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Papa Leone XIV invita i parlamentari a tutelare la libertà
“Mi presento davanti a voi come Vescovo di Roma e Pastore della Chiesa cattolica, consapevole che la missione affidata al Successore dell’apostolo Pietro come principio e fondamento dell’unità dei Vescovi e dei fedeli pone la Santa Sede, in modo particolare, in dialogo con i popoli e con gli Stati. La mia presenza tra voi vuol essere un gesto di vicinanza verso la Spagna, nel quadro della cooperazione reciproca, e una parola offerta al servizio della persona umana… Per questo, quando si rivolge alla vita pubblica, lo fa nel rispetto della missione propria delle istituzioni e della legittima responsabilità di coloro che hanno ricevuto il mandato di legiferare”: con queste parole papa Leone XIV ha ringraziato i deputati spagnoli, che lo hanno ricevuto nel Palacio de las Cortes, la sede del Congresso dei Deputati.
Nell’esordio del discorso il papa ha sottolineato che la Chiesa riconosce l’autonomia della politica: “Riconosce ‘l’autonomia delle realtà terrene’ e ‘la distinzione tra comunità ecclesiale e comunità politica’; e, proprio a partire da questa consapevolezza, offre una riflessione che nasce dal desiderio di servire il bene comune e di ricordare ciò che rende veramente umana la convivenza”.
Il papa ha riconosciuto che nel Parlamento si dà forma alla ‘convivenza sociale’: “In questo Emiciclo si dà forma giuridica alla convivenza sociale. Qui le differenze vengono ascoltate, ordinate e, quando è possibile, si trasformano in decisione condivisa. Per questo, al di là della legittima diversità di posizioni, ogni attività legislativa finisce per confrontarsi con una domanda decisiva: quale concezione della persona umana ispira le leggi e quale tipo di società queste leggi costruiscono”.
Nel Parlamento si forma anche l’identità di una nazione: “Di fronte a tale questione, la Spagna possiede una memoria particolarmente ricca. La sua identità geografica e politica si è intrecciata con una storia in cui fede e ragione, arte e diritto, tradizione e pensiero hanno saputo incontrarsi in modo fecondo. Nelle sue cattedrali e nelle sue università, nella sua letteratura immortale, nelle sue istituzioni giuridiche e nell’animo stesso del suo popolo, rimane viva un’eredità che ha dato forma un peculiare modo di vivere la libertà, di praticare la giustizia e di ordinare la vita comune”.
Riprendendo i classici della letteratura spagnola il papa ha sottolineato che “la Spagna ha saputo guardare all’essere umano come a qualcosa di più di un semplice tassello dell’ordine sociale, economico o politico: lo ha riconosciuto come creatura aperta alla verità, dotata di libertà e mossa da una sete di eternità che nessuna realtà temporale riesce a spegnere; in una parola, come qualcuno la cui dignità precede ogni utilità e al cui servizio è soggetta l’azione legislativa”.
Ed ecco l’altro riferimento all’Università di Salamanca, che nei secoli aveva definito il valore della dignità umana: “Perciò, quando oggi si parla della persona umana, la memoria conduce naturalmente a Salamanca e al pensiero che lì è maturato… In quella sede universitaria, cinquecento anni fa, quando si aprivano nuovi mondi e immense possibilità nelle relazioni tra i popoli, alcuni maestri compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente.
Introdussero così nel discernimento storico la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti morali del potere. Bisogna riconoscere che la società e la Chiesa stessa non sono state sempre all’altezza delle intuizioni che trovavano eco nella loro stessa tradizione cristiana”.
Per questo l’autorità è responsabilità: “Tuttavia, quell’interrogativo aprì un orizzonte intellettuale e morale che andò ben oltre il proprio contesto storico. L’intuizione del totus orbis, di una comunità umana più ampia di qualsiasi potere particolare, consentiva di affermare l’esistenza di legami giuridici e morali tra i popoli. Dalla Spagna, la riflessione della Scuola di Salamanca (ed in particolare di frate Francisco de Vitoria, insieme ad altri domenicani e gesuiti) ha contribuito a formare una coscienza giuridica e morale capace di ricordare che l’autorità comporta sempre una responsabilità e che ogni essere umano dev’essere riconosciuto come soggetto di diritti e doveri”.
Da qui il riconoscimento dell’inviolabilità della dignità: “Questo discernimento parte da un’affermazione fondamentale: ogni società veramente giusta si fonda sul riconoscimento della dignità inviolabile della persona umana. Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze del momento. Essa appartiene a ogni essere umano per il fatto stesso di esistere, e per questo deve orientare ogni ordinamento giuridico positivo. La fede cristiana la proclama a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo. Quando questa convinzione rimane viva, il diritto diventa tutela di tutti e garanzia contro l’imposizione di interessi e programmi particolari”.
Ed il bene comune primario da sostenere è la famiglia: “Quando il bene comune cessa di essere un orizzonte condiviso, l’azione pubblica rischia di frammentarsi in interessi parziali, incapaci di custodire ciò che appartiene a tutti. In questo contesto riveste particolare importanza la famiglia, prima realtà umana e fondamento naturale della comunità. Nell’ambito familiare si intrecciano le generazioni e si trasmette una memoria viva che dà continuità interiore alla società. Laddove la famiglia è sostenuta, si rafforza anche la stabilità spirituale e sociale delle nazioni”.
E’ una ‘chiamata’ alla collaborazione tra famiglia ed istituzioni: “La famiglia sarà sempre la prima scuola di umanità dove si impara, prima che in qualsiasi altro luogo, la grammatica elementare della convivenza: accogliere la vita, prendersi cura dell’altro, perdonare, servire e appartenere. Anche le istituzioni educative rivestono un ruolo decisivo in questo compito.
In esse, le nuove generazioni possono imparare a cercare e ad amare la verità, a interrogarsi sul senso della vita e sulla dignità di ogni persona. Perciò molti genitori, desiderosi che i propri figli imparino a relazionarsi con gli altri, a pensare con spirito critico e ad acquisire valori solidi, ripongono in esse grandi speranze, come preziose alleate nella loro educazione”.
Ma dignità hanno anche i migranti: “L’affermazione della dignità umana non può rimanere astratta, quando tante persone sono costrette a lasciare tutto per cercare pace, sicurezza e futuro. Anche il tragico dramma migratorio interpella oggi la coscienza delle nazioni e il fondamento etico dell’ordine internazionale. Numerosi uomini, donne e bambini si trovano forzati, a causa di circostanze spesso drammatiche, a partire dalle loro comunità e lasciarsi alle spalle persone care, storie e legami.
Questa realtà va oltre qualsiasi lettura puramente demografica o economica: costituisce una questione eminentemente morale e giuridica. Laddove una persona è discriminata per la sua origine nazionale, etnica, religiosa o linguistica, o per la sua condizione economica o sociale, viene gravemente violato il principio universale dell’uguale dignità di tutti gli esseri umani”.
Quindi la persona deve avere sempre un posto fondamentale: “La situazione dei migranti e dei rifugiati richiede una risposta che metta al centro le persone, affronti le cause che le costringono a partire e vada oltre la semplice gestione di flussi. Da qui nasce una duplice esigenza di giustizia sociale: offrire vie sicure e legali, un’accoglienza rispettosa e reali possibilità di integrazione; e promuovere, al tempo stesso, il diritto di rimanere nella propria terra, operando affinché nessuno debba abbandonare la propria casa per mancanza di pace, di sicurezza o di condizioni di vita dignitose, per le disuguaglianze economiche e gli effetti della crisi climatica”.
Quindi è stato un richiamo alla pace: “A livello internazionale, la pace richiede coraggio diplomatico, responsabilità etica e una visione del futuro fondata sul rispetto dell’identità di ogni popolo e sull’obbligo degli Stati di risolvere le loro controversie attraverso le vie pacifiche offerte dal diritto internazionale. Ogni guerra costituisce, in ultima analisi, una dolorosa sconfitta della capacità di negoziare e anche di quella coscienza comune dell’umanità che riconosce legami di giustizia tra le nazioni. Le armi possono imporre un silenzio temporaneo, ma non potranno mai costruire una pace autentica e duratura”.
