comune di Brescia, con il patrocinio di Camera, Senato e Ministero della Giustizia e il riconoscimento della Medaglia del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
La giuria ha premiato lo scritto di “Liberato” per la sua profonda capacità introspettiva e per il percorso di consapevolezza e rinascita che racconta. Con lucidità e sensibilità, l’autore ripercorre il cammino che lo ha condotto dal gesto impulsivo che ha cambiato la sua vita fino al presente, ancora vissuto in carcere ma aperto alla speranza e alla possibilità di riscatto. Nelle sue parole emergono il buio e la solitudine dei primi tempi di detenzione, ma anche la lenta rinascita resa possibile dagli incontri, dallo studio, dalla musica, dal teatro e soprattutto dai libri, strumenti di libertà interiore.
In “Riflesso”, Nicola Alberti ha offerto una riflessione autentica e profonda sulla detenzione, vista non solo come pena, ma come occasione per riscoprire risorse interiori e possibilità di cambiamento. Con una scrittura fluida e matura, l’autore trasforma l’esperienza del limite in un percorso di crescita e consapevolezza, mostrando come forza, sensibilità e intelligenza possano diventare strumenti di riscatto anche nelle situazioni più difficili.
Nel testo l’Amico riflesso di “Nareto”, la giuria ha riconosciuto una grande intensità emotiva e onestà narrativa con cui l’autore affronta un dialogo profondo con se stesso, tra colpa, ferite e desiderio di rinascita. Attraverso un percorso che va dalla rabbia alla speranza, lo “specchio” diventa da nemico a compagno di viaggio, simbolo di una trasformazione autentica che non nega il passato, ma lo trasforma in forza per costruire il futuro.
La cerimonia di premiazione si è svolta venerdì 10 ottobre presso la Casa Circondariale “Nerio Fischione” di Canton Mombello, alla presenza di autorità civili e rappresentanti del mondo penitenziario.
Il giorno successivo, presso il Teatro Sant’Afra, si è tenuto un convegno pubblico dedicato al senso della pena e alle possibilità di riscatto, che ha visto la partecipazione di importanti relatori e testimoni del mondo giuridico e sociale.
Tra gli ospiti del convegno, il magistrato Gherardo Colombo, insieme a Don Gino Rigoldi, già cappellano dell’Istituto Penale Cesare Beccaria di Milano, a Carlo Alberto Romano, Prorettore per l’Impegno Sociale per il Territorio – Università degli Studi di Brescia, aLuisa Ravagnani, docente di Criminologia penitenziaria e Giustizia riparativa – Università degli Studi di Brescia, a Mauro Ricca, Garante dei Diritti dell’Infanzia e Adolescenza per il Comune di Brescia.
Gherardo Colombo, già magistrato, giurista e scrittore, ha offerto una riflessione profonda sul significato della pena e sulla funzione rieducativa del carcere. Le sue parole suonano come un richiamo alla responsabilità collettiva: i problemi del carcere, ha spiegato, non dipendono solo da chi vi è recluso, ma anche da come la società sceglie di punire. Spazi angusti, poche ore d’aria, incontri familiari limitati — condizioni che, secondo Colombo, rendono inevitabili disperazione, autolesionismo e tentativi di suicidio, segni di un sistema che isola invece di rieducare.
Il magistrato ha sottolineato che non è la paura a regolare la società e che infliggere dolore non contribuisce a costruire giustizia. L’articolo 27 della Costituzione italiana stabilisce che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. La recidiva mostra come chi esce dal carcere senza aver avuto la possibilità di comprendere, dialogare e costruire relazioni sia spesso destinato a ripetere gli stessi errori.
La vera rieducazione, ha concluso, nasce dal confronto umano, dal “vedere l’altro” e dal costruire regole condivise basate sul rispetto reciproco. È questo il modello adottato nelle carceri norvegesi, dove la pena è un percorso di responsabilizzazione e crescita, non di vendetta.
