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Il Cortile di Francesco ad Assisi all’insegna della ‘bella notizia’

Nell’anno dell’ottavo centenario della morte di san Francesco, torna ad Assisi dal 10 al 13 e dal 17 al 20 settembre il ‘Cortile di Francesco’, l’evento culturale dei frati del Sacro Convento, arrivato alla XII edizione, che ha avrà come titolo ‘Una bella notizia’: tema centrale sarà infatti quello della vita, intesa in senso olistico come integrazione tra felicità, relazioni, benessere, cultura e spiritualità, di cui san Francesco, proprio nell’ottocentesimo anniversario della sua morte, è testimone indiscusso.

Nato come versione ‘francescana’ del Cortile dei Gentili, promosso dall’allora Pontificio Consiglio della cultura come dialogo tra credenti e non credenti, il ‘Cortile di Francesco’ si è configurato negli anni sempre più come uno spazio di accoglienza reciproca di intellettuali e persone comuni, esperti e artisti, persone di successo e amici ‘sconosciuti’. Caratteristica peculiare del Cortile di Francesco è proprio l’interdisciplinarietà: l’obiettivo è quello di affrontare le tematiche da diverse prospettive e diversi approcci, nel tentativo di raggiungere il più possibile un approccio organico e completo, che è fonte di vera sapienza, come ha dichiarato fra Giulio Cesareo, direttore dell’Ufficio della comunicazione del Sacro Convento:

“Nel panorama culturale contemporaneo caratterizzato per la specializzazione e l’analisi, un approccio plurale e sintetico come quello che si sperimenta al Cortile di Francesco, può essere un contributo significativo nella ricerca di strade e cammini condivisi per affrontare con creatività e in un’ottica di giustizia, le molteplici sfide del nostro tempo, le quali (benché complesse e globali nei loro esiti) non cessano tuttavia di avere radici e implicazioni molto concrete nell’esistenza di ciascuno.

In questo senso il Cortile di Francesco non affronta le tematiche in astratto, ma è un esercizio comune, corale, fraterno, a partire dalle competenze individuali – che siano scientifiche, critiche, estetiche, istituzionali, volitive o religiose (a servizio della vita, che è sempre estremamente concreta) delle persone. La qualità dell’esistenza, per come ci è testimoniato da Francesco d’Assisi, si misura essenzialmente dalle relazioni che ci edificano e che plasmano l’orientamento del nostro vivere comune”.

Allora quale è la ‘bella notizia’ di questa edizione del Cortile di Francesco?

“La bella notizia è la vita di san Francesco. In lui vediamo che è possibile e bella per tutti noi un’esistenza fondata non sul sospetto, sulla diffidenza, sulla competizione, ma sulla collaborazione, sulla stima reciproca, sulla fraternità. E questa è più che mai una bella notizia… e per questo è anche una necessità. Per questo il Cortile di Francesco, qui ad Assisi, sceglie di mettere al centro la vita intesa in senso olistico. Una sintesi armonica tra felicità, relazioni, benessere, cultura, spiritualità e nuove tecnologie. Sembra un programma ambizioso, lo so. Ma in realtà è qualcosa di molto concreto. Perché la vita non si vive per compartimenti stagni. La spiritualità non è separata dal benessere, le relazioni non sono separate dalla cultura.

Tutto sta insieme o cade miseramente insieme. E san Francesco ne è un testimone straordinario. La parola biblica che ci guida è Shalom, comunemente tradotta con pace, ma che in realtà significa molto di più. Include integrità, completezza, armonia. E’ questa la bella notizia: che una vita così è possibile. Che san Francesco ce lo ha mostrato. E che ottocento anni dopo, la sua intuizione è ancora una parola significativa, autentica, fresca, capace di interrogarci e ispirarci, al di là delle nostre divergenze di fede o ideologiche”.

Ad inizio agosto si è svolto ‘Go! Franciscan Youth Meeting’, che ha coinvolto molti giovani: per quale motivo san Francesco ancora affascina i giovani?

“Credo che Francesco affascini i ragazzi perché non ha abbandonato i sogni che ha coltivato da giovane (come ogni giovane) e ha continuato a inseguirli. I ragazzi trovano in lui l’ispirazione per crescere senza dover rinunciare agli ideali che sentono autentici, senza cedere a quella disillusione o a quel cinismo con cui noi adulti spesso qualifichiamo le aspirazioni giovanili: la vita è bella non perché si hanno più cose o si ricoprono ruoli più importanti, ma perché si è più uniti agli altri, si vivono relazioni significative, si ha cura di chi e di ciò che è accanto a noi. Francesco si è spogliato,  letteralmente, di tutto ciò che non era essenziale. Ed in quella nudità ha trovato una libertà che pochi osano anche solo immaginare.

I giovani lo sentono. Non hanno bisogno che glielo spieghiamo noi. Basta portarli ad Assisi, basta raccontare la sua storia senza addolcirla, e qualcosa scatta. Perché Francesco è stato giovane molto moderno. Figlio di un mercante, cercava di affermare se stesso a tutti i costi.  Poi qualcosa cambiò attraverso degli incontri significativi. E quella trasformazione, quella conversione radicale, parla ancora oggi con una forza disarmante. In Francesco i ragazzi intuiscono la possibilità concreta di un’esistenza realizzata non nel segno del possesso, ma delle relazioni”.

In quale modo è possibile riconoscere la bellezza di san Francesco?

“Diceva Pavel Florenskij che ‘l’amore realizzato è la bellezza’. La bellezza di Francesco è allora proprio la sua vita completamente donata (a Dio ed agli uomini), tutta spesa per costruire legami di unità e di fraternità nella misericordia, nel perdono, nella pace. Ed è una bellezza che dopo 800 anni non è ancora svanita: continua ad affascinare, anzi a suscitare discepoli e amici, certamente all’interno della famiglia francescana ‘ufficiale’, ma anche al di fuori di essa.

Coloro che si lasciano ispirare da san Francesco d’Assisi sono uomini, donne, religiosi, sacerdoti e laici, cattolici e non, persone semplici o di grande cultura, che nei cinque continenti da otto secoli sono la presenza del suo spirito nel mondo. San Francesco non ha e non è un’eredità da museo: è una presenza viva, operante. In questi suoi discepoli, in questa sua famiglia, è tuttora presente come radice, come forza e come criterio di discernimento evangelico.

Ma la bellezza di Francesco si riconosce anche in qualcosa di più immediato: nella semplicità con cui sapeva guardare ogni cosa. Il sole, la luna, il fratello lebbroso, il lupo di Gubbio, l’avversario. San Francesco non divide il mondo tra sacro e profano, tra degno e indegno. Questa è bellezza. E’ capacità di vedere la realtà intorno a sé. E’ un’arte rara, che si può imparare, se ci si mette in ascolto della sua testimonianza, che riconosce in ogni cosa un dono prezioso di Dio e del prossimo”.

Quindi san Francesco è stato un uomo libero: in quale modo comunicare ai giovani questa libertà?

“Francesco è libero, profondamente, radicalmente libero.  La libertà che il mondo ci propone ogni giorno è una libertà dai legami, dagli impegni, da tutto ciò che vincola. Questo tipo di pensiero ci fa credere che gli ostacoli alla nostra libertà vengano da fuori, dagli altri, dalla storia, dalla natura. Francesco al contrario sperimenta la libertà come libertà da sé per amare senza limiti, e questo fa della sua vita e della sua storia qualcosa di straordinariamente affascinante e attraente.

In questo senso il ‘Cortile di Francesco’ (anche nelle proposte rivolte ai giovani) offre esperienze grazie alle quali può emergere come la qualità della vita personale, nelle sue varie dimensioni, non dipenda dall’accrescimento dell’io e dal moltiplicarsi di beni ed esperienze individuali, quanto piuttosto dall’arricchimento reciproco in un’ottica di mutuo dono di sé.