E’ stato un netto rifiuto al riarmo: “Per questo motivo, è preoccupante che, in diverse parti del mondo, e anche in Europa, si presenti nuovamente il riarmo come risposta quasi inevitabile di fronte alla fragilità dello scenario internazionale. La vera sicurezza, invece, nasce dalla giustizia, dal dialogo paziente, dal rispetto del diritto internazionale e da una politica capace di anteporre la vita dei popoli agli interessi che traggono profitto dalla guerra. Anche lo sviluppo delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale in ambito militare richiede una rigorosa vigilanza etica, affinché le decisioni sulla vita e sulla morte non siano mai scaricate su automatismi né sottratte alla responsabilità morale della persona umana”.
Da qui la libertà di pensiero: “Ma la pace non è solamente una realtà politica o istituzionale. Nasce anche nella coscienza, là dove il rancore, l’indifferenza e l’odio lasciano spazio alla riconciliazione. Perciò si instaura e si tutela anche attraverso il linguaggio. Le parole possono aprire strade o chiuderle; possono illuminare la realtà o distorcerla fino a rendere impossibile l’incontro. Quanti esercitano una responsabilità pubblica hanno, pertanto, un obbligo speciale di custodire la parola per ‘disarmare il linguaggio’. La fermezza non esige disprezzo; il dissenso non comporta umiliazione”.
E libertà religiosa: “Da questo rispetto per l’altro nasce anche il dovere di custodire lo spazio in cui maturano le sue convinzioni, la sua coscienza e il suo rapporto con Dio. L’attenzione a tale ambito interiore permette di comprendere meglio una questione decisiva per ogni società veramente democratica: la libertà di pensiero, di coscienza e di religione, diritto fondamentale che tutela la sfera più intima delle persone. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente; ed evita che qualcuno debba rinunciare a contribuire alla società in cui vive a causa della propria fede”.
Ed ecco il limite del ‘potere pubblico’: “Essere liberi non significa solo vivere senza costrizioni o disporre di molte possibilità di scelta; significa poter riconoscere il bene e aderirvi in modo responsabile. Per questo, ogni società effettivamente libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico, affinché la libertà delle persone, delle comunità e delle associazioni non sia indebitamente limitata. In questa prospettiva, la legittima autonomia dell’ordine temporale non va mai interpretata come ostilità verso il fenomeno religioso. La fede non pretende di imporsi con privilegi o coercizioni; tuttavia, non può nemmeno essere relegata al silenzio come se fosse irrilevante per la vita pubblica”.
Con particolare attenzione al sacramento della confessione, quale libertà interiore: “In questo contesto, il sigillo sacramentale della Confessione riveste un’importanza speciale per la Chiesa cattolica. Esso si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa, che garantisce alle comunità credenti uno spazio proprio di vita, di organizzazione e di disciplina interna. Tutelarlo giuridicamente, come avviene in modo analogo in alcune professioni, significa preservare uno spazio sacro di libertà interiore, dove il credente può aprire la propria anima a Dio senza timore di pressioni esterne, come riconoscono anche le norme internazionali”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV ha invitato a tessere fili nuovi
“E’ un piacere incontrarvi in questo luogo, uno spazio che non solo ospita attività sportive, artistiche e culturali, ma anche le emozioni più profonde dell’essere umano: la gioia e l’ammirazione, l’entusiasmo e la speranza, così come la tristezza e la frustrazione. In questo splendido Paese è impossibile non ammirare l’impronta di creatività che attraversa la sua storia e ne plasma l’identità”: all’All’incontro conclusivo della seconda giornata spagnole, ‘Tessere reti con il mondo della cultura, dell’arte, dell’economia e dello sport’ nel Movistar Arena di Madrid, papa Leone XIV ha esortato a non rigettare il valore dell’eternità, caposaldo dell’identità europea, ed a intrecciarlo con il quotidiano.
Tale bellezza è visibile ovunque: “Una bellezza visibile nelle sue città, nelle sue strade e nei suoi monumenti, nelle sue piazze e nei suoi giardini, nelle sue università e chiese, nella musica, nella pittura e nella danza, nella sua gastronomia. Qui si percepisce anche l’anima delle generazioni che hanno trasformato il paesaggio e gli hanno dato un volto proprio, e questo ci rivela in ogni tratto l’intelligenza e la volontà che risiedono nell’anima umana”.
Quindi dopo aver ascoltato gli interventi il papa ha sollecitato a ‘custodire’ l’anima: “Ho ascoltato con grande interesse ciascuno degli interventi dei relatori; sono d’accordo con voi. La nostra società, infatti, possiede una straordinaria capacità di produrre, innovare e comunicare; tuttavia, sembra che abbiamo ancora bisogno di imparare a custodire l’anima di ciò che essa genera.
Altrimenti, corriamo il rischio di essere esperti nei mezzi di comunicazione ed efficaci nella produzione, ma incerti sul perché, a quale scopo, con chi e per chi si produce. In questo contesto, la Chiesa, consapevole sia dei propri successi che dei propri errori nel corso della storia, desidera rimanere in dialogo con il mondo contemporaneo”.
La custodia dell’anima è realizzata solo se si è capaci di essere umani, in quanto la Chiesa è ‘esperta di umanità’: “Nel DNA dell’umanità è radicato il desiderio di bene, di bellezza e di verità; ed è a partire da questa aspirazione profondamente umana e dalla nostra esperienza plurisecolare che la Chiesa propone percorsi per una vita dignitosa e per il bene comune.
A tal proposito, san Paolo VI affermò dinanzi alle Nazioni Unite che, indipendentemente dall’opinione che si possa avere del Pontefice di Roma, la sua missione è ben nota. In quanto ‘esperta in umanità’, la Chiesa non si disinteressa di nulla di veramente umano. Per questo motivo ‘l’attitudine al dialogo è parte integrante della sua vocazione’. Oggi constatiamo come la questione decisiva rimanga la stessa: che cosa significa essere veramente umani?”
Per questo la Chiesa propone Gesù: “La Chiesa condivide con umiltà ma anche con fermezza ciò che ha scoperto nell’esperienza di fede: che Gesù Cristo risponde alle grandi domande sulla vita umana e la sua pienezza, già in questo mondo e fino al suo culmine nell’eternità… E quindi, essa non può disinteressarsi della cultura, perché attraverso di essa l’uomo in quanto uomo ‘è’ di più”.
La cultura, quindi, è un richiamo a seminare: “E proprio perché il termine ‘cultura’ evoca il concetto di ‘coltivazione’, come suggerisce la radice etimologica comune a entrambi i termini, siamo chiamati a chiederci cosa stiamo seminando oggi, cosa sta fiorendo e cosa sta appassendo silenziosamente nella nostra società; quali valori stiamo preservando e quali stiamo lasciando morire. Sono domande profonde, necessarie e che non possono essere ignorate”.
Per questo è necessario il dialogo ‘sociale’: “Nei vari ambiti dell’attività umana dobbiamo prestare attenzione al linguaggio che si utilizza: scritto, orale e, nell’ambiente digitale, anche quello delle immagini; perché la comunicazione non è mai neutra. Ogni espressione comunica, trasmette; può ferire o guarire, distruggere aspettative o aprire nuovi orizzonti, seminare divisione o risvegliare la speranza nella possibilità di costruire insieme qualcosa di genuinamente umano”.
Un dialogo che si confronta sul valore della dignità umana: “Tessere reti è quindi un dialogo tra istituzioni incentrato sulla dignità umana. Ciò implica, ad esempio, che l’università non volti le spalle al mondo del lavoro né rinunci alla verità; che l’attività imprenditoriale non consideri il dipendente come un semplice fattore nell’equazione dei propri interessi; che l’arte non abbia come unico fine le élite; che lo sport non sia ridotto a spettacolo o trasformato in mero business; che il progresso tecnologico tenga conto degli anziani, dei poveri e di coloro che non hanno voce”.
