La guerra per la conquista azera dell’Artsakh. Il popolo armeno in ricerca della pace

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 05.11.2023 – Vik van Brantegem] – È in uscita il prossimo 10 novembre il nuovo libro di Emanuele Aliprandi La guerra per il Nagorno Karabakh. Armenia, Azerbaigian e un popolo alla ricerca della pace (Matteoli 1885-Archivio Storia 2023, 186 pagina [QUI]), che offre un’analisi del contenzioso armeno-azero con la cronaca dell’ultimo dopoguerra per capire origine e sviluppo del conflitto, fino agli ultimi drammatici eventi.

La Prefazione al libro è firmata da Alberto Rosselli, giornalista e saggista storico che ha collaborato e collabora da tempo con numerosi quotidiani italiani ed esteri e con svariati siti internet tematici di storia, etnologia, storia militare, diplomatica e geopolitica. Rosselli ha al suo attivo alcune opere di narrativa e numerosi saggi. Attualmente è Direttore responsabile della Rivista trimestrale Storia Verità.

«Quello del Nagorno Karabakh è un conflitto che va oltre la mera disputa territoriale di poche migliaia di chilometri quadrati. Tra ambizioni turche neo-ottomane e il potere azero del gas, il futuro del popolo armeno dell’Artsakh ancora una volta è in pericolo e riaffiorano i fantasmi del genocidio del secolo scorso».

Il 27 settembre 2020 l’Azerbajgian ha sferrato un nuovo attacco alla Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, una democratica repubblica armena de facto, nata dalla dissoluzione dell’Unione sovietica con l’autodeterminazione della popolazione dell’ex Oblast Autonomo di Nagorno-Karabakh. La vittoria azera, grazie anche ai droni turchi e israeliane, e all’apporto di miliziani jahadisti, fu schiacciante. Una fragile tregua siglata dopo 44 giorni di violente battaglie e pesanti bombardamenti sulla popolazione armena ha retto a fatica con l’interposizione di una forza di mantenimento della pace russa il cui peso dissuasivo si è molto indebolito con la guerra in Ucraina, fino a diventare una mera missione di osservazione.

Europa e Stati Uniti stanno cercando di conquistare maggiore spazio politico nella regione dove si intrecciano anche gli interessi di Turchia e Iran mentre il Presidente dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev, considera chiusa la “questione Karabakh” e indirizza le sue attenzioni verso l’Armenia già parzialmente invasa e, dopo la guerra, molto indebolita. Prigionieri di guerra, atti di barbarie, distruzione del patrimonio culturale religioso armeno, assedio per fame fanno da cornice a una situazione ancora molto instabile mentre a fatica si tesse una trama per arrivare a un accordo di pace. L’ultimo violento attacco azero del 19 settembre 2023 segna la fine delle speranze di autodeterminazione ma non allontana il rischio di un’altra guerra.

La Prefazione al libro di Emanuele Aliprandi
La guerra per il Nagorno Karabakh


Quando ci si sofferma, spesso per caso o perché indotti da qualche sporadico input mediale, sul “misterioso” Caucaso, e più precisamente sulla ancora più “misteriosa” Transcaucasia, l’immagine che emerge è quella di un’area remota, a mezza via tra Oriente e Occidente, tra mondo slavo ciscaucasico e mondo anatolico-mediorientale: un’immagine quasi appartenente ad un’altra galassia, lontana anni luce da noi e soprattutto dagli affanni socioeconomici e politici del Vecchio Continente. E quando ci si domanda perché mai da anni due Stati di questa montuosa e variegata regione – Armenia e Azerbajgian – sono in pressoché continua guerra, si è soliti pensare ad un altrettanto esotica, vaga e magari poco rilevante questione, cosa peraltro non vera.

Ben venga dunque quest’ultima fatica dello storico Emanuele Aliprandi, uno dei più attenti e capaci analisti di questo scacchiere: un’opera, come le sue precedenti, che ha il merito di chiarire senza divagazioni eccessive, ma con puntualità, il drammatico conflitto tra Armenia e Azerbajgian, racchiuso nell’anfora di una più ampia Storia, quella di un’area ai margini dell’impero della conoscenza greco-romana. Infatti, per noi europei occidentali tentare, una volta tanto, di ragionare su questo tema profondamente divisivo ed in realtà tragicamente attuale, è un po’ come avventurarsi in un contesto che affonda le sue radici in un passato remotissimo. In antichità furono Erodoto di Alicarnasso ed Eudosso di Cizico i primi cronisti ad indagare questo formidabile e magico Caucaso, apparecchiando con dovizia di particolari uno scenario di convivenza obbligata tra popolazioni assai diverse: un mosaico complesso, esotico e non facile da afferrare al primo colpo. Come d’altra parte, se guardiamo all’oggi, appare non semplice comprendere l’eziologia di questa perdurante e sanguinosa disfida che vede contrapposti due popoli impegnati in dure guerre scandite da tregue precarie. Insomma, si tratta di due Stati in lotta fra di loro per territori contesi e per fare prevalere culture e religioni mortalmente dissimili e avverse; le loro motivazioni, per un Occidente ormai miscredente e polimorfo, sono ritenute – a torto – irrilevanti.

