Dal mondo
Piccoli Schiavi Invisibili: oltre 1.500 minori vittime di tratta in Europa
Nel 2024 sono state circa 9.500, secondo i dati di Eurostat, le vittime di tratta identificate nei Paesi dell’Unione europea, per lo più in Francia e in Italia, seguiti da Paesi Bassi e Germania. I minorenni rappresentano il 16% del totale dei casi identificati, con 1.555 vittime sotto i 18 anni, in aumento rispetto al 2023 (quando le vittime minorenni di tratta costituivano il 12,8% del totale, pari a 1.358 bambine, bambini e adolescenti). Nella grande maggioranza dei casi (77%) si tratta di bambine e ragazze, in totale 1.194. Tra i minori, il maggior numero di identificazioni si registra in Francia, con 488 casi, seguita da Romania (333) e Germania (230). In Italia le vittime minorenni identificate nel 2024 sono 65, corrispondenti al 3,4% del totale delle vittime di tratta individuate. In poco più di un caso su due (54%) si tratta di bambine e adolescenti, pari a 35 minorenni secondo il Rapporto di Save the Children, diffuso in occasione della Giornata mondiale contro la tratta di esseri umani, che ricorre oggi.
In Italia la tratta e lo sfruttamento dei minori continuano a rappresentare una realtà per lo più sommersa, che coinvolge sia flussi migratori internazionali (in quanto territorio crocevia di transito e destinazione di minori vittime di tratta) e sia contesti interni di vulnerabilità sociale. A livello mondiale, secondo gli ultimi dati disponibili relativi al 2022, risulta minorenne più di una vittima di tratta su tre (il 38% del totale delle 68.836 persone coinvolte per cui è stata rilevata l’età, cioè oltre 26.000 bambini e adolescenti), dato probabilmente sottostimato, come dichiara Antonella Inverno, responsabile Ricerca e analisi di Save the Children:
“Negli ultimi anni, il fenomeno della tratta e dello sfruttamento dei minori ha assunto una dimensione sempre più complessa e dinamica, alimentata da crisi globali interconnesse, quali i conflitti armati, le emergenze ambientali, l’acuirsi delle disuguaglianze economico-sociali e le migrazioni forzate, che rendono molti minori estremamente vulnerabili.
Le cifre sono sottostimate, ma ogni anno milioni di bambine, bambini e adolescenti vengono coinvolti in forme diverse di abuso e le tecnologie digitali, inclusa l’Intelligenza Artificiale, stanno modificando profondamente le modalità di adescamento, reclutamento, sfruttamento e controllo dei minori, rendendo questi fenomeni più invisibili e pervasivi”.
Per questo Save the Children chiede da anni di rafforzare il sistema coordinato tra istituzioni e società civile di emersione e protezione per garantire l’individuazione e protezione dei minori vittime di tratta e sfruttamento, attraverso un supporto personalizzato, con accoglienza, assistenza psicologica, medica e legale, e un approccio attento a età e genere, che sappia affrontare anche gli aspetti legati alle nuove forme di sfruttamento e tratta facilitati dagli strumenti digitali:
“Importanti passi in avanti per la protezione dei minori vittime o a rischio di tratta potranno oggi realizzarsi a seguito delle norme che attuano in Italia la nuova Direttiva Antitratta, emanate lo scorso giugno. Il decreto rafforza i meccanismi di identificazione precoce e presa in carico delle vittime, la formazione della magistratura e degli altri operatori del sistema, la raccolta dei dati e l’aumento dell’indennizzo per le vittime.
Resta importante proseguire in questa direzione nell’attuazione piena delle nuove norme, con particolare attenzione alle esigenze specifiche di bambini, bambine e adolescenti. A riguardo, Save the Children chiede che vengano istituiti luoghi di accoglienza ad indirizzo segreto per minori a rischio o vittime di tratta. Sollecita infine una cooperazione rafforzata tra forze di polizia ed enti di protezione a livello europeo che includa un focus specifico sulle vittime minorenni, e investimenti in ricerca per prevenire fenomeni emergenti e sviluppare politiche efficaci”.
Nel 2025 il Sistema nazionale antitratta ha valutato le segnalazioni relative a 3.444 persone, circa 600 in più rispetto al 2024 (quando furono 2.853). Di queste, 174 riguardano minorenni, pari al 5,1% del totale, in lieve aumento rispetto al 4,9% registrato l’anno precedente. Si tratta prevalentemente di ragazzi, che rappresentano il 69% dei casi riguardanti i minorenni valutati dagli enti antitratta (120 persone), provenienti soprattutto dal Bangladesh (56) e dall’Egitto (19). Il 64% ha 17 anni, ma sono stati intercettati anche quattro 14enni e un 12enne. Le minorenni di sesso femminile sono 54 e provengono principalmente dalla Nigeria (16); poco più di due su cinque, pari a 23, hanno 17 anni, ma tra le vittime di tratta emerse ci sono anche due 14enni e una 12enne.
Le principali regioni di emersione sono la Sicilia, con 59 casi, e l’Emilia-Romagna, con 41 casi. Nei primi sei mesi del 2026 in Italia sono state segnalate 1.581 persone, tra cui 95 minorenni, pari al 6% del totale. In questo periodo si conferma, in maniera ancora più marcata, la prevalenza di minori di sesso maschile, che sono 80, ovvero l’84% dei minorenni, per lo più di diciassettenni (59 su 80), provenienti prevalentemente dal Bangladesh (46 casi). Le minorenni femmine sono 15, per lo più tra i 16 e i 17 anni, e presentano provenienze geografiche più diversificate.
Tra i casi segnalati, sono 847 quelli presi in carico nel 2025 secondo il Sistema informatizzato per la raccolta di informazioni sulla tratta – Sirit, dato in lieve aumento rispetto agli 817 registrati nel 2024. I minorenni sono 22, ovvero il 2,6% del totale, e si osserva una leggera prevalenza di ragazze, pari a 12, provenienti principalmente dalla Nigeria (4) e dalla Costa d’Avorio (3), mentre i 10 ragazzi sono prevalentemente originari del Bangladesh (6). Prevalgono i diciassettenni (14 in totale, di cui 6 femmine e 8 maschi). La Sicilia si conferma la principale regione di emersione, con 12 casi 8. Nel primo semestre del 2026 le persone prese in carico sono state 350. I minorenni rappresentano il 2% del totale, con 7 casi complessivi. Si tratta di cinque ragazze di 16 e 17 anni e di due ragazzi, entrambi diciassettenni.
Save the Children è da anni impegnata con progetti di contrasto alla tratta e allo sfruttamento. Il progetto ‘Vie d’Uscita’, promosso dal 2012 in collaborazione con enti anti tratta locali, ha l’obiettivo di supportate l’identificazione e l’emersione di minori e neomaggiorenni vittime di tratta e sfruttamento. Nel primo semestre del 2026 ha raggiunto 384 beneficiari, di cui 277 minori. Il progetto ‘Nuovi Percorsi’ si occupa di sostenere, in tutta Italia, i minori e le mamme sopravvissute alla tratta e allo sfruttamento, al fine di garantire la reintegrazione delle donne, la crescita sana dei minori e l’autonomia dell’intero nucleo.
Dal 2021 al primo semestre del 2026 ha supportato 1.575 beneficiari. Nel 2022 sono stati avviati il progetto Sportello Nuovi percorsi Roma, con la finalità di supportare nuclei composti da giovani mamme e minori che si trovano in una condizione di forte vulnerabilità (incluse persone esposte al rischio di tratta o sfruttamento: fino al primo semestre del 2026 ha sostenuto un totale di 1.849 persone) e il progetto ‘Liberi dall’Invisibilità’, volto a proteggere e supportare minori e adulti che vivono nella zona agricola della Fascia Trasformata, nella provincia di Ragusa, in partenariato con l’Associazione ‘I tetti colorati’ e con la Caritas diocesana di Ragusa, che fino al dicembre 2025 ha coinvolto complessivamente 665 persone attraverso percorsi personalizzati di empowerment, supporto scolastico e accompagnamento sociale, di cui 356 minori e 309 adulti.
