Cultura

Alessandro Ginotta racconta il Vangelo in 100 giorni

‘Finalmente il Vangelo spiegato con parole semplici’: l’esclamazione di questo lettore, tra i primi a tenere tra le mani una copia di ‘Altri cento giorni con Gesù’, descrive con efficacia il nuovo libro di Alessandro Ginotta, giornalista, scrittore e ‘pescatore di uomini digitale’ con il blog www.labuonaparola.it, nonché curatore dell’ufficio stampa della Società di San Vincenzo De Paoli e formatore di volontari. 

Redattore Sociale compie 20 anni

Il 21 febbraio 2001, giorno in cui va online il primo ‘lancio’, nasce ‘Redattore Sociale’ per volere della Comunità di Capodarco e del presidente, don Vinicio Albanesi, con l’obiettivo di trattare i ‘temi del disagio e dell’impegno sociale in Italia e nel mondo’.

Un libro spiega la libertà religiosa nei Paesi islamici

C’è Asia Bibi, la cristiana pakistana accusata a morte per blasfemia e incarcerata per dieci anni (fino all’assoluzione, ma soltanto per vizi di procedura) e ci sono i Paesi del Golfo Persico, dove tra le sabbie del deserto sorgono a ritmo sostenuto nuove chiese cristiane. Ci sono storie di tolleranza ma anche ordinarie vicende di musulmani che perdono i propri diritti di cittadini nel momento in cui scelgono di convertirsi a un’altra religione. Ciò che sappiamo sui Paesi a maggioranza islamica è, in linea di massima, che la libertà religiosa resta una garanzia appesa a un filo, spesso molto fragile.

‘L’aborto? È come uccidere in guerra’: parola di un medico ateo, non obiettore

Non so se avete mai conosciuto un medico che abbia fatto ‘obiezione di coscienza’ per non asportare un’ernia, per non cavare un dente o per non togliere una ciste.Se un medico decide di non eseguire un intervento forse è perché non lo ritiene necessario, oppure perché ammette che tale operazione non è di sua competenza e ci indirizza da qualcun altro.

Come mai invece l’obiezione di coscienza è molto diffusa tra i medici quando si tratta di praticare aborti? Ho visto più volte puntare il dito contro quei ‘ginecologi disertori’, che ‘non garantiscono un servizio sanitario’. Però mi chiedo: ci siamo mai messi nei loro panni? Abbiamo mai guardato l’aborto con gli occhi di un medico che deve eseguirlo? Se sono in grado dal punto di vista medico di fare quell’operazione, perché tanti si rifiutano, mentre nessuno rifiuta di svolgere un’ecografia e di eseguire un taglio cesareo?

La testimonianza di un medico

Una possibile risposta la troviamo in un libro autobiografico, L’ho fatto per le donne, edito da Mondadori nel 2017 (136 pagine, prezzo 17,50 €), scritto da un medico che ha procurato nella sua carriera oltre 4000 aborti. Io ho avuto l’opportunità di parlare personalmente con lui. Le frasi in corsivo sono prese dal libro, quelle virgolettate le ho ascoltate direttamente dalla bocca del medico.

Il dott. Segato, vice-primario di ginecologia presso l’ospedale di Valdagno (Vicenza), inizia la sua carriera di medico ginecologo nei primi anni ’80, poco dopo l’introduzione della legge che ha reso legale l’aborto in Italia, una legge per la quale egli afferma di essersi battuto fin da quando frequentava l’università.

Il motivo che lo spinge a credere nella bontà del provvedimento legislativo? La sofferenza di pensare a delle donne in crisi che si recano di nascosto da persone incompetenti per abortire, rischiando la vita. Gli aborti clandestini, sostiene, portano alla perdita di due vite, mentre abortire in sicurezza garantisce almeno la salvezza della madre.

Un ragionamento utilitaristico, che non tiene conto dei diritti dei nascituri, ma che Segato tenta di giustificare. Che l’aborto è un omicidio, lui lo sa benissimo, ‘ma se posso scegliere di salvare una vita anziché perderne due, preferisco salvare quella vita…’.

Pratica aborti, ma comprende gli obiettori di coscienza

Negli anni, tuttavia, la sua coscienza personale inizia a ribellarsi, tanto da fargli odiare il suo ‘sporco lavoro’. “Io capisco i miei colleghi obiettori – dice Segato – e li rispetto. A nessuno piace praticare aborti”. Segato non è credente, anzi, si definisce ateo, ma nel suo cuore avverte il dolore per quelle vite stroncate.

