Tag Archives: Bussola

Concilio Vaticano II: 60 anni tra memoria e novità

“Ma osservate che cosa si verifica questa mattina: mentre chiudiamo il Concilio ecumenico, noi festeggiamo Maria Santissima, la Madre di Cristo, e perciò, come altra volta dicemmo, la Madre di Dio e la Madre nostra spirituale. Maria santissima, diciamo immacolata! cioè innocente, cioè stupenda, cioè perfetta; cioè la Donna, la vera Donna ideale e reale insieme; la creatura nella quale l’immagine di Dio si rispecchia con limpidezza assoluta, senza alcun turbamento, come avviene invece in ogni creatura umana.

Non è forse fissando il nostro sguardo in questa Donna umile, nostra Sorella e insieme celeste nostra Madre e Regina, specchio nitido e sacro dell’infinita Bellezza, che può terminare la nostra spirituale ascensione conciliare e questo saluto finale? e che può cominciare il nostro lavoro Post-conciliare? Questa bellezza di Maria Immacolata non diventa per noi un modello ispiratore? una speranza confortatrice?”: con queste parole nel giorno della festa dell’Immacolata Concezione, 8 dicembre 1965, papa san Paolo VI chiudeva il Concilio Vaticano II, dopo aver ‘inviato’ otto messaggi al mondo.

Però a distanza di 60 anni cosa rimane per la vita della Chiesa nel mondo contemporaneo, in quanto il Concilio Vaticano II è stato definito come una ‘bussola’ e, tuttora, rimane un punto di riferimento essenziale dal quale accogliere una preziosa eredità per custodirla e trasmetterla in forme sempre più efficaci, perché ripercorrere le tappe del Concilio Vaticano II non vuole essere un’opera di archeologismo, bensì un’opportunità per ri-visitare alcuni aspetti essenziali della vita ecclesiale.

Infatti in uno degli otto messaggi papa san Paolo VI tratteggiava questa immagine della Chiesa: ‘Questo Concilio consegna alla storia l’immagine della Chiesa cattolica raffigurata da quest’aula, piena di Pastori professanti la medesima fede, spiranti la medesima carità, associati nella medesima comunione di preghiera, di disciplina, di attività, e (ciò che è meraviglioso) tutti desiderosi d’una cosa sola, di offrire se stessi, come Cristo nostro Maestro e Signore, per la vita della Chiesa e per la salvezza del mondo’. Partendo da queste sollecitazioni a p. Fabio Nardelli, docente di Ecclesiologia alla  Pontificia Università Lateranense, alla Pontificia Università Antonianum di Roma ed all’Istituto Teologico di Assisi, chiediamo di raccontarci quale immagine della Chiesa è emersa dalla conclusione del Concilio Vaticano II:

“Il Concilio Vaticano II è stato realmente un punto di ‘non ritorno’ da cui ripartire. La Chiesa ha vissuto un momento di transizione: dalla Chiesa europea alla Chiesa mondiale; e, nella sua universalità ha ritrovato se stessa. Essa aveva bisogno di ‘ricomprendersi’ per potersi ‘rivolgere’ al mondo in un modo più consapevole. La visione dinamica della Chiesa è uno degli aspetti centrali che si può cogliere come frutto maturo del Concilio, divenendo quindi una realtà che ascolta, che accoglie e partecipa attivamente in forza del sacramento del battesimo”.

‘Quel che più di tutto interessa il Concilio è che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace. Tale dottrina abbraccia l’uomo integrale, composto di anima e di corpo, ed a noi, che abitiamo su questa terra, comanda di tendere come pellegrini alla patria celeste’: è l’inizio del Concilio Vaticano II. In quale modo il Concilio Vaticano II ha ‘aiutato’ a diffondere e difendere la dottrina?