Il tema scelto per l’edizione 2025 — “Mi specchio e (non) mi riconosco: non sono e non sarò il mio reato” — ha invitato i partecipanti a distinguere la persona dal proprio errore, attraverso racconti, poesie e opere multimediali.
La manifestazione è stata arricchita dalla mostra fotografica “I volti della povertà in carcere”, allestita a Palazzo Martinengo delle Palle. Sono previste iniziative di educazione alla legalità e alla giustizia riparativa nelle scuole bresciane in linea con l’impegno della Società di San Vincenzo De Paoli, da sempre impegnata nella formazione e nella sensibilizzazione dei giovani ai temi della dignità umana e del reinserimento sociale.
I tre vincitori hanno ricevuto un riconoscimento che si è tradotto in doppia opportunità: una somma in denaro viene destinata al partecipante; una seconda somma viene riservata a finanziare un progetto che consentirà la nascita di tre percorsi di vita nuova: in un istituto penitenziario per adulti, attraverso l’Ufficio di esecuzione penale esterna (UEPE), in un istituto penale minorile.
“Ogni vincitore diventa così protagonista di un percorso che offrirà a un altro detenuto un’opportunità concreta di riscatto. È un circolo virtuoso che, edizione dopo edizione, si alimenta e rafforza”, ha dichiarato Paola Da Ros, Presidente della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV.
I testi vincitori e i dieci lavori ritenuti meritevoli dalla Giuria sono stati raccolti in un’antologia distribuita in tutta Italia e allegata alla rivista Le Conferenze di Ozanam (tiratura oltre 13.600 copie).
Il Premio Carlo Castelli, intitolato alla memoria di Carlo Castelli, volontario vincenziano e promotore della Legge Gozzini, continua a rappresentare un segno concreto di speranza per chi, dietro le sbarre, sceglie di ricominciare attraverso la parola, la riflessione e la consapevolezza.
Con il sostegno dei volontari della Società di San Vincenzo De Paoli, il Premio rinnova ogni anno l’impegno dell’associazione nel promuovere una giustizia più umana, capace di ascoltare, educare e restituire dignità alle persone private della libertà personale. Attraverso la scrittura, il concorso letterario dà voce a chi vive la realtà carceraria, promuovendo percorsi di responsabilizzazione, riconciliazione e speranza.
Di seguito i testi dei premiati e il libro che raccoglie tutti brani letterari dei detenuti che hanno partecipato al Premio Carlo Castelli:
https://www.sanvincenzoitalia.it/wp-content/uploads/2025/10/979-12-80678-49-2.pdf
https://www.sanvincenzoitalia.it/wp-content/uploads/2025/10/02-vincitore-adulti-Riflesso-n.-114.docx
Premio Carlo Castelli 2025: scrittura, giustizia e speranza dietro le sbarre
Oggi si svolge la 18^ edizione del Premio Carlo Castelli. La cerimonia di premiazione inizierà alle ore 14.30, presso la Casa Circondariale ‘Nerio Fischione’ di Canton Mombello (Via Spalto San Marco 20, Brescia). Il concorso letterario nazionale giunto alla sua XVIII edizione è rivolto a tutti i detenuti degli istituti penitenziari italiani, compresi quelli minorili. E’ promosso dalla Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV con la collaborazione del Comune di Brescia, il patrocinio della Camera dei Deputati, del Senato della Repubblica e del Ministero della Giustizia e il riconoscimento della Medaglia del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Il tema scelto per l’edizione 2025 è chiaro e potente: ‘Mi specchio e (non) mi riconosco: non sono e non sarò il mio reato’. Un invito a distinguere la persona dal proprio errore, a intraprendere un percorso di consapevolezza e cambiamento. Attraverso racconti, poesie, autobiografie e opere multimediali, i partecipanti saranno chiamati a compiere un viaggio interiore tra coscienza, umanità e speranza.
