Quia ventum seminabunt et turbinem metent. L’incubo della minaccia atomica. Fuori l’Italia dalla guerra, per la pace e per l’economia

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 27.10.2022 – Vik van Brantegem] – La campagna Fuori l’Italia dalla guerra chiede l’uscita dell’Italia da ogni tipo di conflitto, non solo bellico, attualmente in corso. L’appello alla mobilitazione, alla costruzione di un’alleanza trasversale per la pace e l’economia, che è stato lanciato pochi giorni fa sul web [QUI], ha già raccolto 8mila adesioni. A promuovere l’iniziativa sono innanzitutto intellettuali, giornalisti, artisti, scienziati, altri professionisti, ma anche singoli esponenti di movimenti e partiti del dissenso. Ne ha parlato su Visione TV l’analista geopolitico Manlio Dinucci e il docente Francesco Cappello, volto del Comitato no guerra no Nato.

Questo speciale di Visione TV rende comprensibili delle complessità. È fondamentale diffondere e condividere la consapevolezza di quanto sta accadendo e che stiamo vivendo, perché quanto dure da accettare, sono realtà che tutti dovrebbero conoscere. Nonostante le censure che impediscono di vedere la realtà e non solo la propaganda di chi non vuole il dialogo e la pace, ma solo fornire armi e la guerra ad oltranza. Nel frattempo, passo dopo passo, giorno dopo giorno, il mondo liberale ci porta dritti dentro il fascismo.

La volontà di uccidere chi racconta verità scomode
«A Melitopoli un’autobomba è scoppiata sotto la sede della televisione locale ZATV. Non era un presidio militare, ma una redazione giornalistica. Non vi erano militari, ma giornalisti. È evidente che per l’Ucraina i giornalisti che raccontano i fatti sono diventati pericolosi e vanno eliminati. È l’ennesima dimostrazione che l’Ucraina si comporta sempre più come stato uno terrorista, secondo lo stile dell’Isis. Qualche giorno fa a Kherson un colpo di obice era stato sparato su un gruppo di giornalisti russi e ci furono morti e feriti. Piazzare un’autobomba è però ancora più significativo, perché sottolinea la volontà di uccidere chi racconta verità scomode» (Visione TV).

I fact checkers di Facebook pagati da Pfizer e Gates Foundation?
di Michele Crudelini
Byoblu, 16 marzo 2022

Chi sono i fact checkers? Per chi lavorano? Soprattutto, hanno conflitti di interesse?

In un periodo in cui l’informazione generalista si è sempre più appiattita sulle richieste dei Governi di turno, con la scusa dell’emergenza, la professione del fact checkers ha potuto proliferare a vista d’occhio.
Lo sbufalatore è diventato così lo strumento perfetto nelle mani del potere per poter delegittimare, squalificare e silenziare all’istante qualsiasi opinione non in linea con la vulgata dominante. È successo con l’emergenza Covid, succede con la guerra.

C’è però un problema. I fact checkers non sono volontari che spendono la loro vita spinti da un’innata sete di verità e giustizia. Spesso infatti si tratta di dipendenti stipendiati. Niente di male, è curioso però che talvolta gli interessi dei finanziatori dei fact checkers siano puntualmente favoriti dall’attività di silenziamento e delegittimazione di questi sbufalatori di professione.

In effetti qualche dubbio sull’imparzialità del fact checking era iniziato a sorgere quando Facebook era arrivata ad oscurare un contenuto del British Medical Journal, una delle più note riviste scientifiche al mondo. In quel caso le squadre di fact checkers al soldo di Mark Zuckerberg avevano preso di mira un’inchiesta in cui si riportavano gli errori sui trials clinici dei vaccini contro il Covid fatti da Ventavia, azienda reclutata dalla Pfizer.
“Informazioni parzialmente false” così era stato etichettato quell’articolo. In realtà era tutto vero e non si era fatta attendere la reazione del BMJ che aveva dichiarato di aver “chiuso i conti con Facebook”. Altro fact checking, stessi errori.

Negli Stati Uniti il giornalista John Stossel è stato oscurato dalla piattaforma per un intervento sulla questione ambientale. In questo caso il giornalista ha portato Facebook in tribunale e indovinate com’è finita? L’azienda di Zuckerberg, riconosciuta in torto dalla giustizia americana, si è appellata al Primo emendamento della Costituzione statunitense, sostenendo che il fact checking “è solo un’opinione”. Un’opinione che può censurarne un’altra evidentemente.