Parallelamente, grazie ad attività comunitarie sono state raggiunte 2.404 persone, contribuendo a rafforzare il tessuto sociale e a promuovere una cultura dell’inclusione. Infine, da aprile 2023 a marzo 2025, Save the Children ha implementato il progetto transnazionale Eva, insieme a partner di Francia e Spagna con l’obiettivo di identificare, nelle zone di transito di Ventimiglia, Irun e nelle città di Parigi e Nimes, possibili vittime di tratta e sfruttamento, che ha permesso di intercettare 995 potenziali vittime di tratta nei 3 Paesi, di cui 416 solo in Italia.
A partire dal 2025, l’organizzazione ha avviato il progetto Soleil – Servizi di orientamento al lavoro ed empowerment interregionale per un sistema legale del ministero del Lavoro e delle politiche sociali, con capofila Regione Lazio. Il progetto prevede la realizzazione di un sistema volto all’integrazione socio-lavorativa, alla prevenzione e al contrasto dello sfruttamento lavorativo. L’intervento di Save the Children si focalizza sulla promozione di condizioni sostenibili di inclusione sociale, protezione, empowerment e regolarità lavorativa per minori e le loro famiglie a rischio vittime di sfruttamento nella provincia di Latina, contribuendo alla riduzione delle forme di sfruttamento, abuso, marginalità e disuguaglianze.
Maria Karapetyan, ex studentessa di Rondine, eletta vicepresidente dell’Assemblea Parlamentare dell’OSCE
Grande orgoglio e soddisfazione a Rondine Cittadella della Pace per l’importante traguardo raggiunto da Maria Karapetyan. Membro dell’Assemblea Nazionale dell’Armenia e ‘Rondine d’Oro’, Karapetyan è stata eletta Vicepresidente dell’Assemblea Parlamentare dell’OSCE. L’elezione ha visto una convergenza straordinaria sulla sua figura: la deputata ha ottenuto il maggior numero di preferenze tra i candidati, raccogliendo 119 voti da parte dei parlamentari in rappresentanza di 57 Paesi.
A nome di tutta Rondine vanno a Maria le più vive congratulazioni per questo bellissimo riconoscimento, accompagnate dalla certezza che saprà svolgere il suo prestigioso incarico con eccellente professionalità e profonda umanità, continuando a coltivare il dialogo e la riconciliazione tra i popoli.
Un traguardo, questo, che dà nuova forza alle parole che Maria aveva pronunciato in passato, proprio durante il suo percorso formativo a Rondine, e che oggi risuonano come una promessa mantenuta e confermata dai suoi eccezionali risultati: “I giovani non sono solo il futuro, ma il presente: se offri ai giovani la possibilità di prendere parte alla formazione del proprio futuro, loro possono essere in prima linea nella costruzione della pace”.
Nata in Armenia nel 1988 (anno in cui la sua terra natale fu squarciata da un terribile terremoto), Maria Karapetyan ha imparato negli anni ad accettare gli eventi immodificabili, scegliendo però di intervenire con coraggio laddove le è possibile fare la differenza. Un percorso di crescita avvenuto anche grazie all’esperienza formativa a Rondine.
Dal 2013 al 2015 è stata infatti studentessa presso la Cittadella della Pace, dove si è impegnata in prima persona nella progettazione e realizzazione di programmi educativi per studenti italiani e internazionali. Nello stesso periodo ha conseguito con successo il Master in Studi sulla Pace presso l’Università di Roma Tre.
Il suo percorso personale e professionale è da sempre legato all’impegno per la risoluzione dei conflitti armati e nella diplomazia dal basso. Ha contribuito a progetti innovativi di dialogo tra i popoli del Caucaso meridionale e, dal 2012, ha ricoperto il ruolo di direttrice di sviluppo dell’Imagine Center for ConflictTransformation, organizzazione indipendente nata nel 2007 per la trasformazione positiva delle relazioni e la creazione di fondamenti per una pace durevole e sostenibile nelle società che hanno superato i conflitti.
In questo contesto è stata attivamente coinvolta nella progettazione e realizzazione di progetti di dialogotra i popoli del Caucaso. Nella primavera del 2018, durante la così detta Rivoluzione di velluto, Karapetyan è scesa in piazza a Yerevan tra le protagoniste del cambiamento politico dell’Armenia verso una maggiore democrazia. Entrata nelle istituzioni, ha ricoperto la carica di membro dell’Assemblea Nazionale dal 2019 al 2021, periodo in cui ha fatto parte della Commissione permanente per la protezione dei diritti umani e gli affari pubblici. In seguito alle elezioni parlamentari del 20 giugno 2021, è stata nuovamente rieletta all’Assemblea Nazionale, dove siede tutt’oggi nella Commissione permanente per gli affari esteri.
Domenica di solidarietà con il Venezuela ad un mese dal terremoto
‘Samaritani, testimoni di speranza’ è il titolo del messaggio dei vescovi venezuelani, diffuso venerdì 24 luglio, ad un mese dal doppio terremoto che ha colpito le regioni settentrionali e centrali del Venezuela, causando migliaia di morti e di danni alle infrastrutture. Il testo racconta la sofferenza del popolo venezuelano, colpito da questa catastrofe: “La ricostruzione ci impone anche di farci interpreti dell’indignazione delle vittime dei terremoti, che si sono sentite abbandonate dalle istituzioni pubbliche. Come abbiamo già affermato, i disastri naturali sono imprevedibili; tuttavia, è dovere delle istituzioni dello Stato essere preparate ad affrontarli. D’ora in avanti, tutti dobbiamo vigilare affinché nei lavori di ricostruzione non si ripetano gli stessi errori del passato; altrimenti, i più deboli torneranno a subire le conseguenze della corruzione e dell’indifferenza”.
Il documento, suddiviso in quattro parti e sedici punti, richiama i molti aspetti della tragedia che ha colpito le persone e la società, invitando ad essere ‘samaritani chiamati a ricostruire’. Per questo i vescovi insistono sull’urgenza di una ‘ricostruzione rapida e profonda’ delle aree devastate, creando le condizioni necessarie affinché le migliaia di sfollati possano avere ‘accesso a un’abitazione e a un lavoro dignitosi’, oltre ad un accompagnamento spirituale e psicologico per curare le ‘ferite interiori’.
Ispirandosi alla parabola del buon samaritano, i vescovi affrontano anche il tema della speranza di fronte alla domanda che attraversa da sempre la storia dell’umanità: “Dov’è Dio in mezzo a tanta angoscia? Dio è proprio nelle vittime e con le vittime, perché esse sono le predilette del Signore Gesù, il vero buon samaritano di cui ci parla il Vangelo”, esprimendo il rifiuto della “manipolazione di coloro che, guidati dalla superstizione e dal fondamentalismo, hanno affermato che i terremoti sono un castigo di Dio”.
Convinti che Dio sia presente anche in tutti i samaritani che aiutano i più bisognosi, i vescovi invitano ad essere ‘samaritani compassionevoli’, capaci di ‘soffrire con l’altro’ e di impegnarsi gratuitamente per alleviarne il dolore: “Siamo profondamente commossi dalla solidarietà di cui siamo stati testimoni, specialmente quella dei poveri, che senza dubbio sono stati i più grandi samaritani. Siamo commossi e ispirati dall’eroismo di coloro che hanno rischiato la vita per salvare tante persone dalle macerie fin dal primo istante della catastrofe… Esprimiamo gratitudine anche ai soccorritori e ai volontari, in particolare a quelli provenienti dall’estero, che hanno dimostrato che tutti gli uomini sono fratelli, al di sopra delle frontiere e delle bandiere”.
