Un ricordo di Salvatore Mazza, vaticanista discreto e incredibilmente presente

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 27.12.2022 – Andrea Gagliarducci] –  Non so perché, ma da tempo la prima cosa che mi viene in mente quando penso a Salvatore Mazza è la scena finale del suo romanzo, Shadow, con lei che va a recuperare la testa del suo uomo seppellita nel deserto. E sin da quando lessi quella scena, non so perché, mi è rimasta nella memoria, associata a Salvatore, come se fosse quella testa, staccata eppure piena di significato, quella che me lo rappresentasse di più.

Quando cominciai a fare questa strana associazione, Salvatore non aveva ancora contratto la SLA, che se lo è portato via un Santo Stefano in cui tutto sembrava guardare avanti, e invece sapeva di fine. Eppure, ripensandoci poi, quell’immagine mi sembra oggi molto significativa di quello che Salvatore è stato dal 2017 ad oggi, dal giorno in cui ha saputo di avere la SLA fino alla fine.

Perché Salvatore ha continuato a scrivere fino all’ultimo, parlando e scrivendo con gli occhi, rappresentando la sua malattia in una rubrica, SLAlom, che ha scritto per 83 puntate, e poi mettendo in ordine pensieri e ricordi in un’altra rubrica che leggevamo ogni sabato.

Non ci siamo molto parlati (o meglio scritti), in questi anni. Due volte, se ricordo bene. La prima, un messaggio di sostegno dopo la malattia. La seconda, per dargli una notizia personale di cui, in modo indiretto e misterioso, era stato complice. Il fatto è che non si sa cosa dire quando una persona ha quella malattia. Perché chiedere “Come va?” è assurdo, e non si può dire mai che “andrà tutto bene”. Si è incredibilmente a corto di frasi di conforto (conforto personale, più che conforto per l’altro), e allora se non c’è una amicizia stretta e profonda si preferisce lasciare andare, in maniera un po’ vigliacca.

Ma – ed è quella la cosa bella – se si guarda indietro si comprende anche che, nel silenzio, Salvatore era stato una presenza discreta nella mia vita, e molto più forte di quello che io stesso potessi immaginare.

Lo ho conosciuto la prima volta nel 2009, al mio primo pool durante una visita a Benedetto XVI, quella del Primo Ministro Silvio Berlusconi. Ci ero capitato per caso, perché Suor Giovanna, che guidava gli accreditamenti, aveva deciso che l’ultimo posto del pool dovesse essere dato ad un giovane, e decise che fossi io. In quel pool, c’era Salvatore, che lo guidava con piglio sicuro e tranquillità e che tenne poi il briefing in Sala Stampa, dando anche i dettagli delle posizioni in cui erano seduti (cose importanti, capii dopo); c’era Andrea Tornielli, oggi Direttore editoriale del Dicastero per la Comunicazione e al tempo vaticanista de Il Giornalee quindi Fulvio Fania, vaticanista di Liberazione; e poi io, che da tutti bevevo qualcosa.

C’è stato un periodo che io e Salvatore abbiamo lavorato insieme, lui Direttore di un Portale della Famiglia che era collegato alla Fondazione Centro Internazionale per la Famiglia a Nazareth. Un progetto naufragato, a un certo punto, durante il quale però Mazza ebbe l’occasione di farmi capire quale potesse essere una visione diversa, un modo di guardare al mondo non pregiudiziale.

Quando si andava nella sede del Centro per le riunioni, c’era un volume sulla storia di Rinnovamento nello Spirito, il cui presidente gestiva la fondazione, che era curato da Mazza e aveva una prefazione di Mazza. E in quella prefazione, con uno stile molto sobrio, ma anche ironico, io ci vedevo anche un modo diverso di guardare al mondo, il coraggio di andare controcorrente. Senza gli eccessi che sono propri di un giornalismo urlato di oggi, ma senza nemmeno mettere da parte un po’ di sentimento.

Non so perché, quello scritto mi è rimasto impresso. Così come, più di ogni cosa, mi è rimasto impresso il suo romanzo, Shadow. Lì, Salvatore aveva messo le competenze che venivano non tanto dall’essere vaticanista, ma dall’avere contatti continui con persone che facevano altro nella vita. Competenze messe a punto a partire dall’11 settembre, mi raccontava lui, lasciando trapelare quel tipo di curiosità che lo faceva guardare oltre al mondo vaticano, che pure era il suo mondo.

Lo osservavo nelle conferenze e nei punti stampa dei congressi prendere caterve di noccioline senza prendere un appunto, ascoltando tutti, quasi sembrando di non badare a nessuno, e poi scrivere articoli che erano la perfetta sintesi di quello che era stato detto. Raccontava che una volta si era addormentato durante una riunione CEI, e aveva scritto un pezzo su quello che era stato detto tirando a indovinare sulla base della conoscenza che aveva delle persone, ritrovandosi il giorno dopo i complimenti per la migliore sintesi dei lavori. Lo diceva ridendo, non per vantarsi di essere figo, ma per ridere di se stesso.

