La Mente-Informa

Liberi o schiavi?

Oggi affrontiamo un argomento particolarmente rilevante, quale quello della Libertà.

Il termine libertà va inteso come capacità autonoma di scegliere, decidere, agire, essere responsabili della propria esistenza, seguire il proprio Se primario e senza sentirsi schiavi della paura, dipendenza, frustrazione o di qualsiasi pensiero negativo.

Per affrontare in maniera significativa l’argomento dobbiamo entrare nell’argomento, ovvero dobbiamo interrogarci e calarci nel mondo che ci circonda.

Siamo soliti condurre la nostra esistenza affrontando tutto dal di fuori, ma questo è un atteggiamento piuttosto filosofico. I filosofi affrontano le cose, dal di fuori, argomentando teorie che, più o meno sfiorano il nocciolo della questione, ma entrare nelle cose è tutt’altra storia.

Nei miei precedenti articoli, ho spiegato che lo step principale è sempre quello di porsi le domande giuste, unica modalità per entrare nel cuore degli argomenti e da lì a ritroso portare l’argomento a galla.

In questo caso specifico la domanda giusta da porsi è: “Io mi sento libero o schiavo? Intorno a me ci sono persone libere o schiave?”.

Essere liberi non significa essere persone in fuga.
Essere liberi vuol dire semplicemente essere sinceri con se stessi e vivere di spontaneità.
Essere liberi vuol dire riuscire a sentire quando la propria anima si arena e ripartire quando è necessario.
Essere liberi non significa essere privi di vincoli, bensì vincolarsi a ciò in cui si crede.

Di contro la condizione di schiavi implica la mancanza di rispetto verso la nostra libertà psicologica. Quando viviamo secondo condizioni e condizionamenti dettati dall’altrui volontà/libertà, senza chiederci che cosa sia realmente opportuno per noi, si determina una condizione molto sfavorevole per il nostro benessere, abbassando notevolmente i livelli di autostima e reprimendo nel tempo bisogni e desideri. Pian piano iniziamo a vivere una dimensione che non ci appartiene, nella quale non trova più spazio la domanda giusta: “Io come mi sento in questa dimensione? Cosa penso io?”.

Il rischio è alto, si finisce per alienare il proprio Se primario, i propri bisogni, procedendo meccanicamente in direzioni che altri hanno programmato per noi e quindi che non ci appartengono. Tutto questo offre un chiaro risultato di perdita di interiorità e di spazio vitale. Un tacito compromesso con la realtà circostante, un quieto vivere con conseguente perdita della libertà psicologica.

La soluzione è semplice, bisogna mettersi in gioco e scegliere. La libertà è una scelta.

A questo punto del discorso subentrano altre domande giuste: “Qual’è il prezzo da pagare? Nella scelta cosa perdo? Perché temo di affermare la mia libertà?”.
Dare risposta a queste domande significa comprendere quali sono i nostri blocchi interiori, quelli che non permettono alla nostra essenza di esprimersi e di vivere.

La libertà è una scelta, ovvero decidere se continuare a tenere la maschera o buttarla finalmente al vento. Le scelte sono atti di coraggio, atti di amore verso i nostri diritti, i nostri bisogni e desideri.
Scegliere di essere uomini e donne libere non vuol dire intraprendere la strada dell egoismo, non vuol dire calpestare gli altri; vuol dire semplicemente imparare ad essere assertivi, ovvero la capacità di difendere onestamente la nostra interiorità, rispettando i diritti e non i desideri altrui.

“L’uomo crede di volere la libertà. In realtà ne ha una grande paura. Perché la libertà lo obbliga a prendere delle decisioni e le decisioni comportano rischi” (Erik Fromm).

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Le emozioni. Al tempo del Covid-19

Ci sono delle corde del cuore umano che è meglio non toccare, diceva così Dickens. Oggi più che mai sentiamo l’esigenza di proteggere il nostro cuore da forti emozioni, che talvolta non riusciamo a controllare.
Da psicologa sento di dover fare qualcosa per tutti coloro, che in questo delicato momento si sentono molto smarriti.
Il Covid-19 è una pandemia, che non colpisce solo il corpo, ma si insinua in maniera subdola nella nostra psiche, attecchisce nel nostro cuore, che è la sede delle nostre Emozioni.
Proviamo insieme a comprenderle, per evitare che possano prendere il sopravvento e diventare incontrollabili.

In questo delicato momento della nostra vita, le emozioni più diffuse sono: paura, ansia, confusione, sospetto, rabbia, tristezza, frustrazione.
Cerchiamo insieme di fare un chiaro discernimento per poterle guardare “negli occhi” e arginarle.

PAURA
È una forma di difesa della nostra psiche. Quando proviamo paura ci mettiamo in guardia da qualcosa. La paura è un fatto determinato, ovvero è necessario, che ci sia qualcosa che si concretizza come pericoloso per la nostra incolumità.

ANGOSCIA
Spesso la paura si confonde con l’angoscia ed è proprio quello che stiamo provando in questo momento. Come sconfiggerla? imponiamoci di vivere nel presente. Ovvero, facciamo alleanza con la nostra parte logico razionale, che ci suggerirà gli strumenti giusti in nostro possesso per proteggere noi stessi e tutti gli altri.

ANSIA
È l anticipazione nefasta di qualcosa, che non essendo definibile, con grande probabilità non accadrà mai. L’ansioso ha sempre bisogno di rassicurazioni esterne, ed in quanto tali non saranno mai davvero tranquillizzanti. Come affrontarla? In primis, proviamo a sentire il nostro corpo, ciò che esso ci rimanda. Stoppiamo presto il circolo vizioso nel quale siamo scivolati, cercando aiuto nel bagaglio del nostro passato, quando sicuramente ci siamo trovati a vivere situazioni ansiose e a quali abilità siamo ricorsi per far fronte a cose analoghe.

RABBIA
È una reazione di impotenza nei confronti di eventi inaccettabili, emozione che scaturisce da un senso di ingiustizia subita di cui non è facile identificare il colpevole e spesso è associata a manifestazione di grande tristezza. Come affrontarla? È necessario in questo caso arrendersi ad essa e al consequenziale senso di impotenza. Non va certo alimentata. Per smaltirla è consigliato fare attività manuali e creative, così da convertire la sua intensa energia in azioni creative trasformate.