Il giorno successivo, sabato 11 ottobre 2025, dalle ore 9.30, il Teatro Sant’Afra di Brescia ospiterà un convegno pubblico di alto profilo, con la partecipazione di autorevoli relatori: dott. Gherardo Colombo, già magistrato, giurista e scrittore; don Gino Rigoldi, già cappellano dell’Istituto Penale Cesare Beccaria di Milano; prof. Carlo Alberto Romano, Prorettore per l’Impegno Sociale per il Territorio – Università degli Studi di Brescia; dott.ssa Luisa Ravagnani, docente di Criminologia penitenziaria e Giustizia riparativa – Università degli Studi di Brescia; dott. Mauro Ricca, Garante dei Diritti dell’Infanzia e Adolescenza per il Comune di Brescia.
Il convegno offrirà un momento di confronto aperto sul senso della pena, sul ruolo della comunità e sulle possibilità concrete di cambiamento, attraverso una tavola rotonda che metterà al centro giustizia, rigenerazione e responsabilità condivisa. L’iniziativa sarà arricchita dalla mostra ‘I volti della povertà in carcere’, ospitata presso la Galleria di Palazzo Martinengo delle Palle (Via San Martino della Battaglia 18, Brescia). Attraverso intensi scatti fotografici, la mostra restituisce frammenti di umanità e consapevolezza dei detenuti, offrendo un racconto visivo di dolore e speranza. Apertura al pubblico: 7 – 11 ottobre 2025. Orari: Martedì – Venerdì: 8.30 – 20.00; Sabato: 8.30 – 13.00. Ingresso libero.
Sono previsti altri eventi collaterali nelle scuole, con l’obiettivo di sensibilizzare le nuove generazioni ai temi della legalità e della giustizia riparativa. Il Premio Castelli non è solo un concorso letterario: è un gesto concreto di rinascita. I tre vincitori (due adulti ed un minore) riceveranno un riconoscimento che si traduce in doppia opportunità: una parte del premio in denaro per il partecipante; una parte destinata a finanziare un progetto per la formazione e il reinserimento nella società civile dei detenuti. Tre percorsi di nuova vita: in un istituto penitenziario per adulti, attraverso l’Ufficio di esecuzione penale esterna (UEPE), in un istituto penale minorile.
I testi vincitori e i dieci lavori ritenuti meritevoli dalla Giuria saranno inoltre raccolti in un’antologia distribuita in tutta Italia e allegata alla rivista ‘Le Conferenze di Ozanam’ (tiratura oltre 13.600 copie). Il concorso letterario è intitolato alla memoria di Carlo Castelli, storico volontario vincenziano e promotore della Legge Gozzini, la cui eredità di giustizia umana e inclusiva rivive in questo progetto culturale e sociale. Il Premio Carlo Castelli incarna perfettamente i valori che il suo omonimo ha promosso: la solidarietà, l’inclusione sociale, la giustizia e la speranza. Grazie alla sua visione e al suo impegno, Castelli continua ad essere una fonte di ispirazione per coloro che, all’interno e all’esterno delle carceri, credono nella possibilità di un cambiamento positivo attraverso il rispetto e l’umanità.
Società di San Vincenzo De Paoli: nasce il progetto ‘ScegliAmo Bene’ per educare i giovani alla legalità e alla responsabilità sociale
La Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV lancia ‘ScegliAmo Bene’, un nuovo progetto educativo rivolto agli studenti delle scuole superiori, promosso dal Settore Carcere e Devianza. L’iniziativa mira a sensibilizzare i giovani sul valore della legalità, sulla responsabilità delle proprie scelte e sull’importanza del ruolo attivo nella comunità.
Attraverso laboratori, incontri con formatori di rilievo e attività pratiche, gli studenti avranno l’opportunità di confrontarsi con esperienze concrete e partecipative, sviluppando consapevolezza e autonomia. Il percorso prevede anche la possibilità di mettersi alla prova come volontari, contribuendo direttamente a progetti sociali sul territorio.