Ci sarebbe tanto da dire sull’enclave cristiana armena, dall’antichissima, gloriosa e per molti versi sventurata storia; non soltanto per ciò che accade ai suoi confini disconosciuti dal fiero e bellicoso popolo musulmano di Azerbajgian, ma per ciò che l’Armenia, culla antica di cristianità relitta, rappresenta, o almeno dovrebbe rappresentare. L’Armenia è un’entità statuale ormai geograficamente ridotta rispetto al tempo remoto dei suoi fasti. Di essa oggi non rimane che una piccola repubblica conficcata in un montuoso ed aspro scacchiere, geopoliticamente scomodo se non ostile e claustrofobico: a nord la Georgia, a sud – seppur per un pezzetto- l’Iran, ad oriente l’Azerbajgian e ad occidente la Turchia. Quest’ultima è storicamente avversa – per utilizzare un eufemismo – al popolo armeno che vanta discendenze bibliche, a partire da Iafet, figlio di Noé.

Cercare dunque di mettere a fuoco le peculiarità e l’evolversi di un conflitto complesso come quello tra armeni ed azeri per il controllo di aree di confine polietniche e religiosamente frammiste, non è certo agevole, ma tuttavia necessario. A venirci in aiuto e a rinfrescarci la memoria – riassumendo con metodo classico il passato ed illustrandoci l’oggi – fortunatamente ci ha pensato Emanuele Aliprandi con questo libro chiaro ed esaustivo, direi utile nella nell’accezione più aurea del termine, poiché – a nostro parere – non esistono libri belli o brutti, bensì inutili o utili, e quello di Aliprandi appartiene a quest’ultima rara specie. Ciò che preme a chi scrive, non è tanto indugiare su un’anteprima accademica di rapina, sottraendo al lettore il piacere di godere da sé della lucida, asciutta e documentata disamina dell’Autore, ma cogliere, se possibile, lo spirito che anima e nutre questo saggio che il prefattore ha avuto il piacere di leggere ed apprezzare sinceramente, aldilà dei rapporti di amicizia e stima che da tempo lo legano ad Aliprandi.

Senza intromissioni si consenta dunque a questo Autore di condurre per mano il lettore in un lungo e tortuoso viaggio fatto di molteplici accadimenti passati, ma anche recenti: dalle vicissitudini dell’ex oblast sovietico del Nagorno-Karabakh, che a partire dalla fine del primo conflitto (1991-1994) tra Armenia e Azerbaijan, venne riorganizzato sotto l’egida di Erevan in Repubblica di Artsaskh, lasciando al governo di Baku il controllo di rilevanti porzioni di territorio comunque a forte componente armena, agli attuali scontri tra gli eserciti e le milizie di Erevan, un tempo appoggiata con maggiore convinzione dalla Russia e Baku (capitale azera), da sempre sostenuta fortemente dal governo di Ankara. Ci si consenta dunque un solo dato a compendio di quanto questo testo ben illustra analiticamente e puntualmente: per dare un’idea del grado di attrito che ha sempre caratterizzato i feroci rapporti tra queste due Nazioni entrambi evocanti una ‘giusta causa’ del configgere, basti considerare che, dopo il 1994, più precisamente tra il 2008 e il 2023 (seppur con qualche pausa) si sono susseguiti quasi dieci sanguinosi conflitti, in gran parte ignorati dall’opinione pubblica occidentale.

Detto ciò, ci si faccia guidare dall’Autore nel dipanare le già citate nebbie che ancora avvolgono una guerra che, come si è detto, noi occidentali – ammalati di autoreferenza frammista ad egoismo – sentiamo, erroneamente e colpevolmente, quasi del tutto estranea. La Storia, e la stessa pietas cristiana, insegnano tuttavia che nulla di ciò che di doloroso per l’umana specie accade in angoli del mondo negletti sia mai totalmente estraneo o scollegato da noi e dal resto di noi.

Parafrasando lo storico francese Henri-Irénée Marrou, chi non presta attenzione alle sofferenze dell’altro lontano da noi non concede mai la giusta attenzione a sé stesso, con l’aggravante di peccare (almeno per chi crede). Noi occidentali mondani e scristianizzati siamo, infatti, troppo presi da altre distrazioni viciniori: il conflitto russo-ucraino, i torbidi sudanesi, libici, tunisini, sub-equatoriali africani, i fenomeni migratori, le incombenze economiche e via discorrendo. Emergenze, queste, in effetti reali, che ci rubano però troppa attenzione in quanto irritano maggiormente la nostra ormai delicata cute di predicatori acritici di Pace.