In sintesi per poter fronteggiare questo momento estremamente delicato per la nostra psiche, dobbiamo affinare le nostre capacità di discernimento, ovvero distinguere i dati obiettivi dalle fantasie, che inevitabilmente la nostra mente crea per colmare vuoti.
In casi così importanti di emergenza, non esistono soluzioni semplici. Nessuno ha tutte le risposte, ma ognuno di noi può fare qualcosa per sé stesso e per gli altri.
L’essere umano ha una grande abilità: si chiama adattamento. Per cui, ora più che mai, dobbiamo lasciare andare le nostre rituali abitudini, per crearne di nuove. Questo richiede un grande sforzo da parte di tutti, ma è l’unico atto di vero amore a cui siamo chiamati.

Valentina Villano

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La vacuità

Oggi parliamo di un argomento affascinante ma complesso, semplice e non complicato. Prima di affrontare l’argomento facciamo una doverosa distinzione dei tre concetti che quotidianamente sono nel nostro gergo comune, spesso usati senza conoscere bene il loro significato intrinseco. Proviamo insieme a spiegarli, cosi da chiarire meglio le nostre idee.

Tutto ciò che è semplice vuol dire che è privo di problemi, privo di tutto ciò che non serve. Rendere semplice vuol dire ridurre, eliminare il superfluo. Di contro, rendere complicato è molto più facile, basta aggiungere senza alcuna preoccupazione, ed è ciò che spesso facciamo, anche inconsapevolmente. Infatti, le persone di fronte al semplice arretrano, quasi ne hanno paura; di consueto sminuiscono il valore della semplicità.

Secondo quanto afferma Abraham Moles, siamo di fronte a qualcosa di complicato quando, scomponendolo nei suoi elementi essenziali, questi apparterranno a numerose categorie differenti.

Complesso invece è quando le componenti dell’oggetto di analisi saranno molteplici, ma raggruppabili in poche categorie.

Dunque meglio semplice che complesso, meglio complesso che complicato.

L’arte di saper vivere, dunque, sta nello “smontare” un problema, analizzare le informazioni e trovare le giuste categorie, che aiutano a giungere al semplice, preferire la complessità alla complicatezza è già in esso una forma di semplicità.

Fatta questa doverosa premessa torniamo all’argomento scelto, la vacuità. Oggetto di numerosi studi filosofici, parliamo del concetto di vuoto di esistenza intrinseca.

Per giungere a questa profonda consapevolezza, dobbiamo necessariamente fare un percorso volto ad eliminare l’ignoranza. È un percorso che richiede impegno e una notevole dose di forza di volontà. Sono proprio questi due ingredienti, che contraddistinguono le persone di spessore interiore versus l’ignoranza.

L’ignoranza è la madre di tutti i veleni mentali. Eliminando le due fonti di sofferenza principali, che sono l’attaccamento e la rabbia, possiamo iniziare a far fronte all’ignoranza, che in questo caso specifico vuol dire aggrapparsi all’idea che noi siamo esseri solidi, che le situazioni che ci circondano siano solide. In realtà non è cosi, tutto è vuoto di esistenza intrinseca.

Ad una prima lettura, superficiale, possiamo pensare che il discorso si orienti verso una direzione di instabilità e precarietà dell’essere umano. Ma approfondendo, e soprattutto sperimentando il concetto, possiamo perfino toccare con mano il concetto di vuoto di esistenza intrinseca.

Proviamo a sperimentare noi stessi a quanto non siamo mai uguali ad un secondo prima. L’essere umano è in continuo cambiamento, è in uno stato di perenne trasformazione, siamo infinite persone, dunque non siamo nessuna di esse. Nella realtà, non facciamo altro che aggrapparci ad un idea di solidità, mentre tutto è relativo.

Ad esempio, se proviamo ad ascoltare un suono, siamo proiettati a pensare che quel suono sia un dato oggettivo. In realtà non lo è, ognuno lo percepirà in maniera diversa a seconda del proprio potere sensoriale, che è ovviamente differente da persona a persona. Tutto ciò che appare nella realtà, può essere interpretato in infiniti modi diversi. Quindi, tutto ciò che può essere interpretato in modi diversi, è vuoto di esistenza intrinseca. I nostri pensieri, la nostra vita, è vuota di esistenza intrinseca, proprio perché è in perenne mutamento, è cangiante.

Riuscire ad avere questa visione corretta della realtà, in modo profondo, ci permette di eliminare l’ignoranza; ci permette di evitare che la nostra mente si aggrappi a situazioni, come fossero piene di esistenza intrinseca. Questo percorso si attua attraverso momenti di profonda meditazione. Quindi, è l’Io che si ripiega su se stesso ed evolve.

Per poter sperimentare questa dimensione di vuoto di esistenza intrinseca, pensiamo analiticamente ad un “oggetto”, che può essere una persona, una situazione, o altro di nostro interesse. A questo “oggetto” diamo mille interpretazioni diverse. In questo modo riusciremo a capire in maniera analitica, che è vuoto di esistenza intrinseca. Successivamente mettiamo da parte questi risultati e riprendiamo l'”oggetto” analizzato e lasciamo sorgere la nostra mente, che si aggrappa a quell'”oggetto” come se avesse solidità di esistenza intrinseca. Lasciamo che la mente che emerga si aggrappi all’idea non veritiera di esistenza intrinseca e in quel preciso istante possiamo mettere l’antidoto: poniamo lì le considerazioni analitiche che abbiamo fatto precedentemente.

Se riusciamo a fare questo in maniera vera, in maniera profonda, allora saremo in grado di intraprendere il cammino verso il benessere, verso la felicità, perché solo riuscendo ad eliminare i tanti veleni che ammalano la nostra mente, possiamo preservare e custodire il nostro corpo, “luogo” privilegiato dove i nostri pensieri, le nostre emozioni diventano reali.

Buona lettura e buon cammino.