Però è un dialogo che scaturisce dall’amore di Dio: “Il nostro contributo al dialogo, a partire da una visione cristiana della vita, muove dalla consapevolezza che il Creatore ha intessuto l’essere umano con fili d’amore; poiché egli è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, Dio che è amore. Qui risiede il fondamento dell’inalienabile dignità umana, il cui assoluto rispetto è la base del dialogo”.
Quindi la tessitura è anche servizio: “Uno sguardo obiettivo rivela che uomini e donne mossi dalla fede hanno costruito ospedali e scuole, hanno dato vita a iniziative di solidarietà e hanno parlato con un linguaggio che nobilita le persone. Per questo è lecito chiedersi con onestà se il mondo (ed in particolare l’Europa) avrebbe forgiato la propria identità senza l’impronta spirituale che ha permeato la sua storia”.
Da qui la sfida per un’Europa che sta perdendo la fede attraverso l’invito a spalancare le porte a Gesù: “Non si tratta di una provocazione, ma di un invito a riflettere se l’eternità, che ha fatto irruzione nel tempo e nello spazio attraverso l’incarnazione di Gesù Cristo, possa riconciliarsi con la quotidianità. E’ davvero possibile credere che l’Europa (che tanto amiamo) sarebbe la stessa senza l’impronta della fede? Perché temere che l’eternità permei la quotidianità? E’ ancora vivo il grido dei miei predecessori: Non temete! Spalancate le porte a Cristo! Gesù Cristo non ci toglie nulla e ci dona tutto”.
Ed infine al mondo sportivo, riprendendo le parole di papa san Giovanni Paolo II: “Permettetemi infine di rivolgere la vostra attenzione a un mondo che, come sapete, non mi è estraneo: quello dello sport. Pensiamo a quanti di noi hanno imparato il rispetto per l’avversario su un campo di gioco piuttosto che ascoltando un discorso. Quanti sportivi ci insegnano a perdere senza odiare, a vincere senza umiliare o a rialzarsi dopo essere caduti”.
Ecco la tessitura di fili nuovi: “Cari amici, vi invito quindi a essere fili nuovi per tessere reti nuove che armonizzino tutti gli ambiti della vita, per intrecciare una società rinnovata in cui il tempo si impregni di eternità, la cultura custodisca la memoria e favorisca il dialogo, l’educazione promuova la ricerca della verità con spirito critico, l’arte susciti stupore e generi emozioni nobili, l’impresa riconosca la dignità della persona e il lavoro continui a essere motore di speranza… Perché in tutto questo è in gioco che, in futuro, continui a risplendere la nostra magnifica umanità”.
Il discorso del papa è stato preceduto dalle testimonianze dell’attore Antonio Banderas, di due atlete, Marín e Perales, del rettore dell’Università Complutense, di rappresentanti del mondo del lavoro, che hanno invocato la difesa della dignità umana nel cambiamento portato dall’Intelligenza artificiale.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: la fede non è un museo
“… è con il cuore colmo di gioia che, all’inizio di questo Viaggio in Spagna, presiedo questa Celebrazione nel giorno della Solennità del Corpus Domini. Siamo radunati attorno all’Eucaristia, il dono della presenza viva di Cristo in mezzo a noi. Egli, che ha voluto offrirci la sua vita per farci entrare nella comunione del Padre e renderci suoi figli è qui, come pane vivo disceso dal cielo, che ci sfama con la stessa vita di Dio, con un amore più forte della morte”: la seconda giornata della visita di papa Leone XIV è iniziata con la celebrazione eucaristica del Corpus Domini, in cui si manifesta la presenza fisica di Dio nel mondo.
Nell’omelia il papa ha sottolineato che questa festa è un rinnovo della fedeltà a Dio: “Questa memoria del Signore presente nel Pane eucaristico è al cuore della vostra fede e della storia del vostro popolo. Qui a Madrid, ma anche in tantissimi altri luoghi della Spagna, il Corpus Domini non è una delle tante feste del calendario liturgico, ma un ritornare alle radici della fede per rinnovare l’amore e la fedeltà a Dio”.
Quindi tale rinnovamento si manifesta attraverso la bellezza, che non è solo estetica: “Le solenni processioni di questo giorno hanno plasmato per secoli la pietà, l’arte, la musica, l’architettura e la vita del popolo spagnolo e, ancora oggi, esprimono e manifestano il sentimento spirituale di questo Paese anche attraverso la bellezza e l’eleganza dei tappeti floreali, degli altari nelle strade, della cura degli ostensori e degli espositori, dei canti e dei paramenti.
Non si tratta di una manifestazione esteriore, di una sopravvivenza folkloristica o di un semplice ornamento estetico: qui si tratta della fede nella presenza del Signore Risorto, che è vivo e passa ancora in mezzo a noi, che si fa pane per la nostra fame di vita e visita gli angoli del nostro cuore e della nostra storia, anche quelli più oscuri”.
Per questo la fede è incarnazione: “Così, se nella Celebrazione eucaristica Cristo si dona come alimento, la processione dice che Egli non rimane chiuso nel tempio ma, anzi, esce incontro a noi. Gesù cammina per le strade, attraversa le piazze, visita i nostri quartieri, abita i luoghi della nostra vita quotidiana, come il Dio vicino che cammina con il suo popolo, come il Signore della storia, consolazione dei deboli, luce per le famiglia, speranza per i più fragili, pace per chi soffre”.
E’ incarnazione nei poveri: “Il Cristo che passa per le strade nell’ostensorio è lo stesso che si identifica con i poveri, i malati, i soli e gli scartati. Non è casuale che qui in Spagna, la Chiesa abbia unito per anni la solennità del Corpus Domini con la Giornata della Carità. Non si tratta solo di portare fuori un ostensorio, quanto di lasciarci noi stessi portare fuori dall’egoismo, dall’indifferenza, da una fede comoda e privata, per rispondere al suo invito alla conversione, a cambiare sguardo, accogliendo la sua presenza che ci cambia e ci rende costruttori di un mondo nuovo”.
E’ stato un invito ad abbandonare ogni nostalgia: “Perciò, la memoria storica delle processioni del Corpus Domini non si lascia imprigionare da un ricordo nostalgico; essa diventa invece un invito per l’oggi, per la nostra vita personale, per le nostre relazioni, per la società, per la costruzione del futuro.
In questa ottica va compreso l’invito a ‘ricordare’ che abbiamo ascoltato nella prima lettura: ‘Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto’, ricordati di come quando avevi fame ti ha nutrito con la manna; si tratta di ‘ricordare’ proprio per non dimenticare chi è il Signore, perché non cadere nella tentazione di affidarsi ad altri idoli e nutrirsi di un pane che non sazia”.
Per questo la fede non può essere ‘museale’, ma una presenza di Dio nella società: “Ecco pertanto una consegna per la Spagna di oggi e di domani: la religiosità che da secoli anima questo Paese non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla quale attingere anche oggi. Una scuola che ci insegna a inginocchiarci davanti a Dio e davanti al prossimo, perché nessuno può inginocchiarsi al Signore e disprezzare il fratello; una scuola che ci insegna la gratuità dell’amore che si fa dono, perché circoli tra di noi e spezzi le catene di ogni egoismo; una scuola da cui apprendiamo che Dio è presenza reale e anche noi siamo chiamati ad essere presenti nelle situazioni e nelle sfide della società, a non fuggire, a impegnarci in prima persona per la costruzione del bene comune”.
Per questo ha ricordato san Manuel González: “Fratelli e sorelle, desidero qui ricordare San Manuel González, il vescovo spagnolo dei tabernacoli abbandonati. La sua vita ricorda che l’Eucaristia non può essere onorata soltanto nelle grandi celebrazioni o in modo occasionale, ma anche nella fedeltà silenziosa di chi accompagna il Signore quando sembra dimenticato e in un’amicizia umile e discreta che si alimenta di giorno in giorno; ma vorrei ricordare anche i versi poetici di san Giovanni della Croce: ‘Ben conosco quella fonte che scorre e zampilla, anche se fonda è la notte’.