Questo è proprio il cuore dell’esperienza del ‘Cortile di Francesco’: egli ci ha lasciato una grande eredità, la fraternità, ed essa non è semplicemente un atteggiamento emotivo o un’attitudine morale. E’ un vero e proprio contenuto culturale, che rivela come la vita umana cresce qualitativamente , si arricchisce davvero, solo quando il contributo di ciascuno è valorizzato per il bene comune in un’ottica di servizio, di rispetto e di disponibilità ad apprendere dalla visione e dall’esperienza altrui. Anche i giovani possono così gustare questa libertà non attraverso un manuale, ma condividendo esperienze con persone che, come loro, cercano di essere libere da sé per accogliere e lasciarsi arricchire autenticamente dagli altri”.

Pace e perdono: in quale modo riattualizzare queste due parole francescane?

“Diversi panel ed esperienze tornano sul tema della pace e del perdono, della resilienza e della rinascita, ma in particolare vorrei sottolineare quello di venerdì 11 settembre, una data che di per sé porta già il peso di una ferita aperta nel mondo. Si tratta di una tavola rotonda sulla pace con fra Marco Moroni, mons. Felice Accrocca, Marco Tarquinio e Alessandro Piccinini, a partire da una duplice ispirazione: quella di san Francesco appunto e quella di un profeta di pace del nostro tempo, mons. Tonino Bello, vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi dal 1985 fino alla morte. Parlare di pace il giorno in cui il mondo ricorda una delle sue ferite più brucianti significa ribadire che l’umanità non è destinata a considerare la pace come una tregua nel ritmo incessante della guerra, ma come una strada veramente possibile, e per questo doverosa, anzitutto per ciascuno di noi.

Riattualizzare la pace francescana significa capire che essa non è qualcosa da trovare fuori, ma è un cammino in cui ognuno ha realmente la sua parte, perché comincia da sé e dalle relazioni che viviamo. La pace è appunto shalom, quella pienezza di vita che tiene insieme tutto. Ed il perdono è la porta attraverso cui questa pace diventa possibile. Senza perdono, la pace è solo una tregua. Con il perdono, fondato sulla verità e la giustizia, la pace diventa un vero avanzamento (un salto di qualità) nella vita umana su questo pianeta”.

Ad 800 anni dalla morte, come declinare san Francesco oggi?

“Ottocento anni. Eppure Francesco è qui. Non come un fossile da museo, non come un semplice personaggio del passato. Francesco è qui perché il suo spirito continua a essere all’opera nel mondo.

Ricordare la morte di Francesco significa celebrarne la vita, ciò che egli è stato, che è per noi, e che è in mezzo a noi. Sabato 19 settembre, con il prof. Marco Guida, docente alla Pontificia Università Antonianum di Roma, ed con il rettore dell’Università degli Studi di Perugia, prof. Massimiliano Marianelli, parleremo proprio di questo: dell’eredità del Santo. Accoglierla significa sviluppare uno stile di vita, una postura interiore, uno sguardo sul mondo fatto di fiducia e di rispetto.

Giovedì 17 settembre ci sarà una riflessione sulla povertà francescana, con fra Pietro Maranesi e Massimo Mercati, presidente ed amministratore delegato di Aboca. Perché la povertà di san Francesco non è miseria; è libertà per la condivisione, per la giustizia, per la fraternità. E’ dire: se possedere cose o ruoli può diventare un ostacolo nelle relazioni, con Dio e con il prossimo, preferisco custodire un cuore e una mente capaci di vivere senza la preoccupazione di dover difendere qualcosa e senza la paura che gli altri mi possano privare di qualcosa. 

E poi c’è un gesto bellissimo che chiude le giornate: tra il 18 e il 20 settembre, gli infioratori di Spello realizzeranno un grande tappeto floreale nella piazza inferiore della basilica. La bellezza al servizio della memoria. Il fiore che sboccia proprio lì dove riposano i resti mortali di Francesco. Quindi declinare san Francesco oggi significa tutto questo e molto altro. Significa portare la sua intuizione (la fraternità è possibile; la vita intera può essere bella notizia) dentro le domande del presente. Significa non lasciarlo nel passato, ma lasciarlo parlare. Ed ascoltarlo davvero”.

Il programma completo della kermesse è consultabile sul sito www.cortiledifrancesco.it. 

(Tratto da Aci Stampa)

Anche lo sport al Meeting di Rimini per creare amicizia, a colloquio con il presidente del CSI, Vittorio Bosio

Anche quest’anno il Centro Sportivo Italiano sarà protagonista al Meeting dell’Amicizia tra i Popoli, che si svolgerà a Rimini dal 21 al 26 agosto, con il titolo ‘L’Amor che move il sole e l’altre stelle’, confermandosi punto di riferimento per lo sport educativo all’interno del Villaggio dello Sport ‘Enel Sport Village’, con un ricco programma di attività sportive aperte a tutti: un vero e proprio villaggio dello sport, dove i valori dell’amicizia, del gioco e dell’educazione si incontrano.

Un impegno che vedrà protagonisti i volontari del CSI, impegnati ad accompagnare bambini e ragazzi nei tornei e nei momenti di gioco libero, educandoli attraverso lo sport e vivendo una vera e propria settimana di formazione associativa sul campo, come ci ha raccontato Vittorio Bosio, presidente nazionale del CSI: papa Leone XIV sarà al meeting, ma il CSI lo ha già incontrato nello scorso giugno con un invito per novembre: quale sentimento si prova?

“Oltre al conforto, alla commozione ed alla gioia, incontrare Papa Leone oltre ad essere una esperienza profondamente spirituale per noi credenti, da sportivi ci trasmette una forte carica di energia. Nel recente saluto nel mese di giugno al termine di una udienza generale lo abbiamo ufficialmente invitato al Convegno Nazionale degli Assistenti Ecclesiastici del CSI in programma a Roma dal 25 al 27 novembre prossimi. Papa Leone XIV ha incoraggiato noi sportivi a ‘giocare sempre a testa alta’.

Ecco allora che il sentimento trasmessoci può diventare una tattica di gioco; per tutti noi: alzare il nostro sguardo, per contemplare il volto del fratello da amare e accogliere. Chi meglio di un atleta può cogliere l’importanza di questo semplice gesto? L’attaccante per far gol. Il pallavolista o il tennista prima di una battuta; il cestista nell’andare a canestro. Resta solo da accogliere questo invito: alzare lo sguardo per riconoscere in ogni persona, un fratello e una sorella da amare, al di là del colore della maglia che indossa”.

Anche quest’anno il CSI al Meeting con lo sport: davvero un’alleanza molto importante?

“Da tantissimi anni ormai costruiamo insieme questo grande padiglione di oltre 15.000 metri quadri per dare la possibilità a tutti, nessuno escluso, di divertirsi: ragazzi e famiglie nel tempo libero, in piena sicurezza e assistiti dai nostri 40 volontari preparati e formati per assistere ogni giorno i visitatori e accoglierli nel tempo libero trascorso al Meeting sui vari campi multi sportivi. Nella società di oggi in cui la comunicazione è sempre più veloce e impersonale i giovani hanno bisogno di un luogo dove possono trovare la possibilità di condividere con i compagni delle esperienze che rendano la vita migliore”.

Perché è importante la ‘socializzazione’ attraverso lo sport?

“Da 80 anni il Csi promuove uno sport a misura di persona e tra i valori fondanti c’è quello dell’accoglienza e dell’aggregazione. La socializzazione è fondamentale perché trasforma l’attività fisica in uno strumento di inclusione, educazione e crescita personale. Lo sport diventa così un’occasione per costruire relazioni autentiche, superare le barriere sociali e promuovere valori sani come l’amicizia ed il rispetto delle regole”.