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La persuasione

Persuadere significa modificare l’atteggiamento o il comportamento dell’interlocutore con argomenti, ragioni, suggerimenti, mediante uno scambio.

Spesso, nel linguaggio corrente, adoperiamo il termine convincere, come se fosse un sinonimo di persuadere. In effetti, convincere vuol dire superare degli ostacoli logici e razionali, con dei mezzi che hanno la parvenza della logica e della razionalità, per vincere le resistenze ed i dubbi con la forza logica delle argomentazioni.

Persuadere, al contrario, si basa su meccanismi anche emotivi e passionali, si serve delle stesse arti che adoperiamo per sedurre. La persuasione è essere irresistibili agli altri. Si serve, pertanto, di argomenti, ma essi sono più emotivi ed affettivi che dialettici e razionali. La principale arma della persuasione è la suggestione, vale a dire la capacità di indurre un pensiero, una convinzione, senza che l’altro possa opporsi, né avverta la ragione di farlo.

La comunicazione persuasiva efficace inizia in maniera sempre informativa (comunicare qualcosa di nuovo), ma insieme è accolta come confermativa (coerente con le attese, i gusti, i valori di fondo, del soggetto).
Spesso si afferma che l’uomo utilizza il linguaggio per comunicare, ma ciò non è vero per l’uomo quanto lo è, invece, per gli animali. Gli animali si servono dei segnali sonori e di quelli posturali per comunicare uno stato d’animo, per segnalare un pericolo, per riavvertire di un attacco, per indicare la fame. Il linguaggio e la postura dell’animale comunicano qualcosa riguardo al presente ed all’esperienza immediata. La comunicazione negli animali, inoltre, è un sistema di segnalazioni isomorfe, in maniera diretta, evidente ed universale fra significante e significato.

La lingua dell’uomo non funziona in modo isomorfo, né direttamente indicativo e la relazione fra significante e significato è di tipo convenzionale e simbolico, tranne poche parole ed espressioni di tipo onomatopeico. L’uomo, al contrario dell’animale, utilizza la parola per organizzare il flusso delle esperienze mentali, per dare un senso ai propri vissuti, per costruire nella mente un’immagine che rispecchia la realtà esterna. L’uomo parla per organizzare la mente e predisporla al futuro.

Sulla base degli studi di psicologia sociale, unitamente a quelli sulle tecniche di comunicazione, molti studiosi specializzati nell’informazione hanno teorizzato alcuni postulati che cercano di descrivere il comportamento di chi riceve un qualunque tipo di messaggio, in particolare quello persuasivo. Partendo dal presupposto che la maggior parte della comunicazione può essere ricondotta ad un gioco di persuasione, le ricerche si sono focalizzate sul messaggio stesso, analizzandone il tipo di trasmissione, ricezione, decodificazione e assimilazione, per scoprire se, questa fonte, che presenta ragionamenti e conclusioni, riesca a produrre un qualche effetto nel ricevente.

Sappiamo che non può verificarsi nessuna persuasione se non sussistono le necessarie premesse oggettive e soggettive, proprie del ricevente; ovvero, non si può persuadere chi non ha la disposizione a lasciarsi persuadere. È proprio su questo presupposto che gli studi si sono rivolti, ad orientare l’animo ed a modificare le disposizioni e le motivazioni del ricevente, piuttosto che a riprogettare i messaggi stessi.

La premessa di una valida comunicazione persuasiva è che essa incontri delle disposizioni favorevoli. Il messaggio persuasivo deve essere positivo, attraente, gradevole, divertente, chiaro, ordinato e compiuto, suscitare curiosità ed un buon interesse. Molto spesso questi aspetti del messaggio agiscono sul soggetto in modo inconsapevole ed inavvertito, perché attivano in lui delle risposte automatizzate e condizionate.

Al contrario, un messaggio minaccioso e negativo funziona pochissimo o per nulla. Le motivazioni di tale inefficacia sono numerose. In realtà, la maggior parte di noi cerca di difendersi da pensieri angosciosi semplicemente accantonandoli, rimuovendoli dalla coscienza. Il messaggio deterrente e negativo diventa inefficace, perché esce dal centro dell’attenzione. L’altro motivo è quello della distorsione emotiva delle attese, ovvero tendiamo a credere ai nostri desideri, diventando ciechi dinanzi alla realtà e cerchiamo quindi di adagiargli all’idea sulla quale abbiamo riposto aspettative spesso irreali. Qualunque tipo di comunicazione persuasiva che utilizza degli stimoli negativi tanto da porre in uno stato conscio difensivo, sarà inefficace in partenza.

Premesso questo, si può prendere in considerazione una prima teorizzazione psicologica, di impronta cognitivistica sulla quale si inserisce la psicologia sistemica di Watzlawick, come ho gia trattato nell’articolo precedente sulla Comunicazione, che teorizza gli “assiomi della comunicazione”. Sulla base di questi assiomi emergono elementi molto importanti ai fini della definizione del messaggio persuasivo, in particolare l’aspetto non verbale del messaggio da comunicare.

Si evidenzia, infatti, il rapporto contenuto/relazione, nel quale l’evento comunicativo è scisso in due aspetti, quello verbale, e quello non verbale. Inoltre è posto l’accento su ciò che Watzlawick chiama punteggiatura e scansione comunicativa, ovvero, la comunicazione è vista come un “percorso circolare, grazie al quale ogni evento è simultaneamente stimolo, risposta, rinforzo”. Si tratta del principio sul quale si basa il concetto di feedback, o retroazione, ovvero che ogni messaggio inviato presuppone un messaggio di risposta che, a sua volta, è visto come messaggio inviato, e così via.

Questo ci invita a riflettere su come la componente affettiva incida moltissimo sulla capacità di essere persuasivi, ancor di più che l’effettivo contenuto del messaggio stesso. È doveroso, dunque, porre l’accento sulla comunicazione affettiva per eccellenza, ovvero, la comunicazione non verbale. Quest’ultima è stata oggetto di studio fin dall’antichità, pensiamo ad Aristotele, per il quale il linguaggio è considerato una scrittura dell’anima, per cui si evidenzia l’importanza dell’aspetto non verbale.

