27ª Udienza del processo 60SA al Tribunale vaticano. Pienamente legittimo il comportamento del Cardinal Becciu

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 01.10.2022 – Vik van Brantegem] – “Ero sconcertato, non era quello il modo di gestire i fondi dell’Obolo di San Pietro”, ha detto Alessandro Cassinis Righini, il Revisore generale della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano. Cassinis Righini è stato sentito come teste, ieri 30 settembre 2022 durante la 27ª udienza del maxi processo al Tribunale vaticano, a carico di dieci imputati per la gestione dei fondi della Segreteria di Stato (principalmente in riferimento al palazzo al numero 60 di Sloane Avenue a Londra, al centro del procedimento penale n. 45/2019 RGP vaticano), in corso in nell’aula bunker allestita nella sala polifunzionale dei Musei Vaticani.

Oggi abbiamo iniziato con una frase di Cassinis Righini, perché denota – e permetteteci il gioco di parole – un certo casino nella testa del Revisore generale. Cioè, è palese la confusione che fa tra due cose ben distinte (come ha osservato Andrea Gagliarduci oggi in un’analisi per ACI Stampa (che riportiamo di seguito):

  • da una parte il “conto (o fondo) Obolo” della Segreteria di Stato (nato nell’allora Amministrazione per le Opere di Religione, con alcuni soldi trovati nel cassetto di Pio XI dopo che questi era morto), che è l’ultima risorsa per compensare il deficit (essendo la penultima il contributo dell’Istituto delle Opere di Religione) della Santa Sede;
  • dall’altra parte l’Obolo di San Pietro, che raccoglie le donazione alla Santa Sede destinate all’attività caritativa del Papa nel mondo. E cosi si comprendono anche, da una parte l’assicurazione del Cardinale Becciu che per il palazzo di Londra non furono impiegato soldi dell’Obolo di San Pietro e dell’altra parte le sue parole sulla destinazione del “fondo Obolo”, anche per il funzionamento della Santa Sede.

Andrea Paganini, che cura la Rassegna stampa sul “caso Becciu” [QUI] oggi ha scritto in un post su Facebook:
«La questione puzza sempre più di marcio.
Il Revisore dei conti Cassinis Righini, già braccio destro del predecessore Milone (cacciato per comportamento scorretto) e ora testimone dell’accusa, giurando sul Vangelo di dire la verità, ieri ha detto e fatto cose piuttosto strane.
1) Cassinis Righini ha affermato d’essere sicuro che Papa Francesco non era informato sull’investimento del Palazzo di Londra e poco dopo ha sostenuto di non poter sapere se il Papa sapesse o meno. Mentre c’è quantomeno una foto che ritrae Torzi con Papa Francesco.
2) Il 5 dicembre 2016 il Papa ha firmato un rescritto che ribadisce l’autonomia della Segreteria di Stato, vale a dire che essa non sottostava al Revisore, ma ecco che lui, Cassinis Righini, ha sostenuto che quel rescritto… «non me lo ricordo» [*]. Insomma: un po’ come se un autista che ha invaso la carreggiata sbagliata affermasse di non ricordarsi che con il semaforo rosso avrebbe dovuto fermarsi. Credibile?
3) Lo stesso Cassinis Righini ieri ha sostenuto che i fondi dell’investimento di Londra facevano parte dell’Obolo di San Pietro. Come fa a affermare ciò che Mons. Nunzio Galantino [Presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica] ha già negato? Ha uno straccio di prova o parla a vanvera?
Insomma, per aver giurato sul Vangelo, questo comportamento del Revisore puzza davvero parecchio. Si veda l’articolo del bravo Andrea Gagliarducci».

Questo mi fa ricordare quel sacerdote, invitato a testimoniare su un caso (che conosco e di cui mi ricordo tutto) metteva a a verbale: «So tutto, ma non me lo ricordo».

Poi, altra nota a margine, molto pesante, fatta da Gagliarducci: «Cassinis Righini si è detto sicuro che il Papa non sapesse niente dell’investimento, ma che questo fosse conosciuto agli alti livelli di Segreteria di Stato. Poi però ha dovuto ammettere di non poter sapere con certezza se il Papa sapesse o meno. E, dato che lui stesso ha testimoniato che erano azioni che non potevano essere fatte senza esplicite autorizzazioni dei superiori, resta improbabile che nessuno avesse informato Papa Francesco, il quale, tra l’altro, è poi stato fotografato a Santa Marta con Gianluigi Torzi il 26 dicembre 2018, mentre Torzi trattava la sua uscita dall’affare». L’abbiamo scritto in passato e lo ripetiamo: il Papa, che informato autorizzava e poi ci ha ripensato, come una lettura attenta dei fatti dimostra.

Nell’interesse del Cardinale Giovanni Angelo Becciu, il collegio difensivo ha replicato ieri con un Comunicato stampa (che riportiamo di seguito) ai punti chiavi nelle dichiarazioni del Revisore generale: non fu il Cardinal Becciu a bloccare la revisione contabile, perché le decisioni furono prese dalla Segreteria di Stato, cosa che per i suoi legali dimostra la “piena legittimità” del suo comportamento, “sempre improntato alla massima correttezza istituzionale”.