Antonella Caldart, Responsabile del Settore Carcere e Devianza, spiega: “Il progetto vuole essere un ponte tra esperienza educativa e impegno civile, offrendo ai giovani strumenti concreti per costruire un futuro più giusto, solidale e responsabile. Crediamo che educare alla legalità significhi anche formare cittadini consapevoli, pronti a partecipare attivamente alla vita della comunità”.
La prima edizione del progetto prenderà avvio a Brescia e si estenderà a livello nazionale, coinvolgendo tutte le scuole superiori che hanno sede in comuni in cui la Società di San Vincenzo De Paoli abbia una propria Conferenza. Le scuole interessate e i partner locali saranno coinvolti nella realizzazione di laboratori interattivi, incontri con esperti e attività creative finalizzate alla riflessione sulla legalità e sulla responsabilità sociale.
Per informazioni e contatti si può scrivere a: carcere.devianza@sanvincenzoitalia.it oppure far riferimento alla Conferenza della Società di San Vincenzo De Paoli presente nel territorio dell’Istituto scolastico che intenderà aderire. La Società di San Vincenzo De Paoli conferma così il suo impegno nella formazione dei giovani e nella promozione della responsabilità sociale, rafforzando valori di solidarietà, legalità e cittadinanza attiva.
(Foto: Società San Vincenzo De’ Paoli)
Meeting di Rimini: alla scoperta degli spettacoli con Otello Cenci
Sono 17 gli spettacoli che fino a mercoledì 27 agosto animano le serate del Meeting dell’Amicizia tra i popoli a Rimini, che prende il titolo da una frase tratta da ‘I cori della Rocca’ di Eliot, ‘Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi’, che al Teatro Galli di Rimini ha aperto venerdì 22 agosto con lo spettacolo, diretto dal regista statunitense Jared McNeill, ‘The Rock – Cori da La Rocca’ ed interpretato da Sergio Castellitto (già in sold out), questa 46^ edizione, a cui seguirà un ricco palinsesto di opere teatrali e musica.
Ispirato all’opera omonima di T.S. Eliot, lo spettacolo inaugurale è un omaggio, tra musica e recitazione, al poeta inglese, figura centrale della letteratura del XX secolo, ma è anche l’album di esordio dello stesso McNeill, realizzato in collaborazione con il compositore Claudio Scarabottini. Le musiche, che spaziano tra elettronica pop, gospel, blues e world music, si fondono con le voci intense degli interpreti, restituendo nuova forza ai versi di Eliot.
Sempre al Teatro Galli, domenica 24 agosto, è in programma ‘Joseph & Bros’, una raccolta di storie e frammenti di vita dal carcere che, in una cella dove la convivenza forzata tra tre uomini diventa occasione di confronto, mettono in discussione stereotipi, pregiudizi e distanze culturali.
Però, come ogni anno, gli spettacoli e i concerti del Meeting vanno in scena anche in Fiera: come ‘La fregatura di avere un’anima’ di e con Giacomo Poretti, che sabato 23 ha esplorato il mistero dell’essere genitori: uno spettacolo scritto e interpretato dall’attore milanese in occasione dei 50 anni di Tracce.
Mentre lunedì 25 agosto nell’Auditorium Isybank D3, si potrà ascoltare la ‘Serenata per archi’ di Dvořák, suonata dai giovani musicisti e professionisti dell’Orchestra Enzo Piccinini, un vero e proprio inno all’umano attraverso la musica classica; l’ensemble che dà vita a questo concerto porta il nome del medico scomparso nel 1999 al quale la storia del Meeting è legata tanto che l’anno scorso gli è stata dedicata una mostra.
