A Torino il festival della missione: il Volto Prossimo
Ottobre è mese di missione e quest’anno soffia nello stesso vento del giubileo della Speranza; e nonostante il contesto di guerra e crisi, essa resta seme di fiducia: un invito ad essere, come dice san Paolo, ‘lieti nella speranza’, attraverso una storia che parla ancora e che ha un nome preciso: p. Ezechiele Ramin, che da missionario comboniano, arrivò in Brasile negli anni ’80 per difendere i diritti degli indios Surui e dei contadini senza terra. Il 24 luglio 1985 fu ucciso durante una missione di pace, quando non aveva ancora compiuto 33 anni.
P. Ramin amava disegnare, tantoché nei suoi taccuini trovavano posto volti, mani, alberi, parabole: quei disegni sono diventati la mostra ‘Passione Amazzonia’, ospitata al Sermig di Torino, inaugurata lo scorso 19 settembre in apertura del pre-festival, sul tema ‘Conquistare la pace e organizzare la speranza’.
Dodici pannelli, dodici stazioni: la Passione di Cristo raccontata attraverso la passione dei popoli amazzonici. Una via crucis che non finisce nel dolore, ma si apre alla speranza di una terra che rinasce. La mostra è un invito ad andare oltre, a cogliere la trasfigurazione della realtà e il suo significato più profondo, che solo uno sguardo e un’esperienza di fede rendono accessibile.
Il terzo festival della Missione , intitolato ‘Il Volto Prossimo’, è in programma a Torino da oggi fino a domenica 12 ottobre, promosso dalla Conferenza Episcopale Piemonte-Valle d’Aosta (CEP), da CIMI (Conferenza Istituti Missionari in Italia) e Fondazione ‘MISSIO’ Italia con la direzione artistica della giornalista Lucia Capuzzi e di Alessandro Galassi, regista e documentarista, a cui abbiamo chiesto di spiegarci il motivo di un festival della missione:
“Perché la missione non è un capitolo a margine della vita ecclesiale, ma la sua ragione stessa. Non riguarda soltanto ‘alcuni inviati lontano’, ma interpella ogni battezzato e ogni comunità, chiamati a vivere la gioia del Vangelo nel cuore del mondo. Un Festival diventa allora spazio di incontro, piazza aperta in cui credenti e non credenti, uomini e donne di culture e religioni diverse possono confrontarsi sulle grandi domande del presente: giustizia, pace, ecologia, dialogo. E’ un tempo per ridare voce a chi non ha voce, per portare al centro della città e del dibattito ciò che di solito resta ai margini”.
Per quale motivo ‘Il Volto Prossimo’?
“In continuità con l’ispirazione tematica del Festival della Missione 2022 ‘Vivere perdono’, alla luce del Giubileo ‘Pellegrini di speranza’ proposto da papa Francesco e facendo tesoro delle ‘Piste tematiche’ suggerite dalla Commissione Scientifica per il Festival della Missione 2025, la direzione generale e la direzione artistica hanno scelto come tema ‘il VoltoProssimo’. A chi mi faccio prossimo? Difficile definire cosa si intenda per missione. L’interrogativo, posto dallo stesso Gesù ad ogni donna e uomo del suo e di tutti i tempi, indica, però, l’orizzonte ai discepoli-missionari. La domanda assume drammatica urgenza nel presente spezzato dai muri, ferito dalla terza guerra mondiale a pezzi, minacciato dal riscaldamento globale.
Ma prossimo indica anche l’estrema affinità, l’identità di sostanza fra le creature, le quali racchiudono un frammento del Creatore. Tutti, in questo senso, siamo prossimi. Una consapevolezza che, però, si acquisisce nel movimento di ‘farsi più vicini’ a quanti sarebbero da tenere a distanza, geografica ed esistenziale. Proprio come al sacerdote e al levita, le ‘buone’ ragioni non mancano per discriminare gli esseri umani in base a categorie di censo, passaporto, genere, condizione esistenziale. Il Samaritano, però, le ribalta con il più semplice e il più missionario dei gesti: l’approssimarsi a chi trova per la strada. Un volto tumefatto nelle cui fattezze sfigurate riesce a scorgere il Volto”.
Ma qual è ‘il Volto Prossimo’?
“E’ il tema scelto per questa edizione, che raccoglie il mandato evangelico di farsi vicini. Non un concetto astratto, ma un gesto concreto: accorciare le distanze, guardare nel volto dell’altro e riconoscervi un frammento di Dio. Prossimo è chi ci vive accanto, ma anche chi il mondo considera lontano, diverso, scomodo. Farsi prossimi significa ribaltare categorie di potere, di esclusione e di indifferenza, come fece il Samaritano di fronte all’uomo ferito. In ogni volto incontrato brilla la possibilità di un’umanità nuova”.
In quale modo la missione può conquistare la pace?
“Non con le armi né con la forza, ma con la vicinanza e il dialogo. I missionari e le missionarie percorrono i sentieri del mondo non come conquistatori, ma come artigiani di fraternità. Ogni volta che curano una ferita, condividono un pasto, difendono i diritti di una comunità, si oppongono alle logiche di guerra e di sfruttamento, generano pace. E’ la pace del Vangelo, che nasce dall’incontro e non dall’imposizione, dal coraggio di sedersi accanto e di restare anche quando tutto invita a fuggire.
Non è un caso che il Festival ricordi p. Ezechiele Ramin, missionario comboniano ucciso in Brasile nel 1985 mentre difendeva i senza terra e le popolazioni indigene. La sua vita, spezzata a soli 32 anni, continua a parlare di un Vangelo incarnato fino in fondo, vissuto come dono e responsabilità verso i più poveri”.
Papa Francesco ha scritto nel messaggio per la Giornata mondiale Missionaria, ‘Missionari di speranza tra le genti’: “Esso richiama ai singoli cristiani e alla Chiesa, comunità dei battezzati, la vocazione fondamentale di essere, sulle orme di Cristo, messaggeri e costruttori della speranza… e desidero ricordare alcuni aspetti rilevanti dell’identità missionaria cristiana, affinché possiamo lasciarci guidare dallo Spirito di Dio e ardere di santo zelo per una nuova stagione evangelizzatrice della Chiesa, inviata a rianimare la speranza in un mondo su cui gravano ombre oscure’. Come essere oggi missionari di speranza tra le genti?
“Significa non arrendersi al cinismo e alla rassegnazione. Significa raccontare che un altro mondo è possibile e già germoglia nei piccoli segni di solidarietà, nelle esperienze di comunità che accolgono migranti, che custodiscono la terra, che difendono i diritti violati. La speranza non è illusione, ma forza che si traduce in gesti quotidiani di cura, in alleanze trasversali, in scelte concrete di sobrietà e di giustizia.
Le comunità cristiane, in questo orizzonte, possono essere segni di nuova umanità. Non spazi chiusi o autoreferenziali, ma luoghi di fraternità e di apertura, di ascolto e di dialogo. Comunità che non temono di sporcarsi le mani, che accolgono senza etichette, che testimoniano la bellezza del Vangelo nella gioia e nella condivisione. Una Chiesa che si fa tenda, casa aperta, ospedale da campo: così il Volto di Cristo si riflette nei volti di ogni donna e uomo, e la missione diventa cammino comune verso un futuro di pace”.
Programma sul sito: https://www.festivaldellamissione.it/programma/festival-2025


