Nel descrivere i due ambiti del suo lavoro – le nascite e le interruzioni – nel suo libro parla in questo modo: “Di qua gli aborti, di là nascite. E in mezzo quella porta. Una porta di colore grigio, pesante e fredda come la sala operatoria che lasciavo dietro di me: i gambali ginecologici, le valve, gli aspiratori, le cannule. Freddo l’ambiente, freddi gli animi, freddo il sangue. Perché freddo è l’aborto. Triste, silenzioso e terribilmente freddo. Almeno quanto è calda l’ostetricia con le sue mamme e i loro piccoli.”

Se gli viene chiesto perché abbia scelto di essere un medico abortista, lui si difende prontamente, quasi offeso da quell’aggettivo: “Io non mi definisco abortista. Nessuna persona equilibrata, seria, sana di mente può essere a favore dell’aborto. L’aborto è una realtà orribile. Sarei la persona più felice del mondo se nessuna donna scegliesse più di farlo… Ho solo deciso di non essere obiettore per la salute delle donne…”

Giulio: un bambino ‘nato per sbaglio’

Gli scrupoli di coscienza di Segato si acuiscono a seguito di un ‘intervento sbagliato’, con cui Segato permette ad un bambino che doveva essere abortito di nascere. Anni dopo lo incontra, in compagnia della sua mamma.

“Sa cosa volevo fare? Volevo denunciarla. Ero andata anche dal mio avvocato. E invece sa una cosa? Le dico Grazie. Grazie per aver sbagliato, dottore!” Indicò con la mano il piccolo Giulio. “È la gioia della nostra famiglia”.

Si era trattato di un errore medico: l’errore più bello della sua vita, un errore che però – una volta scoperto – non gli avrebbe più dato pace. “Barbara e Giulio mi avevano scosso in profondità, toccando corde che non conoscevo. Quel bambino sveglio, discolo e furbetto era dentro di me e giocava con la mia anima. Quando decidevo di interrompere una gravidanza, Giulio urlava e scalciava”.

Ogni volta deve mettere in pausa la coscienza

Segato, oggi, arriva ad affermare di essere ‘un automa’ mentre opera. Non lo fa perché ‘vuole’, semplicemente si piega davanti alla legge, che ormai fatica anche a definire giusta, ritenendola solo tristemente necessaria.

In nome di quella legge mette a tacere la sua coscienza (non è certo la prima volta che questo accade nella storia), ma le giustificazioni che prova a darsi, non sempre bastano a placare i suoi sensi di colpa: dice che deve scontrarsi sempre con “la voce di tutti quei bambini già un po’ formati” che lui “avrebbe voluto lasciar vivere ancora” e dei quali, invece, “ha causato la morte con le sue stesse mani”.

Praticare aborti? È brutto come uccidere in guerra

Spesso ci si schiera, ideologicamente, a favore dell’aborto e si vorrebbe che tutti i medici lo praticassero senza battere ciglio. “È facile parlare dall’esterno, senza entrare in sala operatoria, senza sapere cosa succede lì dentro. – dice invece Segato – Mio padre è stato chiamato alle armi e ha dovuto uccidere delle vite. Non era contento di farlo, ma lo ha fatto per servire lo Stato. Io mi sento come lui, un soldato al servizio dello Stato, ma ogni volta che entro in sala operatoria devo otturarmi il naso”.

E mentre prova con tutto sé stesso a lavarsi le mani come Ponzio Pilato, perché ‘la scelta di abortire non la prende lui’, lui esegue soltanto, il timore di non essere nel giusto è sempre dietro l’angolo: “Quanti bambini come Giulio non avevo fatto nascere? A quante famiglie era stata negata la felicità che avevo visto negli occhi di Barbara? Io avevo toccato con mano quella felicità, non erano solo parole. […]

Barbara era venuta perché voleva abortire e voleva abortire perché si sentiva vecchia e stanca. […] E io avevo assecondato questa sua preoccupazione, nel nome di una legge che lo consentiva. Sembrava quasi che Giulio fosse venuto al mondo per dimostrare che ci eravamo sbagliati entrambi. […] E quanti come lui non avevano potuto dimostrarlo? Centinaia? Migliaia?”

Christian Tasso punta l’obiettivo sulla disabilità

“Voi dovete vivere giorno per giorno, non dovete pensare ossessivamente al futuro. Sarà una esperienza durissima, eppure non la deprecherete. Ne uscirete migliorati. Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare. Sono nati due volte e il percorso sarà più tormentato. Ma alla fine anche per voi sarà una rinascita. Questa è almeno la mia esperienza. Non posso dirvi altro”.

Card. Tolentino Mendonça: una grammatica semplice dell’umano

Dal 4 febbraio è in libreria ‘Una grammatica semplice dell’umano’ (Vita e Pensiero), che è un sillabario che dalla ‘A’ di Altri alla ‘V’ di Vulnerabilità invita a ri-alfabetizzare lo spirito; una ‘mistica’ semplice per ritrovare o rinnovare il dialogo con Dio e sentire il profumo dell’eterno nella fragranza del pane condiviso.