Nella prigione conventuale di Toledo, dove era incarcerato in condizioni durissime, proprio a ridosso del Corpus Domini del 1578, egli riconosce dalla notte di quella prigione la presenza nascosta del Signore, da cui sgorga una luce che non conosce tramonto e sgorga una vita che non si esaurisce. Gesù Eucaristico è ‘quell’eterna fonte nascosta’: fonte che scorre e disseta ma senza abbagliare, senza imporsi con potenza esteriore, senza presentarsi in modo spettacolare”.
Ha concluso l’omelia con l’invito ad aprire il cuore a Dio: “Torniamo a Lui con amore sincero. Apriamoci all’incontro con Lui, lasciamo che Egli disseti le aridità del nostro cuore, per uscire poi sulle strade della vita e della storia e portare tra la gente questa corrente di acqua fresca, corrente di amore, di pace, di giustizia e di gioia.
Abbeveriamoci di nuovo da questa fonte eucaristica, che non ci chiude in una devozione privata ma ci manda a irrigare i fratelli, le famiglie, i poveri, coloro che soffrono, coloro che hanno perduto la speranza. La grazia eucaristica ci trasforma, ma ci rende anche protagonisti della trasformazione della storia e segno di speranza per coloro che incontriamo”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita i giovani ad essere umani come Gesù
La prima giornata papale in Spagna si è chiusa con una veglia a Plaza de Lima a Madrid insieme a circa 600.000 fedeli, rispondendo a domande poste da ragazze e ragazzi, proprio sull’importanza di sant’Agostino e sul suo periodo missionario in Perù, a cui ha risposto chiedendo la testimonianza di una fede piena di speranza: “Grazie per essere qui e grazie per aver condiviso la fede con tutta Madrid e con tutta la Spagna. Per quanto riguarda la prima domanda sui santi che sono stati per me modelli di riferimento durante l’infanzia e la giovinezza, ma anche come vescovo e come Papa”.
Però il papa ha sottolineato l’importanza anche un Padre della Chiesa orientale: “Avete già menzionato Sant’Agostino (e tutti sappiamo che sant’Agostino è una figura molto importante per tutta la Chiesa) ma ho pensato anche a uno dei Padri della Chiesa Orientale, san Giovanni Crisostomo. Il suo nome significa ‘dalla bocca d’oro’, un titolo che questo Padre della Chiesa meritava per la sua straordinaria eloquenza. Prima del suo battesimo, avvenuto nel 368 d.C., studiò filosofia. In seguito, si dedicò all’esegesi delle Sacre Scritture, insieme ad altri giovani di Antiochia, sua città natale. Dopo un periodo da eremita, si dedicò al servizio della Chiesa come sacerdote e poi come vescovo”.
Per questo il papa ha esortato i giovani a non temere la vocazione sacerdotale: “E colgo l’occasione per dirvi: non abbiate mai timore di considerare una vocazione al sacerdozio, alla vita religiosa o ad altri servizi nella Chiesa! Giovanni Crisostomo, che portava nel cuore questo amore per la Parola di Dio, dopo essere stato sacerdote e vescovo, diede una testimonianza potente, soprattutto attraverso la coerenza della sua vita. Se predicava, era perché viveva quel messaggio.
Personalmente sono rimasto particolarmente colpito dalla sua catechesi, dai suoi sermoni, dalle sue omelie e dai suoi scritti, che uniscono l’amore per la verità alla rettitudine della sua vita. Ma possedeva anche un grande coraggio. Non aveva paura di parlare davanti all’imperatore, di dire cose a favore della giustizia e non solo per compiacere gli altri. Era un uomo di parola”.
Dopo questo santo orientale il papa è tornato a ‘giocare in casa’ con un altro santo agostiniano, denominato ‘vescovo dei poveri’: “Un altro santo a cui ho pensato è San Tommaso da Villanova, un frate agostiniano, chiamato anch’egli al ministero pastorale. Era spagnolo. Studiò all’Università di Alcalá e, grazie alla sua saggezza, si guadagnò la stima dell’imperatore Carlo V. Nominato vescovo di Valencia, intraprese un’intensa opera di riforma della Chiesa, in particolare del clero, esortando i suoi confratelli a perseverare nella preghiera, in una vita di castità e nell’obbedienza. Grazie alla sua fervente carità, è ancora oggi conosciuto come ‘il vescovo dei poveri’. Questa carità mi ha incoraggiato nei momenti di prova e nel servizio”.
Un ulteriore santo è stato importante nella sua formazione: “Un altro compagno di viaggio è san Toribio de Mogrovejo, anch’egli spagnolo. Nel XVI secolo fu missionario in Perù, dove si dedicò con grande zelo all’evangelizzazione, studiando le lingue locali. San Toribio unì un’intensa vita di preghiera a un impegno per la giustizia, soprattutto di fronte agli abusi e alla corruzione del suo tempo. Perciò, per me, egli è un modello di dedizione al popolo, specialmente ai più poveri, nel nome di Cristo”.
Riguardo al suo periodo in Perù ha ricordato la fede di quel popolo: “Quanto agli anni trascorsi in Perù, prima come missionario e poi come vescovo, ricordo soprattutto la testimonianza di fede del popolo, segnata da molte difficoltà, ma piena di speranza. E’ stato proprio l’incontro con le ferite e anche con le gioie della gente che mi ha fatto crescere nel cammino di seguire Gesù.
Annunciandolo, anch’io sono stato trasformato dal Vangelo, trasformato dalla vita e dalla fede di queste persone, spesso materialmente molto povere, ma ricche di fede. E sperimentando questa fede nella parola del Signore, ho visto come la Parola di Dio può trasformare il conflitto in pace. Può essere fonte di riconciliazione, pace e giustizia”.
Altre due coppie di domanda vertevano sulla conoscenza di Dio e sulla bellezza della fede: “Per riconoscere la voce di Dio, il silenzio può esserci di aiuto soprattutto. Credo sia molto importante che ognuno di noi cerchi di sviluppare la capacità di stare in silenzio. Molte volte andiamo in giro con le cuffie, con la musica, con distrazioni, e non sappiamo come stare in silenzio. Credo che molte volte sia proprio in questa esperienza di silenzio che Dio può parlarci o dove possiamo discernere la Sua voce”.
E’ stato un invito a non lasciarsi ingabbiare dalle ideologie mondane: “Quando cerchiamo il silenzio, decidiamo cosa non ascoltare e quali rumori non lasciarci distrarre. Liberandoci dal clamore di mille voci, riconosciamo che alcune ingannano i nostri desideri, altre ci comprano senza nutrirci, altre ancora parlano per interesse personale. Nel silenzio comprendiamo che le ideologie svaniscono, mentre la verità rimane. Anche qui, vorrei sottolineare l’importanza di ricercare la verità, perché molte voci e molti contenuti sui social media ci ingannano e ci raccontano menzogne. Cercate sempre la verità! Dio è verità! Se qualcosa vi allontana da Dio, non è verità! Non dimenticatelo!”
Inoltre Dio conosce la nostra voce: “In secondo luogo, siate certi che Dio conosce bene la vostra voce: vi ascolta e vi risponderà. Non abbiate paura di esprimere ciò che sentite nel vostro cuore. C’è un Salmo che dice: ‘Colui che ha fatto l’orecchio, non ode forse?’ Il nostro dialogo interiore diventa preghiera, lode e supplica quando lo affidiamo all’unico che può ascoltarlo. La preghiera è una voce libera proprio perché non parla per rendere conto, per dimostrare di essere preparati o per sentirsi importanti. Quando noi stessi diventiamo preghiera, il Signore ci risponde con la sua Parola, che si è fatto uomo per noi, affermando di amarci con tutto il suo essere”.
Inoltre è importante ascoltare la Parola di Dio: “In terzo luogo, per riconoscere la voce di Dio, è necessario ascoltare la Parola. La Parola di Dio è viva perché è Cristo, la cui voce continua a risuonare nella Chiesa, che è il suo Corpo. Egli adempie tutte le Scritture, quell’Antico e Nuovo Testamento donato all’umanità come promessa di salvezza. L’adorazione eucaristica, che condividiamo questa sera, è proprio il luogo giusto per stare in silenzio, per liberare i nostri cuori ed essere veramente davanti al Signore, dialogando con lui affinché il suo amore, fatto cibo per tutta l’umanità, diventi eloquente”.