Sempre in città, al Teatro Tarkovskij, gli studenti del liceo ‘Don Gnocchi’ di Carate Brianza (MB) portano in scena ‘La bottega dell’orefice’ (anche questo sold out) di Karol Wojtyla ed, alla Corte degli Agostiniani, il gruppo corale e strumentale ‘Ologramma’, fatto di musicisti, musicoterapeuti e ragazzi fragili, tutti accomunati dall’amore per la musica, propone ‘Peace rock: Step made of songs’, un viaggio sonoro ed umano, dove ogni brano diventa occasione per avvicinarsi e conoscersi. Al Teatro Galli si torna martedì 26 agosto per ascoltare brani da ‘Le Confessioni di sant’Agostino’ (altro sold out) con Alessandro Preziosi: un viaggio nel cuore dell’anima, grazie a un testo che è tra i più profondi e influenti della tradizione cristiana e della letteratura mondiale.
E poi ancora tanta musica dal vivo nelle Piscine della Fiera: da Zapotec di Francesco Picciano, ai The Sun, band rock con un’anima (e un seguito) incredibile, fino al concerto dei Rotattada, la band del CLU di Bologna, nata da una forte amicizia all’interno del movimento. Due eventi ricordano poi l’artista e l’uomo Lucio Dalla, la sua genialità e ironia: la lezione e spettacolo ‘Se io fossi un angelo’ di Cristiano Governa e la serata ‘Aspettiamo senza avere paura, domani’, tra racconto e canzone. Infine nella serata conclusiva un omaggio, con il concerto-tributo, a Claudio Chieffo nell’ottantesimo dalla nascita; e la quinta edizione del Meeting Music Contest, competizione musicale nata dalla sinergia con il Mei di Faenza, senza dimenticare la rassegna di spettacoli, ancora più ampia e varia degli anni scorsi, al Villaggio Ragazzi, serate comprese.
Per vedere meglio le opportunità ‘spettacolari’ offerte dal Meeting dell’Amicizia tra i popoli, abbiamo incontrato Otello Cenci, responsabile degli spettacoli: come è possibile costruire nei luoghi deserti con mattoni nuovi attraverso gli spettacoli?
“Il titolo, tratto dall’opera di T.S. Eliot del 1934, evoca la speranza di ricostruzione: là dove tutto sembra arido (relazioni, senso, comunità) la cultura e l’arte possono diventare ‘mattoni nuovi’. Gli spettacoli del Meeting non sono evasione, ma esperienze vive di incontro, bellezza e verità: momenti in cui l’arte riaccende lo sguardo, crea legami e restituisce memoria e fiducia”.
Infatti lo spettacolo inaugurale è stato ‘The Rock’: perché il Meeting ha accettato questa sfida?
“The Rock è uno spettacolo che intreccia musica, poesia e teatro, ispirato al celebre poema di Eliot ‘Choruses from The Rock’. Le musiche, che spaziano dall’elettronica al pop, dal gospel al blues e alla world music, sono firmate da Claudio Scarabottini, in collaborazione con l’artista statunitense Jared McNeill. E’ un progetto che unisce generazioni (giovani non professionisti e artisti di grande esperienza come Sergio Castellitto) per offrire al pubblico un’esperienza intensa e suggestiva, capace di far risuonare le domande provocatorie di quest’opera poetica”.
Inoltre il Meeting si chiude con un tributo a Claudio Chieffo: quanto ha costruito con mattoni nuovi in luoghi deserti?
“Claudio Chieffo ha costruito ovunque ‘mattoni nuovi’ con la vivacità di una vita piena di amicizia, gioia e condivisione. La sua arte, radicata nell’esperienza di fede nata in Comunione e Liberazione, si è espressa in decine di brani originali e profondi. La serata sarà una festa condotta dai figli Martino e Benedetto, che proporranno i pezzi più giocosi e divertenti del padre: un omaggio che celebra vita, libertà e amicizia autentica”.