100 anni di ‘Terrasanta’, la rivista della Custodia che dà voce al Medio Oriente

“Cento anni sono sempre un bel traguardo. Se si tratta di persone è un traguardo eccezionale; se si tratta di istituzioni è un traguardo importante; se si tratta di giornali o riviste è un traguardo significativo. Cento anni fa l’umanità era appena uscita dalla Grande guerra, che aveva mietuto circa 10.000.000 di morti tra i militari e più di 7.000.000 tra i civili. Era appena uscita da una terribile pandemia, quella dell’influenza ‘spagnola’, che aveva fatto più di 50.000.000 di vittime. A distanza di un secolo il mondo si trova ancora a piangere i morti di quella che Papa Francesco chiama ‘la terza guerra mondiale a pezzi’ e le vittime della pandemia da covid-19 che non è ancora scomparsa”.

Giorno della Memoria: mai dimenticare

Il 27 gennaio di ogni anno si celebra in tutto il mondo il Giorno della Memoria: il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa arrivarono ad Auschwitz svelando al mondo l’orrore del campo di concentramento, uno dei luoghi del genocidio nazista, liberandone i pochi superstiti.

Non c’è modo più efficace che ricordare quell’orrore, e farlo conoscere alle nuove generazioni, con il racconto di chi l’ha vissuto, come Liliana Segre, che al termine dello scorso anno ha raccontato ai ragazzi la sua deportazione nel campo di concentramento: “Dai vagoni piombati saliva un coro di urla, di richiami, di implorazioni: nessuno ascoltava. Il treno ripartì. Il vagone era fetido e freddo, odore di urina, visi grigi, gambe anchilosate; non avevamo spazio per muoverci. I pianti si acquietavano in una disperazione assoluta”.

Un minuzioso racconto del suo viaggio: “Io non avevo né fame, né sete. Mi prese una specie di inedia allucinata come quando si ha la febbre alta; quando riuscivo a riflettere pensavo che forse, senza di me, Papà avrebbe potuto scappare da San Vittore, saltare quel muro come aveva proposto un altro internato, Peppino Levi, o forse no. Mi stringevo a Lui, che era distrutto, pallido, gli occhi cerchiati di rosso di chi non dorme da giorni. Mi esortava a mangiare qualcosa, aveva ancora per me una scaglia di cioccolato; la mettevo in bocca per fargli piacere, ma non riuscivo a inghiottire nulla”.

Un racconto in treno: “Nel centro del vagone si formò un gruppo di preghiera: alcuni uomini pii, fra i quali ricordo il signor Silvera, si dondolarono a lungo recitando i Salmi; mi sembrava che non finissero mai: erano i più fortunati. Le ore passavano, così le notti e i giorni, in un’abulia totale: era difficile calcolare il tempo. Pochissimi avevano ancora un orologio e anche quei pochi privilegiati non lo guardavano più. Ogni tanto vedevo qualcuno alzarsi a fatica per cercare di capire dove fossimo, guardando dalle grate, schermate con stracci per riparare dal gelo quel carico umano. Si vedeva un paesaggio immerso nella neve, si vedevano casette civettuole, camini fumanti, campanili”.

Ed alla fine la scoperta della destinazione: “Anch’io e il mio Papà scendemmo e vedemmo per la prima volta, scritto con il gesso sul vagone: ‘Auschwitz bei Katowice’. Capimmo che quella era la nostra meta. Il treno ripartì quasi subito e la notizia della nostra destinazione gettò tutti in una muta disperazione. Fu silenzio in quel vagone in quegli ultimi giorni.

Nessuno più piangeva, né si lamentava. Ognuno taceva con la dignità e la consapevolezza degli ultimi momenti. Eravamo alla vigilia della morte per la maggior parte di noi. Non c’era più niente da dire. Ci stringevamo ai nostri cari e trasmettevamo il nostro amore come un ultimo saluto. Era il silenzio essenziale dei momenti decisivi della vita di ognuno. Poi, poi, all’arrivo fu Auschwitz e il rumore assordante e osceno degli assassini intorno a noi”.

Attraverso il racconto si comprende quanto sia importante ricordare; una recente ricerca Eurispes (ottobre 2020) rivela infatti che i negazionisti aumentano anche in Italia: in circa 15 anni la percentuale di chi non crede all’orrore della Shoah è passata dal 2,7% al 15,6% con un 16% che sostiene che la persecuzione sistematica degli ebrei ‘non ha fatto così tanti morti’.