In quale modo lo sport è un percorso ‘armonico’?

“Il mondo dello sport è pieno di armonia, e si esprime in mille possibili abiti ed ambiti: il movimento, le proporzioni, l’equilibrio, il ritmo, la connessione, la sincronizzazione. Come anche nella musica:penso ad esempio ad un’orchestra chiamata ad interpretare uno spartito, ciascun singolo musicista con uno strumento diverso, con una sensibilità e con un talento ed un tocco diverso. Così in una squadra, di qualsiasi disciplina sportiva, un allenatore, quasi fosse un direttore d’orchestra, va alla ricerca dell’armonia e di quell’accordo tra i giocatori atleti che possano generare una melodia corale. Come pure negli sport individuali unendo mente e corpo armonicamente alla ricerca del gesto tecnico perfetto”.

Al Meeting spazio per i giochi di ruolo: anche essi aiutano nella crescita?

“Sono certamente giochi educativi perché tra gli adolescenti favoriscono uno sviluppo emotivo, linguistico e aggregante. Stimolano il ‘problem solving’ e migliorano la capacità di gestire le emozioni.  Avere in dosso i panni di un personaggio permette di allenare la capacità di comprendere sentimenti e punti di vista diversi dai propri. Ciò favorisce l’esplorazione di nuovi mondi, le abilità e le relazioni. Sono tanti i benefici offerti dai giochi di ruolo che spaziano dallo sviluppo personale alla crescita sociale e direi anche socializzante. Ai tempi di oggi in un’epoca di frammentazione in bolle digitali ed algoritmi, essi rappresentano, direi, un posto protetto dove poter esplorare la propria personalità”.

Quest’anno al meeting anche il ‘Rapatennis’, fusione di tre sport con la racchetta: un mini-tennis più lento e più facile che mantiene la palla in gioco più a lungo. Lo sport può essere ‘lento’?

“Lo sport può essere tutto purché raggiunga sempre il fine ultimo non del risultato, ma del gioco e del benessere psicofisico. E’ un nuovo sport estremamente inclusivo e accessibile a tutte le età. Scambi lunghi e divertenti, con racchette speciali. In questi ultimi anni il CSI ha valorizzato sport non convenzionali come i simpatici ‘Quadball’ e ‘Pafball’, il curioso ‘Tchoukball’, il divertente ‘Dodgeball’ e l’emergente ‘Pickleball’. Siamo sempre attenti ed aperti alla promozione di discipline sportive alternative ed emergenti, specie quelle che generano inclusività, divertimento e lo stare insieme”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV: la musica contribuisce alla pace

“Cari amici, cari giovani dell’Uganda, della Terra Santa e dell’Italia,  benvenuti! Sono molto felice che siate qui con noi oggi. E’ una gioia condividere questi momenti. Ringrazio tutti i membri del coro per il vostro duro lavoro di preparazione e faccio i miei complimenti ai direttori dei cori. Abbiamo appena ascoltato il vostro bellissimo canto. La musica ha la straordinaria capacità di unire voci diverse in un’armonia, dove ciascuna contribuisce con qualcosa di unico all’insieme. In questo senso, il coro diventa simbolo di concordia e cooperazione”: nel Borgo ‘Laudato sì’ nei Giardini delle Ville Pontificie di Castel Gandolfo, papa Leone XIV nel pomeriggio ha preso parte all’evento ‘Cantico di Pace’, promosso dal Centro di Alta Formazione ‘Laudato sì’ e dalla Fondazione ‘Andrea Bocelli’ nell’ambito delle celebrazioni per l’ottavo centenario del transito di san Francesco d’Assisi, con la preghiera accompagnata dalla voce di Andrea Bocelli e dal coro ABF Voices.

Nell’intervento papa Leone XIV ha sottolineato il valore del canto nella Chiesa: “E’ significativo che le Sacre Scritture e la Liturgia della Chiesa parlino di ‘cori di angeli e santi’ quando descrivono la gioia del cielo, non perché cantino letteralmente tutto il tempo, ma perché uniti nell’amore contemplano Dio insieme e trovano in Lui la pienezza della felicità”.

Il canto, esprimendo bellezza, permette l’incontro con Dio: “Miei cari giovani amici, cantando avete notato come la musica ci abbia tutti coinvolti in un’esperienza nuova, qualcosa che era più grande di quello che ciascuno di noi avrebbe potuto creare da solo? Questa è l’esperienza della bellezza. Ci apre un nuovo orizzonte e risveglia in noi il desiderio di andarvi incontro.

Quando ci dirigiamo verso quell’orizzonte, scopriamo non semplicemente qualcosa, ma Qualcuno. Incontriamo Dio, il nostro Creatore. Proprio come possiamo seguire un ruscello fino alla sua sorgente, così la bellezza della musica ci invita a incontrare colui che è la Bellezza stessa. A questo proposito, continuate a coltivare i doni che Dio vi ha dato e lasciate che vi guidino verso di Lui”.

Ringraziando chi ha partecipato all’evento papa Leone XIV ha concluso il discorso invitando a cercare Dio: “Il Signore è tutto ciò che cerchiamo nella vita, Colui che solo può dare pace ai nostri cuori inquieti. Ricordate che siete stati fatti per cose grandi e che il mondo intero non basta a saziare la vostra sete di senso e felicità.

Sappiate anche che il Santo Padre vi ama e prega per voi, per le vostre famiglie e per i vostri Paesi. In particolare, prego che la pace possa regnare nelle vostre case e in tutti quei luoghi nel mondo che continuano a soffrire a causa della violenza”.

Infine ha ringraziato la fondazione di Andrea Bocelli: “Vorrei infine ringraziare la Fondazione Andrea Bocelli per il lavoro che svolge a favore dei giovani, che affrontano svantaggi educativi e sociali. Attraverso la forza della musica, state contribuendo alla missione della Chiesa di promuovere lo sviluppo integrale di ogni persona, a servizio del bene comune. Che Dio benedica i vostri sforzi”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco: la Chiesa è un popolo in cammino

“La gioia cristiana non è mai esclusiva, ma sempre inclusiva, è per tutti. Si compie nelle pieghe della quotidianità e nella condivisione: è una gioia dai larghi orizzonti, che accompagna uno stile accogliente. E’ dono di Dio (ricordiamolo sempre); non è una facile allegria, non nasce da comode soluzioni ai problemi, non evita la croce, ma sgorga dalla certezza che il Signore non ci lascia mai soli. Ne ho fatto esperienza anch’io nel ricovero in ospedale, e ora in questo tempo di convalescenza. La gioia cristiana è affidamento a Dio in ogni situazione della vita”.

Con questo messaggio papa Francesco ha aperto la Seconda Assemblea sinodale in programma fino a giovedì 3 aprile presso l’Aula del Sinodo, alla presenza di 1.000 partecipanti con l’obiettivo dell’approvazione delle ‘Proposizioni’ attraverso l’armonia: “Lasciatevi guidare dall’armonia creativa che è generata dallo Spirito Santo. La Chiesa non è fatta di maggioranze o minoranze, ma del santo popolo fedele di Dio che cammina nella storia illuminato dalla Parola e dallo Spirito. Andate avanti con gioia e sapienza! Vi benedico. Per favore, continuate a pregare per me”.

Nella prolusione il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha ripreso il tema della gioia piena: “Sono parole che ci riportano al senso della nostra chiamata, che il Giubileo ci dona con larghezza, ci introducono in quella casa dove il Padre getta le braccia al collo e ci bacia, liberandoci dalla dannazione del mio perché in quella casa tutto ciò che è mio è tuo! E’ gioia che ci libera dalla tentazione del pessimismo, dal fatalismo che fa sperare solo dopo che abbiamo le risposte o garanzie sufficienti, scambiando questo come realismo, finendo lamentosi e fragili”.