“La finalità pastorale ha caratterizzato questa convocazione conciliare, sottolineando una forte esigenza missionaria, di portare il Vangelo all’uomo moderno, facendo respirare un’atmosfera mondializzata. Il Concilio Vaticano II ha accelerato questo processo di inculturazione e trasmissione della fede grazie al dialogo con la cultura e il mondo contemporaneo, ponendosi in ascolto dei ‘segni dei tempi’. La Chiesa si inserisce, infatti, in una traiettoria che va dal Vangelo all’eschaton, dove la comunità ha il dovere di conservare fedelmente la memoria del Cristo salvatore, trasmettendola nella forma di chi, non avendo ancora raggiunto il proprio compimento, deve costantemente aprirsi alla novità del Regno che viene”.

Per quale ragione era opportuno celebrare il Concilio Vaticano II?

“L’assise conciliare si può definire, tranquillamente, come una ‘nuova Pentecoste’, nel desiderio di rimettere al centro la Chiesa tra memoria e novità. Era necessario mettere a contatto il mondo moderno con le energie vivificatrici e perenni del Vangelo, sottolineando la connessione tra i princìpi e la prassi, ponendo entrambi a servizio del ‘bonum animarum’ di chi è già discepolo e dei lontani, che ignorano il Vangelo. Il Concilio Vaticano II, perciò, si è occupato della Chiesa nella sua natura, composizione, vocazione ecumenica e attività apostolica e missionaria”.

‘Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita, e come se ai tempi dei precedenti Concili tutto procedesse felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della Chiesa…  A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo’: con queste parole, pronunciate il giorno 11 ottobre 1962, papa san Giovanni XXIII apriva il Concilio Vaticano II. Perché per papa san Giovanni XXIII era (ed è) opportuno ‘dissentire da codesti profeti di sventura’?

“San Giovanni XXIII, definito papa di ‘transizione’, raccolse il filo interrotto del Concilio Vaticano I e rilanciò l’opportunità di una convocazione assembleare per guardare alla vita della Chiesa nell’ottica dell’aggiornamento e del rinnovamento, tenendo presente l’apertura ecumenica. Con il suo atteggiamento profetico, richiama la Chiesa intera ad un atteggiamento di fiducia, di ascolto e soprattutto di speranza nella prospettiva della piena comunione e riconciliazione tra i popoli. Lo stile del dialogo e, soprattutto, della pace diventano le vie preferenziali per proseguire nell’opera di evangelizzazione all’interno della Chiesa e, in particolare, nel mondo contemporaneo”.

Allora in quale modo il Concilio Vaticano II ha aiutato il ‘mondo’ a comprendere la Chiesa?

“Il Concilio ribadisce l’assunzione di un’ottica positiva del mondo, conferendogli una dignità teologica: il mondo è buono perché creato e sostenuto dal Creatore; ma il mondo è buono anche nell’ordine della redenzione. La Chiesa, pertanto, si trova nel mondo ed è chiamata a vivere e agire nel mondo, con un rapporto più profondo di ciò che implica una semplice proposizione locativa. Nella dimensione dello ‘scambio’ e grazie al mistero dell’incarnazione, il rapporto Chiesa-mondo può essere inteso sul piano della reciproca comunione e, di conseguenza, anche sul piano della solidarietà”.

Quindi dopo 60 anni cosa rimane del Concilio Vaticano II?

“La grande chiamata a vivere nella Chiesa tutti insieme come un unico ‘popolo partecipe’; la tensione tra la ‘regula fidei’ (‘regola della fede’, ndr.) e la dimensione contestuale delle culture; la centralità dell’evangelizzazione quale via preferenziale per vivere da testimoni credibili; l’apertura ecumenica come ‘locus’ teologico per incontrare in Cristo tutti i fratelli; il rinnovamento nella vita della Chiesa come un cammino permanente”.