Oggi, la comunicazione non verbale viene considerata come l’insieme di variabili legati all’atteggiamento di una persona (gesticolare, l’intonazione della voce, ed altri fattori, difficilmente controllabili), che contribuiscono a dare all’interlocutore un quadro più preciso del coinvolgimento affettivo che l’emittente inserisce nel messaggio, a conferma o in contrasto con quanto egli stia dicendo, rivelando così una coerenza inconscia col messaggio emesso o, altrimenti, l’esistenza di un messaggio paradossale ed inconsistente.

L’analisi della coerenza fra canale verbale e canale non verbale della comunicazione permette di valutare la forza persuasiva del messaggio, in termini di credibilità e di attendibilità. È evidente che anche la struttura stessa del messaggio e non solo l’aspetto emotivo decreta se un messaggio sia persuasivo o meno, ad esempio la vividezza del messaggio per renderlo facilmente reperibile, la reiterazione del messaggio, tanto utilizzato in ambito pubblicitario che da luogo ad un effetto che in psicologia si chiama mera esposizione, ciò rende il messaggio più familiare e quindi più facilmente accettabile; altro espediente utilizzato è fare appello all’autorevolezza e alla credibilità di chi veicola il messaggio.

Una strategia che viene messa in atto, nell’ambito dei mezzi di comunicazione di massa, che sviluppa un effetto importante, che prende il nome di agenda setting. Questo fenomeno nasce dall’assunto che i media descrivono la realtà presentando al pubblico una sorta di ordine di priorità delle notizie. La comunicazione di massa non influenzerebbe quindi, direttamente, gli atteggiamenti e le opinioni, ma l’importanza da attribuire alle questioni, strategia a mio avviso molto sofisticata, non tanto nell’attuazione della stessa, bensì, nella pianificazione per giungere a tale effetto, poiché essa attecchisce, laddove c’è carenza conoscitiva.

È per questo che noi quotidianamente dobbiamo far leva a creare coscienze pensanti, educare a pensare.

Quando le persone attribuiscono molta importanza ad un dato evento, spesso con carenza conoscitiva, aumenta la probabilità che prestino più attenzione alle notizie che lo riguardano, considerandone in maniera approfondita tutti gli aspetti. In pratica, indurre l’effetto agenda setting, vuol dire agire a livello cognitivo e produrre opinioni stabili, prima ancora che sulla direzione delle opinioni stesse.

Per concludere, se vogliamo essere persuasivi, dobbiamo mettere in atto alcune “abilità”:
1) la reciprocità;
2) il contrasto, dove a livello psicologico le qualità di una persona o situazione vengono vissute non in modo assoluto, ma relativo, ad esempio sarà abbastanza facile persuadere un cliente ad acquistare una macchina ad un prezzo alto ma favorevole, dopo che gli è stato prospettato un altra macchina più scadente e ad un prezzo esagerato;
3) la sintonia empatica;
4) la diffusione sociale, ovvero se tutti scelgono una determinata cosa non possono sbagliare, quindi il prodotto è buono, la scelta è valida ecc.;
5) la dissonanza cognitiva, ovvero una volta intrapresa una strada, fatta una scelta, in qualche modo non si può tornare indietro;
6) il rendere affascinante qualcosa, non perché è alla moda, o diffuso ma per l’opposto, perché è esclusivo e raro, per pochi eletti.

Il minimo comune denominatore resta quello di procedere ad una ristrutturazione della percezione della realtà da parte del soggetto, che viene guidata ed orientata secondo la particolare focalizzazione del messaggio persuasivo. Consiste in un meccanismo che altera lo stato di coscienza e del rapporto con la realtà.

La persuasione fa convergere l’attenzione della persona su alcuni aspetti e lo rende “cieco” su altri, catalizza l’attenzione su alcune parti attraverso il gioco dell’enfasi e del silenzio, come quando puntiamo un riflettore su un particolare. oscurando il resto, la parte illuminata diviene oggetto di attenzione costruendo su di essa una memoria selettiva e orientata.

Buona lettura e buon cammino.

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Egodistonia vs egosintonia. La paura di stare bene

La materia di cui siamo fatti, cambia continuamente. Questo perché la vita è un continuo mutamento, movimento, uno scorrere senza fine della realtà, perenne nascere e morire delle cose. Quindi noi, realmente, non siamo la stessa persona che eravamo un tempo, eppure di consueto sentiamo di essere uguali a come eravamo, come se lo spazio e il tempo non avesse effetto su di noi. Di fronte alla domanda “descrivi te stesso” rispondiamo riflettendo i nostri tratti caratteriali, i modi di essere, i valori, le predilezioni e le antipatie che ci contraddistinguono. E questo sentirci “così”, condiziona le nostre azioni, che diventano abitudini.

La capacità che abbiamo di permanenza del “se” si definisce Identità, e l’Identità implica coerenza. In assenza della seconda, la prima si dissolverebbe. Per questa ragione preferiamo e ricerchiamo esperienze a noi familiari, anche quando sono deleterie per il nostro benessere, rifiutando con altrettanta forza modi di agire e di pensare che ci appaiono distanti, inconsapevoli del fatto che potrebbero rappresentare la nostra salvezza. L’identità porta stabilità, ma impedisce di uscire da una visione limitata, a volte dolorosa, di se stessi.

Dopo questa premessa, necessaria, possiamo trattare al meglio l’argomento che oggi ho scelto per voi, l’egodistonia vs egosintonia.

Il grado di sintonia è la misura in cui eventi mentali o azioni sono percepiti coerenti con il sé. Non tutto ciò che abbiamo nella mente, lo vogliamo. Il cervello è un organo che ha ragioni sue e che, talvolta, produce emozioni, sentimenti e comportamenti egodistonici, incoerenti, ovvero con il nostro modo di essere disallineati rispetto a ciò che vorremmo provare. Sono quei pensieri che non siamo disposti ad accettare, quelle pulsioni non confessabili, quegli atti che non vorremmo ripetere, compiuti sotto la pressione di bisogni che pensiamo illegittimi. Quella parte di noi che può non sembrare nostra e ne siamo perfino impaurirti, perché, nel suo essere difforme, sottrae coerenza all’identità, la destabilizza.