E’ stato un invito ad un cammino insieme: “Solo camminando, abbiamo capito cosa significa sinodale, quanto sia una dimensione costitutiva e una forma indispensabile della Chiesa, scelta di pensarsi insieme, nella vita, nel cammino per la gioia che vogliamo raggiunga tutti. Oggi ci sentiamo di nuovo a casa, qui nella casa di Colui che presiede nella carità, il servo dei servi che ci ricorda che siamo qui solo per servizio e che ci guida con il suo magistero e con i suoi gesti, per amare e custodire l’unità della Chiesa nella comunione. Lo ringraziamo per l’attenzione paterna che sempre rivolge alle Chiese in Italia e Gli assicuriamo la nostra preghiera per la Sua salute. Si uniscono a noi i tanti compagni di strada che si sentono vicini a Lui”.

Questa seconda assemblea affronta il tema della profezia: “Dopo aver dedicato spazio a raccogliere suggestioni e a mettervi ordine, ci attendono scelte importanti, di stile ecclesiale e di merito. Sarebbe un tradimento dello spirito del Cammino sinodale pensare che tutto sia finalizzato a un mero cambio di strutture esterne. Tutti noi sappiamo che sono le persone a cambiare le strutture, e non viceversa. La vicenda stessa di Gesù e dei suoi discepoli ce lo insegna.

beatitudinii,Non ci sottrarremo certo alla responsabilità di cambiare le procedure, a livello diocesano, regionale e anche nazionale, se lo riterremo necessario: ma non perdiamo l’orizzonte spirituale entro cui ci muoviamo. La passione di comunicare la gioia e la speranza del Vangelo si unisce alla coscienza di non separare più la propria salvezza da quella altrui”.

Per questo Lucia Capuzzi, membro del Comitato Nazionale del Cammino sinodale, ha tracciato il cammino compiuto in un mondo in crisi: “Con loro e fra loro abbiamo camminato, fedeli al mandato del Maestro che ci vuole discepoli missionari, testimoni attuali del Risorto. Ora su ciottoli, ora sul selciato, ora su chiazze d’asfalto, le nostre gambe hanno scoperto l’armonia di muoversi al ritmo dettato dal percorso. Senza salti o forzature”.

Quindi è stato uno sguardo rivolto all’orizzonte ed al ‘particolare’: “Lo scrutare l’orizzonte non ci ha distolto dall’osservare quanto ci circondava, lasciandoci incantare e sorprendere da particolari che, a volte, avevamo smesso di vedere. Ci siamo concessi, nel tragitto, di soffermarci per guardare ed essere guardati a partire da quanti erano meno visibili perché relegati, in vari modi, ai margini del tracciato. Confinati a cauta distanza per non intralciare, con la loro presenze, la sfilata dei camminatori più promettenti, addirittura alcuni erano abbandonati inermi fuori dal selciato”.

E’ questa la Chiesa di Gesù: “Una Chiesa discepola oltre che Maestra, capace di passione e compassione, che sa ascoltare la voce dello Spirito nelle grida degli ultimi, degli indifesi, degli scartati, i preferiti di Dio, perché difendendo loro si protegge l’intera famiglia umana. Una Chiesa determinata a un’opzione preferenziale per i poveri, nello stile delle Beatitudini e nel solco del Concilio, a servizio del sogno di Dio in atto nella storia e per questo impegnata contro ogni violazione delle dignità degli esseri umani e del Creato.

Una Chiesa capace di contrastare l’iniquità, di ricucire le relazioni rotte e i fili spezzati di un mondo in frantumi. Di farsi strumento di pace mentre infuria la guerra e si moltiplicano i fronti. Di tessere alleanze buone con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, di diverse appartenenze religiose e culturali, per farsi promotrice di fraternità. Per forgiare insieme alternative di vita umane e umanizzanti mentre la disumanità avanza”.

La giornata è stata chiusa dall’intervento di mons. Erio Castellucci, presidente del Comitato Nazionale del Cammino sinodale, che ha sottolineato che la profezia richiede la sinodalità: “Papa Francesco ci sta offrendo fin dall’inizio del suo ministero una singolare testimonianza di unità tra carisma profetico e ministero istituzionale, rappresentando entrambe le dimensioni nella concreta forma del servizio petrino da lui scelta e vissuta. Così dimostra una volta di più che non ha senso la contrapposizione tra ministero e carisma, tra profezia e istituzione.

Certo, nella pratica l’istituzione rischia di fatto la sclerosi se non si imbeve di profezia e questa rischia di fatto l’anarchia se si sottrae alla comunione istituzionale. Ma di principio sono due dimensioni che si richiedono vicendevolmente. Nessuno di noi, quindi, deve temere che gli altri vogliano ridurre la profezia o, al contrario, scardinare l’istituzione. La Chiesa nella sua interezza, come Popolo di Dio pellegrino nella storia, incarna entrambe le dimensioni”.

Ed ha concluso l’intervento con il motto del Giubileo: “Papa Francesco ha scelto questo motto per l’attuale Giubileo, ‘pellegrini di speranza’, in una fase di riscoperta della sinodalità ecclesiale. Non ha scelto, ad esempio, ‘fari di speranza’, come se noi, già arrivati alla meta, fossimo semplicemente chiamati a irradiare sugli altri le ragioni della nostra speranza. No: ci ha collocati una volta di più sul tragitto, in cammino con tutti gli altri: non però come vagabondi o fuggiaschi, come se non avessimo nulla da dire e da dare, ma appunto come ‘pellegrini’, che si affiancano a tutti, testimoniando la fatica di camminare verso la meta”.

Papa Francesco: nella Chiesa c’è posto per tutti

Questa mattina papa Francesco ha ricevuto i promotori e gli artisti del concerto di oggi pomeriggio in aula ‘Paolo VI’, ringraziandoli di questo ‘bel momento’: “Un concerto è una bella parabola, una parabola dell’armonia, anche dell’armonia sinodale che la Chiesa si sta impegnando a vivere più pienamente. Infatti ogni partitura musicale unisce strumenti e voci differenti, ognuno con la propria parte, col suo timbro, la sua sonorità. Ciascuno nell’orchestra esegue il proprio spartito ma deve armonizzarsi con gli altri, generando così la bellezza della musica”.

Entrando nel merito del concerto il papa ha esortato tutti ad essere partecipi alla partitura: “E in una composizione, i silenzi, gli intervalli, le dissonanze hanno importanza pari alle note stesse. Dio non crea scarti! Ognuno è chiamato ad esprimersi, ad eseguire la propria parte insieme a tutti gli altri”.

Per tale realizzazione è necessaria la presenza: “Per realizzare questa parabola dell’armonia è necessario scegliere di esserci. Non è scontato. Tutti voi avete scelto di esserci, di partecipare a questo evento con persone che hanno bisogno, che ogni giorno fanno fatica ad andare avanti. E questa vostra scelta genera un segno di speranza. E’ ciò che si propone anche il prossimo Giubileo: generare segni di speranza, a partire dalla sorgente dell’amore che è il Cuore di Gesù”.

Quindi la realizzazione di una sinfonia si realizza si concretizza con la collaborazione di tutti: “Senza la collaborazione di tutti non si può realizzare una vera sinfonia. Soltanto da un concerto di persone diverse scaturisce l’armonia che edifica e conforta tutti. Similmente la Chiesa, chiamata ad essere nel mondo segno e strumento di armonia, di comunione e fraternità, deve realizzare nel cuore dell’umanità un meraviglioso e consapevole canto d’amore a Dio e ai fratelli”.

Di seguito ha incontrato una delegazione dei donatori del presepe e dell’albero di Natale, che saranno allestiti in piazza san Pietro: “Colpisce la maestosa solennità dell’albero. Esso, tagliato nel rispetto dei principi ecologici del ricambio naturale del bosco, porta i segni di molti anni, le numerose stratificazioni del tronco massiccio, le vecchie che hanno dato vita alle giovani, le giovani che hanno avvolto e protetto le vecchie, tutte che salgono insieme verso l’alto.