Per questo ad un mese dal sisma Caritas Venezuela ha organizzato una grande mobilitazione di solidarietà attraverso la campagna ‘Tras el temblor, el amor’ (‘Dopo il terremoto, l’amore’), coinvolgendo la rete delle Caritas diocesane e parrocchiali, la Conferenza Episcopale Venezuelana, comunità locali, imprese, organizzazioni partner e donatori.
Un impegno che ha permesso di raccogliere, selezionare e distribuire gli aiuti nelle aree maggiormente colpite dal sisma, trasformando la solidarietà ricevuta in interventi concreti per le famiglie. Anche Caritas Italiana ha partecipato alla risposta nell’ambito della rete Caritas internazionale, sostenendo il coordinamento dell’emergenza e accompagnando la Caritas venezuelana nel sostegno alle popolazioni colpite e nella fase di transizione verso la ripresa. La collaborazione tra le diverse Caritas nazionali consente di mettere in comune risorse, competenze e capacità operative per garantire un intervento coordinato e vicino alle comunità.
Dall’inizio dell’emergenza sono state raccolte 19.058 tonnellate di aiuti umanitari: di queste, 15.963 tonnellate (pari all’84% del totale ricevuto) sono già state distribuite alle famiglie e alle comunità colpite, mentre 3.095 tonnellate restano disponibili per assicurare la continuità degli interventi nelle prossime settimane.
Gli aiuti hanno riguardato soprattutto i beni essenziali per la vita quotidiana delle persone colpite. Acqua potabile e alimenti rappresentano oltre l’80% delle forniture distribuite, insieme a prodotti per l’igiene e altri materiali di prima necessità. Sono stati preparati e consegnati 17.808 kit familiari, di cui 10.820 kit alimentari e 6.988 kit igienici. Sul fronte sanitario, oltre 96.000 unità tra medicinali e forniture mediche hanno raggiunto ospedali e strutture assistenziali che continuano a lavorare sotto forte pressione.
Comunque il bilancio provvisorio dell’emergenza registra 5.346 vittime, oltre 23.000 persone accolte in 107 campi temporanei e 128.324 famiglie raggiunte dagli interventi di assistenza. Molte persone non potranno rientrare nelle proprie abitazioni nel breve periodo e la fase successiva richiederà interventi di accoglienza, ripristino dei servizi essenziali e sostegno ai mezzi di vita.
Per questo Caritas Venezuela, insieme alla rete Caritas internazionale e con il contributo delle Caritas nazionali, sta passando gradualmente dalla distribuzione degli aiuti di emergenza al sostegno alla ripresa delle comunità: aiutare le famiglie a ricostruire condizioni di vita dignitose, ripristinare i servizi essenziali e recuperare la propria autonomia dopo il terremoto.
E la presidenza della CEI indice, attraverso Caritas Italiana, una Colletta nazionale in tutte le chiese italiane domenica 26 luglio: “E’ un modo concreto per mostrare solidarietà a chi ha perso tutto, piange i propri cari, è sfollato, ferito o vive in condizioni di grande precarietà. Sarà anche un momento per esprimere, nella preghiera comune, la nostra vicinanza alle persone provate dalla tragedia”.
Attualmente molte abitazioni risultano distrutte, lesionate o non sicure e a questo si aggiungono i danni a infrastrutture, scuole, strutture sanitarie e servizi essenziali. In diversi territori l’accesso all’acqua potabile, all’igiene, all’alimentazione e alle cure mediche resta difficile. L’emergenza si inserisce in un contesto già segnato da fragilità economiche e sociali, con bisogni umanitari diffusi e una rete di servizi pubblici spesso sotto pressione.
Nel ricordare che in questa fase è importante evitare iniziative isolate, comprese raccolte di beni materiali in Italia, la Presidenza della CEI invita dunque a partecipare alla Colletta di domenica: quanto raccolto sarà destinato a far fronte alle emergenze presenti e future (donazioni.caritas.it).
La Terra Santa nel racconto del card. Pizzaballa
Il Premio Limes per il dialogo e la pace, consegnato dalla rivista ‘Limes’ lo scorso 29 giugno a Bergamo al card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, ha voluto riconoscere una presenza: quella di chi da oltre 30 anni vive dentro il conflitto senza smettere di cercare. Prima della consegna del premio, in dialogo col direttore di Limes, Lucio Caracciolo, il card. Pizzaballa ha raccontato la Terra Santa senza cedere alla propaganda, né alla semplificazione: “Dopo il 7 ottobre, con la guerra di Gaza, sono cadute un po’ le ultime remore… Ma quella radicalizzazione veniva da anni di un linguaggio e di una narrativa molto violenta e molto escludente”.
Ed ha raccontato la distruzione di Gaza: “A Gaza ci sono stato diverse volte, anche prima e durante la guerra. E’un disastro. Intere città non esistono più, sono livellate nel senso letterale della parola. Rafah è tra queste. Non c’è più, non esiste. Quando si entra diverse cose colpiscono, ma quello che mi colpisce di più è che devi camminare e viaggiare su strade fortuite, in mezzo alle tende”.
Ma soprattutto è stata eliminata la strada del dialogo: “Un linguaggio che ha eliminato dal discorso quello slogan che andava per la maggiore solo qualche anno fa, quel ‘due popoli e due Stati’ che indicava una strada percorribile. E che oggi, invece, è soffocato da chi vuole che l’altro semplicemente non esista più. Da una parte e dall’altra”.
Ed ha continuato nel racconto della distruzione: “Quasi tutti gli edifici sono distrutti o danneggiati. La gente vive letteralmente in mezzo alle fognature. Un’altra cosa che le immagini non rendono sono gli odori. Una delle piaghe più presenti in questo momento sono i topi che mordono, soprattutto i bambini. La situazione igienica è molto degradata, come potete immaginare. È orribile vedere decine di chilometri in questo stato. Adesso entra un po’ di cibo, soprattutto per l’ambito commerciale, ma tutto il resto ancora è proibito. Tutto quello che può essere considerato dual use, cioè che Hamas potrebbe usare, viene proibito. Anche, lo dico per esperienza, i banchi di scuola, i quaderni, le matite. Tutto questo è proibito”.
Un racconto diretto che non tralascia nulla: “Mancano anche molti medicinali, non tutti, ma i medicinali particolari sono assenti. Gli ospedali ne hanno estremamente bisogno, così come del vetro delle finestre. Sono stato in un ospedale oftalmico, naturalmente distrutto, dove hanno dovuto rimettere a posto con quello che avevano a disposizione. Per esempio hanno messo della plastica al posto delle finestre”.
Però ha raccontato anche della presenza di Hamas, che ancora mantiene il controllo: “Un rapporto c’è. Hamas controlla ancora gran parte della Striscia di Gaza. E’ una galassia di gruppi, non è un gruppo ben organizzato. Adesso è indebolito, ma il controllo è ancora nelle sue mani. Girando per Gaza, ai crocicchi di strada c’era sempre gente con le armi: erano dei loro.
Quando entri dentro la Striscia arriva sempre un messaggio, una chiamata che dice ‘benvenuto’. Il controllo è ancora abbastanza evidente ed è chiaro che i quartieri generali siano ancora sotto terra. Voglio raccontare un aneddoto. Una delle scuole che c’erano a Gaza prima della guerra era quella delle Suore del Rosario.
Il quartiere è stato totalmente raso al suolo. Andando a controllare cosa restasse dell’edificio, ho constatato che in gran parte era distrutto ma un blocco della struttura era sprofondato per metà nel terreno. Evidentemente sotto c’erano tunnel, e quando sono stati fatti saltare quella parte della scuola è finita dentro”.