Al contrario, definiamo egosintonici quei pensieri, emozioni, sentimenti e comportamenti che reputiamo in linea con la nostra personalità, che giudichiamo come la naturale conseguenza dell’immagine che abbiamo di noi stessi; sono le convinzioni che sentiamo su ciò che è giusto e sbagliato, i nostri valori. Di ciò che è egosintonico, ci fidiamo, ci dona tranquillità: come di una strada percorsa centinaia di volte, di cui conosciamo ogni curva, ogni pericolo, sappiamo esattamente dove ci condurrà. Una certa egosintonia, paradossalmente, può essere la causa dei nostri mali. Questo accade, perché il grado di egosintonia rispetto a un certo modo d’agire e di essere, più che definire la nostra reale natura, è indice della rigidità con cui abbiamo costruito l’identità e dell’indisponibilità ad accettare i lati di noi meno lusinghieri e presentabili. Ecco perché non siamo sempre disposti a perseverare di fronte alle difficoltà per ottenere qualcosa a cui diamo valore. Non siamo disposti sempre a metterci in gioco quando, sul piatto, vediamo l’eventualità di un insuccesso. La capacità di compiere simili azioni, quelle che potrebbero avvicinarci alla vita che vorremmo, spesso viene bloccata da modi di essere e di fare egosintonici.

Sembra un paradosso, ma l’egosintonia, in altre parole, non assicura il benessere. Al contrario può essere più dannosa delle azioni e dei pensieri egodistonici. Una certa egosintonia del sé è causa della maggior parte dei disturbi psicologici, perché è responsabile della sofferenza che, in misura minore o maggiore, tutti proviamo; quella che non è indotta da condizioni esterne, oggettive, ma dalla nostra stessa rigidità mentale. Potrà mai essere speranzoso e sereno chi vede nel futuro solo pericoli? Molti disturbi psicologici, sono proprio causati da questo disequilibrio, ovvero tra ciò che sentiamo di essere e ciò che in realtà vogliamo e siamo!

In psicologia esiste un manuale a scopo diagnostico, che descrive ed elenca i disturbi, i sintomi e li raggruppa in categoria in base agli elementi comuni. Parliamo del DSM 5, l’ultima versione più aggiornata.
I disturbi di personalità sono definiti tali, perché sono l’espressione dei tratti caratteriali patologici. Chi ha un disturbo della personalità, esterna un grado di egosintonia, di quelle stesse caratteristiche del sé, che sono responsabili del problema. Ovvero, affermando la frase “è giusto cosi”, “sono fatto cosi”!

Per chiarire meglio la teoria, propongo un esempio. Le persone ipocondriache hanno convinzioni egosintoniche. L’inaccettabile pensiero di soffrire e morire li spinge alla costante paura di ammalarsi, a chiedere continue rassicurazioni e a sottoporsi a ripetuti, quanto inutili, accertamenti specialistici, il cui effetto tranquillizzante non dura mai a lungo. Anche dopo check-up approfonditi, presto o tardi tornano a cadere nelle loro radicate idee, di cui sembrano indisponibili a discuterne la fondatezza. L’egosintonia tipica del “sentire” ipocondriaco si esprime nel terrore irrazionale, che il peggio sia dietro l’angolo.

Un’altro esempio, con un livello minore del grado egosintonico, è quello della fobia sociale, ovvero la paura delle situazioni in cui sono previste performance o interazioni pubbliche. Le persone con fobia sociale si preoccupano che qualcuno possa accorgersi del rossore del viso, del sudore della fronte, della goffaggine dei movimenti, del tremore della loro voce e degli errori nel parlare. In realtà non riescono, proprio, a ignorare l’incalzante preoccupazione di subire critiche e giudizi.

Potremmo andare avanti all’infinito, descrivendo i vari disturbi della personalità e il loro modo in cui attraverso l’egosintonia vengono mantenuti tali. Quindi, provando ad andare oltre – soprattutto oltre la paura, che inevitabilmente distorce la realtà – sarebbe proprio il contrario, ovvero l’egodistonia, ad essere la dimensione che influisce in maniera positiva, sulla motivazione, ad agire in modo funzionale.

Buona lettura, buon cammino.

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La comunicazione

“Prima di raccontare, osserva. Prima di comunicare qualcosa agli altri con immagini e parole, fai in modo che quelle immagini e quelle parole ti suonino familiari. Prima di muovere la fantasia, afferra le cose che hai intorno” (Gianni Amelio).

Comunicazione è una parola che deriva dal latino “cum” (con) e “munire” (legare, costruire), e dal latino “communico” (che appartiene a tutti, mettere in comune, far partecipe): si intende il processo e le modalità di trasmissione di un’informazione da una persona a un’altra (o da un luogo a un altro), attraverso lo scambio di un messaggio elaborato secondo le regole di un determinato codice. La comunicazione, evidentemente, non è semplicemente parlare, ma presuppone necessariamente una relazione e quindi uno scambio.

Diversi sono i tipi di comunicazione.

Ad esempio, nella dimensione umana, il processo comunicativo vede coinvolte le persone su due polarità: da un lato la comunicazione come atto di pura cooperazione, in cui due o più individui modellano la realtà e la verità condivisa; dall’altro la pura e semplice trasmissione, unidirezionale, senza possibilità di replica.
La Comunicazione risulta un fenomeno particolarmente complesso, poiché coinvolge e attiva molti processi; nel contempo è un processo dinamico, ovvero in continuo cambiamento, dove la persona e l’ambiente circostante sono elementi inseparabili, che si influenzano reciprocamente.

In ambito umano, la comunicazione si distingue in comunicazione sociale e comunicazione interpersonale.

La comunicazione sociale, meglio conosciuta come comunicazione di massa, viene realizzata da una o poche persone ed è rivolta a molte. L’aggettivo sociale è riferito alla diffusione di valori e di orientamenti contenuti nei messaggi che si veicolano.
Questo tipo di comunicazione assolve due funzioni:
– da una parte espleta la sua vocazione civile e sociale, infatti, esprime tematiche riguardanti il benessere collettivo, quindi, ha come finalità quella di sensibilizzare l’opinione pubblica;
– dall’ altra parte si riferisce a tutta l’attività promossa dal terzo settore, che agisce animato da logiche legate alla relazione tra le persone e alla condivisione di valori e scopi collettivi; dunque si tratta di una forma di comunicazione che varia, dove il carattere pedagogico e informativo gioca un ruolo importantissimo.