La stessa piattaforma aveva poi oscurato l’intervento del filosofo Giorgio Agamben in un’audizione parlamentare in cui si parlava di green pass e obblighi vaccinali. Ed è naturale a questo punto porsi la domanda su che titoli abbiano questi cacciatori di bufale per delegittimare nell’ordine il British Medical Journal, John Stossel e Giorgio Agamben, come chiesto dal Senatore Alberto Bagnai ad un rappresentante della società di Zuckerberg.
Non sappiamo le competenze, ma forse sappiamo i finanziatori. Il quotidiano francese France Soir ha infatti rivelato l’esistenza di un fitto rapporto economico esistente tra alcune associazioni di fact checkers e la Pfizer, multinazionale impegnata nella produzione dei vaccini anti Covid.
La Pfizer finanzia per esempio la borsa di studio Arthur F. Burns 2022, un’opportunità di studio e formazione per giornalisti canadesi e tedeschi messa a disposizione dall’International Center for Journalists.
Organizzazione che troviamo tra i partner del Meta Journalism Project, la branca di Facebook che è specializzata nel fact checking all’interno della piattaforma.

Se qualcuno si chiedeva il perché Pfizer buttasse soldi per una borsa di studio dedicata al giornalismo, adesso può rispondersi da solo. La collaborazione tra la Pfizer e l’International Center for Journalists non sembra però cosa estemporanea, perché si può risalire facilmente ad un corso dedicato al giornalismo sanitario del 2008 che aveva come sponsor ancora una volta la Pfizer.

Gli intrecci tra il fact checking e soggetti portatori di interessi sono molteplici. Sempre l’International Center for Journalist ha potuto infatti beneficiare nel tempo di bandi finanziati dalla Bill & Melinda Gates Foundation.

La stessa organizzazione capeggiata dal miliardario americano si trova tra i finanziatori di un’altra organizzazione di fact checkers partner di Facebook, l’International Fact Checking Network che nella lista dei donatori annovera anche la Open Society Foundation, la mastodontica organizzazione dello speculatore George Soros. Personaggio noto per il suo impegno finanziario a favore del Partito Democratico americano e per i tentativi, spesso riusciti, di destabilizzare interi Paesi.

Il fact checking non è quindi nient’altro che l’ennesimo tentativo del potere di legittimare se stesso, attraverso cospicui fondi ben indirizzati e una pulizia di immagine che però si smaschera al primo lavaggio.

Il Bundestag estende e inasprisce il crimine di incitamento all’odio
La negazione e la minimizzazione dei crimini di guerra e del genocidio sono ora punibili come “incitamento all’odio”. Il Bundestag ha inasprito la legge penale venerdì scorso senza alcun annuncio. Ciò si applicherà, ad esempio, alla negazione e alla banalizzazione dei crimini di guerra russi in Ucraina.
Finora nella Repubblica federale erano punibili solo l’approvazione di reati di ogni tipo (articolo 140 del codice penale) e la negazione e la banalizzazione della Shoah (articolo 130, paragrafo 3). Un nuovo paragrafo 5 è stato ora aggiunto al paragrafo 130. Di conseguenza, sono punibili la negazione pubblica e la banalizzazione “grossolana” di altri genocidi, nonché crimini contro l’umanità e crimini di guerra.
La restrizione è che la dichiarazione deve essere “in grado di” turbare la quiete pubblica e incitare all’odio o alla violenza. In definitiva, tuttavia, la procura decide quali dichiarazioni devono essere perseguite in caso di termini così vaghi. Dopotutto, in questi tempi caldi si può facilmente presumere che le persone siano capaci di generare odio.
L’inasprimento del diritto penale si basa su un “aiuto alla formulazione” inizialmente non pubblico del Ministero della Giustizia di Marco Buschmann (FDP). Completamente inosservato dal pubblico, il comitato legale ha deciso mercoledì di inserire la proposta in un’innocua legge nel registro centrale federale.
Ciò significa che si poteva fare a meno di una prima lettura. E solo un giorno dopo, il Bundestag ha finalmente deciso la modifica, come ultimo punto all’ordine del giorno poco prima delle 23:00. Su questo hanno votato i gruppi della coalizione semaforo e l’Unione, contrari AfD e Linke.
Il Ministero della Giustizia ha sottolineato che l’inasprimento del diritto penale non ha nulla a che fare con la guerra in Ucraina. Si reagisce solo a una procedura d’infrazione da parte della Commissione UE. La Germania non ha implementato in modo sufficientemente chiaro una risoluzione quadro dell’UE (per combattere il razzismo) del 2008. È solo un “chiarimento”. Il ministero ha affermato che negare e banalizzare i crimini di guerra era già stato punito come incitamento all’odio.
Finora, tuttavia, nessuno lo ha ipotizzato e non sono note decisioni giudiziarie corrispondenti. Da febbraio, anche la Procura della Repubblica sta indagando per l’approvazione della guerra d’aggressione russa, ma non per negare o banalizzare i crimini di guerra russi. Si tratta a tutti gli effetti di un inasprimento.
La normativa di vasta portata che è stata approvata non sarebbe stata nemmeno obbligatoria ai sensi del diritto dell’UE. Perché la decisione quadro dell’UE del 2008 lascia agli stati dell’UE un certo margine di manovra. Ad esempio, si possono criminalizzare la negazione e la banalizzazione ei crimini di guerra che siano già stati definitivamente accertati da una corte internazionale.
Ma non è questo il punto. Per il perseguimento penale di espressioni di opinione grossolanamente banali, è sufficiente che un pubblico ministero classifichi determinati atti come crimini di guerra (Fonte: Die Tageszeitung).