Può essere una bella immagine della Chiesa, popolo e corpo, da cui la luce di Cristo si diffonde nel mondo proprio grazie al succedersi di generazioni di credenti che si stringono attorno all’unica origine, Gesù: le antiche hanno dato vita alle giovani, le giovani abbracciano e proteggono le antiche, in missione nel mondo e in cammino verso il Cielo. Così va avanti il santo Popolo fedele di Dio”.

Parlando del presepe il papa ha notato alcune particolarità: “All’ombra del grande abete, poi, il Presepe riproduce un ‘casone’ della Laguna gradese, una di quelle case di pescatori che venivano costruite con fango e canne e dove gli abitanti delle ‘mote’, le piccole isolette lagunari, condividevano, durante il duro lavoro della pesca, le gioie e i dolori della vita di ogni giorno.

Anche questo simbolo ci parla del Natale, in cui Dio si fa uomo per aver parte fino in fondo alla nostra povertà, venendo a costruire il suo Regno sulla terra non con mezzi potenti, ma attraverso le deboli risorse della nostra umanità, purificate e fortificate dalla sua grazia”.

Un altro segno particolare di questo presepe è la barca: “Circa il Presepe, c’è un altro segno che vorrei evidenziare: i ‘casoni’ sono circondati dall’acqua e per andarci ci vuole la ‘batela’, la tipica imbarcazione a fondo piatto che permette di spostarsi sui fondali bassi. E anche per giungere a Gesù ci vuole una barca: la Chiesa è la barca. Non lo si raggiunge ‘in solitaria’, mai, lo si raggiunge insieme, in comunità, su quel piccolo-grande battello che Pietro continua a guidare e a bordo del quale, stringendosi un po’, c’è sempre posto per tutti. Nella Chiesa sempre c’è posto per tutti”.

Quindi è stato un invito a guardare i presepi realizzati in Terra Santa: “Guardiamo, infine, ai Presepi di Betlemme, costruiti nella Terra dove il Figlio di Dio è nato. Sono diversi tra loro, ma tutti recano lo stesso messaggio di pace e di amore che ci ha lasciato Gesù. Davanti ad essi, ricordiamo i fratelli e le sorelle che, invece, proprio là e in altre parti del mondo, soffrono per il dramma della guerra.

Con le lacrime agli occhi eleviamo la nostra preghiera per la pace. Fratelli e sorelle, basta guerre, basta violenze! Voi sapete che uno degli investimenti che dà più reddito qui è nella fabbrica delle armi? Guadagnare per uccidere. Ma come mai? Basta guerre! Sia pace in tutto il mondo e per tutti gli uomini, che Dio ama!”

Mentre di prima mattina papa Francesco gli ambasciatori di India, Giordania, Danimarca, Lussemburgo, Sao Tomé e Principe, Rwanda, Turkmenistan, Algeria, Bangladesh, Zimbabwe, Kenya: “Il 24 dicembre inaugurerò l’Anno Giubilare della Chiesa 2025 aprendo la Porta Santa della Basilica di San Pietro. Il messaggio principale del Giubileo è proprio quello della speranza.

Mentre la Chiesa si avvia in un pellegrinaggio di rinnovata speranza nel potere di Cristo risorto di fare nuove tutte le cose, incoraggio i membri della Comunità diplomatica accreditata presso la Santa Sede a continuare a lavorare con coraggio e creatività alla promozione di legami di amicizia, cooperazione e dialogo a servizio della pace. La vostra attività, spesso discreta e nascosta, aiuterà a spargere i semi di un futuro di speranza per il nostro mondo stanco della guerra”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco al Pontificio Istituto Teologico ‘Giovanni Paolo II’: sostenete la famiglia

La giornata di ieri di papa Francesco si è conclusa dall’incontro con la Comunità Accademica del Pontificio Istituto Teologico ‘Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia’, in cui è stato affermato il ‘luogo privilegiato’ della famiglia, come sottolineato dal documento conclusivo dell’Assemblea sinodale: “Sappiamo quanto il matrimonio e la famiglia siano decisivi per la vita dei popoli: da sempre la Chiesa se ne prende cura, li sostiene e li evangelizza.

Purtroppo, ci sono Paesi in cui le autorità pubbliche non rispettano la dignità e la libertà cui ogni essere umano ha inalienabile diritto quale figlio di Dio. Spesso vincoli e imposizioni pesano soprattutto sulle donne, costringendole in posizioni di subalternità. E questo è molto brutto”.

Inoltre il papa ha affermato che tra uomo e donna non ci sono discriminazioni in Gesù, come sottolineato dall’apostolo Paolo: “Questo non vuol dire che la differenza tra i due sia annullata, bensì che nel piano della salvezza non c’è discriminazione tra l’uomo e la donna: entrambi appartengono a Cristo, sono ‘discendenza di Abramo ed eredi secondo la promessa’…

Mediante Gesù siamo tutti ‘liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento’ ed il Vangelo della famiglia è gioia che ‘riempie il cuore e la vita intera’. E’ questo Vangelo che aiuta tutti, in ogni cultura, a cercare sempre ciò che è conforme all’umano e al desiderio di salvezza radicato in ogni uomo e in ogni donna”.

Ed ha ricordato in cosa consiste il sacramento del matrimonio, che costituisce una ‘chiesa domestica’: “In particolare, il sacramento del Matrimonio è come il vino buono che viene servito alle nozze di Cana. A questo proposito, ricordiamo che le prime comunità cristiane si sono sviluppate in forma domestica, ampliando nuclei familiari con l’accoglienza di nuovi credenti, e si riunivano nelle case.

Come dimora aperta e accogliente, fin dall’inizio la Chiesa si è prodigata affinché nessun vincolo economico o sociale impedisse di vivere la sequela di Gesù. Entrare nella Chiesa significa sempre inaugurare una fraternità nuova, fondata sul Battesimo, che abbraccia lo straniero e perfino il nemico”.

Quindi riprendendo l’enciclica ‘Amoris Laetitia’ ha raccomandato di non chiudere le porte: “Impegnata nella stessa missione, anche oggi la Chiesa non chiude la porta a coloro che faticano nel cammino di fede, anzi, spalanca la porta, perché tutti ‘hanno bisogno di un’attenzione pastorale misericordiosa e incoraggiante’. Tutti. Non dimenticare questa parola: tutti, tutti, tutti. L’ha detto Gesù in una parabola: quando non vengono gli invitati a nozze, il padrone dice ai servi: ‘Andate per le strade e portate tutti, tutti, tutti’ – ‘Signore, tutti i buoni, vero?’ – ‘No, tutti, buoni e cattivi, tutti’. Non dimenticare quel ‘tutti’, che è un po’ la vocazione della Chiesa, madre di tutti”.

Queste sfide si possono ‘vincere’ attraverso la missione: “Nelle famiglie le ferite si guariscono con l’amore. Carissimi, le sfide, i problemi, le speranze che investono oggi il matrimonio e la famiglia si inscrivono nel rapporto tra Chiesa e cultura, che già san Paolo VI invitava a considerare, sottolineando che ‘la rottura tra Vangelo e cultura è il dramma della nostra epoca’. San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno approfondito il tema dell’inculturazione mettendo a fuoco le questioni dell’interculturalità e della globalizzazione.

Dalla capacità di affrontare tali sfide dipende la possibilità di svolgere pienamente la missione evangelizzatrice, che impegna ogni cristiano. In proposito, l’ultimo Sinodo ha arricchito la consapevolezza ecclesiale di tutti i partecipanti: l’unità stessa della Chiesa esige infatti l’impegno di superare estraneità o conflitti culturali, costruendo armonie e intese tra i popoli”.