E di questa situazione i bambini soffrono: “Vivono per strada, sporchi, giocano in mezzo alle fogne invece di essere a scuola. Sono pochissime le scuole ancora in funzione. La stragrande maggioranza è organizzata da volontari o da organizzazioni, ma non sono riconosciute. Anche gli edifici sono distrutti o usati come rifugio dalla popolazione. ùInizialmente pensavo che dovessimo anzitutto organizzare un sostegno medico. Parlando con gli insegnanti e con gli operatori sanitari, mi hanno invece fatto notare che i medici servono ma che la priorità in questo momento sono persone preparate per gestire i traumi infantili. Il supporto psicologico ai bambini e alle mamme è prioritario in questo momento”.
Eppoi ha affrontato la situazione della Cisgiordania: “E’ diventato un territorio dove non c’è legge, e se c’è certo non per i palestinesi. E dove ai coloni viene permesso non tutto, ma quasi tutto. Aggressioni gratuite, furti, distruzioni. Spesso impediscono di coltivare la terra. Vengono creati continuamente nuovi checkpoint che interdicono il passaggio. Le aggressioni, anche molto violente, con feriti e anche con parole di disprezzo, sono le cose che feriscono di più. Questo è diventato pane quotidiano quasi ovunque in Cisgiordania. Non solo nei villaggi cristiani, ma soprattutto nei villaggi non cristiani.
E non soltanto nella zona C. Entrano anche nell’area B e nell’area A. Si coordinano tra di loro. Entrano, aggrediscono, noi chiamiamo l’esercito, però quando sanno che l’esercito sta per arrivare (si vede che li informano) spariscono. L’esercito arriva, non trova nessuno, e si arrabbia con noi perché li abbiamo chiamati. Ecco, questo avviene quotidianamente. La gente è molto stanca e la questione israelo-palestinese si decide lì. O forse è già stata decisa, non so”.
Inoltre ha risposto anche ad una domanda riguardante Gerusalemme, con le crescenti aggressioni ai cristiani: “Sta cambiando molto, e molto velocemente. Sta cambiando la demografia, stanno cambiando i confini, quelli interni e psicologici oltre che reali. Gerusalemme Est è ormai circondata da insediamenti israeliani. Io risiedo in città vecchia, nel cuore del cosiddetto Bacino Sacro, non lontano dal Santo Sepolcro. E’ la zona dove c’è la più alta concentrazione di luoghi santi del mondo. Fino a un po’ di tempo fa era a maggioranza araba, adesso non è più così. Prima era molto raro vedere ebrei, anche ebrei religiosi, passare per i nostri vicoli. Adesso è diventato sempre più normale.
Non è un problema in sé, però dice come sta cambiando anche il modo in cui la città è percepita. Anche per questo non ci sono più interazioni tra cristiani ed ebrei. Le stesse aggressioni ai cristiani di cui si è parlato sono legate a questo fatto. Ci si incontra più spesso rispetto a prima. La demografia sta cambiando. La popolazione araba non sta crescendo come prima. I cristiani sono sempre di meno. Mentre invece cresce molto di più la popolazione ebraica, soprattutto quella religiosa e quella nazionalista religiosa”.
Un ulteriore domanda ha riguardato il sionismo, anche cristiano: “Questi movimenti evangelici non hanno un dialogo con noi. Credo invece che dovremmo cominciare a dialogare, soprattutto sul modo in cui loro interpretano le Scritture. Sono molto potenti economicamente, anche un po’ divisi dopo la guerra di Gaza, ma sono ancora molto influenti negli Stati Uniti, soprattutto nell’amministrazione statunitense.
Sono anche una delle preoccupazioni principali della popolazione araba islamica della corte reale giordana ad esempio, e sono un problema per noi, per noi cattolici, e per le Chiese tradizionali. Perché poi gran parte del mondo islamico non sa distinguere gli evangelici dagli altri cristiani. Quindi creano problemi anche alle nostre comunità.
E questo allineamento dei movimenti evangelici con parte dell’amministrazione americana e di quella israeliana è per noi un grosso punto di domanda, una lacuna che dobbiamo colmare. Noi abbiamo sempre rifiutato di parlare con loro, proprio per evitare di essere considerati allineati o comunque compiacenti”.
Infine un invito al dialogo: “C’è bisogno di empatia. Cercare di comprendere, ascoltare, dialogare. Dialogare non significa condividere necessariamente. Si possono affermare anche con convinzione le proprie opinioni, ma senza erigere nuove barriere… Dovete aiutarci a uscire da quel pozzo nel quale siamo caduti, e non lasciarci dentro”.
(Foto: Limes)
Emergenza in Venezuela: al via la raccolta della Società San Vincenzo De’ Paoli
Venezuela, l’emergenza umanitaria continua ad aggravarsi. Per rispondere ai bisogni delle popolazioni colpite, la Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV, attraverso il Settore Solidarietà e Gemellaggi nel Mondo, ha avviato una raccolta fondi straordinaria con l’obiettivo di sostenere gli interventi di assistenza e di prima emergenza realizzati dalla rete vincenziana nel Paese.
Il disastro risale allo scorso 24 giugno 2026, quando un doppio sisma di magnitudo 7.2 e 7.5 ha colpito il nord del Venezuela, provocando gravissimi danni nella capitale Caracas e nella regione costiera di La Guaira. Oltre alle vittime e ai feriti, il terremoto ha distrutto abitazioni, strade e infrastrutture essenziali, lasciando migliaia di persone senza acqua, energia elettrica e un riparo sicuro, come ha affermato la presidente nazionale Paola Da Ros:
“Di fronte a una tragedia come questa, la solidarietà deve tradursi in gesti concreti. Con questa raccolta fondi vogliamo essere accanto alle comunità colpite, sostenendo il prezioso lavoro della Società di San Vincenzo De Paoli del Venezuela e dei volontari impegnati ogni giorno nell’assistenza alle persone più fragili.
Non possiamo restare a guardare!, dichiara Giancarlo Salamone, Responsabile del Settore Solidarietà e Gemellaggi nel Mondo. L’emergenza umanitaria si aggrava di giorno in giorno e noi vogliamo offrire un sostegno concreto: ogni donazione contribuirà a garantire cibo, medicinali, beni di prima necessità e un riparo temporaneo, grazie al lavoro instancabile dei volontari presenti sul territorio”.
Nelle zone maggiormente colpite, il Consiglio Nazionale della Società di San Vincenzo De Paoli del Venezuela, guidato dalla Presidente Genny Molina, sta coordinando gli interventi di assistenza attraverso le parrocchie, le strutture territoriali e l’impegno dei volontari locali, assicurando una presenza capillare accanto alle famiglie colpite.
Le donazioni raccolte serviranno a sostenere l’acquisto e la distribuzione di acqua potabile e generi alimentari di prima necessità; latte e alimenti specifici per neonati e bambini; medicinali essenziali, bende e materiale sanitario; materassini e attrezzature logistiche per l’accoglienza temporanea degli sfollati. La Federazione Nazionale Italiana, attraverso il Settore Solidarietà e Gemellaggi nel Mondo, invita tutti coloro che desiderano offrire un aiuto concreto a sostenere la raccolta fondi. Ogni contributo rappresenterà un sostegno immediato alle popolazioni colpite e rafforzerà l’azione della rete impegnata nell’assistenza e nella ricostruzione.
CONTO CORRENTE BANCARIO Presso Banca Intesa San Paolo IBAN: IT76I0306909606100000018852; CONTO CORRENTE POSTALE NR. 14798367 IBAN: IT94F0760111800000014798367; Intestati a: Fed. Naz. Soc. di San Vincenzo De Paoli ODV – Via G. Ziggiotti, 15 – 36100 VICENZA Causale: EMERGENZA VENEZUELA
Anche Aiuto alla Chiesa che Soffre ha raccolto direttamente le testimonianze che delineano un quadro preoccupante, come quella dell’arcivescovo di Caracas, mons. Raúl Biord Castillo, arcivescovo di Caracas, appena subito il terremoto: “Molte parrocchie presentano gravi danni strutturali, ma molte di esse hanno accolto persone affinché potessero trascorrere le notti nelle loro strutture. Abbiamo già attivato una rete di solidarietà attraverso le Caritas parrocchiali”.