Ursula von der Leyen: l’obiettivo non è il congelamento dei beni russi ma la confisca di essi
“Il nostro obiettivo non è solo il congelamento, ma anche la confisca dei beni. Ci stiamo lavorando, abbiamo creato un gruppo di lavoro. Stanno lavorando anche esperti internazionali. In particolare, stanno definendo quale quadro giuridico è necessario per confiscare i beni già congelati e utilizzarli per finanziare la ricostruzione dell’Ucraina. Quindi c’è un tale desiderio, ma non è facile dal punto di vista legale, c’è molto lavoro da fare”, ha detto il Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen.

I finanziamenti europei all’Ucraina
Gli aumenti dei costi dell’energia sono iniziati quando, nel 2020, l’Unione Europea ha imposto il piano verde con la quotazione delle emissioni di CO2. Oggi, l’Unione Europea è pronta a finanziare l’Ucraina con 1,5 miliardi di euro al mese, che saranno circa 18 miliardi di euro nel 2023. Queste cose vanno ricordati, quando questo #brancodibalordi ci dicono di stare al freddo in casa e mettere due maglioni, di non lavarsi e puzzare, per risparmiare luce, gas e tra poco anche l’aria per respirare. Per Ursula von der Leyen e compagni di merende il migliore cittadino europeo e quello morto (se smaltito in modo ecologico, compostandolo).

BASF ridurrà la sua presenza in Europa in modo permanente
La più grande azienda chimica del mondo afferma che gli elevati costi energetici rendono il continente sempre meno competitivo.
BASF ha affermato che dovrà ridimensionarsi “in modo permanente” in Europa, poiché i costi energetici elevati rendono la regione sempre meno competitiva. La dichiarazione del più grande gruppo chimico del mondo per fatturato è arrivata dopo l’apertura della prima parte del suo nuovo impianto di ingegneria delle materie plastiche da 10 miliardi di euro in Cina un mese fa, che avrebbe sostenuto la crescente domanda nel paese.
“Il mercato chimico europeo è cresciuto solo debolmente per circa un decennio [e] il significativo aumento dei prezzi del gas naturale e dell’elettricità nel corso di quest’anno sta mettendo sotto pressione le catene del valore dei prodotti chimici”, ha affermato mercoledì l’amministratore delegato Martin Brudermüller.
BASF, che produce dai prodotti petrolchimici di base ai fertilizzanti fino alle colle, ha speso 2,2 miliardi di euro in più per il gas naturale nei suoi siti europei nei primi nove mesi del 2022, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Brudermüller ha affermato che la crisi europea del gas, unita a normative di settore più severe nell’UE, sta costringendo l’azienda a ridurre i costi nella regione “il più rapidamente possibile e anche permanentemente”.
La società ha annunciato due settimane fa che avrebbe ridotto i costi di 1 miliardo di euro nei prossimi due anni, rivolgendosi principalmente ad “aree non produttive” come IT, comunicazioni e ricerca e sviluppo.
Brudermüller, che in precedenza aveva avvertito che un embargo sul gas russo avrebbe fatto precipitare la Germania nella sua più grande crisi dalla Seconda Guerra Mondiale, ha affermato mercoledì che i tagli ai costi erano necessari per “salvaguardare la nostra competitività a medio e lungo termine in Germania e in Europa”.
La Germania rimane il mercato più importante per i ricavi di BASF, rappresentando il 18% delle sue vendite da inizio anno, rispetto al 14% dalla Cina (Fonte: Financial Times).