La comunicazione interpersonale, invece, coinvolge due o più persone e si basa sempre su una relazione in cui gli interlocutori si influenzano sempre l’un l’altro, anche quando non ce ne rendono conto. Per spiegare la comunicazione interpersonale i teorici della pragmatica della comunicazione sono ricorsi a cinque assiomi fondamentali.
Cercherò – per ovvi motivi legati alla ”logistica” dell’articolo – di formulare una semplificata spiegazione di tali assiomi.
Il primo assioma parla di impossibilità di non comunicare, ovvero non si può non comunicare perché non si può non avere comportamenti. Ogni comportamento è un messaggio. Anche il non parlare, ignorarsi, isolarsi rappresentano forme di comunicazione, perché con ogni comportamento inviamo un messaggio.
Il secondo assioma dice che la comunicazione non solo trasmette un’informazione, allo stesso tempo determina un comportamento. Tutte le comunicazioni contengono un messaggio di contenuto, noto come report, e un messaggio di relazione, noto come command. Quello che rende il messaggio di relazione particolarmente significativo è la comunicazione non verbale. Tanto è, che spesso il messaggio di relazione prende il sopravvento su quello di contenuto e ne determina il vero senso. Difatti, la stessa frase, se espressa con toni e gestualità differenti, ha un significato differente.
Il terzo assioma riguarda il modo in cui scorre o si blocca la comunicazione tra due persone. Teniamo sempre presente, che nella relazione comunicativa entrambe le parti contribuiscono a dare continuità, a modulare o ampliare lo scambio.
Il quarto assioma pone la comunicazione su due polarità: quella digitale (verbale) e quella analogica (non verbale). Di conseguenza, non solo quello che si dice ha un peso, bensì anche il modo in cui viene detto, assume una connotazione significativa, ciò costituisce il messaggio completo.
Il quinto assioma afferma che la comunicazione può essere simmetrica o complementare. La comunicazione simmetrica si sviluppa tra due pari; quella complementare si sviluppa verticalmente, ovvero tra chi ha il potere e chi non ce l’ha.

Questi cinque assiomi hanno permesso di stabilire i parametri per definire un processo comunicativo di successo, che si verifica quando le parti coinvolte riescono a sintonizzare temi e toni. Toccando l‘aspetto più poetico della comunicazione interpersonale, devo citare Henri Bergson, il quale sosteneva che nella comunicazione oltre al messaggio deve passare anche un supplemento di anima. È evidente che questo valore aggiunto addolcisce le parti, così da poter effettuare una comunicazione efficace e funzionale.

Nello specifico possiamo parlare di comunicazione efficace quando vengono messi in atto in maniera rigorosa alcuni passaggi fondamentali.
Innanzitutto, il messaggio – per essere sostenuto – deve essere compreso e sentito come proprio, quindi il linguaggio vertirà sulle emozioni e i desideri dell’interlocutore.
Grande importanza la riserviamo all’ascolto attivo, ovvero il livello di capacità di ascolto rivela quanto siamo centrati su noi stessi o sugli altri. È evidente che quanto più siamo sintonizzati sugli altri, maggiore sarà la possibilità di cogliere i messaggi più profondi e nascosti, che sfuggono alla maggior parte delle persone che non ascoltano. Dunque l’ascolto attivo rappresenta le fondamenta per poter innalzare piani di rispetto e fiducia e dunque costruire edifici di comunicazione efficace.
Altro step importante riguarda la comunicazione non verbale. Il linguaggio del corpo guida moltissimo il messaggio che vogliamo trasmettere. Apriamoci, dunque, alle espressioni facciali, ai gesti, alla postura, al contatto oculare, e perfino al respiro, evitando qualsiasi forma di rigidità o tensione.
Il terzo step pone l’accento sulla comunicazione paraverbale, quindi non il contenuto espresso, ma il modo in cui viene espresso (il tono della voce, la velocità, il timbro, le pause che generano forti emozioni).
Il quarto punto riguarda la comunicazione assertiva. Chi sa comunicare, riesce a far valere le proprie opinioni, mantenendo al contempo il rispetto per quelle altrui.
Procedendo lungo la linea dei vari step dobbiamo necessariamente soffermarci sul linguaggio persuasivo, ovvero la capacità di far vibrare le corde emotive dell’interlocutore. Per giungere a tale abilità occorre essere: comprensivi, credibili, connessi e contagiosi (il messaggio deve contenere energia, innovazione, ed entusiasmo). I veri comunicatori producono messaggi spumeggianti! Comunicare in modo efficace si può, ed è come quando dobbiamo aprire una cassaforte, basta la combinazione giusta!

Oggi abbiamo trattato un argomento complesso e vasto nel contempo, tanto da cercare in maniera semplificata di evidenziare le parti salienti della tematica. Ci sarebbe da scrivere ancora fiumi di parole, ma lo spazio non mi consentirebbe di dilungarmi oltre, e la mia intenzione resta sempre di tenere alto il livello di attenzione, senza appesantire la buona volontà del lettore, che dedica il suo tempo a migliore se stesso.

Buona lettura e buon cammino.

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L’ascolto

La scorsa settimana, vi ho parlato dell’OSSERVAZIONE, oggi tratterò un argomento particolarmente delicato, ovvero l‘ASCOLTO.

Condurrò la mia rubrica di Psicologia La Mente Informa, seguendo una linea di continuità tra gli argomenti che di volta in volta affronteremo insieme, in modo da darvi nozioni lineari e che ricalcano una certa continuità.