Questo è il compito di questo Istituto: “All’Istituto Giovanni Paolo II spetta una speciale cooperazione su questo terreno, mediante studi e ricerche che sviluppino una conoscenza critica dell’atteggiamento di diverse società e culture nei confronti del matrimonio e della famiglia… E’ bene che le sedi dell’Istituto, presenti in diversi Paesi del mondo, svolgano le proprie attività in dialogo con studiosi e istituzioni culturali anche di impostazioni differenti, come già avviene con l’Università Roma Tre e l’Istituto Nazionale Tumori. Dobbiamo andare avanti in questi rapporti, è importante”.

Ed ha concluso l’incontro con l’auspicio di un sostegno alle famiglie: “Auspico che in ogni parte del mondo l’Istituto sostenga gli sposi e le famiglie nella loro missione, aiutandoli a essere pietre vive della Chiesa e testimoni di fedeltà, di servizio, di apertura alla vita, di accoglienza. Camminiamo insieme nella sequela di Cristo!

Questo stile sinodale corrisponde alle grandi sfide di oggi, davanti alle quali le famiglie sono segno della fecondità e della fraternità fondate sul Vangelo. In questo stile di Chiesa è molto importante l’annuncio della Parola, ma più importante l’ascolto della Parola. Prima di annunciare, ascoltare: l’ascolto della Parola come viene predicata e l’ascolto della Parola che viene dalle voci degli altri, perché Dio parla mediante tutti”.

Inoltre il papa ha scritto la nota di accompagnamento del Documento finale della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, in cui ha sottolineato che “il Documento finale contiene indicazioni che, alla luce dei suoi orientamenti di fondo, già ora possono essere recepite nelle Chiese locali e nei raggruppamenti di Chiese, tenendo conto dei diversi contesti, di quello che già si è fatto e di quello che resta da fare per apprendere e sviluppare sempre meglio lo stile proprio della Chiesa sinodale missionaria.

In molti casi si tratta di dare effettiva attuazione a ciò che è già previsto dal diritto vigente, latino e orientale. In altri casi si potrà procedere, attraverso un discernimento sinodale e nel quadro delle possibilità indicate dal Documento finale, all’attivazione creativa di forme nuove di ministerialità e di azione missionaria, sperimentando e sottoponendo a verifica le esperienze. Nella relazione prevista per la visita ad limina ciascun vescovo avrà cura di riferire quali scelte sono state fatte nella Chiesa locale a lui affidata in rapporto a ciò che è indicato nel Documento finale, quali difficoltà si sono incontrate, quali sono stati i frutti”.

(Foto: Santa Sede)

Dal Sinodo una sollecitudine per vivere le relazione

“Perché io penso che tu forse ne abbia abbastanza della gente che, sempre, parla di servirti col piglio da condottiero, di conoscerti con aria da professore, di raggiungerti con regole sportive, di amarti come si ama in un matrimonio invecchiato… Facci vivere la nostra vita, non come un giuoco di scacchi dove tutto è calcolato, non come una partita dove tutto è difficile, non come un teorema che ci rompa il capo, ma come una festa senza fine dove il tuo incontro si rinnovella, come un ballo, come una danza, fra le braccia della tua grazia, nella musica che riempie l’universo di amore”: con questi versi di Madeleine Delbrêl papa Francesco ha concluso la seconda sessione del Sinodo, il cui documento è stato approvato in tutti i 155 capitoli.

Il Documento finale è formato da cinque parti. Alla prima, intitolata ‘Il cuore della sinodalità, segue la seconda parte, ‘Insieme, sulla barca di Pietro’ “dedicata alla conversione delle relazioni che edificano la comunità cristiana e danno forma alla missione nell’intreccio di vocazioni, carismi e ministeri”; la terza parte, ‘Sulla tua Parola’, “identifica tre pratiche tra loro intimamente connesse: discernimento ecclesiale, processi decisionali, cultura della trasparenza, del rendiconto e della valutazione”.

La quarta parte, ‘Una pesca abbondante’ “delinea il modo in cui è possibile coltivare in forme nuove lo scambio dei doni e l’intreccio dei legami che ci uniscono nella Chiesa, in un tempo in cui l’esperienza del radicamento in un luogo sta cambiano profondamente”; infine, la quinta parte, ‘Anche io mando voi’, “permette di guardare al primo passo da compiere: curare la formazione di tutti alla sinodalità missionaria”. In particolare, si fa notare, lo sviluppo del Documento è guidato dai racconti evangelici della Risurrezione.

Fin dall’introduzione la guida del documento è la Resurrezione, vero centro della Chiesa: “Ogni nuovo passo nella vita della Chiesa è un ritorno alla sorgente, un’esperienza rinnovata dell’incontro con il Risorto che i discepoli hanno vissuto nel Cenacolo la sera di Pasqua. Come loro anche noi, partecipando a questa Assemblea sinodale, ci siamo sentiti avvolti dalla Sua misericordia e toccati dalla Sua bellezza. Vivendo la conversazione nello Spirito, in ascolto gli uni degli altri, abbiamo percepito la Sua presenza in mezzo a noi: la presenza di Colui che, donando lo Spirito Santo, continua a suscitare nel Suo Popolo una unità che è armonia delle differenze”.

E’ proprio Gesù risorto che conduce la Chiesa nelle ferite della storia: “Lo sguardo sul Signore non allontana dai drammi della storia, ma apre gli occhi per riconoscere la sofferenza che ci circonda e ci penetra: i volti dei bambini terrorizzati dalla guerra, il pianto delle madri, i sogni infranti di tanti giovani, i profughi che affrontano viaggi terribili, le vittime dei cambiamenti climatici e delle ingiustizie sociali.

Le loro sofferenze sono risuonate in mezzo a noi non solo attraverso i mezzi di comunicazione, ma anche nella voce di molti, personalmente coinvolti con le loro famiglie e i loro popoli in questi tragici eventi. Nei giorni in cui siamo stati riuniti in Assemblea, tante, troppe guerre hanno continuato a provocare morte e distruzione, desidero di vendetta e smarrimento delle coscienze”.

Ed il cuore della sinodalità, come quello della Chiesa, è la celebrazione eucaristica: “La celebrazione dell’Eucaristia, soprattutto alla domenica, è la prima e fondamentale forma con cui il Santo Popolo di Dio si riunisce e si incontra… Per questo la Chiesa, Corpo di Cristo, impara dall’Eucaristia ad articolare unità e pluralità: unità della Chiesa e molteplicità delle assemblee eucaristiche; unità del mistero sacramentale e varietà delle tradizioni liturgiche; unità della celebrazione e diversità delle vocazioni, dei carismi e dei ministeri.

Nulla più dell’Eucaristia mostra che l’armonia creata dallo Spirito non è uniformità e che ogni dono ecclesiale è destinato all’edificazione comune. Ogni celebrazione dell’Eucaristia è anche espressione del desiderio e appello all’unità di tutti i Battezzati che non è ancora piena e visibile. Dove la celebrazione domenicale dell’Eucaristia non è possibile, la comunità, pur desiderandola, si raccoglie intorno alla celebrazione della Parola, dove Cristo è comunque presente”.

Proprio questi contesti diversi, in cui vivono i cristiani, consentono la Chiesa ad essere missionaria: “Ribadiamo l’impegno della Chiesa Cattolica a proseguire e intensificare il cammino ecumenico con altri cristiani, in forza del comune Battesimo e in risposta alla chiamata a vivere insieme la comunione e l’unità tra i discepoli per cui Cristo prega nell’Ultima Cena. L’Assemblea saluta con gioia e gratitudine i progressi nelle relazioni ecumeniche lungo gli ultimi sessant’anni, i documenti di dialogo e le dichiarazioni che esprimono la fede comune”.