Per quanto riguarda la bellezza della fede il papa ha invitato i giovani ad essere coerenti nella vita: “Inoltre, cari giovani, per accompagnare gli altri nella scoperta della bellezza della nostra fede, ricordate che nessuno di noi è nato maestro e che, davanti al Signore, siamo tutti discepoli. Condividete, dunque, il vostro cammino spirituale, testimoniandolo con coerenza di vita: la volontà di seguire Gesù vi rinnoverà continuamente, soprattutto nei momenti di stanchezza. In questo, è importante vedere che nessuno è solo nel credere in Gesù. Guardate quanti siete qui!
E così anche nella comunità, nei gruppi giovanili, in famiglia, possiamo tutti imparare la bellezza della nostra fede. Perché condividendo il vostro cammino spirituale, la volontà di seguire Gesù vi rinnoverà costantemente. Egli cammina al nostro fianco e illumina il nostro cammino. Seguendo l’esempio del Maestro: così vi invito ad agire, come pastori, educatori, amici. Se pregate con amore, i giovani comprenderanno l’importanza della preghiera. Se ardete di fede, trasmetterete il suo fuoco vivo. Cercate questo fuoco dell’amore di Dio nei vostri cuori! Perché lì è la presenza di Gesù, e la presenza vicina di Gesù si sente anche nei momenti di difficoltà, perché Gesù non ci abbandona.
Anche quando diventiamo una mano tesa, un abbraccio fraterno, quando cerchiamo opportunità per servire gli altri e quando cerchiamo modi per toccare la vita degli altri con le loro ferite, la loro tristezza, le loro difficoltà. Lì, la fede in Gesù Cristo si fa viva, ed è lì che Gesù ci aiuterà a sostenerci a vicenda nel cammino”.
Alle ultime due domande, riguardanti lo stare nella società, il papa ha proposto la ‘Lettera a Diogneto’, ribadendo che anche il matrimonio è una vocazione: “Questo è il nostro modo di vivere: i discepoli di Gesù sono sempre contemporanei, ma mai prigionieri del tempo che passa. Siamo liberi in Cristo! E Cristo ci ha liberati con il suo amore. Grazie a questo amore, siamo sempre liberi da ogni coercizione e inganno. Siamo liberi dalle mode passeggere perché siamo discepoli della verità; siamo aperti al futuro perché sappiamo che la morte non ci attende.
Al contrario, il senso della storia culmina nell’eterna comunione di vita che Dio prepara per tutti. In quest’ottica, voi giovani, soprattutto, siete chiamati a dare una nuova direzione alla società, diventando agenti di cambiamento attraverso le vostre relazioni quotidiane: le esperienze che vivete in famiglia, all’università e sul lavoro. Vedervi, cari giovani, pieni di questo entusiasmo motivato dalla fede, mi riempie di speranza nella vostra capacità di testimoniare Cristo nel mondo, anche in quello digitale, di comunicare i valori e la bellezza del Vangelo”.
Ed ecco l’invito ad essere sale della terra e luce del mondo: “Per vivere in questo modo, è necessario innanzitutto interpretare la società odierna, vivendo con saggezza, per poi trasformarla come testimoni del Vangelo. Il giovane cristiano, infatti, risplende sia nella gioia che nella prova, dando sapore alla realtà perché la abita come chi gode della vita dall’interno, senza aspettarsi che quel sapore provenga dalla ricchezza, dal piacere o dal potere.
Questa è la nostra libertà, che ha la sua fonte nella fede, capace di illuminare e dare buon sapore a ogni società, a ogni esperienza umana. Al contrario, quando la vita non ha sapore, è come se ci venisse sottratta: non la sentiamo più nostra. Di fronte al vuoto dell’indifferenza e del conformismo, di fronte alla violenza della guerra e della menzogna, siate voi stessi una scintilla di una nuova umanità”.
Solo così si può essere umani: “E così, voglio affidare a tutti voi una missione: essere umani. Sì, essere umani!: uomini e donne di carne e ossa. Non apparenze, ma volti autentici. Persone che cercano la giustizia perché ne hanno fame, come hanno fame del pane quotidiano. Persone che desiderano una vita onesta e retta perché fanno volentieri per gli altri ciò che vorrebbero che gli altri facessero per loro”.
Umani come Gesù: “Siate umani come Cristo, l’uomo perfetto, il Risorto che condivide la storia con noi in ogni epoca. Coltivando questo impegno, guardate agli Apostoli, i primi cristiani, abitanti di un mondo pagano. Seguendo il loro esempio, siate missionari del Vangelo di fronte alla povertà materiale e spirituale del nostro tempo, ben sapendo che la nostra fede è uno stile di vita che si compie nella carità. Questa, cari giovani, è la virtù che più di ogni altra cambia la storia. Voi potete cambiare la storia! Fatelo con amore!”
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV nella struttura della Caritas invita a coltivare i sogni
“…sono davvero molto contento di cominciare qui la mia visita a Madrid. Come ha detto Sua Eminenza, chi è a Madrid, è di Madrid. E dunque anch’io sto in mezzo a voi come un madrileno: grazie, Madrid, per questo benvenuto, un benvenuto che mi fa sentire parte di una grande, meravigliosa famiglia in cui, come in tutte le famiglie, avvengono miracoli d’amore. In particolare in questa casa, dove nessuno è lasciato solo”: dopo l’incontro con le autorità spagnole papa Leone XIV ha visitato la struttura per senzatetto gestita dalla Caritas diocesana, ricevendo il benvenuto del card. José Cobo Cano: ‘Oggi sono i più vulnerabili ad accoglierla per primi e a manifestarle il loro affetto’.
Salutando gli ‘ospiti’ il papa ha sottolineato che le sfide che il mondo pone si affrontano insieme, come ha scritto papa Benedetto XVI nell’enciclica ‘Deus caritas est’: “Qui la gioia e il dolore di ciascuno sono la gioia e il dolore di tutti e, nell’ascolto reciproco, le sfide si affrontano insieme, senza ignorare la complessità delle situazioni e al tempo stesso senza venir meno alle esigenze della carità e della giustizia, ‘nel dialogo con tutti coloro che si preoccupano seriamente dell’uomo e del suo mondo’.
Così il CEDIA cammina sulla strada del Vangelo, sulle orme di Gesù, il Figlio di Dio che si è fatto uomo non solo per guarire le nostre infermità e miserie, ma per farle sue eccetto il peccato, vivendo come uno di noi nella debolezza e identificandosi con ogni persona che soffre fino a dirci: ‘tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me’.
In questo senso possiamo interpretare le parole che poco fa abbiamo sentito cantare: ‘En cada sueño te busqué, y ninguno fue en Balde’ (In ogni sogno ti ho cercato, e nessuno è stato vano). Esse ben sintetizzano le testimonianze che abbiamo ascoltato e il lavoro che qui si svolge ogni giorno”.
Ed ha ripercorso le storie di molti ospiti raccontate dall’arcivescovo: “Grazie a un sogno, infatti, e a una piccola porta aperta (piccola nelle dimensioni, ma immensa nella misericordia, come ha detto sua Eminenza) Niurka ha dato ad Ares e Atenea la vita, il suo amore di mamma, la grazia del Battesimo e la promessa di un futuro felice.
Ecco allora l’incentivo a non abbandonare i sogni: “Grazie a un sogno e alla stessa piccola porta, Khadri ha affrontato il tunnel buio della pandemia e un viaggio pieno di incognite. Con l’aiuto di chi gli ha teso una mano, mostrandogli di stimarlo e di credere in lui, ha trovato un lavoro e soprattutto la voglia rinnovata non solo di continuare il cammino, ma di essere a sua volta di sostegno ad altri, come altri lo hanno sostenuto.
Sempre grazie ad un sogno e alla medesima piccola porta, ogni giorno Alicia e gli altri volontari del Progetto speranza aiutano tante donne a ritrovare dignità, autonomia, speranza e rispetto del valore sacro della loro persona, e a iniziare una vita nuova”.