In questo percorso il pubblico sarà aiutato da ‘Le Confessioni di sant’Agostino’ con Alessandro Preziosi: un testo che racconta che questa costruzione non è inutile?
“Le Confessioni sono un cammino di ricerca interiore, fragilità e grazia. Con la sensibilità di Alessandro Preziosi, il testo di Agostino diventa voce intensa di un’esperienza spirituale viva. Ci ricorda che ogni costruzione di verità e di bene, anche se silenziosa o nascosta, genera futuro e significato”.
In conclusione: una settimana piena di occasioni da non perdere?
“Assolutamente sì. Sarà una settimana ricca di appuntamenti, da scoprire sul sito del Meeting di Rimini, che coinvolgeranno l’intero territorio. Presso il Teatro Galli, oltre agli spettacoli già citati, andrà in scena il divertente e significativo ‘Joseph and Bros’, tratto dal testo di Ignazio De Francesco. Sul Palco delle Piscine della Fiera, tutte le sere, musica d’autore ed, in particolare, la serata finale della quinta edizione del Meeting Music Contest, organizzata in collaborazione con il MEI di Faenza, con centinaia di iscritti e sei finalisti che si esibiranno davanti a una giuria presieduta da Cristiano Godano, voce e leader dei Marlene Kuntz, e da Casadilego, vincitrice di X Factor 2020.
Nell’Auditorium della Fiera di Rimini si potrà assistere al capolavoro sinfonico di A. Dvořák, Serenata per archi op. 22, diretto dal maestro Emmanuele Lo Russo ed eseguito dall’Orchestra Piccinini, composta da giovani talenti provenienti da prestigiose formazioni italiane ed estere. Sempre in Auditorium, sarà proposto il monologo ‘semiserio’ di Giacomo Poretti ‘La fregatura di avere un’anima’. Un calendario ricco di appuntamenti per interrogarsi, divertirsi e iniziare a costruire con mattoni nuovi”.
(Foto: Meeting Amicizia tra i Popoli)
La carità non va in vacanza: il filo di solidarietà dei volontari del Consiglio Centrale di Verona della Società di San Vincenzo De Paoli nel carcere di Montorio
E’ una mattina d’agosto. L’aria è ferma, il sole picchia sulle strade semideserte. In molti sono in vacanza, ma dietro le mura della Casa Circondariale di Montorio c’è un’attività che non conosce pausa: il servizio del Guardaroba. I volontari del Consiglio Centrale di Verona della Società di San Vincenzo De Paoli si muovono tra scatoloni di vestiti: piegano magliette, controllano taglie, scelgono scarpe. Ogni pacco porta un nome, un volto, una richiesta precisa.
Da vent’anni, ogni mercoledì, i volontari consegnano capi di abbigliamento ai detenuti più bisognosi di Montorio. Nei mesi estivi, quando molte realtà sospendono le proprie attività, loro continuano con la stessa determinazione garantendo il servizio ogni due settimane. I detenuti segnalano agli agenti i capi di cui hanno bisogno, i volontari li preparano con cura. È un filo invisibile che attraversa le sbarre, fatto di attenzione, rispetto e ascolto.
“Relazionarsi con un detenuto non è semplice – afferma Franca Erlo, Presidente del Consiglio Centrale di Verona –. I nostri volontari riescono a vedere la persona andando oltre il suo reato. È una forma di servizio e di carità che richiede rispetto, pazienza e la capacità di entrare in contatto con fragilità profonde, spesso segnate dall’isolamento e dalla lontananza dagli affetti. Non ci si improvvisa: serve ascolto vero e un cuore disposto a restare vicino anche nelle situazioni più difficili”.
Settimanalmente un gruppo di volontari mette a disposizione tempo ed energie per restituire dignità attraverso un gesto semplice ma prezioso: “Sono stata tra le prime volontarie del servizio del Guardaroba del Consiglio Centrale di Verona della Società di San Vincenzo De Paoli nella casa circondariale di Montorio – racconta Francesca. Negli anni abbiamo raccolto abiti usati, li abbiamo sistemati e, quando necessario, abbiamo acquistato capi nuovi. Ci siamo potuti così accostare alla vita dei più fragili e mostrare la nostra attenzione attraverso piccoli gesti”.