«Dedicato a tutti quelli che da mesi blaterano di necessità di “risparmiare” per superare l’inverno. Risparmio significa distruzione della domanda, disinvestimenti, chiusura di aziende, disoccupazione. È bene avere chiaro ciò a cui si va incontro, poi ognuno è padrone del proprio destino e risponde alla propria coscienza» (Giubbe Rosse).

Russia: “È fase finale suicidio energetico Europa”
“Siamo nella fase finale del suicidio energetico dell’Europa, ha detto il Vice Ministro degli Esteri russo, Alexander Grushko, nel suo intervento alla XV edizione del Forum economico eurasiatico, in corso a Baku. E che siamo entrati in questa fase, ha denunciato il numero due della diplomazia di Mosca, lo dimostra “la reazione di assoluta impassibilità dell’Europa di fronte agli attacchi contro i gasdotti Nord Stream 1 e 2, che sono di proprietà russa, ma costituiscono la base della sicurezza energetica dell’Europa”. Nel corso dei decenni “sono stati realizzati decine di progetti” nell’ambito della cooperazione tra Mosca ed i Paesi europei, progetti che sono stati tenuti “al di fuori del contesto ideologico, C’è stata la Guerra fredda e poi la guerra nella ex Jugoslavia, interi Stati sono scomparsi dalla mappa, ma a nessuno mai è venuto in mente di utilizzare la cooperazione energetica come arma di pressione e anche militare”, ha sottolineato il Vice Ministro degli Esteri russo. Che poi ha lamentato come invece ad un certo punto “gli europei Abbiano deciso di rinunciare ai vantaggi che venivano dalla cooperazione con la Russia, mentre gli Stati Uniti sono riusciti a evitare quello che temevano di più: il riavvicinamento tra la Russia e l’Europa” (Fonte: ADNKRONOS).

Il prezzo del gas scende ma non le bollette: la causa è la crisi economica e non c’è da rallegrarsene
di Giulia Burgazzi
Visione TV, 24 ottobre 2022


Altro che i giubilanti titoli dei giornaloni. C’è la crisi economica dietro il fatto che il prezzo del gas nell’Unione Europea sta diminuendo di giorno in giorno. Lunedì 24 ottobre è sceso sotto i 100 euro al MWh. Per la cronaca, i benèfici effetti sulla generalità delle bollette si sentiranno semmai in futuro: per il momento, pagheremo innanzitutto i vecchi rincari.

Il gas ora costa di meno soltanto perché le fabbriche (e le case) ne usano di meno. Se il gas è troppo caro, le aziende preferiscono cessare (o diminuire) il consumo di gas: insieme ad esso, la produzione. Tirano giù le serrande, insomma. Si chiama distruzione della domanda. Nell’UE, il consumo di gas è diminuito del 16% nel trimestre aprile-giugno, periodo al quale si riferiscono gli ultimi dati disponibili. In Italia, del 16% nel solo scorso mese di settembre.

Quando diminuisce la domanda di un bene, diminuisce anche il prezzo di quello stesso bene. Non c’entra minimamente il tetto al prezzo del gas caldeggiato dall’ex primo ministro Draghi: checché se ne dica e se ne scriva, l’ultimo summit UE non lo ha affatto deciso.

Non accadeva da tempo, in effetti che il gas scendesse sotto i 100 euro al TFF, la borsa speculativa di Amsterdam che, pur trattando ridotte quantità di gas, ne fissa il prezzo in tutta l’UE. I 100 euro rappresentano grossomodo il prezzo che il gas ha mantenuto durante primavera scorsa, per poi impennarsi in modo insopportabile a partire dalla metà di giugno. Cento euro sembrano pochi, ma un anno fa – prima delle sanzioni alla Russia – il gas al TTF costava ancor meno. Il grafico (tratto dal sito specializzato tradingeconomics.com), intanto.

In Italia, la diminuzione dell’uso del gas avvenuta in settembre non è stata equamente distribuita fra i vari settori. Case, -9,4%. Centrali termoelettriche che impiegano il gas per produrre elettricità, -17,8%: non contano solo i risparmi domestici di elettricità dettati dalle bollette stratosferiche, ma anche i consumi delle industrie. E infatti: consumo industriale di gas, -22,5% in settembre.