A conclusione della 27ª udienza, il Presidente del Tribunale vaticano, Giuseppe Pignatone, ha fornito un calendario per le prossime udienze. Cinque quelle in programma a ottobre: la prossima udienza è prevista per il 12 ottobre alle ore 14.00 e poi 13, 14, 19 e 21. Per novembre sono fissati i giorni 10, 11, 23, 24, 25, 30 e a dicembre 1, 2, 15 e 16. Saranno ascoltati tutti i testimoni dell’accusa, che al momento sono circa 41. Non calendarizzato è per ora l’interrogatorio, originalmente previsto per il 30 settembre, del Direttore dello IOR, Gian Franco Mammì, era il secondo firmatario della seconda denuncia (dopo quella dell’8 agosto 2019 firmata dal Revisore generale, Alessandro Cassinis Righini), che diedero il via all’inchiesta sull’acquisto del palazzo al numero 60 di Sloane Avenue a Londra e quindi al presente processo.

È stato necessario una domanda del Presidente, per far dire dal Promotore di Giustizia che il teste chiave, Mons. Alberto Perlasca, testimonierà in aula (ne riparliamo di seguito). In tutte queste date, ha detto Pignatone, «bisogna collocare Perlasca da qualche parte. Sarà sicuramente un interrogatorio lungo».

Il pool di giornalisti ammessi in aula a seguire l’udienza ha riferito che Alessandro Cassinis Righini, rispondendo ad una sollecitazione del Promotore di Giustizia aggiunto, Roberto Zannotti, si è detto certo che per l’acquisto del palazzo al numero 60 di Sloane Avenue a Londra fossero stati utilizzati i fondi dell’Obolo di San Pietro. Stando ad una nota stilata dalla Segreteria di Stato, il patrimonio totale della stessa, all’epoca dei fatti, ammontava a 928 milioni di euro, ha riferito il Revisore generale durante l’interrogatorio delle parti civili, sostenendo che, da quanto gli risulta, «il Papa non ne era al corrente. Credo ne fossero al corrente il Sostituto e il Cardinale Parolin».

A proposito di eventuali revisioni esterne chieste dalla Segreteria di Stato, Cassinis Righini ha ricordato che il Cardinal Pell, tra fine 2015 e inizio 2016, aveva dato incarico ad una società esterna, ma – ha detto il Revisore generale – che il Cardinale Angelo Becciu, all’epoca Sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, si era opposto a questa prassi. «Noi siamo abitati a controllare, non ad essere controllati», avrebbe affermato Becciu, secondo quanto affermato da Cassinis Righini.

Poi l’interrogatorio del Promotore di Giustizia aggiunto si è soffermato sulla “notitia criminis”, vale a dire l’acquisto del palazzo al numero 60 di Sloane Avenue a Londra. Nell’estate del 2018, ha detto Cassinis Righini, il Papa ha dato incarico di una revisione specifica dell’attività della Segreteria di Stato, per poterla consegnare al nuovo Sostituto, l’Arcivescovo Edgar Peña Parra: «Una fotografia dello stato delle cose», ha spiegato, sottolineando che si trattava di una prassi abituale in ogni tipo di avvicendamento.

Il Revisore generale ha ribadito anche «l”atteggiamento passivo», di palese resistenza opposto dall’Ufficio amministrativo con a capo Mons. Alberto Perlasca, a tutte le richieste di documenti, atti, bilanci. «Nei bilanci, meno si scrive e meglio è», gli avrebbe detto Mons. Alberto Perlasca.

«Nel settembre 2018 – ha dichiarato Cassinis Righini – apparvero immediatamente cose strane, che divennero oggetto della mia segnalazione. Mancavano le perizie indipendenti sul valore dell’immobile, le relazioni sui rapporti con le banche, i bilanci: pur essendo stati più volte chiesti, non ci venivano mai forniti. Ci si lamentava, magari anche a ragione, di non avere sufficiente personale. Ma soprattutto era un problema di competenza: la contabilità era un disastro, non si capiva assolutamente nulla». In particolare, ha aggiunto il Revisore generale, mancava il “contratto di pegno” con il Credit Swisse, con cui la Segretaria di Stato dava in pegno parte del suo patrimonio per avere le risorse per procedere all’acquisto dell’immobile. A detta di Cassinis Righini, la cifra impegnata dalla Santa Sede per l’operazione ammontava a 564 milioni di euro: «Si trattava di attività non liquide e particolarmente onerose, anche con personalità esterne in conflitto di interessi, come Enrico Crasso», ha dichiarato. Sulla modalità di gestione dei fondi in Segreteria di Stato, il Revisore generale ha affermato: «Concentravano il rischio e duplicavano i costi, e su questo davano risposte molto evasive. Era una situazione non opportuna». Interpellato dalle parti civili sull’eticità degli investimenti, Cassinis Righini ha ricordato che tali criteri «sono stati introdotti soltanto nel giugno 2022, ma in precedenza non venivano applicati». Nel dettaglio, Righini ha fatto notare che «l’APSA faceva investimenti contrari alla dottrina sociale della Chiesa, anche con case farmaceutiche produttrici della pillola abortiva. Dopo la nostra segnalazione, hanno smesso».