Fiorenza, oggi 82 anni, ha abbracciato il volontariato tanti anni fa e guarda con gratitudine al cammino percorso: “Il nostro servizio nel Guardaroba è stato ed è un piccolo ingranaggio di una macchina molto più grande e complessa che richiede impegno attraverso un’opera che è piena di vita. Una vita spesa per contribuire a dare all’altro ciò che serve. Nella semplicità di questo gesto c’è un valore che va oltre l’abito: c’è l’incontro con l’altro e il desiderio che nessuno si senta dimenticato”.
E’ proprio questa attenzione che spinge i volontari a non fermarsi nemmeno d’estate, mantenendo vivo dentro le mura di Montorio un flusso silenzioso di solidarietà. Un filo di umanità che accompagna chi ha bisogno di sostegno, cura e dignità.
La Società di San Vincenzo De Paoli è da sempre impegnata nell’assistenza ai bisognosi, ai malati, agli anziani e anche ai carcerati. Fondando la propria azione sul principio della vicinanza concreta a chi vive in difficoltà, offre un esempio tangibile di come la carità possa trasformarsi in attenzione quotidiana e in un gesto concreto di umanità. Il lavoro dei volontari a Montorio ne è una dimostrazione viva e costante.
Nel 2024, la Casa Circondariale di Montorio è stata anche sede della XVII Edizione del Premio Carlo Castelli, concorso letterario nazionale organizzato e promosso dal Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV, che ogni anno dà voce ai detenuti di tutta Italia, offrendo loro la possibilità di esprimersi e raccontarsi attraverso la scrittura.
(Foto: Società San Vincenzo de’ Paoli)
‘Non sono il mio reato’: la scrittura in carcere ridà voce alla speranza
“Lo spazio non può essere concepito unicamente come luogo di custodia, ma deve includere ambienti destinati alla socialità, all’affettività e alla progettualità del trattamento”. Sono parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, pronunciate durante un incontro istituzionale con i vertici dell’Amministrazione Penitenziaria. Parole che risuonano con forza nell’attività quotidiana della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV, che da anni affianca detenuti e famiglie nel difficile cammino del riscatto umano e sociale.
“Ancora una volta il monito del Presidente Mattarella sulle condizioni dei detenuti in carcere ci stimola a continuare nel nostro servizio di volontari della Società di San Vincenzo De Paoli”, commenta Antonella Caldart, Responsabile nazionale del Settore Carcere e Devianza, che aggiunge: “essere portatori di speranza, lavorando con e per i ristretti, affiancandoli, laddove possibile, nel loro cammino verso la consapevolezza che, se errare è umano, ripensare le proprie azioni può davvero are a dare un senso nuovo alla propria vita, dentro e, un domani, fuori dai luoghi di detenzione”.
Una delle espressioni più alte di questo impegno è il Premio Carlo Castelli, concorso letterario nazionale giunto alla sua XVIII edizione, rivolto a tutti i detenuti degli istituti penitenziari italiani, compresi quelli minorili.
Il tema scelto per l’edizione 2025 è chiaro, diretto e carico di significato ‘Mi specchio e (non) mi riconosco: non sono e non sarò il mio reato’. Un invito a guardarsi dentro senza più confondersi con il proprio errore. Perché dietro ogni reato c’è una persona. E ogni persona può cambiare.
Attraverso racconti, poesie, autobiografie e opere multimediali, i partecipanti sono chiamati a compiere un viaggio interiore tra coscienza, miglioramento e umanità. Il linguaggio? Quello potente della scrittura, capace di rompere le sbarre dell’indifferenza e accendere scintille di speranza. La premiazione si svolgerà venerdì10 ottobre 2025 dalle ore 14.30 presso la Casa Circondariale ‘Nerio Fischione’ di Canton Mombello via Spalto San Marco 20, Brescia (BS).