Vuol dire che hanno ridotto la loro attività di un quinto, e anzi quasi di un quarto, le aziende che usano il gas per ottenere vapore, acqua surriscaldata, calore o freddo. Lavorazione di metalli e di alimenti, ceramica, concimi, vernici, plastiche…

Ma non solo questi settori. La crisi dell’energia e i suoi prezzi alti mordono a cascata. La blasonata agenzia di stampa Reuters una decina di giorni fa ha pubblicato un elenco di altrettanto blasonate grandi imprese europee che licenziano migliaia di persone, o comunque riducono gli addetti su questa stessa scala di grandezza. Le aerolinee finlandesi, il colosso chimico Henkel in Germania, la Siemens spagnola… In Italia, 3.500 prepensionamenti al Monte dei Paschi.

In questo quadro, il prezzo del gas (e dell’energia) e l’economia possono essere descritti come due giganti di pari forza che lottano rotolandosi sul pavimento. Se l’economia proverà ad alzare la testa, il gas prevedibilmente provvederà a fargliela abbassare. Proviamo ad immaginare che il minore prezzo del gas invogli le imprese a produrre e ad assumere di nuovo. Ecco cosa accadrebbe: più domanda di gas, rincaro del gas, prezzi del gas di nuovo insopportabili, attività produttive di nuovo chiuse.

La distruzione delle infrastrutture energetiche critiche dell’Ucraina
Le compagnie energetiche ucraine affermano che l’esercito russo seleziona attentamente gli obiettivi per gli attacchi alle infrastrutture ucraine e che le forniture occidentali sono una “goccia nel mare” rispetto a ciò che l’esercito russo ha distrutto. Gli sforzi russi per distruggere le infrastrutture energetiche critiche dell’Ucraina sembrano “competenti ed efficaci”, ha affermato The Economist, citando esperti.

Guerra. Tre domande a von der Leyen che scarica le responsabilità sulla Cina
di Alessandro Orsini
Il Fatto Quotidiano/Nuovo Atlante, 25 ottobre 2022


I principali attori occidentali in Ucraina sono Stati Uniti, Nato e Unione Europea. I primi due sono interessati a prolungare la guerra, mentre il terzo è interessato a interromperla. Il ragionamento di Biden è stato il seguente: “Se la Russia non reagisce alla penetrazione della Nato, sottopongo l’Ucraina al dominio americano; se il test va male, la guerra affligge l’Europa”. Dal canto suo, Stoltenberg ha un interesse a sconfiggere l’esercito russo, tanto più che una vittoria in Ucraina aprirebbe nuovi spazi di conquista per la Nato che si porrebbe nella condizione ideale per assorbire tutta l’Europa, cogliendo la prima occasione utile per rovesciare Lukashenko in Bielorussia secondo lo schema già impiegato nel 2003 in Iraq, nel 2011 in Libia e in Siria, e nel 2014 in Ucraina. Lo schema si chiama “regime change” e consiste nel sostituire presidenti filo-russi con presidenti filo-americani mediante guerre illegali, il finanziamento di rivolte interne e il prolungamento di guerre civili. Sebbene facciano sanguinare i popoli, Biden e Stoltenberg curano gli interessi delle loro organizzazioni egregiamente.

Per Ursula von der Leyen, invece, vale un discorso diverso che impone di partire dalle basi della geopolitica europea. In primo luogo, la violenza vantaggiosa per la Nato e gli Stati Uniti in Europa, Medio Oriente e Africa del Nord, è una violenza quasi sempre disastrosa per l’Unione europea. Si pensi alla crisi dei profughi siriani che ha afflitto l’Europa. Da una parte, la Casa Bianca alimentava la guerra civile per sostituire il filo-russo Bassar al Assad con un presidente filo-americano; dall’altra, l’Unione europea si leccava le ferite, attentati dell’Isis inclusi. La guerra siriana ha pure accresciuto – altro danno geopolitico – il potere della Turchia su Bruxelles. Per attenuare lo scontro nel suo seno, l’Unione europea si è inginocchiata a Erdogan pagandolo per trattenere i profughi. Date simili premesse, von der Leyen dovrebbe essere una colomba tra due falchi in Ucraina, ma questo non accade. Breve: la presidente della Commissione europea non difende gli interessi dell’Unione europea.