Questo conferma il ruolo della Chiesa come presidio di prossimità nelle emergenze: presente prima dei soccorsi istituzionali, capace di trasformare strutture danneggiate in rifugi di speranza, come ha dichiarato Marco Mencaglia, direttore dei progetti di ACS Internazionale: “Il Venezuela è da molti anni un Paese prioritario per la nostra fondazione. La priorità ora sono le persone. La Chiesa sta facendo ciò che ha sempre fatto nei momenti di crisi: aprire le proprie porte, accompagnare chi ha perso tutto e portare speranza dove si è diffusa la paura”.
Terremoto in Venezuela: la solidarietà del papa
“Desidero esprimere la mia vicinanza ai nostri fratelli e sorelle venezuelani colpiti dai recenti terremoti che hanno causato numerose vittime e feriti, oltre a ingenti danni materiali. Mentre prego il Signore per l’eterno riposo dei defunti, rinnovo la mia vicinanza spirituale alle loro famiglie, ai feriti e a tutti coloro che sono stati colpiti da questa tragedia. Allo stesso modo, esprimo la mia gratitudine e il mio incoraggiamento a tutti coloro che si stanno generosamente adoperando nelle operazioni di ricerca e soccorso”: al termine della recita dell’Angelus domenicale papa Leone XIV ha ribadito la vicinanza al popolo venezuelano colpito dal terremoto che ha causato finora oltre 1.700 vittime, più di 4.000 persone ferite, oltre 3.000 le famiglie colpite, 383 edifici distrutti, di cui più di 150 nello Stato di La Guaira, 1.493 infrastrutture danneggiate a Caracas.
Il quadro resta in evoluzione e i numeri sono destinati ad aumentare con il proseguire delle operazioni di ricerca e soccorso. Le stime del Servizio Geologico degli Stati Uniti (USGS), indicano una probabilità del 40% che il numero delle vittime superi le 10.000 unità e perdite economiche stimate $ 10.000.000.000 circa, pari all’1–5% del PIL del Venezuela. Una catastrofe che colpisce un paese già investito da una crisi umanitaria prolungata.
Il papa si era fatto presente anche materialmente col Venezuela inviando, nel pomeriggio del 25 giugno, all’indomani della prima scossa, un aiuto economico. Attraverso l’Elemosineria Apostolica, papa Leone XIV ha inviato una cifra di € 100.000, stabilita dopo i contatti con il nunzio nel Paese, mons. Alberto Ortega Martín, arcivescovo titolare di Midila, e l’arcivescovo di Caracas, mons. Raúl Biord Castillo.
Anche la Cei ha espresso vicinanza alla popolazione del Venezuela colpita da violente scosse di terremoto che hanno provocato vittime, feriti, distruzione e paura, in particolare nello Stato di La Guaira e nella regione centrale del Paese.
In un messaggio inviato a mons. Jesús Andoni González de Zárate Salas, arcivescovo di Valencia e presidente della Conferenza Episcopale Venezuelana, il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della CEI, ha rinnovato la solidarietà alla Chiesa venezuelana e alle comunità parrocchiali e religiose impegnate accanto alla popolazione: “Seguiamo con dolore e trepidazione le notizie che arrivano dal Venezuela. In queste ore sentiamo vicini i volti di chi piange una persona cara, di chi cerca i propri familiari, di chi è rimasto senza casa, di chi soccorre e di chi attende aiuto”.
Per far fronte all’emergenza, la Presidenza della CEI ha disposto un primo stanziamento di € 500.000 dai fondi dell’8xmille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica: le risorse saranno utilizzate per gli interventi di soccorso immediati, coordinati da Caritas Italiana che, fin dal primo momento, è in contatto diretto con Caritas Venezuela e con la rete internazionale della Caritas. Particolare attenzione è rivolta alle famiglie più fragili, ai quartieri meno visibili e alle persone accolte nelle piazze e nei rifugi temporanei.
Le priorità riguardano acqua potabile, alimenti, medicinali, kit igienici e accompagnamento delle persone rimaste senza casa o in condizioni di forte precarietà. Intanto, sottolinea Caritas Italiana rilanciando l’appello di Caritas Venezuela, è importante convogliare la solidarietà attraverso canali coordinati e sicuri, evitando iniziative isolate che potrebbero risultare inefficaci o rischiose. Si sconsigliano inoltre raccolte di beni materiali in Italia. Notizie e aggiornamenti sulla situazione in Venezuela e sulle modalità di donazione sono disponibili sul sito di Caritas Italiana: www.caritas.it.
Anche Paola Da Ros, presidente della Federazione Nazionale Italiana della Società di San Vincenzo De Paoli ODV, ha espresso vicinanza alla popolazione, duramente colpita dal sisma: “In queste ore di dolore e di smarrimento, il nostro pensiero si rivolge alle vittime, alle loro famiglie, alle persone ferite e a quanti hanno visto crollare, insieme alle proprie case, certezze, progetti e affetti.
Le calamità ci ricordano quanto siamo fragili, ma anche quanto possiamo diventare forti quando scegliamo di sostenerci reciprocamente. L’attenzione e la cura delle persone più vulnerabili rappresentano una responsabilità condivisa, che interpella le istituzioni, le comunità, le organizzazioni umanitarie e ciascuno di noi. Nessuno dovrebbe essere lasciato solo davanti al dolore, alla paura e alla fatica di ricominciare”.
Un augurio finale: “E’ facendo appello a questi sentimenti di solidarietà, fraternità e speranza che auguriamo al popolo venezuelano di poter riprendere al più presto il proprio cammino, ricostruendo non soltanto edifici e strutture, ma anche esistenze, relazioni e fiducia nel futuro… Al popolo venezuelano giunga il nostro abbraccio fraterno, accompagnato dalla preghiera e dalla certezza che, anche tra le macerie, la speranza può trovare la forza di rialzarsi”.
(Foto: Caritas Venezuela)
L’infanzia non può attendere: a Londra la diplomazia e l’alta cucina si uniscono per l’Oasi della Pietà de Il Cairo
Solidarietà, alta cucina e cooperazione internazionale si sono incontrate nel cuore di Londra per una serata straordinaria all’insegna della speranza. Per il terzo anno consecutivo, la magnifica residenza dell’Ambasciata d’Italia a Londra ha aperto le sue porte per ospitare un importante evento di beneficenza a favore della Fondazione Bambino Gesù del Cairo ETS.
La Fondazione Bambino Gesù del Cairo ETS, presieduta da mons. Yoannis Lahzi Gaid, già Segretario personale di Sua Santità Papa Francesco, è stata voluta e benedetta dal Santo Padre come concreta espressione di solidarietà e sostegno ai bambini più vulnerabili. L’iniziativa è legata a doppio filo al progetto dell’orfanotrofio ‘Oasi della Pietà’, una struttura nata per accogliere, proteggere e istruire i bambini orfani e abbandonati in Egitto.
L’evento è stato promosso e organizzato dal celebre chef calabrese Francesco Mazzei, che ha sposato la causa della Fondazione mettendo la sua arte e la sua visione a disposizione dei più piccoli. Al centro del progetto dell’orfanotrofio vi è infatti la ‘Francesco Mazzei School Kitchen’: una vera e propria cucina-scuola dove i bambini non solo riceveranno un nutrimento sano, ma potranno anche imparare un mestiere concreto, sviluppare i propri talenti e gettare le basi per un futuro professionale come chef.