Nel documento è sottolineata anche la persecuzione a cui i cristiani sono sottoposti: “In ogni luogo della terra, i Cristiani vivono fianco a fianco con persone che non sono battezzate e servono Dio praticando una diversa religione. Per loro preghiamo in modo solenne nella liturgia del Venerdì Santo, con loro collaboriamo e lottiamo per costruire un mondo migliore, e insieme a loro supplichiamo l’unico Dio di liberare il mondo dai mali che lo affliggono… In alcune regioni, i Cristiani che si impegnano nella costruzione di rapporti fraterni con persone di altre religioni subiscono persecuzioni. L’Assemblea li incoraggia a perseverare nel loro impegno con speranza”.

Per questo le relazioni sono necessarie: “Viviamo in un’epoca segnata da disuguaglianze sempre più marcate, da una crescente disillusione nei confronti dei modelli tradizionali di governo, dal disincanto per il funzionamento della democrazia, da crescenti tendenze autocratiche e dittatoriali, dal predominio del modello di mercato senza riguardo per la vulnerabilità delle persone e della creazione, e dalla tentazione di risolvere i conflitti con la forza piuttosto che con il dialogo.

Pratiche autentiche di sinodalità permettono ai Cristiani di elaborare una cultura capace di profezia critica nei confronti del pensiero dominante e offrire così un contributo peculiare alla ricerca di risposte a molte delle sfide che le società contemporanee devono affrontare e alla costruzione del bene comune”.

Quindi anche le relazioni sono forma di testimonianza: “Il modo sinodale di vivere le relazioni è una testimonianza sociale che risponde al bisogno umano di essere accolti e sentirsi riconosciuti all’interno di una comunità concreta. E’ una sfida al crescente isolamento delle persone e all’individualismo culturale, che anche la Chiesa ha spesso assorbito, e ci richiama alla cura reciproca, all’interdipendenza e alla corresponsabilità per il bene comune.

Allo stesso modo, sfida un comunitarismo sociale esagerato che soffoca le persone e non permette loro di essere soggetti del proprio sviluppo. La disponibilità all’ascolto di tutti, specialmente dei poveri, si pone in netto contrasto con un mondo in cui la concentrazione del potere taglia fuori i poveri, gli emarginati, le minoranze e la terra, nostra casa comune. Sinodalità ed ecologia integrale assumono entrambe la prospettiva delle relazioni e insistono sulla necessità della cura dei legami: per questo si corrispondono e si integrano nel modo di vivere la missione della Chiesa nel mondo contemporaneo”.

Questa relazione si trasforma in missione, che prende vigore dalla celebrazione eucaristica: “La formazione dei discepoli missionari comincia con l’Iniziazione Cristiana e si radica in essa. Nella storia di ognuno c’è l’incontro con molte persone e gruppi o piccole comunità che hanno contribuito a introdurci nella relazione con il Signore e nella comunione della Chiesa: genitori e familiari, padrini e madrine, catechisti e educatori, animatori della liturgia e operatori nell’ambito della carità, Diaconi, Presbiteri e lo stesso Vescovo…

Nella Messa, infatti, essa accade come grazia donata dall’alto, prima che come esito dei nostri sforzi: sotto la presidenza di uno e grazie al ministero di alcuni, tutti possono partecipare alla duplice mensa della Parola e del Pane. Il dono della comunione, missione e partecipazione (i tre assi portanti della sinodalità) si realizza e si rinnova in ogni Eucaristia”.

Il documento sottolinea che la Resurrezione termina con un banchetto: “Vivendo il processo sinodale abbiamo preso nuova coscienza che la salvezza da ricevere e da annunciare passa attraverso le relazioni. La si vive e la si testimonia insieme. La storia ci appare segnata tragicamente dalla guerra, dalla rivalità per il potere, da mille ingiustizie e sopraffazioni. Sappiamo però che lo Spirito ha posto nel cuore di ogni essere umano il desiderio di rapporti autentici e di legami veri…

Il significato ultimo della sinodalità è la testimonianza che la Chiesa è chiamata a dare di Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo, Armonia di amore che si effonde fuori di sé per donarsi al mondo. Camminando in stile sinodale, nell’intreccio delle nostre vocazioni, carismi e ministeri, e, andando incontro a tutti per portare la gioia del Vangelo, possiamo vivere la comunione che salva: con Dio, con l’umanità intera e con tutta la creazione. Inizieremo allora già adesso a sperimentare, grazie alla condivisione, il banchetto di vita che Dio offre a tutti i popoli”.

Papa Francesco: il Sinodo è armonia tra le differenze

“Cari fratelli e sorelle, con il Documento Finale abbiamo raccolto il frutto di anni, almeno tre, in cui ci siamo messi in ascolto del Popolo di Dio per comprendere meglio come essere ‘Chiesa sinodale’ (è l’ascolto dello Spirito Santo) in questo tempo. I riferimenti biblici che aprono ogni capitolo, dispongono il messaggio incrociandolo ai gesti e alle parole del Signore Risorto che ci richiama a essere testimoni del suo Vangelo, con la vita prima che con le parole. Il Documento sul quale abbiamo espresso il nostro voto è un triplice dono. Per primo a me, Vescovo di Roma. Convocando la Chiesa di Dio in Sinodo ero consapevole di aver bisogno di voi, Vescovi e testimoni del cammino sinodale. Grazie!”

Con tale inizio papa Francesco ha ringraziato e salutato i padri sinodali, richiamando i moniti di san Basilio riguardo i ‘compiti’ del papa: “Il mio compito, lo sapete bene, è custodire e promuovere, come ci insegna San Basilio, l’armonia che lo Spirito continua a diffondere nella Chiesa di Dio, nelle relazioni tra le Chiese, nonostante tutte le fatiche, le tensioni, le divisioni che segnano il suo cammino verso la piena manifestazione del Regno di Dio, che la visione del Profeta Isaia ci invita a immaginare come un banchetto preparato da Dio per tutti i popoli. Tutti, nella speranza che non manchi nessuno. Tutti, tutti, tutti! Nessuno fuori, tutti. E la parola chiave è questa: l’armonia. Quello che fa lo Spirito, la prima manifestazione forte, il mattino di Pentecoste, è armonizzare tutte quelle differenze, tutte quelle lingue… Armonia”.

Questo è l’insegnamento del Concilio Vaticano II: “E’ ciò che il Concilio Vaticano II insegna quando dice che la Chiesa è ‘come sacramento’: essa è segno e strumento dell’attesa di Dio che ha già apparecchiato la mensa, e attende. La sua Grazia, tramite il suo Spirito, sussurra nel cuore di ciascuno parole di amore. A noi è dato di amplificare la voce di questo sussurro, senza ostacolarlo; ad aprire le porte, senza erigere muri. Quanto male fanno le donne e gli uomini di Chiesa quando erigono dei muri, quanto male!

Tutti, tutti, tutti! Non dobbiamo comportarci come ‘dispensatori della Grazia’ che si appropriano del tesoro legando le mani al Dio misericordioso. Ricordatevi che abbiamo iniziato questa Assemblea sinodale chiedendo perdono, provando vergogna, riconoscendo che siamo tutti dei misericordiati”.

Ed ha chiesto loro di raccontare ciò che è stato il Sinodo: “Il Documento è un dono a tutto il Popolo fedele di Dio, nella varietà delle sue espressioni. E’ ovvio che non tutti si metteranno a leggerlo: sarete soprattutto voi, assieme a tanti altri, a rendere accessibile nelle Chiese locali ciò che esso contiene. Il testo, senza la testimonianza dell’esperienza compiuta, perderebbe molto del suo valore.

Cari fratelli e sorelle, ciò che abbiamo vissuto è un dono che non possiamo tenere per noi stessi. Lo slancio che viene da questa esperienza, di cui il Documento è un riflesso, ci dà il coraggio di testimoniare che è possibile camminare insieme nella diversità, senza condannarci l’un l’altro”.