Alberto Rosselli

L’autore

Emanuele Aliprandi si occupa da oltre venti anni del Caucaso meridionale e in particolare dell’Armenia e dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh. È autore di libri e pubblicazioni sul tema, in particolare:

Pallottole e petrolio: Il conflitto del Nagorno Karabakh (Artsakh) e la nuova guerra che ha infiammato il Caucaso. I rischi per l’Italia e il fattore … mancate e ipotesi per un futuro di pace (Amazon libri 2021, 194 pagine [QUI])
Il 27 settembre 2020 l’Azerbajgian, con il supporto logistico della Turchia e l’impiego di mercenari jihadisti provenienti dalla Siria, attaccava la piccola repubblica armena de facto dell’Artsakh (Nagorno Karabakh). Quarantaquattro giorni di violenti combattimenti e bombardamenti, un accordo di tregua mediato dalla Russia a novembre, la vittoria per il regime di Aliyev e la pesante sconfitta armena. Un dopoguerra ancora turbolento tra violazioni dell’accordo, prigionieri di guerra armeni non riconsegnati e problemi di confine tra le due ex repubbliche sovietiche. Ancora una volta nel contenzioso su questo fazzoletto di terra nel Caucaso meridionale la diplomazia cede il passo alle armi. Intrecci geopolitici, l’ombra inquietante della Turchia di Erdoğan, questioni energetiche che toccano da vicino anche l’Italia, “caviar diplomacy”, exit strategy mancate e future vie d’uscita alla ricerca di una pace ancora lontana. Preceduta da una breve disamina storica e giuridica della questione, la cronaca drammatica e attuale di un conflitto che ci riguarda da vicino molto più di quanto potrebbe apparentemente sembrare.

1915, cronaca di un genocidio. Il massacro degli armeni raccontato dai giornali italiani dell’epoca (&mybook 2021, 244 pagine [QUI])
La storia torna ad essere vera cronaca e, attraverso i reportage dei giornali italiani dell’epoca, la tragedia armena esce dai binari dello studio critico per assumere contorni di estrema attualità. Una ricerca, la prima del suo genere in Italia per l’argomento, che partendo dal concetto di notizia e dalla situazione della carta stampata agli inizi del Novecento, sviluppa un percorso di approccio agli avvenimenti legati al primo genocidio del ventesimo secolo, letti e commentati attraverso tutti gli articoli pubblicati, tra l’aprile 1915 e l’aprile dell’anno seguente su una ventina tra i più importanti e diffusi giornali italiani. Dalle liriche accorate del filosofo Attisani allo sferzante Mussolini socialista, dalla raffinata prosa dei maestri del giornalismo Scarfoglio e Prisciantelli ai dispacci dell’agenzia Stefani ed alle note neutrali de L’Osservatore Romano, il lettore viene portato dentro la notizia per confrontare stili e metodi di comunicazione. L’angosciante interrogativo su quanto il mondo dell’informazione riesca a recepire e diffondere in tempo reale gli orrori della cronaca, prima che questa si trasformi in storia o sia relegata al giudizio di qualche tardivo tribunale internazionale, si lega indissolubilmente al filo della narrazione. Una straordinaria confessione di Talat Pascia (Ministro dell’Interno del governo dei Giovani Turchi ed uno dei principali pianificatori del genocidio armeno), scovata in un trafiletto di giornale, rappresenta non solo un vero e proprio scoop internazionale, ma anche la dimostrazione di quanto il mondo dell’informazione non riesca a cogliere tempestivamente certi segnali, che, se recepiti per tempo, avrebbero forse impedito il ripetersi di altre tragedie ed olocausti.