Ad accogliere i numerosi e illustri ospiti è stato Sua Eccellenza Fabio Cassese, Ambasciatore d’Italia a Londra, che nel suo discorso di benvenuto ha espresso il profondo orgoglio nel patrocinare una simile iniziativa. L’ambasciatore ha voluto sottolineare l’alto valore della Fondazione ‘Bambino Gesù del Cairo’ ETS, definendola un esempio lampante di come la cooperazione internazionale e la compassione umana possano fare la differenza:
“Attraverso i confini, le culture e le fedi, l’impegno a proteggere e curare i bambini è un valore che ci unisce tutti. La Fondazione Bambino Gesù del Cairo ETS incarna questo spirito attraverso la sua dedizione nel migliorare l’accesso alle cure sanitarie, promuovere l’eccellenza medica e sostenere i membri più vulnerabili della società”.
Nel suo intervento, l’Ambasciatore ha inoltre ricordato il proprio legame personale e professionale con il mondo della cooperazione allo sviluppo, ringraziando calorosamente lo chef Mazzei per la sua instancabile generosità e mons. Yoannis Lahzi Gaid per la sua costante e preziosa dedizione. Il momento più emozionante della serata è arrivato con il discorso di mons. Gaid, presidente della Fondazione.
Dopo aver rivolto un sentito ringraziamento all’Ambasciatore per la storica amicizia e ospitalità, e a Francesco Mazzei per aver trasformato una semplice cucina in un’opportunità di riscatto sociale, mons. Gaid ha condiviso con la platea una straordinaria notizia:
“Tra sole due o tre settimane, pianifichiamo di aprire le porte dell’Oasi della Pietà e di accogliere i nostri primi bambini. Per molti anni hanno aspettato un luogo che potessero davvero chiamare casa. La struttura non è ancora del tutto completata, c’è ancora del lavoro da fare. Ma l’infanzia non può essere messa in pausa, questi bambini hanno già aspettato abbastanza. Per questo abbiamo deciso di aprire: con la vostra amicizia e il vostro supporto, completeremo insieme ciò che abbiamo iniziato”.
La serata si è conclusa tra gli applausi dei presenti, uniti dal comune desiderio di offrire un contributo tangibile. Grazie alla sinergia tra la diplomazia italiana, la generosità della comunità londinese e la maestria dello chef Mazzei, l’Oasi della Pietà si appresta a diventare una realtà operativa, dimostrando che la solidarietà concreta può davvero cambiare il destino di molti bambini.
AVSI ascoltata al Congresso degli Stati Uniti sulla diplomazia vaticana
AVSI è stata invitata lunedì 13 aprile a un briefing promosso a Capitol Hill dalla Commissione statunitense per la sicurezza e la cooperazione in Europa (US Helsinki Commission) sul tema della diplomazia vaticana in un contesto globale segnato da conflitti e tensioni.
Per AVSI ha preso la parola Jacqueline Aldrette, vice segretario generale AVSI per le relazioni con gli Stati Uniti basata a Washington DC. Aldrette ha presentato l’esperienza di oltre cinquant’anni di AVSI che, come organizzazione della società civile attiva in 41 paesi del mondo, ha intessuto un dialogo costante con la rete della diplomazia vaticana, con i nunzi e le Chiese locali nei paesi di operatività, per costruire insieme progettualità che rispondano ai bisogni autentici della popolazione più fragile.
Tra i numerosi progetti, Aldrette ha citato il caso emblematico del progetto Ospedali Aperti in Siria, ideato nel 2017 e sostenuto per gli anni seguenti dal nunzio apostolico a Damasco, il cardinale Mario Zenari, per garantire l’accesso a cure sanitarie ai siriani più poveri, sia cristiani che musulmani, in un contesto lacerato dalla guerra, e affidato per l’implementazione ad AVSI: il progetto ha curato oltre centocinquantamila persone, ha permesso di mantenere aperti degli ospedali a rischio chiusura, ha ridato speranza a persone stremate dal conflitto e dalla povertà, ha contribuito a ricucire un tessuto sociale frammentato.
Un esempio concreto che fa luce su alcune caratteristiche proprie – secondo AVSI – dell’azione della Santa Sede nel mondo: la presenza e attenzione alle persone più vulnerabili per rispondere ai loro bisogni anche nelle aree di crisi e di emergenza, nei luoghi più remoti e spesso dimenticati; la promozione di una visione integrale della persona, che ha bisogno di cibo e di una casa, ma anche di lavoro, di pace, diritti e libertà; l’apertura e accoglienza verso tutti, a prescindere dalle appartenenze religiose e il desiderio di entrare in dialogo con tutti.
Inoltre a Milano ha promosso l’incontro ‘Milano. Una città che coopera’, riunendo istituzioni, società civile, mondo accademico e settore privato. Il primo panel ha messo a fuoco il passaggio da interventi centrati sui servizi a percorsi di autonomia. Rosita Milesi, fondatrice e direttrice dell’Istituto Migrazioni e Diritti Umani (IMDH), ha portato l’esperienza brasiliana, evidenziando l’importanza di accesso ai diritti e al lavoro come elementi chiave per la costruzione di traiettorie di inclusione e indipendenza.
Nel contesto milanese, Angelo Stanghellini, Direttore Area Welfare e Salute del Comune di Milano, ha descritto un modello fondato su amministrazione condivisa e su un partenariato che coinvolge oltre 40 enti, con particolare attenzione alla dimensione educativa e alla personalizzazione degli interventi.
In questa direzione si colloca anche il contributo di Stefano Sangalli, Responsabile Progetti di AVSI4Community, che si è dato come obiettivo quello di superare la logica della sola presa in carico per puntare a un accompagnamento capace di tenere insieme integrazione sociale e inserimento lavorativo.
Dal mondo universitario, Emanuela Colombo, Delegata del Rettore per la Diplomazia Scientifica del Politecnico di Milano, ha sottolineato il ruolo delle università come spazi di integrazione, anche attraverso mobilità internazionale, corridoi universitari e ricerca per lo sviluppo.
A chiudere il panel, Sergio Rossi ha presentato l’esperienza di un progetto promosso dalla Camera di Commercio Milano Monza Brianza Lodi, nato dall’ascolto dei bisogni delle imprese e orientato all’inserimento lavorativo: in due anni, circa 400 persone formate e oltre 200 inserimenti lavorativi, grazie a percorsi di accompagnamento linguistico e professionale. Un dato che conferma come il lavoro sia una leva concreta nei processi di integrazione.
Un secondo elemento centrale ha riguardato il metodo: l’integrazione non può essere affrontata da un singolo attore, ma richiede strumenti di co-programmazione e collaborazione tra istituzioni, società civile e settore privato. Maria Vittoria Beria, Direttrice Area Relazioni Internazionali del Comune di Milano, ha raccontato l’esperienza di Milano come ‘città che coopera’: un sistema che coinvolge istituzioni, università, imprese e società civile per costruire strumenti concreti, tra cui programmi di mobilità professionale e tirocini, anche a partire da sperimentazioni sostenute da fondi europei.
Dal punto di vista dei Paesi di origine, è emersa con forza la necessità che la mobilità sia equa, governata e condivisa. Come evidenziato da Mounir Dakhli (Tunisia), servono percorsi che integrino formazione, tutela dei diritti e risposte ai bisogni sia dei territori di partenza sia di quelli di arrivo. Anche l’esperienza brasiliana, presentata da Regis Spindola, conferma il valore di modelli strutturati basati sulla collaborazione tra istituzioni pubbliche, società civile e settore privato, capaci di integrare accoglienza, protezione e inserimento nei territori.