L’ascolto è l’atto dell’ascoltare, è l’arte dello stare a sentire attentamente, non è dunque un atto superficiale. In psicologia è uno strumento che ci permette di di apprendere, conoscere il tempo e lo spazio che ci circonda e comunicare con noi stessi e il mondo circostante.
Di solito siamo convinti che l’ascolto sia semplice e automatico. Tuttavia questa credenza si rivela molto spesso erronea. L’ascolto vero implica una partecipazione attiva e un interesse reale per colui che parla e per le sue parole. Ascoltare non è solo udire quello che l’interlocutore dice ma è qualcosa di più; è come dire all’altro: ”Ciò che tu mi stai dicendo è importante”. Dunque, dare autenticamente ascolto all’altro non è né semplice, né automatico.

La difficoltà di ascoltare una persona non è associata, come si potrebbe pensare, ad una indisponibilità verso l’altro, ma scaturisce da atteggiamenti sbagliati nel rapporto comunicativo con lui. Spesso fattori di natura cognitiva, emotiva, relazionale diminuiscono la nostra capacità di ascoltare veramente l’altro e comprendere pienamente quello che l’altro vuole comunicarci.

Alcuni studi di psicologia della comunicazione ci suggeriscono alcuni atteggiamenti, che più impediscono la capacità di ascolto e sono: valutativo, interpretativo, di consolazione, investigativo e risolutivo.

L’atteggiamento valutativo consiste in una posizione poco flessibile fondata su rigide convinzioni o su rigide norme morali. Chi è solito porsi in questo atteggiamento si limita a filtrare le informazioni provenienti dall’altro sulla base dei propri schemi mentali, delle proprie convinzioni e dei propri principi ideologici. In maniera prevenuta, non ascolta autenticamente chi parla ma si limita a esprimere giudizi di valore in base alle sue posizioni preconcette.
L’atteggiamento interpretativo consiste nel focalizzare l’attenzione su ciò che è essenziale per sé stessi e dal proprio punto di vista e non per chi parla. Tutto si concentra sui propri interessi e di conseguenza le cose che l’altro dice e le informazioni che sta comunicando vengono selezionate in base esclusivamente personale e non in base al punto di vista del parlante.
L’atteggiamento investigativo è caratterizzato da una quasi spasmodica smania di indagare su aspetti della vita dell’altro. Più che ascoltare, con questo atteggiamento si tende a carpire le informazioni personali dell’altro. La conseguenza è che questi ha la sensazione di subire un interrogatorio e attiva un atteggiamento difensivo e ostile.
L’atteggiamento risolutivo consiste nel cercare di fornire subito una soluzione semplicistica anche senza avere le informazioni necessarie. Questo atteggiamento induce in chi parla il convincimento che l’interlocutore più che dedicargli tempo, vuole liberarsi.

Per alcuni aspetti, i risultati delle ricerche sulla comunicazione e l’ascolto sembrano confermare le tipologie di ascoltatore individuate nell’antica Grecia dal filosofo Plutarco:
– l’esibizionista che sposta sempre il discorso su sé stesso e su tematiche da lui preferite;
– l’arrogante che ascolta accigliato e serioso palesando un forte distacco;
– il malizioso che tenta di mettere in difficoltà l’altro con domande fuori luogo;
– l’invidioso pronto a criticare ogni cosa sempre e comunque;
– l’ignorante che pur non capendo nulla si nasconde dietro a spiccati sorrisi e ampi cenni di approvazione;
– l’adulatore che è sempre pronto a lusingare l’altro;
– l’ipocrita che recita continuamente la parte dell’ascoltatore perfetto,ma che di perfetto non ha neppure l’ ombra.

Tutti i suddetti atteggiamenti impediscono l’ascolto attivo e l’atteggiamento di accettazione dell’altro: un modo di rapportarsi agli altri che non sentenzia, non colpevolizza, non approva e non disapprova.

L’atteggiamento di accettazione non si limita alla sospensione del giudizio ma richiede il profondo rispetto dell’unicità e diversità dell’altro.
L’ascolto attivo implica un coinvolgimento e una partecipazione sia sul piano verbale sia sul piano non verbale (postura, gesti, sguardo, ecc.) quasi ad avvolgere in modo accogliente l’altro, senza invadere, per facilitare la costruzione di una buona relazione.

L’atteggiamento di accettazione e l’ascolto attivo favoriscono un clima di fiducia e una reale comprensione dell’interlocutore.

Infine, alcuni studi di psicologia della comunicazione hanno mostrato che un autentico interesse verso l’altro e la capacità di decentrarsi cognitivamente, sono i due fattori più importanti per assumere un atteggiamento di ascolto attivo.

È evidente, che per apprendere questa delicata pratica e quindi migliorare noi stessi, è necessario impegno e volontà volta a stabilire un’autentica alleanza con chi abbiamo di fronte.

Buona riflessione buon cammino.

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L’osservazione

Oggi tratteremo un’argomento a me molto caro, l’OSSERVAZIONE.

La mia carriera professionale nasce proprio dal bisogno di andare oltre il visibile, ed è proprio per questo, che sono diventata Psicologa Clinica.
Spero che quest’articolo possa essere un lampo di luce, che risvegli coscienze ancorate a schemi mentali precostituiti.

Iniziamo con la spiegazione semantica della parola Osservazione, che deriva dal latino “observatio-onis” ed è proprio l’atto di osservare, sia in maniera semplice tramite gli organi di senso, sia applicando la mente per formulare considerazioni, riflessioni.

A tale definizione, provando sempre ad andare oltre, aggiungiamo una semplice e schematica differenza tra vedere, guardare e osservare.
Vedere è un atto alquanto superficiale. Indica il percepire qualcosa con gli occhi, cogliere qualcosa con la vista in maniera poco approfondita o perfino involontaria.
Guardare è soffermare il proprio sguardo su qualcosa o qualcuno, dunque è la forma evoluta del vedere, implica maggiore attenzione.
Osservare significa posare lo sguardo per più tempo e con attenzione, per conoscere meglio, rendersi conto di qualcosa. Dunque, osservare presume un sostanziale coinvolgimento non solo dei nostri sensi, ma impone una partecipazione attiva degli schemi cognitivi, e un notevole coinvolgimento della nostra psiche, intesa come dimensione nella quale coesistono in maniera ben integrata un insieme di funzioni proprie della persona (cerebrali, emotive, affettive e relazionali).