E’ stato un ringraziamento per il messaggio comunicato: “Anche i simboli che mi avete donato sono un messaggio per tutti: il nastro con i nomi dei bambini dice la gioia che ogni nascita porta nel mondo; il permesso di soggiorno racconta una storia di fatica, ma soprattutto di impegno, onestà e accoglienza; i sandali, che ricordano l’incontro con Dio di Mosè, sull’Oreb, richiama la ‘terra santa’ che tutti siamo tenuti a rispettare in ogni umana esistenza. Per questo ringrazio di cuore tutti voi per aver condiviso esperienze dolorose, ma soprattutto luminose, che riflettono, come specchi, la carità di Dio”.
Le testimonianze hanno un valore: Le vostre testimonianze aprono per noi una finestra su un panorama immenso, abitato da un numero grandissimo di mamme come Niurka, di bambini e bambine, di donne e uomini, di volontari e volontarie: tante persone, tanti fratelli e sorelle, tante storie, così numerose che, come dice san Giovanni: ‘se fossero scritte una per una… il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere’. Ed il paragone evangelico non è forzato, perché in queste storie continuano le ‘cose compiute da Gesù’ a cui si riferisce l’Evangelista”.
E’ stato un richiamo alla mangiatoia del presepe: “L’Arcivescovo, nel suo intervento, ha evocato il cammino che da Betlemme porta in Paradiso. Madrid è famosa anche per i Presepi di cui si impreziosisce nel tempo di Natale. La loro bellezza, però è solo una pallida scintilla di una meraviglia ancora più grande e profonda, che noi oggi ritroviamo qui.
Le luci, le voci, i suoni che durante le Feste natalizie ci toccano il cuore e ci inumidiscono gli occhi, in realtà li portiamo in noi, con noi e tra noi tutto l’anno, e oggi sono più che mai vivi e accesi in questi spazi, attorno a questa ‘mangiatoia’ semplice e accogliente che, con l’aiuto di Dio, voi continuate a preparare giorno per giorno (anzi letteralmente giorno e notte) a Gesù, presente nelle membra di chi si affaccia alla soglia del Centro in cerca di aiuto”.
La mangiatoia è stato un invito ad alzare lo sguardo: “Sono un invito a guardare le messi che, mature, attendono la mietitura, e ci ricordano che la carità non permette ritardi. Se non si miete quando il grano è maturo, il raccolto va perduto, e questa è la nostra responsabilità di fronte a chi ha bisogno: una responsabilità che consacra ogni incontro con l’altro come un kairos, un momento di grazia unico e irripetibile per amare, da non perdere e da non rimandare. L’amore di Cristo ci spinge verso e i fratelli e la carità e la sollecitudine con cui rispondiamo ai suoi impulsi sono la verifica della nostra fede”.
E’ stato un invito ad avere un cuore ‘sensibile’ con un riferimento a papa Francesco: “Le parole di Gesù sono, poi, anche un invito a coltivare un cuore sensibile di fronte ai bisogni degli altri, tenendo vivo in noi il desiderio del bene che Dio ha posto nella nostra stessa umanità e che la fede libera e rafforza… Un cuore vivo è caldo e pulsante, e dà vita. Un cuore gelido è immobile, non pompa più sangue, e comporta la morte della persona”.
E’ stato anche un invito ad essere attenti verso chi soffre: “Vorrei però sottolineare un ultimo aspetto dell’invito del Signore: esso è infatti anche una chiamata a guardare negli occhi chi soffre e a fare dell’aiuto prima di tutto un incontro di fratelli uniti nell’unico abbraccio del Padre. Anche su questo Papa Francesco insisteva molto…
E potremmo concludere guardando a Maria, nella cui carità tutto questo trova compimento: nel suo amore premuroso a Cana, trepidante sulle orme del Figlio, vicino e partecipe fino in fondo ai piedi della croce”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV agli spagnoli: abbandonare le ideologie identitarie
“Rendo grazie al Signore ed esprimo la mia riconoscenza per l’invito a compiere questo viaggio apostolico in Spagna: un itinerario in più tappe, ciascuna delle quali rivelerà qualche aspetto della multiforme ricchezza di un grande Paese che da quasi due millenni ha ricevuto la Parola del Vangelo. La tradizione ha sempre collegato la prima evangelizzazione della Penisola iberica alla predicazione dell’apostolo Giacomo il Maggiore”: papa Leone XIV al Corpo Diplomatico spagnolo ha esortato a mantenere viva la fede.
Per questo ha sottolineato il legame tra fede e popolo: “Questo legame riveste un’importanza teologica considerevole, perché esprime la consapevolezza della Chiesa locale di essere in continuità con la missione apostolica nata dalla Pentecoste. L’antichissimo legame fra la fede cristiana e questa terra, se da un lato non ne esaurisce la composita identità del vostro popolo, dall’altro ne ha plasmato profondamente la cultura e rappresenta una riserva di speranza e di orientamento fra le sfide che oggi insieme, come famiglia umana, dobbiamo affrontare”.
Un legame espressione della fede popolare: “Penso alle espressioni di fede popolare che, in ogni città e villaggio, rappresentano una vera e propria drammaturgia della salvezza al ritmo dell’anno e nei contesti di vita. Insieme al patrimonio artistico e musicale, alle molteplici confraternite e associazioni di natura caritativa, esse testimoniano il fecondo incontro fra Gesù Cristo e il vostro popolo. E’ un popolo pieno di passione, che ama la vita e lo manifesta!”
Ed ha ricordato i santi spagnoli più ‘famosi’: “A questo proposito, vorrei fare riferimento a due voci di questo Paese che da cinque secoli nutrono la vita della Chiesa e la ricerca spirituale di molti, anche oltre i suoi visibili confini. Si tratta di Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, che divennero amici nella passione per il Mistero divino. La loro è una mistica dagli occhi aperti, vale a dire non estranea dalla storia, ma, al contrario, che porta alla radice delle questioni, al cuore della realtà.
In particolare, nell’interpretare le trasformazioni e nel reggere le tensioni che rendono così buia la nostra epoca, ci è di aiuto il tema della notte, tanto caro a San Giovanni della Croce, del quale stiamo celebrando l’anno giubilare… Il nostro tempo, che in superficie è sconvolto da terribili squilibri e conflitti, più profondamente chiama alla pace, a una nuova conoscenza della persona umana e della sua inviolabile dignità, alla civiltà dell’amore”.
Per questo la Chiesa si pone come testimone: “La Chiesa cattolica è a servizio di questa sete del cuore umano. Non in forma impositiva, ma con la testimonianza evangelica sostenuta da una moltitudine di martiri e santi, ed è pronta oggi a mettersi al servizio del futuro di un popolo che cerca riconciliazione e pace”.
E’ stato un invito ad abbandonare le ideologie identitarie: “Invito tutti, per amore di verità, ad abbandonare le narrazioni divisive e polarizzanti della vostra realtà sociale e della sua storia, per passare dalle sterili semplificazioni all’apprezzamento fecondo della complessità. Vedo qui una specifica vocazione dell’Europa, di cui la Spagna è protagonista originale e fondamentale. E’ il dono che il Vecchio Continente può fare al mondo se vuole rimanere giovane, come giovane è chi sente di avere un futuro e una missione che interpellano ancora.
Apprezzare la complessità e studiarla, imparare a non negarla e ad abitarla come benedizione, rifuggire quegli approcci identitari che sembrano rendere tutto chiaro, ma popolano il mondo di fantasmi e di nemici: ecco il compito di chi ha una grande storia alle spalle. Le nuove tecnologie sono divenute un ambiente artificiale in cui le nostre opzioni fondamentali sono messe alla prova: al suo interno i pregiudizi si esasperano, il pensiero critico si affievolisce, interessi prepotenti seminano pulsioni di morte. D’altra parte, il bene può resistere e comunicarsi”.