Essendo priva di personalità politica, von der Leyen ha bisogno di una strategia comunicativa per nascondere le sue qualità mancanti. A tal fine, l’attenzione dell’opinione pubblica viene dirottata da von der Leyen verso Xi Jinping. Nasce così una narrazione dell’assurdo, secondo cui soltanto la Cina, o forse la Turchia, potrebbero fermare la guerra, quando, in realtà, è l’Unione Europea che possiede questa facoltà. Von der Leyen dovrebbe lavorare per un cessate il fuoco, opponendosi a chi, al riparo dall’altra parte dell’Oceano, vorrebbe sconfiggere la Russia sul campo con il rischio di una escalation nucleare pagata dagli Europei. Attribuendo alla Cina, talvolta alla Turchia, il potere di trattare, gli amici di von der Leyen impediscono di osservare l’inanità politica di questa donna.

La guerra conoscerà un’attenuazione quando le parti coinvolte si faranno reciproche concessioni. La Cina non ha niente da concedere perché non è coinvolta nello scontro armato. Contro la manipolazione dell’opinione pubblica, occorre porre von der Leyen al centro della scena per rivolgerle tre domande.

La prima è come mai non lotti per un cessate il fuoco visto che l’Europa subisce danni gravissimi dalla guerra.
La seconda è come mai non abbia frenato la penetrazione della Nato in Ucraina nel 2021 essendo noti i rischi di una guerra con la Russia.
La terza è come mai si rifiuti di assumere la guida della diplomazia.

La risposta ingannevole è ormai nota: “La pace dipende dalla Cina, ergo, la Commissione Europea non è criticabile”.

Chi semina vento raccoglie tempesta (Osea 8,7)
Le “Aquile urlanti” dell’esercito USA sono in Europa: non accadeva dalla Seconda Guerra Mondiale.
La 101ª divisione aviotrasportata è schierata in Romania, vicino al confine con l’Ucraina. Non accadeva dalla Seconda Guerra Mondiale che questa forza, una delle più importanti dell’esercito degli Stati Uniti, venisse dislocata sul suolo europeo. I militari in realtà sono arrivati quest’estate, ma la notizia adesso è che sono pronti a combattere da un momento all’altro: lo ha riportato CBS News, presente sul campo con un suo giornalista nell’ambito di un reportage.
Il Presidente serbo Vucic ha definito ” tempesta perfetta” il dispiegamento della 101ª Divisione aviotrasportata dell’esercito americano vicino al confine con l’Ucraina in Romania, che porta ad un forte aggravamento della situazione. “Quando vedi che gli Americani hanno inviato la loro unità migliore in assoluto in Romania, a pochi chilometri dal confine con l’Ucraina, diventa chiaro cosa ci aspetta”, ha detto Vucic all’agenzia serba Tanjug.
L’Ambasciatore russo negli USA parla di “conseguenze disastrose” nel caso di un intervento diretto americano.
Nel frattempo Romania e Moldavia sono teatro di proteste popolari spesso oscurate dai media mainstream.

I sistemi di comunicazione globale
Dal Cosmodromo Vostočnyj (nella oblast dell’Amur nell’Estremo oriente russo, a circa 8000 km di distanza; nel 1921 fu sede dell’ultima enclave antibolscevica, il Governo provvisorio del Priamur) è stato lanciato il veicolo di lancio Soyuz-2.1b. Secondo i dati ufficiali, ha lanciato in orbita quattro satelliti militari russi: tre Gonets-M e uno Skif-D. Mentre i satelliti della serie Gonets sono una ricostituzione del sistema di comunicazione spaziale già funzionante, lo Skif-D merita una menzione speciale. Si tratta di un dispositivo che è il primo componente del sistema di comunicazione globale Sphere. Secondo i piani, sarà composto da diverse centinaia di satelliti per vari scopi in orbite basse, medie, altamente ellittiche e geostazionarie. La costellazione è progettata per fornire l’accesso a Internet a banda larga, ma sarà anche in grado di fornire una trasmissione di dati ad alta velocità sia per le comunicazioni militari che speciali. In effetti, è in parte un analogo dello Starlink della società americana Space X. Perché è così importante? I combattimenti in Ucraina hanno chiaramente dimostrato l’efficacia di tali sistemi. Sono vitali: già ora le comunicazioni spaziali e un’ampia costellazione di satelliti per il telerilevamento terrestre forniscono un grande vantaggio, come si può vedere dall’esempio dell’utilizzo ucraino di Starlink. Finora c’è solo un veicolo spaziale Skif-D in orbita ed è improbabile che Sfera venga rifornita a un ritmo accelerato di dozzine di dispositivi al mese. Si tratta di un lungo e duro lavoro prima della sostituzione delle importazioni o della ricerca di una base alternativa di componenti elettronici di satelliti.