(Tratto da Aci Stampa)

Card. Semeraro: Dio punto di riferimento per il beato Floribert Bwana Chui

Un grande applauso si è levato nella basilica di san Paolo fuori le Mura, domenica scorsa, quando il card. Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero per le Cause dei Santi, ha letto la lettera apostolica con cui papa Leone XIV ha proclamato beato Floribert Bwana Chui, giovane congolese della Comunità di Sant’Egidio, ucciso a 26 anni per essersi rifiutato di far passare alla frontiera tra la Repubblica Democratica del Congo e il Ruanda un carico di riso avariato.

Floribert è il primo martire africano ucciso a causa della corruzione: la sua memoria liturgica è stata fissata all’8 luglio, giorno della sua morte. La celebrazione della beatificazione, tenutasi a Roma per le precarie condizioni di sicurezza a Goma, sua città natale, è stata presieduta dal card. Semeraro e concelebrata da mons. Willy Ngumbi, vescovo di Goma, dal card. Fridolin Ambongo, arcivescovo di Kinshasa, e da molti vescovi congolesi, insieme a molti rappresentanti delle Comunità di Sant’Egidio provenienti dal Congo e da altri paesi africani (tra cui Benin, Burundi, Costa d’Avorio, Malawi, Mozambico, Senegal e Togo).  

Nell’omelia, il card. Semeraro ha ricordato Floribert come un giovane fedele laico della Chiesa di Goma e membro responsabile della Comunità di Sant’Egidio, totalmente aperto all’amore di Dio, che lo ha plasmato fino a orientarne in profondità ogni scelta: “In ogni occasione della vita Dio era il suo riferimento. Una prova concreta è la sua Bibbia, oggi custodita a Roma nel Santuario dei Nuovi Martiri a San Bartolomeo all’Isola, segnata dalle tracce di una lettura costante”.

E nella ‘luce’ trinitaria può essere annoverato anche questo giovane santo: “Penso che in questa luce possiamo comprendere anche la testimonianza di Floribert, fedele laico della Chiesa di Goma e membro responsabile della Comunità di Sant’Egidio. Egli si è totalmente aperto all’amore che lo abbracciava al punto da lasciarsene plasmare nel profondo e farne la bussola che orientava le sue scelte. E’ quanto appare dalle testimonianze raccolte su di lui: in ogni occasione della vita, Dio era il suo riferimento. E che così fosse davvero, lo prova la copia della sua Bibbia, conservata a Roma, nel Santuario dei Nuovi Martiri a San Bartolomeo all’Isola, che mostra le tracce di una lettura costante”.

Proprio dalla spiritualità della Comunità di Sant’Egidio nasce la sua attenzione ai poveri: “Da qui nasce la sua attenzione ai poveri di Goma, in particolare ai più disprezzati e marginali, cioè i bambini di strada. A questi bambini, sradicati e senza famiglia, egli voleva dare speranza e futuro, e anche per questo si impegnava con loro nella Scuola della Pace”.

Infatti lui scriveva che ‘Tutti hanno diritto alla pace nel cuore’: “In un tempo segnato dalla guerra e dalla violenza, in cui tanti nella Repubblica Democratica del Congo e altrove cercano la pace, queste parole ci colpiscono più che mai. Se oggi, infatti, celebriamo qui a Roma la sua beatificazione, lo sapete, è perché purtroppo a Goma mancano le condizioni di sicurezza e tranquillità. Floribert, del resto, sperava di poter fare un pellegrinaggio a Roma. Questo suo desiderio (in qualche modo) si compie spiritualmente con l’odierna celebrazione”.

Questo era vissuto quotidianamente da lui nella sua città: “Il nostro Beato cercava tutto questo nel clima teso della sua città. Tra le testimonianze raccolte si legge che egli non voleva la guerra e che proprio con il suo impegno intendeva riunire i giovani di Goma come in una famiglia. Scelse perciò di condividere l’impegno di Sant’Egidio per la pace, perché (diceva) ‘mette tutti i popoli alla stessa tavola’. Sognava di essere un uomo di pace e di poter così contribuire alla pace della sua terra, che amava tanto. Oggi, dunque, facciamo nostra la sua aspirazione a un Congo in pace, raccolto alla stessa tavola come una famiglia”.

