Processo 60SA in Vaticano. Papa Francesco mette in pratica ciò che predica?

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 04.06.2023 – Vik van Brantegem] – Condividiamo di seguito nella nostra traduzione italiana dall’inglese un articolo di John L. Allen jr. su Crux che offre una riflessione sullo stato di salute del sistema giudiziario nello Stato della Città del Vaticano: «Il Papa ha detto che “dobbiamo alzare la voce” contro tali abusi del sistema giudiziario. (…) Se Papa Francesco aspira a resistere alla minaccia di “lawfare” in tutto il mondo, potrebbe essere utile assicurarsi che nessuno lo possa accusare di averlo fatto internamente».

Sulla minaccia del “lawfare”, Papa Francesco mette in pratica ciò che predica?
di John L. Allen Jr.
Crux, 4 giugno 2023

(Nostra traduzione italiana dall’inglese)

Pur essendo il pontefice regnante più anziano degli ultimi 145 anni, Papa Francesco a 86 anni rimane comunque straordinariamente au courant. Tra le altre cose, a volte prende in prestito l’ultima parola d’ordine culturale per portare a casa un punto. Un buon esempio è il termine “lawfare”, un neologismo che combina le parole “law” (giustizia) e “warfare” (guerra) per suggerire l’armamento del sistema giudiziario per fini politici.

Francesco ha usato per la prima volta il termine in un discorso del 2019 a un vertice panamericano di giudici tenutosi in Vaticano, mettendo in guardia contro l’ascesa del “lawfare”, e lo ha usato di nuovo lo scorso aprile in un’intervista al canale televisivo argentino Canal 5 de Noticias. “Il lawfare inizia attraverso i mass media, che denigrano e insinuano il sospetto di un reato. Si creano indagini enormi e per condannare basta il volume di queste indagini, anche se non si trova il reato».

Francesco si riferiva in particolare ai casi del Presidente Luiz Inácio Lula da Silva e dell’ex Presidente Dilma Rousseff in Brasile. Lula ha trascorso 19 mesi dietro le sbarre mentre Roussef è stato incriminato, sia con accuse che i critici, compreso il pontefice, hanno considerate politicamente motivate.

Il Papa ha detto che “dobbiamo alzare la voce” contro tali abusi del sistema giudiziario. Sebbene il vocabolario possa essere nuovo, l’insistenza di Francesco nel tenere la politica fuori dalla giustizia penale riflette l’insegnamento sociale cattolico consolidato. Il capitolo ottavo del Compendio della Dottrina sociale della Chiesa afferma: «Nel definire i giusti rapporti tra il potere legislativo, esecutivo e giudiziario, le costituzioni degli Stati moderni garantiscono al potere giudiziario la necessaria indipendenza nell’ambito del diritto». Questa è in realtà una citazione da un discorso del 31 marzo 2000 di Papa Giovanni Paolo II all’Associazione Italiana dei Giudici, in cui il pontefice affermava che in uno “Stato democratico moderno… il potere giudiziario sta fianco a fianco con quello legislativo e poteri esecutivi, con una propria funzione autonoma e costituzionalmente tutelata”. “Il rapporto equilibrato tra questi tre poteri, operando ciascuno secondo la propria specifica competenza e responsabilità in modo che l’uno non prevalga mai sugli altri, garantisce il corretto funzionamento della vita democratica”, ha affermato.

Eppure Papa Francesco è vulnerabile all’accusa di non mettere in pratica ciò che predica quando si tratta di diritto, perché ha il suo sistema di giustizia penale. È quindi una domanda perfettamente ragionevole chiedersi se ha fatto tutto il possibile per garantire che la politica non contamini i propri giudizi.

In questa luce, è sorprendente che quando Papa Francesco ha recentemente emanato una nuova Legge fondamentale per lo Stato della Città del Vaticano, abbia puntualmente ribadito che “il Sommo Pontefice, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano, ha la pienezza del potere di governo, che include il potere legislativo, esecutivo e giudiziario”. In altre parole, non c’è alcuna separazione dei poteri.

Mentre i giornalisti e gli esperti a volte dicono pigramente che il papato ha perso i suoi poteri temporali con il crollo dello Stato Pontificio nel 1870, non è affatto vero. Il Papa rimane il monarca assoluto del territorio fisico che governa, anche se la sua autorità ora è limitata ai 108 acri del Vaticano e alle sue proprietà extraterritoriali.