Questo è un dono dello Spirito Santo: “Veniamo da tutte le parti del mondo, segnati dalla violenza, dalla povertà, dall’indifferenza. Insieme, con la speranza che non delude, uniti nell’amore di Dio diffuso nei nostri cuori, possiamo non solo sognare la pace ma impegnarci con tutte le nostre forze perché, magari senza parlare tanto di sinodalità, la pace si realizzi attraverso processi di ascolto, dialogo e riconciliazione. La chiesa sinodale per la missione, ora, ha bisogno che le parole condivise siano accompagnate dai fatti. E questo è il cammino.

Tutto questo è dono dello Spirito Santo: è Lui che fa armonia, Lui è l’armonia. San Basilio ha una teologia molto bella su questo; se potete leggete il trattato di San Basilio sullo Spirito Santo. Lui è l’armonia. Fratelli e sorelle, che 1’armonia continui anche uscendo da quest’aula e il Soffio del Risorto ci aiuti a condividere i doni ricevuti”.

Nella conferenza stampa conclusiva della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi il card. Mario Grech, segretario generale del Sinodo dei Vescovi, ha sottolineato che non ci sarà nessun documento del papa: “Il papa non redigerà l’esortazione apostolica post-sinodale ma questo non vuol dire che non ci saranno momenti dove si esprimerà direttamente sulle linee proposte dall’assemblea. E’ un modo diverso. La sinodalità tocca tutti, non solo parrocchie e diocesi ma anche il ministero del papa”.

Inoltre il relatore generale, card. Jean Claude Hollerich, ha sottolineato una maggior unità della Chiesa: “Lo scorso anno vi erano maggioranza e minoranza, quest’anno è cresciuta una realtà di essere chiesa insieme, è normale avere opinioni diverse su alcuni temi ma non abbiamo visto questo incontro come un incontro politico. Abbiamo vissuto la sinodalità, tutto quel che è nel documento esprime la sinodalità”.

(Foto: Santa Sede)

Presentata l’enciclica di Papa Francesco: il cuore di Gesù salva

“Ci ha amati, dice san Paolo riferendosi a Cristo (Rm 8,37), per farci scoprire che da questo amore nulla ‘potrà mai separarci’ (Rm 8,39). Paolo lo affermava con certezza perché Cristo stesso aveva assicurato ai suoi discepoli: ‘Io ho amato voi’ (Gv 15,9.12). Ci ha anche detto: ‘Vi ho chiamato amici’ (Gv 15,15). Il suo cuore aperto ci precede e ci aspetta senza condizioni, senza pretendere alcun requisito previo per poterci amare e per offrirci la sua amicizia: Egli ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4,10). Grazie a Gesù ‘abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi’ (1 Gv 4,16)”: lo ha scritto nell’enciclica ‘Dilexit nos sull’amore umano e di divino del cuore di Gesù’ di papa Francesco, presentata oggi, dal teologo mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, e da suor Antonella Fraccaro, responsabile generale delle Discepole del Vangelo.

Nell’introdurre l’enciclica mons. Forte ha ricordato l’origine dell’enciclica: “La Lettera Enciclica… nasce dall’esperienza spirituale di papa Francesco, che avverte il dramma delle enormi sofferenze prodotte dalle guerre e dalle tante violenze in corso e vuol farsi vicino a chi soffre proponendo il messaggio dell’amore divino che viene a salvarci”.

L’enciclica papale mette in evidenza l’amore di Dio per l’umanità: “E’ la verità per cui Jorge Mario Bergoglio ha giocato tutta la Sua vita e continua a spenderla con passione nel Suo ministero di Vescovo di Roma e Pastore della Chiesa universale. In questa luce risulta particolarmente toccante il fatto che egli espliciti come fonte di molte delle idee esposte alcuni scritti inediti di un Testimone della fede recentemente scomparso, che egli stesso aveva accolto nella Compagnia di Gesù”.

Ecco l’importanza del cuore: “Perciò è importante ritornare al cuore: è il cuore che unisce i frammenti della vita vissuta, realizzando l’armonia di tutta la persona, come mostra l’esempio della Vergine Maria, che custodisce e medita nel suo cuore quanto di assolutamente unico le accade. Tutto ciò che viviamo è ‘unificato nel cuore’: le tante piccole cose che fanno la vita, come le grandi ferite prodotte dalle guerre, dalle violenze, dalle infermità e dalla morte, ci toccano nel cuore. Chi non lo percepisce mostra di essersi inaridito: così, vedere delle nonne ‘piangere i nipoti uccisi, o sentirle augurarsi la morte per aver perso la casa dove hanno sempre vissuto … senza che questo risulti intollerabile’ è segno di un mondo senza cuore”.

Ed ha spiegato il ruolo della Chiesa: “E’ qui che va collocato il ruolo decisivo della Chiesa… In questa comunione riveste un posto speciale la Vergine Maria, madre, membro, modello e tipo della Chiesa: la devozione al Suo cuore di Madre di Gesù e nostra ‘nulla toglie all’adorazione unica dovuta al Cuore di Cristo, anzi la stimola’, aiutandoci ad amare meglio e di più”.

In sintesi papa Francesco ha raccontato l’amore di Dio: “Si comprende da quanto detto come l’Enciclica possa essere considerata una sorta di compendio di quello che Papa Francesco ha voluto e vuole dire a ogni fratello o sorella in umanità: Dio ti ama e te lo ha mostrato nella maniera più luminosa nella vicenda di Gesù di Nazareth; guardando a Lui saprai di essere amato/a da sempre e per sempre e potrai riconoscere i doni, di cui il Padre ha voluto arricchirti; seguendo Lui potrai discernere la via per spenderli con amore lì dove nel Suo Spirito Egli vorrà condurti”.

Sulla stessa sintonia l’intervento di sorella Antonella Fraccaro: “Papa Francesco ci ricorda che ‘io sono il mio cuore’; dunque, è decisivo che ‘tutte le azioni’ della mia vita ‘siano poste sotto il dominio politico del cuore’, cioè siano governate da quello che è il centro del mio essere e del mio operare…

Attenzione, avverte Papa Francesco, a non trascurare il cuore, a non perderlo, all’indifferenza sempre più diffusa tra noi e intorno a noi; un pericolo dal quale proteggerci. E attenzione alle nostre chiusure di cuore, alle nostre corte vedute, perché con le nostre sicurezze e senza il confronto tra di noi non raggiungiamo gli altri, vicini e lontani, nella loro ricchezza, e ci costruiamo un mondo a nostra misura”.

Ed infine un accenno al Giubileo: “Dio chiama a diffondere il suo amore sulla terra. C’è bisogno che ci lasciamo mandare da Lui a compiere questa missione e la compiremo ciascuno a modo nostro, con o senza risultati,con ‘la gioia di cercare di comunicare l’amore di Cristo agli altri’. In un mondo in cui sembra che la nostra dignità dipenda da ciò che abbiamo, da ciò che consumiamo, accecati dai nostri bisogni immediati, papa Francesco ci incoraggia a tenerci fuori da questi ingranaggi perversi, per lasciare spazio in noi all’incontro con l’amore gratuito di Dio, che ‘libera, vivifica, fa gioire il cuore e nutre le comunità’.

Il Giubileo, che è alle porte, in cui sosteremo sul pellegrinaggio e sulla speranza (pellegrini di speranza), ci aiuti a camminare con fiducia, insieme, nella speranza. Possiamo farlo dato che, come dice Paolo, ‘la speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato’.Camminiamo insieme con la forza della speranza, che il Cuore di Gesù ci dona ogni giorno nella nostra fraterna quotidianità”.

(Foto: Vatican News)

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