Un’offensiva russa in Occidente?
Ci sono informazioni che la Federazione Russa ha preso la decisione di combattere fino alla piena vittoria globale. Per questo è necessario tagliare le forniture di armi occidentali all’Ucraina e, più specificamente, tagliare l’Ucraina dal confine con la Polonia. In condizioni in cui il complesso militare-industriale ucraino è praticamente distrutto, i resti della base di riparazione sono sottoposti a continui attacchi di missili e droni e le risorse sovietiche si stanno esaurendo, l’Ucraina è fortemente dipendente dall’assistenza occidentale.
Se Kiev perde rifornimenti dall’Occidente, allora con una probabilità del 90% la guerra sarà persa in 2-3 mesi per mancanza di munizioni, se la NATO non entra in guerra, e non lo farà, almeno ora.
Le truppe russe devono raggiungere Stryi per interrompere completamente i rifornimenti dalla Polonia. L’Ungheria non fornirà il suo territorio e, anche se lo farà, la Transcarpazia è collegata logisticamente con l’Ucraina da due passi che possono essere distrutti. Rimarrà solo la possibilità di consegne attraverso la Romania, ma due imbuti non consentiranno di mantenere il livello di munizioni e attrezzature con l’attuale intensità dei combattimenti.
Secondo lo Stato Maggiore delle forze armate ucraine, le forze combinate di Bielorussia e Federazione Russa possono attuare questo piano, l’unica domanda è in quale forma e con quali forze ciò verrà fatto. Lo Stato Maggiore ucraino sembra prepararsi a un possibile sviluppo degli eventi, ma come al solito, gli abitanti delle regioni occidentali ancora una volta non vengono informati o si sono dimenticati di dirlo per non scatenare il panico.

Rischio nucleare, esercitazioni e strani acquisti: che cosa sta succedendo in Occidente)
di Giulia Burgazzi e Martina Giuntoli
Visione TV, 23 ottobre 2022


Tira una brutta aria, in Europa e non solo. A quanto pare, in Occidente i funzionari governativi stanno effettuando dietro le quinte una prudente pianificazione, per stabilire il da farsi qualora fossero utilizzate armi nucleari in Ucraina o nelle vicinanze. E non è difficile cogliere potenziali indizi di tale pianificazione.

A quanto scrive il quotidiano britannico The Guardian, l’informazione relativa all’esistenza della pianificazione proviene da funzionari anonimi [QUI]. Sebbene essi ritengano improbabile che la Russia faccia ricorso all’atomica, la pianificazione avrebbe due scopi. Primo, evitare caos e panico: e di provvedimenti recentissimi del genere non si trova oggettivamente traccia. Si trovano però notizie potenzialmente riferibili al secondo scopo: offrire aiuto e rassicurazione alla gente.

Offrire aiuto attraverso farmaci efficaci contro gli effetti della radioattività, ad esempio. Il Dipartimento per la salute e i servizi degli Stati Uniti ha deciso martedì 4 ottobre di acquistare “dosi aggiuntive” di NPlate, un farmaco utile per fronteggiare gli effetti delle radiazioni sulla coagulazione del sangue [QUI]. Quante dosi, non si sa. Si conosce però il prezzo complessivo: la tutt’altro che modica cifra di 290 milioni di dollari.

Pochi giorni più tardi su Twitter è circolata voce che Nancy Pelosi, presidente della Camera statunitense e terza carica dello Stato, avesse acquistato 10.000 azioni di Amgen, la società che produce il NPlate [QUI]. Ovvio sottinteso inespresso: se Nancy Pelosi lo fa, è perché dispone di informazioni in base alle quali questo è l’affare del momento.  Non c’è alcuna conferma ufficiale di un simile acquisto. Certo è però che le quotazioni di Amgen sono decollate verso febbraio [QUI], cioè quanto è iniziata la guerra in Ucraina.

Dal canto suo, in corrispondenza con lo scoppio della guerra la Russia ha fatto scorta di pillole di iodio, anch’esse utili contro le radiazioni [QUI]. Ma attenzione: le pillole di iodio proteggono la tiroide – e soltanto la tiroide – dallo iodio radioattivo. È l’elemento più abbondante rilasciato nell’atmosfera in caso di incidente grave in una centrale nucleare. Di fronte allo scoppio di una bomba atomica, tuttavia, le pillole di iodio possono magari anche aiutare la tiroide: ma il corpo umano va incontro a problemi ben più gravi.