The story of Nakhijevan – ИСТОРИЯ НАХИДЖЕВАНА (MIA 2016, 40 pagine [Inglese QUI e Russo QUI])
Storicamente, Nakhijevan è stata una delle regioni più prospere sotto il dominio di tutti i regni armeni. Dall’inizio della storia del popolo armeno fino al XX secolo, Nakhijevan era famoso come centro spirituale e culturale altamente sviluppato. In epoca precristiana i cantori della provincia Goght’n di Nakhijevan erano molto famosi in tutta l’Armenia. Poi, nel periodo paleocristiano, furono fondate le prime chiese armene in varie zone di Nakhijevan. In questa regione, Mesrop Mashtots e i suoi discepoli predicarono e insegnarono, giungendo gradualmente alla conclusione che gli armeni avevano bisogno del proprio alfabeto. Nei secoli successivi Nakhijevan divenne famoso in uno degli ambiti più significativi della cultura armena medievale. realizzazione di croci di pietra (khachkar). Dopo il crollo dello stato armeno, la regione di Nakhijevan ha lottato per preservare la propria identità armena. Nel tardo periodo medievale, i mercanti Armeni di Agulis giocarono un ruolo importante non solo negli accordi commerciali regionali, ma anche nel commercio tra Oriente e Occidente. Nakhijevan è stato inoltre continuamente soggetto alle incursioni degli invasori stranieri. Tuttavia, per quanto tentassero, i calcoli geopolitici degli invasori Arabi, Selgiuchidi, Tartari, Turkmeni, Ottomani e, più tardi, kemal-bolscevichi, fallirono e non furono in grado di rimuovere l’impronta armena da questa regione. La politica di completa pulizia degli Armeni e di annientamento di tutte le tracce della cultura e della storia armena di Nakhijevan è stata attuata dopo che la regione è stata annessa allo Stato creato nel XX secolo: l’Azerbajgian. Nonostante il fatto che, secondo i trattati di Mosca e Kars del 1921, Nakhijevan dovesse essere un protettorato dell’Azerbajgian, le autorità dell’Azerbajgian sovietico inizialmente presero il pieno controllo della regione e in seguito iniziarono ad attuare una politica di pulizia etnica, conducendo contemporaneamente una feroce campagna contro la lingua armena. Le autorità dell’Azerbajgian già indipendente non si accontentarono della completa espulsione degli indigeni dalla loro patria e fecero passi avanti verso il completo annientamento di ogni traccia della presenza armena. I cimiteri, che testimoniavano l’esistenza fisica degli Armeni, così come le chiese, che facevano parte del patrimonio spirituale della zona, furono deliberatamente distrutti. L’ultimo colpo di questa politica barbara è stata la distruzione di uno degli ultimi capolavori della cultura armena a Nakhijevan – le croci di pietra nel cimitero medievale di Julfa. Tale fu il destino della regione autonoma armena donata all’Azerbajgian per volontà dei bolscevichi. Quando oggi, di fronte al mondo intero, le autorità dell’Azerbajgian promettono un’elevata autonomia a un’altra regione armena – la Repubblica di Artsakh/(Nagorno-Karabakh, è l’esempio di Nakhijevan che rivela a ogni essere umano ragionevole i veri motivi di quelle promesse.

Karabakh, un urlo senza fine. Capitolo in Il genocidio infinito. 100 anni dopo il Metz Yeghérn (Guerrini e associati 2015, 206 pagine [QUI]) a cura di Martina Corgnati Martina e Ugo Volli
“Il non aver riconosciuto la propria colpa porta il popolo dei carnefici non pentiti a continuare a odiare i discendenti delle vittime, a cercare di cancellarli ancora, perché la loro memoria è ciò che determina il disturbo profondo della sua identità, ne sporca la storia e la memoria” (dalla Presentazione di Ugo Volli). Dopo il genocidio, quindi, il negazionismo: ancora oggi prosegue la volontà di annientare il popolo armeno, la sua storia, la sua cultura, perfino i suoi monumenti e le sue ultime tracce. Ma se alle vittime è negato dalle autorità turche anche solo il riconoscimento della sofferenza patita, spetta a chi non ha subito quello spaventoso crimine, a una parte terza, fare un atto di memoria e ricordare a tutta l’umanità l’urlo senza fine che arriva dal Metz Yeghérn, il Grande Male. Questo libro è un momento di tale testimonianza, presentato da un gruppo di intellettuali, che vogliono ricordare cosa accadde agli armeni e perché, negando così ai carnefici la vittoria del silenzio.

Le ragioni del Karabakh (&mybook 2010, 136 pagine) [QUI])
La storia di una piccola terra, un fazzoletto gettato nel turbolento Caucaso, e di un grande popolo che lotta per il diritto all’autodeterminazione. Intorno alle vicende del Nagorno Karabakh ruotano interessi internazionali e si intrecciano fitte trame diplomatiche che coinvolgono non solo le cancellerie della regione. Il precedente Kosovo e le rotte del petrolio; la disgregazione dell’Unione Sovietica ed antichi odi. La storia di un popolo, ma soprattutto la cronaca di cinque anni di sanguinosa guerra combattuta lontano dalle prime pagine dei giornali. Mentre Armenia ed Azerbajgian cercano a fatica la strada della pace, tra proclami e venti di guerra che fanno temere un’improvvisa recrudescenza del conflitto, ecco un agile e scorrevole testo ricco di notizie di cronaca ma anche di informazioni sull’attuale assetto della piccola repubblica caucasica. Il primo libro in italiano sull’argomento.