La Legge fondamentale, infatti, è ben precisa: «In ogni causa civile o penale, e in ogni grado, il Sommo Pontefice può differire l’istruttoria e la decisione su un determinato argomento, con esclusione di ogni ulteriore ricorso».

Ci si sarebbe potuti aspettare che Francesco il Riformatore introducesse almeno un certo grado di autonomia alla magistratura quando aggiornò la Legge fondamentale, la prima revisione di questo tipo dal 2000, ma invece ha consegnato una sonora riaffermazione dell’autorità papale diretta sul sistema giudiziario e su tutto il resto.

Le conseguenze di questa apparente contraddizione tra la predicazione e la pratica sembrano chiare nel “Processo del Secolo” in corso in Vaticano, che attualmente sta per giungere a una conclusione entro la fine dell’anno.

Di recente, gli avvocati difensori del Cardinale italiano Angelo Becciu, uno dei dieci imputati accusati di vari reati finanziari, hanno fatto appello a un collegio di tre giudici guidato dal veterano giurista italiano Giuseppe Pignatone per ammettere come prova una serie di 126 messaggi WhatsApp inviati al procuratore Alessandro Diddi da uno dei testimoni di causa, la laica Genevieve Ciferri, nonché parti dell’interrogatorio del testimone chiave dell’accusa, Monsignor Alberto Perlasca, entrambi omissati.

Pignatone ha respinto la richiesta, schierandosi con la tesi di Diddi secondo cui il materiale omesso deve rimanere segreto perché rilevante per altre indagini in corso.

In una dichiarazione alla corte, Becciu – che, tra l’altro, ha compiuto 75 anni venerdì – ha protestato contro la decisione, sostenendo che Ciferri e Perlasca, insieme a un’altra laica italiana, Francesca Immacolata Chaouqui, sono coinvolti in una campagna per diffamarlo.

“Hanno usato il Papa per mettere in atto un piano vendicativo contro di me, e non capisco perché [la corte] non voglia chiarire questo”, ha detto Becciu. “Questi tre sono tranquilli e liberi, mentre io soffro da tre anni l’incubo di queste accuse che si stanno rivelando false”.

Ovviamente, è impossibile per chi non abbia visto il materiale in questione valutare la fondatezza della decisione del tribunale.

Quello che si può dire è questo: se chiedeste a dieci persone comuni se è giusto che i giudici che hanno emesso questa sentenza siano pagati, assunti e licenziati dallo stesso tizio che controlla la polizia e i pubblici ministeri, nove probabilmente direbbero “certo che no ” e il decimo avrebbe semplicemente riso.

In effetti, i sostenitori di Becciu, come il sito di notizie italiano Faro di Roma, sosterrebbero che ciò che gli è successo è di per sé un classico esempio di “lawfare”.

In effetti, Becciu è stato giudicato dai media ben prima ancora che iniziasse il suo processo, dopo che Papa Francesco lo ha licenziato senza tante cerimonie da Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi e lo ha privato dei suoi privilegi di cardinale nel settembre 2020. Un’accusa penale non è stata presentata fino all’estate del 2021.

Da allora, Becciu è stato l’imputato centrale in un processo molto pubblicizzato, in cui il suo destino è determinato da giudici che sono direttamente subordinati alla stessa autorità esecutiva che lo ha incriminato. Non importa quanto accuratamente ragionato possa essere il verdetto finale della corte, molti osservatori probabilmente lo tratteranno con un asterisco a causa dei dubbi sull’equità strutturale del processo dietro di esso.

Naturalmente, i Papi non sono obbligati a essere completamente coerenti. Abbastanza spesso, come i leader di tutto il mondo, possono quasi sembrare tributi a Walt Whitman: sono grandi e contengono moltitudini.

Tuttavia, se Papa Francesco aspira a resistere alla minaccia di “lawfare” in tutto il mondo, potrebbe essere utile assicurarsi che nessuno lo possa accusare di averlo fatto internamente.

Indice – Caso 60SA [QUI]

Foto di copertina: Papa Francesco e Giuseppe Pignatone, rispettivamente Sovrano e Presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano.

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