Per questo la sicurezza si può raggiungere attraverso la ‘mediazione culturale’: “La sicurezza, che troppo spesso ci illudiamo venga dalle armi e dai muri, matura piuttosto nell’imparare a fare strada con l’altro, a crescere insieme, fianco a fianco. Lo testimonia la vostra stessa storia. La presenza dell’Islam nella Penisola iberica, ad esempio, costituì una realtà politica, culturale e religiosa di lunga durata. Durante quel periodo non vi fu soltanto confronto, si cercò di creare uno spazio di contatto, conversazione e dialogo sul senso della verità tra cristiani, musulmani ed ebrei”.
La Spagna è ‘maestra’ in questo campo: “Nella scuola di traduttori di Alfonso X il Saggio, esperti appartenenti alle tre religioni collaborarono alla traduzione del ricco patrimonio arabo, greco ed ebraico, contribuendo alla diffusione di testi come, tra gli altri, quelli dei filosofi Averroè (1126-1198) e Maimonide (1138-1204). In particolare, città come Cordoba e Toledo divennero luoghi di mediazione tra lingue, religioni e saperi. Ma questa è la verità che raccontano le città europee, la loro stratificazione storica, il tessuto di solidarietà che nei secoli ha composto le loro differenze, trasformando gli inevitabili conflitti in punti di ripartenza”.
Infine ha concluso con un riferimento a sant’Ignazio di Loyola: “Come ci ha insegnato un altro nobile figlio di questa terra, nelle prove e negli insuccessi è possibile ripensare tutto: Ignazio di Loyola ebbe questa audacia, dando credito alle tristezze e alle consolazioni del suo cuore, in un esercizio di discernimento e di immaginazione per cui alle armi preferì la pace, ai potenti i santi. Capì che non era utopia il bene da cui si sentiva attratto e allora la sua crisi si trasformò in grazia. Lo stesso può avvenire riguardo alle ‘cose nuove’ che oggi ci turbano e su cui le nostre sensibilità al momento si dividono”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV agli studenti cattolici: lo studio è una missione
“Cari amici, sono lieto di salutare tutti voi, membri delle Associazioni studentesche cattoliche tedesche, che vi riunite per un convegno comune, la Cartellversammlung, per la prima volta fuori dalla Germania. La vostra decisione di venire qui a Roma, ad Petri Sedem, è motivata dalla fede cattolica che vi definisce, dalla comunione che ci lega come discepoli di Gesù e dalle attività culturali che svolgete. Vorrei riflettere brevemente su questi tre aspetti per rafforzare il vincolo di fratellanza che vi unisce e la vostra comune dedizione alla Chiesa”: incontrando le associazioni studentesche cattoliche tedesche, riunite nel Cartellversammlung, papa Leone XIV ha sottolineato l’importanza della fratellanza.
Il primo punto sottolineato dal papa ha riguardato l’identità, che emerge dallo stile di vita: “Per quanto riguarda la vostra identità cattolica, il vostro saldo impegno verso la fede è rispecchiato dai quattro principi che guidano la vostra associazione: religio, scientia, amicitia e patria. Dinanzi al despotismo e alle ideologie del passato, la fede cattolica non è mai stata solo una facciata o un’etichetta, ma piuttosto uno stile di vita da condividere negli ambienti universitari e lavorativi”.
E’ un’identità che porta benefici: “Come il lievito del Vangelo, la vostra fratellanza continua a crescere sia in ambito scientifico e politico, sia all’interno di diversi circoli accademici, professionali e sociali. Questa dimensione comune delle vostre attività non reca beneficio solo al vostro Paese, ma anche a tutta l’Europa, al centro della quale si trova la Germania”.
E’ stata una richiesta di non perdere l’identità davanti alla sfida tecnologica: “A questa centralità geografica giustamente aggiungete la centralità culturale della persona umana, creatura di Dio e artefice della propria vita. Dinanzi alle sfide della rivoluzione tecnologica, dovete dedicare una particolare attenzione allo studio e alla promozione della nostra comune umanità.
Nella sua irriducibile espressione di maschio o femmina, la persona umana di fatto è sempre relazionale e limitata, e per questo chiamata a diventare un impegno per sé e un dono per l’altro. Proprio come l’esercizio della ragione, anche la luce della fede illumina le promesse e le illusioni del tempo presente, invitando ogni persona a fare del proprio meglio per contribuire a costruire una società giusta e pacifica”.
Dall’identità deriva la comunione: “Per quanto riguarda lo spirito di comunione che anima questa iniziativa, sono lieto di ricordare il vostro motto: In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas. Queste parole testimoniano i veri fondamenti, il dialogo critico e la costante dedizione che caratterizzano la vostra associazione. Il rapporto tra membri di molte associazioni non si limita alla condivisione della conoscenza, ma diventa stima reciproca. Non è limitato alle idee, ma diventa una pratica collaborativa”.
Di conseguenza si attiva il bene comune e non l’individualismo: “Mentre tutti voi seguite Cristo, unico Signore e Maestro di vita, rappresentate i valori cattolici nella società non come portabandiera di parte, bensì come rappresentanti del bene comune dell’umanità. In Germania, in Italia e nel mondo intero, la stessa fede cattolica rafforza la nostra cooperazione senza scendere a compromessi con le mode del momento, senza anteporre le preferenze individualistiche alla Tradizione comune della Chiesa. Nella gioia della fratellanza, vi incoraggio pertanto a promuovere l’evangelizzazione della cultura: le vostre organizzazioni universitarie attraggono continuamente nuovi giovani perché danno testimonianza di passione, competenza e amicizia cristiana autentica”.
Quindi la cultura diventa ‘vocazione’: “Per quanto riguarda le varie attività culturali che svolgete nei diversi campi dello studio e del lavoro, vi siete resi conto che non si tratta semplicemente di dedicarsi a una professione (Beruf), ma di seguire una vocazione (Berufung). In effetti, la ricerca della verità è un bene che vale la pena desiderare e trasmettere. Quando la perseguiamo con metodo, ci rendiamo conto che nessun campo di studio può essere ridotto a mera speculazione”.
E lo studio è un ‘impegno’: “Proprio perché coinvolge l’esercizio sia dell’intelletto sia della volontà, lo studio è piuttosto un impegno che richiede autodisciplina e conversione: una trasformazione della mente, che coltiviamo come un terreno fertile perfezionando i nostri strumenti di lavoro. Facendo del nostro meglio, diventiamo custodi responsabili nella società senza essere sedotti da carriere incentrate sul denaro”.
Da qui deriva la cultura come bene per un nuovo umanesimo, riprendendo il discorso di papa Benedetto XVI: “Piuttosto, riconosciamo che la cultura è il bene dell’umanità: la verità ci rende liberi, mentre la falsità distorce nomi e cose. Dinanzi a ciò che deumanizza le persone (specialmente i più piccoli tra noi, i poveri e i malati) vi chiedo di essere testimoni dell’umanesimo cristiano”.
In ciò consiste l’ecologia integrale: “L’ecologia integrale, tanto cara a papa Francesco mette in luce il fatto che il mondo è pieno di significato e non un’entità inerte da plasmare a proprio piacimento o per sete di potere. Noi, infatti, non siamo un insieme casuale di particelle, ma corpi aperti alla trascendenza: orientando la nostra sete di vita e di giustizia, di saggezza e di amore, scopriamo insieme la verità nel conoscere, nel fare e nel credere”.
In questo consiste la missione culturale: “Dopotutto, gli esseri umani sono sempre alla ricerca di Dio, ed egli si è rivelato a noi come nostro Salvatore. Dunque, non è malgrado le nostre attività, ma proprio attraverso ciò che facciamo che instauriamo una relazione con Dio, che diventa un cammino verso la santità. Sì, la missione culturale dei cristiani consiste nell’orientare la società e la storia verso questa vetta di una vita incentrata su Dio. Per l’intercessione di san Bonifacio, evangelizzatore della Germania, possiate essere testimoni di questa saggezza del Vangelo nella società tedesca ed europea”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV spiega l’importanza di simboli e segni nella liturgia
“Questa settimana si celebra la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, o, secondo la più nota formulazione latina, la solennità del Corpus Domini. Nell’Eucaristia contempliamo Gesù pane spezzato e donato per ciascuno di noi. Espressione della pietà eucaristica popolare sono le processioni con il Santissimo Sacramento che si svolgono nelle strade di tanti paesi; a tale proposito, incoraggio a mantenere viva questa bella manifestazione di pubblica testimonianza della fede”: papa Leone XIV, nei saluti al termine dell’udienza generale, ha ricordato la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, ribadito anche nelle altre lingue.