In questo quadro, i canali legali di ingresso rappresentano uno strumento chiave. Come ricordato da Daniele Albanese (Talent Beyond Boundaries), corridoi umanitari, universitari e lavorativi permettono di costruire percorsi sicuri e programmati, mettendo in relazione competenze, aspirazioni delle persone e bisogni delle imprese.
Le imprese non sono solo destinatari di politiche di integrazione, ma attori centrali nella costruzione dei percorsi. Come evidenziato da Francesco Baroni (Gi Group Holding Italia), il lavoro rappresenta una leva concreta di inclusione, ma richiede processi coordinati e strumenti adeguati per rispondere in modo efficace alle esigenze del mercato.
Mariangela Romanazzi, Pathways International Country Specialist, ha evidenziato il valore dei canali legali costruiti insieme al settore privato: percorsi che partono dai bisogni occupazionali, passano per formazione e accompagnamento, e arrivano all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale.
Infine, Ilaria Catastini, Direttrice Generale di Fondazione MAIRE – ETS, ha portato il tema della transizione energetica, sottolineando come competenze e professionalità delle persone migranti possano contribuire a rispondere alla domanda di lavoro in questo settore, a condizione di costruire percorsi accompagnati e condivisi tra imprese e territorio.
Un percorso che mette al centro la persona
Il confronto ha restituito una consapevolezza comune: l’integrazione non è un esito automatico, ma un processo che richiede tempo, strumenti e responsabilità condivise. Trasformare la mobilità in un’opportunità significa costruire percorsi che tengano insieme diritti, lavoro e relazioni, valorizzando il contributo di tutti gli attori coinvolti.
In questa prospettiva, l’integrazione è un percorso che si realizza nell’incontro tra le persone e i contesti in cui vivono: un cammino che richiede accompagnamento, alleanze e uno sguardo capace di riconoscere, in ogni persona, una risorsa per la società.
Don Dante Carraro racconta l’impegno del CUAMM in Africa
“La vostra opera, svolta dove il bisogno è più acuto e dove la povertà costituisce una pesante limitazione nella vita e della vita stessa, si arricchisce di un significato ulteriore (un grande significato, oggi) per la visione che esprime, che reca e che esprime, in contrasto con le guerre, con le volontà di potenza nazionali, con gli egoismi alimentati da paure e da nuove chiusure”: con queste parole il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, a Padova aveva ricordato il 75^ anniversario della fondazione del Collegio Universitario Aspiranti e Medici Missionari (CUAMM).
Nell’intervento aveva anche ricordato che era stato Aldo Moro a firmare il decreto con il quale riconosceva il CUAMM come prima ong italiana in campo sanitario: “Ogni passo in avanti è stato in qualche modo intravisto, anticipato dalla generosità dei medici del Cuamm, degli operatori, dei loro sostenitori. Un ponte di enorme valore. L’investimento in Africa, per il suo sviluppo è di primario rilievo per la nostra Europa: il futuro dei due Continenti e dei loro popoli è necessariamente e sempre di più fortemente connesso.
Il Piano Mattei è un avanzamento nel percorso, un foro operativo di coinvolgimento e di collaborazione. E’ importante, in questi giorni, l’autorevole presenza italiana al G20 di Johannesburg e alla conferenza in Angola tra l’Unione europea e l’Unione africana. Il Cuamm è stato apripista. La solidarietà genera fiducia. E’ un antidoto alla rassegnazione, all’indifferenza”.
Mentre il direttore del CUAMM, don Dante Carraro, avevs ricordato le ‘sfide’ di quest’anno: “Lo scorso anno, all’Annual meeting di Torino, abbiamo lanciato una grande sfida: costruire una Scuola per infermieri e ostetriche a Bossangoa, un’area rurale della Repubblica Centrafricana, a 80 km dalla capitale. Pochi giorni fa, ero lì e l’abbiamo inaugurata, insieme alle autorità locali. E’ stata una grande festa, un bel traguardo. La prossima settimana i primi 30 studenti centrafricani inizieranno le lezioni, è l’inizio di un nuovo futuro per ciascuno di loro . Ma l’Africa è grande e i bisogni che ci interpellano sono tanti.
La sfida che accogliamo e rilanciamo per il 2026 si chiama Nekemte, in Etiopia. Un’area che ha accolto quasi 150.000 sfollati. Un sistema sanitario al collasso, un ospedale che straripa di pazienti, una struttura fatiscente. È qui che vogliamo dare una mano e fare la nostra parte. Ed è questo l’impegno che presentiamo al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e all’Italia intera. E’ il nostro modo concreto di dare forma a quel ‘continente verticale’ che il Presidente, in tante occasioni, ci ha invitato a immaginare e sognare. Grazie a chi vorrà essere con noi!”
Per questo nel gennaio dello scorso anno aveva lanciato un appello affinché il ‘Piano Mattei’ non restasse una cornice ‘vuota’: “Auspichiamo che il ‘Piano Mattei’ non rimanga una cornice vuota, ma sia fatto di interventi concreti. Finalmente l’Africa diventa un interlocutore riconosciuto con cui progettare un futuro comune, non soltanto una minaccia di cui aver paura. Ci piacerebbe che chi ha il potere di indirizzare le politiche future avesse il coraggio di scelte radicali, guidate dalla consapevolezza che siamo davvero tutti ‘sulla stessa barca’, come dice papa Francesco, e che il bene e il ‘ben-essere’ del prossimo, vicino e lontano, ci riguarda tutti”.
Allora l’Africa ha bisogno di un piano ‘Mattei’?
“L’Africa è un grande continente, con tante potenzialità e speranze. La proposta del Governo italiano, con il Piano Mattei ha, come primo merito, quello di riportare l’Africa al centro dell’attenzione. Le risorse previste sono cospicue (€ 3.000.000.000 dal Fondo per il clima, € 700.000.000/800.000.000 dal Fondo rotativo oltre ad una quota a dono). Gli ambiti di intervento, che vanno dall’istruzione, all’agricoltura, dall’energia, all’acqua fino a quello che ci sta più a cuore, la salute, sono di fondamentale importanza. In questi ambiti, ogni aiuto è prezioso. La speranza è che si arrivi presto ai fatti e che il ‘Piano Mattei’ non rimanga un’azione isolata”.
In quale modo è possibile rilanciare la cooperazione con gli Stati africani?
“Pensiamo che, innanzitutto, siano indispensabili due atteggiamenti: l’ascolto e il dialogo, a tutti i livelli. Accettare la sfida di operare in contesti fragilissimi, come quelli africani, richiede il rispetto di quella realtà, e forse anche di più: richiede di volerle bene, benché imperfetta, faticosa, talvolta surreale per i nostri parametri. Richiede di sapersi mettere nei panni del tuo interlocutore, di guadare la realtà con i suoi occhi per cooperare insieme”.
Quanto è importante il ruolo delle Ong per rilanciare la cooperazione?
E’ fondamentale. Esiste una cooperazione che parte dall’alto e va verso il basso, ‘top-down’ ed una cooperazione che parte dal basso, ‘bottom-up’. Come Cuamm crediamo molto a questa seconda prospettiva: si parte dai problemi concreti, dalle situazioni reali, dal quotidiano. E’ questo il ruolo delle Ong. È il nostro stile che si sintetizza in quel ‘con l’Africa’. Indica un camminare insieme alle popolazioni africane, in un continuo scambio reciproco”.
E’ possibile aiutarli a ‘casa loro’?
“Da oltre 70 anni, il Cuamm cerca di aiutare gli africani proprio lì dove sono nati, prendendosi cura della loro salute e investendo molto nella formazione delle risorse umane locali. La stragrande maggioranza di chi scappa, fugge dalla fame, dalla miseria, dalla paura. Il nostro impegno è quello di contribuire a un cammino di liberazione, accompagnarlo, gettare un seme. Dobbiamo investire con più forza e sinergia nel continente africano. I giovani che incontriamo ogni giorno ci chiedono di credere in loro, cercano una dignità spesso umiliata, chiedono formazione per costruire un futuro, lì nel proprio paese”.