Osservare è – evidentemente – un’ azione profonda, che ci consente di entrare nell’impalpabile mondo dell’invisibile agli occhi. È un importante risorsa, che ha a disposizione l’essere umano ed in base alla sua capacità di risvegliarla, affinarla, esercitarla, potrà trasformare la sua esistenza da semplice vita costellata da mille cose ovvie, ad una vita alimentata dall’originalità. Una vita desiderosa di scoprire l’incerto, che tanto sconvolge, ma che talvolta potrebbe rappresentare una via percorribile per ritrovare noi stessi. Arrendendoci al naturale flusso del divenire, possiamo scoprire che ciò a cui ci aggrappiamo – talvolta – non è sempre ciò che può condurci al benessere.

Tutto inizia con l’osservazione.

Allineiamoci ad osservare il nostro universo con la speciale lente volta alla consapevolezza di dover necessariamente lasciar andare. Lasciamo che la nostra essenza fluisca senza opporre ad essa alcuna resistenza, scegliamo consapevolmente di arrenderci di fronte a quell’immagine riflessa di noi stessi, spesso non rispondente ai reali bisogni della nostra anima.
In psicologia, una delle tante tecniche per allinearsi all’osservazione è la Tecnica della Fotografia. Uno speciale strumento di riflessione e cambiamento.

Proviamo insieme ad utilizzare questo metodo, che non fornirà significati precostituiti. Infatti, il terapeuta non è colui che si sostituisce agli altri, bensì si pone funzionalmente come guida a scoprire significati personali.
Esploriamo attraverso le fotografie le nostre emozioni, sensazioni, ricordi, percezioni di noi stessi o degli altri. Successivamente possiamo pensare a dei semplici obiettivi e pian piano prenderemo decisioni.

Il primo passo sarà quello di scegliere una fotografia, non importa se bella o brutta, l’importante è l’efficacia del metodo, che davvero può migliorare la qualità della nostra vita.

Una volta scelta la foto iniziamo a farci alcune domande:
– Perché ho scelto questa foto e non un’altra? C’è sempre una motivazione che spinge le nostre scelte.
– Che cosa rappresenta per me quest’immagine? E qualora dovesse ispirarci qualcosa, che non ci piace, cercheremo in noi stessi l’opposto di quello che ci suggerisce l’immagine, andando a rovistare nello scrigno dei nostri valori più importanti; gli stessi che guidano le nostre scelte di vita.

Osservare vuol dire andare oltre e dunque, dinanzi all’immagine che abbiamo scelto, dobbiamo necessariamente analizzare il contesto più ampio, che vuol dire porre la nostra attenzione su alcuni elementi spesso trascurati (ambiente, colori, eventuali persone presenti, chi ha scattato la fotografia e il suo intento a ritrarre quel preciso istante, sfondo e non un altro).

Come potete notare tutto ciò che vuole avere utilità psicologica, necessita di un notevole impegno personale, se vogliamo provare ad andare oltre, dobbiamo imparare a porci le giuste domande mentre osserviamo. Per rendere ciò attuabile, iniziamo dal singolo dettaglio, per giungere alla pienezza del contesto fisico, ampio e allargato. Tutto questo ci aiuterà a comprendere meglio i nostri comportamenti di vita; altro non sono che singoli dettagli, che si influenzano a vicenda, gli uni con gli altri.

Il contesto fisico, però, ha poco senso se non è collegato a quello temporale, passato, presente e futuro; e ritorniamo a porci domande:
– Quale momento della mia vita rappresenta quest immagine?
– Quale direzione futura posso delineare?
Teniamo presente che considerare il contesto temporale ci aiuterà a comprendere il senso delle nostre azioni, pensieri, emozioni, per poi trasformarli. Siamo noi artefici della nostra storia e pertanto possiamo scegliere quali comportamenti agire, quali perseguire, quali invece abbandonare perché non funzionali al nostro obiettivo di benessere.

Questa tecnica sperimentata più volte, vi permetterà di acquisire abilità osservative sempre più affinate e successivamente estenderle al contesto quotidiano, osservando ciò che vi circonda, con una rinnovata prospettiva.
La chiave di lettura privilegiata resta sempre quella di porvi domande di qualità, ovvero quelle in grado di farvi progredire, di farvi andare oltre. Per fare ciò, è necessario disattivare il pilota automatico dei vostri schemi mentali – la famosa zona di comfort -, costituita anche da paure e limiti, che inevitabilmente impediscono il vero cambiamento.

Scelgo di non aggiungere altre informazioni, lascio aperta la porta all’introspezione personale, per una fattiva interazione volta all’arricchimento reciproco.

Buona lettura e buon cammino.

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Se informiamo la Mente, di conseguenza possiamo renderla In forma

Mi presento, sono Psicologa Clinica, Docente, Mamma e Donna devota alla metacognizione, che prova nella sua quotidianità a riordinare il proprio universo e a fare un bilancio del proprio pensiero.
In un epoca così frenetica, dove la quotidianità rende difficile a dare spazio all’intima introspezione, sentiamo sempre più forte il desiderio di ritornare a noi stessi e per fare ciò è necessario porci le giuste domande; questo ci aiuterà ad avvisarci verso una dimensione di serenità e benessere.
Così nasce oggi una rubrica che già dal titolo possiamo aprire una riflessione: La Mente-Informa, una sorta di gioco di parole con un unico ritorno: se informiamo la Mente, di conseguenza possiamo renderla In forma.
L’obiettivo di questa rubrica sarà trattare varie tematiche, che più ci stanno a cuore. Cercheremo insieme di affrontarle, rendendo la lettura piacevolmente “leggera”, spostando la visuale su un piano diverso da quello solito. Daremo, insieme, voce ai tanti interrogativi che ci poniamo di giorno in giorno, cercando di abbandonare la ricerca spasmodica di risposte precostituite e poco funzionali. Sceglieremo invece le domande più giuste, che ci condurranno all’individuale risposta; perché, come diceva Marcel Proust, “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”.
La rubrica tratterà un argomento settimanale; il lettore potrà rendersi parte attiva ed esplicitare le proprie domande via E-mail.
Buona lettura e buon cammino insieme.
V.V.

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