E’ stato un invito a partecipare con devozione alle processioni: “La partecipazione alle processioni eucaristiche (soprattutto da parte delle famiglie, dei bambini e dei giovani) sia una coraggiosa testimonianza di fede e ricordi a tutti che Dio è presente in mezzo al suo popolo e lo accompagna nella vita quotidiana… Mentre ci prepariamo alla solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, lasciamoci rafforzare da questo dono divino e diventiamo testimoni del suo amore per tutti coloro che incontriamo”.
Mentre nell’udienza generale ha proseguito la catechesi sulla Costituzione conciliare ‘Sacrosanctum Concilium’, soffermandosi sul rito e sul simbolo della liturgia: “Il Concilio Vaticano II, facendo tesoro del prezioso lavoro del Movimento liturgico, ci ha aiutato a riscoprire una verità molto viva nella coscienza della Chiesa antica e nell’insegnamento dei Padri. I riti della liturgia cristiana non sono un rivestimento esteriore del mistero sacramentale, un insieme di cerimonie arbitrarie, ma sono la mediazione ecclesiale attraverso cui il dono divino ci raggiunge. Proprio per questo il Concilio invita a comprendere il Mysterium fidei che si attua nella liturgia attraverso i riti e le preghiere”.
Ecco il motivo per cui il rito è importante: “Il rito dà forma all’azione liturgica e, attraverso di essa, alla nostra vita, generando in noi una sensibilità spirituale che ci rende capaci di gustare la presenza di Dio per mezzo di Gesù Cristo. Naturalmente ciò avviene se noi non restiamo estranei o muti spettatori rispetto alla liturgia, ma vi partecipiamo con tutto noi stessi (corpo, mente e cuore), in obbedienza al comando del Signore. Attraverso il sacro rito veniamo così formati all’ascolto della Parola di Dio, al rendimento di grazie e all’adorazione, alla condivisione fraterna e alla comunione ecclesiale. Scopriamo di essere un’assemblea dai molti volti, riunita dalla stessa fede”.
Il rito scandisce la liturgia: “Il rito ci coinvolge in una sequenza di gesti e di preghiere ben definita, che talora può contrastare con la nostra individuale tendenza alla spontaneità. La sua logica, però, non è quella di imbrigliare la libertà in schemi. Al contrario, con la sobrietà solenne dei suoi ritmi, il rito interrompe attività frenetiche, riconducendoci all’essenziale. Scopriamo così un’altra dimensione dell’agire, non guidata da calcoli produttivi, e un’altra esperienza del tempo e dello spazio. Nel rito sperimentiamo una logica di gratuità, troviamo una sosta che rigenera il cuore, riconosciamo di essere preceduti dalla grazia divina, impariamo a vivere in un ritmo abitato dallo Spirito Santo”.
Ed il rito è composto da simboli, come quello dell’acqua: “La grammatica del rito è intessuta dei segni e dei simboli propri della liturgia. In essa, come afferma il Concilio, ‘la santificazione dell’uomo è significata per mezzo di segni sensibili e realizzata in modo proprio a ciascuno di essi’…Emblematico è il segno dell’acqua: dalle origini della creazione al diluvio, dal passaggio del Mar Rosso al Giordano, fino all’acqua che sgorga dal costato di Cristo e diventa segno sacramentale dell’immersione nella sua morte e risurrezione”.
Però segno e simbolo non sono sinonimi: “In realtà, un segno è simbolico quando è capace di rimandare non solo a un’idea, ma a un intero sistema di significati e di valori. Così, ad esempio, quando siamo aspersi con l’acqua benedetta si ravviva in noi la coscienza del dono ricevuto con il Battesimo e la nostra adesione alla vita nuova in Cristo.
In secondo luogo, i simboli hanno essenzialmente un carattere pratico, essendo anzitutto azioni: più semplici e comuni, come l’inginocchiarsi e darsi la pace, o più impegnative, come gli atti costitutivi di ogni Sacramento. Soprattutto, i simboli hanno una singolare dimensione performativa e trasformante, sia verso gli elementi materiali che li compongono, sia verso coloro che vi entrano in contatto, generando appartenenza, toccando il cuore e la mente, suscitando autentiche relazioni ecclesiali”.
Ed ha concluso l’udienza generale con un rimando alla lettera apostolica ‘Desiderio desideravi’ di papa Francesco: “Abbiamo bisogno di lasciarci educare dai riti della liturgia, curando con mano fine e senza arbitrarietà la bellezza delle nostre celebrazioni e impegnandoci in un’autentica mistagogia. L’esperienza di una liturgia viva e devota, accompagnata da un’opportuna catechesi mistagogica, è la migliore risorsa per risvegliare in tutti quell’apertura all’incontro con Dio che, nella logica dell’incarnazione, può avvenire solo coinvolgendo tutto l’uomo: spirito, anima e corpo”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: forgeranno le loro spade in vomeri
Il messaggio di papa Leone XIV per la prossima Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, che si celebra il 1° settembre, sottolinea il legame tra i conflitti armati e il deterioramento dell’ambiente. Un tale deterioramento costituisce, da un lato, una grave violazione del nostro dovere di prenderci cura del creato e, dall’altro, una minaccia a lungo termine per la vita di centinaia di milioni di persone.
La consapevolezza ormai diffusa dei numerosi legami esistenti tra la guerra e le risorse naturali non ha portato alla creazione di istituzioni adeguate né a decisioni responsabili volte a evitare i conflitti e a risolvere pacificamente le controversie. Il titolo, una visione di Isaia che profetizza la trasformazione delle armi in attrezzi agricoli (‘Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci’), invita esplicitamente a privilegiare lo sviluppo e la sostenibilità piuttosto che la violenza e la distruzione.
Inoltre con un chirografo papa Leone XIV ha istituito la Fondazione ‘Fratello Sole’, a seguito al Motu Proprio di papa Francesco del giugno 2024 in cui veniva affidato al presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano ed al presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica “l’incarico di realizzare un impianto agrivoltaico ubicato all’interno della zona extraterritoriale di Santa Maria di Galeria che assicuri, non soltanto l’alimentazione elettrica della stazione radio ivi esistente, ma anche il completo sostentamento energetico dello Stato della Città del Vaticano”.
Tale accordo è stato sottoscritto con l’Autorità italiana il 31 luglio 2025 ed entrato in vigore il 27 maggio scorso ed è un segno di speranza: “La Fondazione rappresenta un segno di speranza per il futuro e un esempio di come sia possibile conciliare la produzione energetica e l’agricoltura rispettando e proteggendo l’ambiente, in conformità ai principi della sostenibilità ambientale e della cura della casa comune contenuti nell’enciclica ‘Laudato sì’, nell’esortazione ‘Laudate Deum’, nel Motu Proprio ‘Fratello Sole’ e, più in generale, nel Magistero sociale della Chiesa”.
La Fondazione ha sede legale nello Stato della Città del Vaticano e piena attività operativa nella zona extraterritoriale di Santa Maria di Galeria.
Giugno, il mese dedicato al Sacro Cuore di Gesù
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 01.06.2025 – Vik van Brantegem] – Mentre la Chiesa entra nel mese dedicato al Sacratissimo Cuore di Gesù, siamo invitati a ritornare alla fonte di tutta la vita Cristiana: l’amore di Cristo. Papa Pio XII definì la devozione al Sacro Cuore «la scuola più efficace dell’amore di Dio». In questa scuola impariamo che l’amore di Dio non è distante o astratto. È paziente nella nostra debolezza, fedele nei nostri fallimenti e costante in ogni stagione della vita. Più contempliamo il Cuore di Gesù, più i nostri cuori vengono trasformati. Rimanendo vicini al suo Cuore impariamo ad amare Dio più profondamente e il prossimo più generosamente.



