Quali sono le ‘strategie’ per una ‘crescita comune’?
“Partire dai bisogni reali della gente, raccogliere dati e analizzarli in modo scientifico, per trovare risposte efficaci e realizzabili in contesti a poche risorse. E’ fondamentale il coinvolgimento non solo dei Governi e della classe dirigente, ma anche delle comunità e della società civile. Ma non ci sono ricette uguali per tutti. Un esempio? Il nostro impegno in Uganda. In questo paese abbiamo iniziato nel 1958. Nei primi due decenni potevamo contare su una quarantina di volontari tutti espatriati. Ora abbiamo solo medici ugandesi ed un italiano. Nel paese c’è una relativa stabilità e la gente è fiduciosa, crede nel futuro”.
Quale è l’impegno del Cuamm negli stati africani?
“Oggi il Cuamm è impegnato in otto paesi dell’Africa sub-Sahariana (Angola, Etiopia, Mozambico, Repubblica Centrafricana, Sierra Leone, Sud Sudan, Tanzania e Uganda), in 21 ospedali, 124 distretti, oltre 860 strutture sanitarie, 4 scuole per infermieri ed una università. ‘Paesi fragili’ ed ‘ultimo miglio’ sono le scelte prioritarie. Interveniamo a tutti i livelli del sistema sanitario, negli ospedali, nei centri di salute e nelle comunità, per la salute delle fasce più deboli della popolazione, le mamme e i bambini. Ma ci occupiamo anche di grandi endemie come malaria, Tb e Hiv/Aids, di malattie non trasmissibili. Molto importante è la formazione del personale locale a vari livelli, nelle scuole per infermieri e ostetriche, nelle università e on the job”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV in Africa, missionario di fede e speranza
Terzo viaggio internazionale di papa Leone XIV che dal 13 al 23 aprile visita quattro Paesi del continente: in Algeria sui passi di sant’Agostino ed in dialogo con l’islam, in Camerun e Angola per invocare riconciliazione, in Guinea Equatoriale nel segno della speranza, con tre sfide importanti: dialogo, riconciliazione, giustizia. Il ‘pellegrinaggio’ comincia dopo la domenica in Albis ed è di ampio respiro, sia per la durata, sia per il numero delle nazioni che il papa visita.
Insieme al programma sono stati resi noti anche i loghi ed i motti del viaggio: per l’Algeria il logo, ispirato ad un antico bassorilievo, presenta due colombe che bevono dalla stessa coppa, simbolo di pace e comunione, ed il Chi Rho, emblema cristiano, uniti alla mappa del Paese. Al centro ed in basso si trova il motto, ‘La pace sia con voi’: riportato in arabo, amazigh e francese, rappresenta il dialogo e l’incontro tra cristiani e musulmani ed è un invito universale a vivere la pace, la fraternità e la convivenza armoniosa.
Il richiamo alla pace è presente anche nel logo per il Camerun e che mostra una Bibbia sulla quale poggia la sagoma del Paese, con i colori della bandiera nazionale (verde, rosso e giallo). Sulla sinistra si innalza il Crocifisso, segno di evangelizzazione, ai cui piedi è disegnato il monogramma mariano. Al centro, è tratteggiata una colomba irradiata dallo Spirito Santo e infine, a destra, è raffigurato papa Leone XIV raccolto in preghiera. A lui e al suo motto episcopale è ispirato anche il motto del viaggio: ‘In illo uno unum – Che tutti siano uno’.
Infine, il logo scelto per la Guinea Equatoriale presenta in alto, una croce dorata, simbolo di Cristo Risorto e della fede cristiana. Al centro sono raffigurate la mappa e la bandiera del Paese, nonché la famiglia, richiamata dalle sagome di un uomo, una donna ed un bambino, con il motto: ‘Cristo, luce della Guinea Equatoriale, verso un futuro di speranza’.
Per comprendere meglio l’importanza del viaggio in Africa del papa come pellegrino di pace abbiamo interpellato Enrico Casale, collaboratore di ‘Africa Rivista’: “La visita di papa Leone XIV riveste un significato profondo per il continente africano. Il pontefice, fin dal giorno del suo insediamento, avvenuto lo scorso 8 maggio, ha promosso instancabilmente la cultura della pace. In un’Africa ferita da conflitti decennali (Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sudan, Somalia…), le sue parole possono stimolare credenti e laici verso la riconciliazione in territori martoriati. Per le comunità cattoliche, la presenza del Santo Padre è inoltre il segno tangibile della vicinanza del successore di Pietro. Una testimonianza cruciale che raccoglie l’eredità dei predecessori, come papa Francesco, che volle aprire la Porta Santa proprio in una Repubblica Centrafricana sconvolta dalla guerra civile”.
Sui passi della pace: quanto è importante il dialogo tra le fedi per la pace?
“In un mondo in cui le fedi vengono troppo spesso ridotte a ideologie politiche e trasformate in pretesti di odio, il confronto costante diventa la via maestra per disinnescare l’uso distorto delle religioni e riaffermare il messaggio di concordia di cui sono portatrici. Tale impegno è ancora più vitale in un continente come l’Africa, dove da secoli convivono popolazioni di credo differente: una coesistenza che, se ben orientata, rappresenta una ricchezza per la società e una spinta per la crescita umana globale”.
Africa terra di martirio per i cristiani: per quale motivo sono perseguitati?
“Come accennato, la religione è sempre più interpretata in chiave ideologica e posta in contrapposizione alle altre fedi. In questo scenario, i cristiani diventano vittime di un odio irrazionale, incapace di riconoscere nell’altro una risorsa. In diversi Paesi, inoltre, il cristiano è erroneamente percepito come l’erede delle potenze coloniali, dunque un elemento estraneo. Si tratta di una visione storicamente falsa: l’Africa è stata una delle prime terre di evangelizzazione. Non va dimenticato che in Egitto visse uno dei quattro evangelisti e nacque, con sant’Antonio Abate, il monachesimo. In Algeria vide la luce sant’Agostino, mentre l’Etiopia, grazie a san Frumenzio, divenne uno dei primi Paesi cristiani in cui la fede ha intessuto profondamente spiritualità e cultura”.
Quali sono le speranze dei cristiani nei Paesi che il papa visiterà?
“In Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale il papa incontrerà nazioni potenzialmente ricche, dove però le risorse sono mal distribuite e la povertà opprime gran parte della popolazione. Ciò genera tensioni latenti che rischiano di sfociare in scontri aperti. La speranza è che il pontefice solleciti una maggiore giustizia sociale, presupposto essenziale per la stabilità. In Algeria, la piccola comunità cristiana auspica che la presenza di papa Leone XIV valorizzi il proprio contributo come elemento cardine per lo sviluppo sociale. Il papa, che proviene dalla congregazione degli agostiniani, sottolineerà certamente l’esempio di sant’Agostino (filosofo, teologo, monaco e mistico) quale pilastro della tradizione storica e religiosa del Paese”.
Cosa significa essere missionari di speranza?
“Oggi i missionari devono farsi portatori di fiducia, specialmente in contesti lacerati da violenze e indigenza. Di quale speranza si parla? Di quella evangelica, che riafferma il valore sacro dell’uomo laddove la vita sembra non contare nulla; della necessità di edificare sistemi economici equi, lì dove le sperequazioni dominano la sfera pubblica; di una politica capace di armonizzare le diversità anziché esasperarle. Essere missionari significa, infine, testimoniare una fede che sappia scorgere nel prossimo, a prescindere dal credo, una ricchezza umana e un autentico spirito di fratellanza”.
(Tratto da Aci Stampa)





