Era questa autoironia che lo rendeva, in qualche modo, unico. Perché il giornalista, in realtà, vive per la firma, ha una sua vanità, non fa mai un passo indietro, ma sempre uno avanti. Salvatore, invece, faceva un passo indietro, e non per snobismo, ma semplicemente perché lui era semplicemente fatto così.

Parlava con lentezza, misurava le parole ad una ad una, a volte si fermava un attimo come per raccogliere il pensiero. Raccontava come scriveva, e scriveva come raccontava, anche se poi uno legge Shadow e trova in quella prosa un ritmo diverso, un qualcosa che racconta come, in qualche modo, i freni della professione fossero stati messi da parte.

Perché quel pensare, alla fine, era parte di un essere giornalista. Si pensa perché non si può scrivere a vanvera, perché le informazioni vanno centellinate e addensate, perché si deve evitare un sensazionalismo che alla fine è la morte di quello che è il giornalismo.

Salvatore non era istituzionale perché lavorava ad Avvenire. Era istituzionale perché quello era il senso della professione. Ma era istituzionale con una umanità, e infatti sapeva cose, ma non sempre scriveva, conosceva segreti, ma non sempre li rivelava.

Una delle ultime conversazioni che avemmo prima della scoperta della malattia fu alla laurea del figlio di un nostro collega. Era stato appena eletto Francesco, e lui mi spiegava anche il pregresso della Diocesi di Buenos Aires, le questioni della famiglia Trusso, la necessità che aveva avuto Francesco di fare pulizia cui lui faceva derivare anche la caduta della candidatura di Bergoglio al conclave 2005. Era un qualcosa ancora non esplorato, che però lui aveva molto chiaro, e spiegava anche con un pizzico di piacioneria, quella piacioneria di chi la sa lunga.

Ma la memoria più grande resta quella del suo incontro con Madre Teresa, che narrò mentre prendevamo un caffè appena dopo una riunione in Fondazione, e poco prima di andarsene a cavallo della sua moto.

Conobbe Madre Teresa, disse, perché Avvenire aveva saputo che Giovanni Paolo II stava per pubblicare la Mulieris dignitatem sulla dignità della donna, e allora – nelle sue parole – “un tempo i giornali cercavano le storie vere” e lo inviarono in India, perché fosse Madre Teresa a commentare di cosa fosse la dignità della donna.

E si ritrovò in una India che era “il buco del culo del mondo” (sic.) cercando Madre Teresa che non rilasciava interviste, ma che gli diede appuntamento l’indomani alle 5. Del mattino. E così si ritrovò all’alba dalle missionarie della Carità, ad assistere ad una Messa o adorazione (non ricordo più) prima che ci fosse la colazione e Madre Teresa personalmente gli servisse a tavola. “Madre Teresa serviva a tavola. A me”.

Di Madre Teresa rimase un ricordo che teneva nel comodino, come ha raccontato in una delle sue rubriche, e l’impressione di una donna straordinaria. Dell’India, invece, un ricordo vivido di un posto assurdo, dove tutto può succedere, e dove il suo autista quasi si vergognava a chiedere tante rupie, ma provava comunque a farlo nel tentativo di combattere una povertà endemica.

Io ho pochi aneddoti, perché sono un collega della generazione successiva, e lui era nel mezzo della generazione di mezzo dei vaticanisti. Ma della vecchia scuola era rimasta la curiosità, l’occhio clinico, il senso storico e la voglia di andare al di là di ogni interpretazione pre-costituita. Come quando, presentando il libro di Angela Ambrogetti Compagni di Viaggio, sottolineò come fosse incomprensibile che la lezione di Regensburg di Benedetto XVI fosse stata descritta come un attacco all’Islam, mentre in realtà era “uno dei più poderosi schiaffi mai dati all’Occidente”.

Mancherà il suo sguardo controcorrente. Mancherà, soprattutto, l’attaccamento alla vita, l’amore per il lavoro, cose che si possono tenere in piedi solo se si ha una famiglia che si ama e da cui si è amati. E Salvatore questo lo aveva, così come aveva la famiglia allargata dei suoi amici di sempre.

Dopo Shadow, già malato, Salvatore aveva scritto un seguito, Lettere da Babilonia. Ne parlava da tempo, e lo ha concluso e pubblicato nel 2019. Non lo ho ancora letto. Lo farò. E sarà il mio modo di ricordarlo.

Questo articolo è stato pubblicato oggi dall’autore sul suo blog Vatican Reporting [QUI].

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