Un’altra testimonianza arriva da don Patrick Desboisè, nato nel 1955 nella Borgogna francese (Saône-et-Loire), nipote di un deportato nel campo di concentramento di Rawa-Ruska, che riporta alla luce la storia del nonno cominciando il cammino di ricerca sulle tracce degli ebrei dell’Est, assassinati dai nazisti nel corso della Seconda guerra mondiale:

“Tra il 1941 e il 1944, circa 1.500.000 di ebrei che vivevano in Ucraina, in seguito all’invasione tedesca dell’Unione sovietica, sono stati assassinati mediante fucilazione. Soltanto una minoranza di questi ebrei è stata deportata nei campi di sterminio nazisti. La quasi totalità è morta sotto il tiro delle pallottole degli Einsatzgruppen (unità mobili SS di massacro), delle Waffen-SS, della polizia nazista o dei suoi collaboratori dell’Est europeo.

Il fenomeno della Shoah per fucilazione, conosciuto e raccontato dagli storici, nelle sue linee essenziali, ma noto anche alle truppe alleate, non è mai stato ricostruito in modo sistematico, ed è rimasto fino a oggi poco studiato”.

Anche suor Maria Rosa Bernardinis, priora del monastero Santa Rita da Cascia, invita a riflettere sul valore della memoria: “La memoria è un dovere concreto, che ci parla del passato ma ci chiama ad agire nel presente, per costruire un futuro libero da odio, violenza e indifferenza. Facciamo memoria di ciò che è stato, per lasciare oggi un segno migliore nella storia, marchiata ancora da guerre e discriminazioni che attentano alla vita di tutti”.

La Madre priora sottolinea che il significato della memoria include anche un’azione per il cambiamento: “Il verbo zachar, che arriva dalla lingua ebraica, ricorre oltre 200 volte nella Bibbia. Il suo significato è sia ricordare che agire. La memoria, infatti, è una forza viva che ci fa scegliere cosa lasciare alla storia di oggi, sulla quale si regge già il domani del mondo.

Le milioni di vite sterminate dal regime nazista solo 80 anni fa, insieme ai tanti conflitti che affliggono il presente, ci dicono che non stiamo andando nella giusta direzione. Non basta condannare il male perché non si ripeta, ma occorre impegnarsi, tutti e ogni giorno, per fare il bene”.

D’altra parte l’esperienza della santa casciana è una chiara testimonianza: “Santa Rita, che ha vissuto un tempo di vendette, avrebbe potuto girarsi dall’altra parte o peggio arrendersi e dire che la vita era dura per pensare di cambiare il suo mondo e la sua gente.

Invece, no, Rita ha scelto di scrivere una storia diversa, illuminata dall’amore di Dio. Quella scelta ha cambiato tante storie, durante oltre cinque secoli e tutt’ora. Al pari la nostra scelta può cambiare la nostra vita e la storia dell’umanità, oggi e domani. Scegliamo, con Santa Rita, la strada dell’amore, dell’umiltà, del dialogo e della pace, per salvarci dall’odio che distrugge la vita”.

Ed  invita a non dimenticare gli attuali ‘olocausti’: “Per intercessione di Santa Rita preghiamo il Signore per tutte le vittime di genocidio nel mondo, quelle di ieri e quelle di oggi. Perché milioni di uomini, donne e bambini, anche in questo momento, vengono sterminati, torturati e trattati in modo disumano.

Come nei centri per migranti della Libia, che l’alto commissario Onu per i rifugiati ha definito campi di concentramento e dove recentemente una giovane eritrea è stata bastonata in una sala delle torture.

Chiediamo con forza a Dio di illuminare la coscienza di tutti noi e soprattutto di quella politica cieca e indifferente, che guarda solo al potere e ne giustifica ogni mezzo. Che il Signore doni a chi deve intervenire la volontà di cessare definitivamente questo inferno in terra”. 

(Foto: Conferenza episcopale polacca)

Un libro racconta gli ‘squilli’ del papa al pellegrinaggio Macerata-Loreto

Ogni singola persona che in questi 42 anni abbia solo sfiorato l’esperienza del Pellegrinaggio Macerata-Loreto porta impresso nella mente un ricordo unico, particolare. Ma c’è un’immagine che sicuramente abita il cuore di tutte le migliaia e migliaia di pellegrini ed è quel fiume festoso di gente che scorre sulla discesa di Montereale, da cui al sorgere del sole si scorge il Santuario, al canto ‘La strada’ di Claudio Chieffo: “E’ bella la strada per chi cammina, è bella la strada per chi va, è bella la strada che porta a casa e dove ti aspettano già”.

Alessandro Ginotta: ‘Altri cento giorni con Gesù’

Sarà presentato oggi alla Libreria San Paolo di Piazza San Giovanni in Laterano: “Altri cento giorni con Gesù”, il nuovo libro di Alessandro Ginotta. Modera Alessandra Ferraro, giornalista RAI. Insieme all’autore interverrà lo scrittore Carlo Climati. L’evento in diretta sui social dalle ore 17.00.

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