Vivendo l’eucarestia giunse a sacrificare la propria vita per salvare altre persone: “Per questo giovane uomo, giunse presto il momento della scelta: fu quando, con le minacce e le lusinghe della corruzione, gli fu chiesto di far passare alla dogana del cibo avariato che avrebbe avvelenato le tavole della gente di Goma… La scelta era decisiva; in quel momento drammatico, si trattava di scegliere tra il vivere per sé stessi e il vivere per Cristo. E questo ha un prezzo; è, anzi, un caro prezzo. Nel nostro contesto, la grazia a caro prezzo è la resistenza al male, fino in fondo, sino all’effusione del sangue”.

La sua fedeltà al Vangelo è’ un esempio per i giovani: “Lo è per tanti giovani africani, cui insegna a non lasciarsi vincere dal male, ma a vincere il male con il bene. E’ un maestro di speranza per loro, e non soltanto, perché nel suo umile esempio tanti giovani di tutto il mondo possono scoprire la forza del bene e il coraggio di fare il bene, resistendo alle lusinghe di una vita dominata dalla paura e dal denaro”.

Prima della celebrazione eucaristica il card. Fridolin Ambongo, ha ringraziato la famiglia e la Comunità di sant’Egidio: “E poi cogliamo l’occasione per ringraziare e felicitarci con la famiglia biologica del beato Floribert, qui pure rappresentata. Come sapete, c’è la madre, ci sono i due fratelli. Certamente la famiglia di Floribert ha contribuito all’educazione alla fede, che ha poi permesso a Floribert di essere qui come modello di vita per quello che ha vissuto e fatto. Grazie.

Un ringraziamento particolare alla Comunità di Sant’Egidio, qui rappresentata da Marco, da Andrea, da tutti gli altri della Comunità, che è stata la famiglia spirituale di Floribert, e lo è. Questa famiglia spirituale è stata colei che ha condotto la causa di beatificazione del servo di Dio. Possiate voi, membri della Comunità di Sant’Egidio, accettare la nostra profonda riconoscenza. Che il Signore benedica il vostro lavoro per i valori evangelici!”

Il fondatore della Comunità di sant’Egidio, prof. Andrea Riccardi, ha ricordato il nuovo beato: “Questa figura di Floribert, che si è svelata con questa immagine innanzi a noi, ha molto da dire in questo tempo conflittuale e di culto della forza e del denaro. Questo giovane ventiseienne mostra che si può vincere il male con il bene, che la debolezza non è una condanna e che, nella debolezza di chi crede, di chi prega, di chi ama i poveri, c’è una forza.

Oggi, nell’umile Floribert c’è una nota eroica, che tante volte manca nella nostra vita rassegnata. Ma il beato Floribert Bwana Chui, con la sua testimonianza, fa scoprire questa nota eroica a ciascuno di noi. Fa scoprire una forza di pace, di bene, di cambiamento, di fiducia in Dio”.

(Foto: Comunità di sant’Egidio)

Papa Francesco traccia la strada per la cultura della pace

“Il 2020 è stato segnato dalla grande crisi sanitaria del Covid-19, trasformatasi in un fenomeno multisettoriale e globale, aggravando crisi tra loro fortemente interrelate, come quelle climatica, alimentare, economica e migratoria, e provocando pesanti sofferenze e disagi. Penso anzitutto a coloro che hanno perso un familiare o una persona cara, ma anche a quanti sono rimasti senza lavoro. Un ricordo speciale va ai medici, agli infermieri, ai farmacisti, ai ricercatori, ai volontari, ai cappellani e al personale di ospedali e centri sanitari, che si sono prodigati e continuano a farlo, con grandi fatiche e sacrifici, al punto che alcuni di loro sono morti nel tentativo di essere accanto ai malati, di alleviarne le sofferenze o salvarne la vita”.

151.11.48.50