Il Premio Carlo Castelli non è solo un concorso letterario: è un gesto concreto di speranza. I primi tre classificati – due adulti e un minore – ricevono un riconoscimento doppio: una parte in denaro destinata a loro personalmente e un’altra parte che diventa opportunità per qualcun altro, finanziando un progetto di reinserimento. Tre premi, tre percorsi di rinascita: uno in un Istituto penitenziario per adulti, uno attraverso l’Ufficio di esecuzione penale esterna (UEPE) e uno in un Istituto penale minorile. In questo modo, il premio diventa un mezzo per investire in un futuro condiviso, evidenziando l’importanza del sostegno reciproco anche in situazioni difficili come quelle carcerarie. Inoltre, i testi vincitori insieme ai primi dieci segnalati come meritevoli dalla Giuria, verranno pubblicati in un’antologia distribuita in tutta Italia e allegata alla rivista ‘Le Conferenze di Ozanam’, con una tiratura di oltre 13.600 copie.
Il Premio è intitolato alla memoria di Carlo Castelli, storico volontario vincenziano e promotore della Legge Gozzini. Il suo impegno per una giustizia più umana rivive oggi in questo progetto che unisce cultura, dignità e reintegrazione. In abbinamento al Premio, sabato11 ottobre 2025, a partire dalle ore 9.30, il Teatro Sant’Afra diBrescia ospiterà un convegno di alto profilo, aperto al pubblico,che vedrà la partecipazione di relatori di spicco: Gherardo Colombo, già magistrato, giurista e scrittore; don Gino Rigoldi, già cappellano dell’Istituto Penale Cesare Beccaria di Milano; prof. Carlo Alberto Romano, Prorettore per l’Impegno Sociale per il Territorio – Università degli Studi di Brescia; dott.ssa Luisa Ravagnani, docente di Criminologia penitenziaria e Giustizia riparativa – Università degli Studi di Brescia; dott. Mauro Ricca, Garante dei Diritti dell’Infanzia e Adolescenza per il Comune di Brescia.
Sarà un momento di confronto aperto, che ospiterà anche una tavola rotonda, per ragionare insieme sul senso della pena, sul ruolo della comunità e sulle possibilità di cambiamento. Perché la giustizia, quando è davvero tale, è sempre anche rigenerazione.
L’iniziativa nelle passate edizioni ha ottenuto il patrocinio della Camera dei Deputati, del Senato della Repubblica e del Ministero della Giustizia, ed è stata insignita della Medaglia del Presidente della Repubblica. Tra i media partner, il Pontificio Dicastero per la Comunicazione, TV2000,Radio In Blu e l’UCSI (Unione Cattolica Stampa Italiana).Riconoscimenti che sono attesi anche per la XVIII Edizione.
L’impegno della Società di San Vincenzo De Paoli però non si ferma alle mura del carcere. Con il progetto “ScegliAmoBene – Giornata per la legalità e per una comunità responsabile”, l’associazione entra nelle scuole italiane per promuovere una cultura della legalità, del rispetto e della scelta consapevole. Attraverso incontri, dibattiti e laboratori, il progetto accompagna i giovani nella costruzione della propria identità civica, stimolandoli a riflettere sull’impatto delle proprie azioni e sull’importanza del bene comune.
In un’epoca segnata da frammentazione e perdita di punti di riferimento, questo doppio impegno – nelle carceri e tra i banchi di scuola – rappresenta un seme di speranza. Perché nessuno è mai solo il proprio errore. E ogni storia, se trova ascolto, può riscriversi.
(Foto: Società San Vincenzo De’ Paoli)




