Le pillole di iodio sono quanto di meglio la municipalità di Kiev può offrire alla cittadinanza. Ha promesso di distribuirle in caso di attacco nucleare [QUI]. Peraltro, attraverso il sito in inglese Visit Ukraine, l’Ucraina istruisce perfino viaggiatori ed eventuali turisti sul comportamento da tenere in caso di uso di armi atomiche [QUI]. Per sopravvivere bisogna rifugiarsi entro 10 minuti in un edificio di cemento, ancor meglio se in una cantina. Lasciare all’esterno gli abiti, ormai contaminati, e rimanerci tappati dentro per almeno 48 ore. Assumere solo cibi e bevande provenienti da contenitori sigillati. Al momento di uscire, indossare occhiali, respiratore e indumenti protettivi. Se non sono disponibili, riparare almeno col nastro adesivo le parti scoperte del corpo.

Simmetricamente, nell’Europa centrale stanno conoscendo un revival i rifugi antiaerei della Seconda guerra mondiale e i rifugi antiatomici costruiti ai tempi della guerra fredda [QUI]. Per lunghi, lunghissimi decenni ci sono andati, semmai, solo i turisti. In questo mese di ottobre, il governo polacco ha ordinato di fare l’elenco completo di tutti quelli che restano.
L’Euratom, la branca dell’Unione europea che si occupa di nucleare, ha firmato venerdì 27 settembre un protocollo di intesa con l’Iaea, l’agenzia atomica internazionale [QUI]. Quest’ultima si occupa di nucleare civile, e non militare. L’energia, non le armi. Il memorandum tuttavia non cita espressamente il nucleare civile. Cita invece la preparazione e la risposta alle emergenze, senza specificarne la natura.

Per quanto riguarda l’Italia, durante questo mese la Protezione Civile ha messo online una “sintesi divulgativa” relativa al rischio radiologico [QUI]. Una sorta di atto dovuto che discende da vecchie normative. Riguarda esclusivamente le cose da fare in caso di incidente grave in una centrale nucleare all’estero. Non cita le armi atomiche. Però viene fuori proprio ora.
In estremissima sintesi: se l’incidente accade in un altro continente, si impedisce l’importazione di alimenti potenzialmente contaminati dalla radioattività. Se succede in Europa, ma lontano dall’Italia, provvedimenti tipo quelli a suo tempo per Chernobyl: vietare gli alimenti freschi che possono essere contaminati e in più spegnere l’areazione delle serre, coprire le colture, portare il bestiame al chiuso.

Se invece l’incidente grave capita in una centrale nucleare a meno di 200 chilometri dal confine – ce ne sono 27, prossime a Piemonte, Lombardia e Friuli Venezia Giulia – si contempla anche l’eventualità che nelle province più vicine la gente debba rimanere al chiuso per 48 ore e che vengano distribuite pillole di iodio agli under 40. Il documento individua meticolosamente i compiti di categorie professionali ed enti, compresi i Comuni: l’associazione dei Comuni, l’Anci, lo sta infatti rilanciando [QUI].
Anche gli Iberici si sono mossi in questo senso e infatti proprio in Spagna il Ministero degli Interni, tramite la Direzione Nazionale della Protezione Civile, ha siglato un accordo con un’azienda di Siviglia, la Teknoservice, per l’acquisto di 397 megafoni per circa 64mila euro [QUI]. Secondo la stampa spagnola, gli impianti di amplificazione serviranno per allertare la popolazione in caso di emergenza nucleare.

Sempre in Spagna, si apprende che la Marina Militare ha rispolverato i protocolli per il rischio radioattività, in caso di problemi con navi o sottomarini a propulsione nucleare, dato che ci sono ben tre punti in cui il Paese può accogliere mezzi con quelle caratteristiche [QUI].

La Francia invece, venerdì 30 settembre, ha effettuato un’esercitazione sui rischi nucleari e radiologici di natura non specificata [QUI]. Di nuovo, come nel caso dell’Ue, non si può escludere una volontà di proteggere la popolazione nell’eventualità che vengano usate armi nucleari. L’esercitazione si è svolta a  Saint-Paul-lez-Durance,  con tanto di sirene di allarme udibili nel raggio di cinque chilometri.

Un po’ ovunque pertanto si torna a parlare di pericolo nucleare, anche se spesso si minimizza.

Sebbene il rischio di incidenti sia ritenuto basso, da quando è scoppiato il conflitto in Ucraina non lo si può più considerare nullo, o almeno così sembrano raccontare le fonti leggendo tra le righe.

Meglio dunque ripassare, pare essere il messaggio, nel caso in cui ve ne sia bisogno.

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