Caduto #Artsakh, ora si tratta di bloccare il genocidio. Il Molokano: «Fratelli Italiani, ascoltatemi»

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 10.10.2023 – Renato Farina] – Il 20 settembre in poche ore, grazie al dispiegamento di una forza mille volte superiore, con attrezzi bellici nuovi fiammanti e il ghigno antico dei tagliagole, l’esercito dell’Azerbajgian si è preso tutto l’Artsakh (il nome autentico di quello che internazionalmente è chiamato Nagorno-Karabakh, o Alto Nagorno). La nostra resa è stata ovvia, ineluttabile, trentamila bambini sarebbero stati annientati dai bruti. Vecchi e donne sono andati a raspare le tombe, a raccogliere le ossa dei loro cari, devotamente hanno avvolto i resti in fasce come neonati, dovevano andarsene con queste reliquie, e se ne sono andati, se ne andranno, ne resterà un pugno.

Venga il Papa a Stepanakert!
Fa tardivamente in tempo

Ora si tratta di bloccare il genocidio. Di costringere la spaventosa macchina tritacarne di Armeni a fare un giro di ruota all’indietro. Prima che si diriga e occupi la provincia sud orientale della Repubblica di Armenia, la provincia di Syunik (Zangezur), divorando terra, unghie, capelli, denti, occhi, nasi, uteri, cuori; vi prego, rompetele i cingoli, ingarbugliate la testa ai manovratori, corrompeteli, oh come mi piacerebbe poterli corrompere, santa corruzione, infilate monete d’oro nelle crepe della fragilità umana degli assassini. E poi bucar loro la testa con un chiodo: infilarglielo, mentre dormono russando, nell’orecchio, come fosse una piuma, e poi un colpo secco del polso, e via, stecchiti.

Che sto dicendo, sto diventando come loro, ma no, non ho imparato questo succhiando il seno di mia madre, pregando nelle chiese e nei boschi, guardando in fondo, a sud, la cima nevosa dell’Ararat. Il male non genera mai il bene, non lo fa mai. Non vale la dialettica hegeliana e quella marxista per cui il male è razionale e deve accadere perché si sviluppi in bene; ed è menzogna pure il dogma liberale secondo il quale l’egoismo moltiplicato per un milione di egoismi genera magicamente la felicità universale. Solo la bontà, misterioso lascito di Dio, sopravvissuta anche al peccato originale e poi resa vittoriosa dal Nazareno, è la speranza. Ma chi ce la porterà qui? Venga il Papa a Stepanakert! Fa tardivamente in tempo. Adesso la capitale del piccolo illusorio e meraviglioso Stato è territorio azero, lo dicono tutti, specialmente alcuni ministri italiani. Se ben consigliato Bergoglio avesse scritto a Ilham Aliyev, dittatore presidente a Baku, un messaggio tipo quello che San Giovanni Paolo II indirizzò a Leonid Breznev («Se lei invaderà la Polonia verrò io in aereo a Varsavia»), il genocidio sarebbe stato meno probabile, forse impossibile.

Ma come poteva esserne informato Francesco? I quotidiani italiani, anche Avvenire, e meno che mai L’Osservatore Romano, non hanno dato forza alle denunce di genocidio già in corso con il blocco dell’Artsakh dal 12 dicembre dello scorso anno [QUI].

Il 24 luglio 2023 presso l’Ambasciate della Repubblica di Armenia in Italia, il Presidente Vahagh Khachaturyan ha insignito Vik van Brantegem della Medaglia di gratitudine della Repubblica di Armenia, conferitogli con decreto del 21 luglio 2023, per il suo «significativo contributo al rafforzamento e allo sviluppo delle relazioni di amicizia tra Armenia e Italia e alla difesa dei valori universali».

Solo Tempi, solo l’infaticabile Vik van Brantegem di Korazym.org, hanno dato informazioni al riguardo. Improvvisamente e per fortuna, a vaso di Pandora infranto, L’Osservatore romano ha dato la prima pagina (martedì 26 settembre) alla fotografia di due vecchi coniugi Armeni che si facevano profughi: quegli occhi profondi avevano visto il male, ma dentro quello sguardo c’era il senso stesso dell’essere umani e non disumani, un’attesa di pace. Per favore nessuno chieda loro di rimanere: ad Auschwitz il dialogo era abbastanza impraticabile. L’unico dialogo vincente è stato quello di Massimiliano Kolbe, senza odio, solo amore, «uccidi me, salva lui». Vorrei poterlo dire. Dovremmo poterlo dire tutti, lo so, vi conosco cari lettori di Tempi.

Leggo Vasilij Grossman, che nel 1960 venne a trovare i miei genitori, e bevve il latte con loro, da lui ho tratto il nome di questa rubrica. Vasilij scrive nella sua opera estrema, Tutto scorre… «I pensatori russi dei lager, chiusi nei loro giacconi imbottiti, hanno elaborato il principio supremo della storia mondiale: “Tutto ciò che è disumano è assurdo e inutile”. Sì, sì, sì, nel momento del trionfo più completo della disumanità, si è fatto evidente che tutto quanto è basato sulla violenza è assurdo è inutile, non ha futuro, né lascia traccia. È questa la mia fede».

I martiri sì che affogano nel loro sangue persino il diavolo e i suoi accoliti, e magari dalla terra vengono su i fiori. Come vorrei versare la vita, lasciarmi strappare la pelle come capitò a Bartolomeo, l’apostolo che evangelizzò gli Armeni, ma mi dicono che cercare questa soluzione è puro orgoglio, anche questa è una tentazione demoniaca come la violenza. E allora?

Scrivo la lettera mensile, ma ogni volta che premo un tasto del tablet mi faccio schifo a usare le parole invece del corpo e dell’anima, come vorrei potermi stringere alle croci dei cimiteri di Stepanakert che i soldati di Aliyev-Erdoğan (due nomi, quattro corna, una sola entità) stanno tagliando pezzo a pezzo scorticando la pelle a Cristo. Scorticassero la mia… Ma che ci faccio qui, curvo sul tablet? Ecco perché, lo so perché. Perché siete miei amici, nostri amici, chiedo aiuto agli amici. Stateci vicini, facendo muro dall’Italia all’invasione che verrà, eccome se verrà, e magari sarò morto quando leggerete queste frasi, perché la violenza ha la velocità delle tenebre, un istante e domina il cuore. Ma la bontà è più forte.

Supplico in ginocchio il vostro governo, fatelo con me: fratelli italiani smettetela di amoreggiare con chi ci vuole morti per un pugno di gas, fingendo di non sapere sia in buona parte metano russo. Stracciate lo sciagurato accordo per la cooperazione militare che il 12 gennaio di quest’anno i vostri ministri hanno siglato con gli azeri promettendo armi e intanto vendendogli due aerei militari tattici. Siamo i discendenti dei disgraziati Armeni sopravvissuti ai Turchi un secolo fa, 1915. Il genocidio si è riavvicinato con passo di lupo, tra le centinaia di piccole meravigliose chiese, profumate di rosmarino e di timo.

Il Molokano

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di ottobre 2023 di Tempi in formato cartaceo e sulla edizione online Tempi.it [QUI].

Foto di copertina: l’esodo con la forza degli Armeni autoctoni in fuga dall’Artsakh il 28 settembre 2023, dopo l’attacco terroristico dell’Azerbajgian il 19 e 20 settembre.

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