Il Promotore di Giustizia aggiunto ha chiesto al Revisore generale anche conto degli investimenti della Segreteria di Stato nel Fondo Athena [ne parliamo di seguito), domandandogli se il Papa ne fosse al corrente: «Per quello che mi risulta, no», ha risposto Cassinis Righini, aggiungendo che «l’operazione ha determinato un’ingente perdita».

Comunicato stampa
nell’interesse di Sua Eminenza il Cardinale Giovanni Angelo Becciu
30 settembre 2022


«Abbiamo sottolineato, ascoltando in aula il Revisore Generale, come le decisioni assunte in ordine alla sospensione della consulenza di revisione contabile PwC nell’aprile 2016 non furono una scelta autonoma dell’allora Sostituto Monsignor Becciu ma una posizione assunta dalla Segreteria di Stato, ribadita peraltro con lettera a firma del Cardinale Segretario di Stato.
Quanto poi alla secolare autonomia della Segreteria, anche sotto il profilo finanziario, essa venne ribadita con rescritto pontificio del 5 dicembre 2016, rilasciato in mani del medesimo Cardinale Parolin.
Tanto, a dimostrazione della piena legittimità del comportamento del Cardinale Becciu, sempre improntato alla massima correttezza istituzionale».
Avvocati Fabio Viglione, Maria Concetta Marzo

A domanda del Presidente, il Promotore di Giustizia fa sapere, che Mons. Perlasca testimonierà in aula

Come abbiamo osservato ieri [QUI], nell’elenco dei primi 27 testimoni dell’accusa (poi diventato chiaro che era solo un elenco del primo gruppo dei testimoni per l’accusa), reso noto dal Promotore di Giustizia, non figurava il nome di Mons. Alberto Perlasca, già responsabile dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato, indicato sempre come il primo tra i “testimoni-chiave” nel processo in corso presso il Tribunale vaticano sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato e grande accusatore del Cardinal Becciu.

Come è risaputo, Mons. Perlasca, già Responsabile dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato, è il testimone chiave in questo processo e grande accusatore del Cardinale Angelo Becciu, che in tutta la questione non c’entra (a differenza del suo diretto superiore, il Segretario di Stato, il Cardinale Pietro Parolin, e il suo successore nell’ufficio di Sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, l’Arcivescovo Edgar Peña Parra. Nonostante risulti dagli atti che Mons. Perlasca è stato per anni il dominus indiscusso degli investimenti della Segreteria di Stato e in particolare del “caso 60SA” – e quindi la causa dello scandalo – è diventato una specie di “pentito” e “collaboratore di giustizia”, prima indagato e poi non rinviato a giudizio, pure ammesso dal Tribunale come parte civile, invece di farlo accomodare sul banco degli imputati.

Nella 27ª udienza di ieri, quando il Presidente del Tribunale vaticano, Giuseppe Pignatone, ha posto la domanda al Promotore di Giustizia, Alessandro Diddi, e quindi si è appreso che Mons. Perlasca sarà sentito in aula come testimone dell’accusa, ma non è dato a sapere quando.

Alcuni chiarimenti

1. Cosa c’era dietro il dibattito sull’investimento della Segreteria di Stato nel palazzo al numero 60 di Sloane Avenue a Londra, più altri carichi di accusa? L’ha spiegato Andrea Gagliarducci oggi per ACI Stampa [QUI].

Scrive Gagliarducci: «Cosa si muoveva dietro la decisione della Segreteria di Stato di prendere in mano l’investimento su un immobile di lusso a Londra, dopo aver rotto i contratti con due diversi intermediari? È questo il tema centrale del processo vaticano che ha al centro la questione dell’investimento della Segreteria di Stato, ma che tocca anche altre vicende. (…) Più che ai dettagli, si deve guardare ai grandi temi che sono stati forniti dai tre giorni di udienza. Nel momento, infatti, che si cerca di avere un quadro più largo della situazione, sorgono diverse domande.
Partiamo dalla fine, ovvero dalla testimonianza di Cassinis Righini, resa il 30 settembre. Il revisore non solo ha reso noto di un clima di ostilità per il suo lavoro in Vaticano e soprattutto da parte della Segreteria di Stato, ma è arrivato anche a sottolineare che i suoi consigli sugli investimenti non riguardavano la bontà degli investimenti, ma l’opportunità degli investimenti stessi. Una affermazione, questa, che sembra uscire dalle competenze del revisore, chiamato soprattutto a fare in modo che i conti siano a posto e aderenti agli standard internazionali.

Non solo: Cassinis Righini sottolinea che quello non era il modo di gestire i soldi dell’Obolo di San Pietro, e a domanda ha detto di essere certo che sono soldi dell’Obolo. In realtà, la Segreteria di Stato ha dal 1939 un conto denominato “conto Obolo”, nato nell’allora Amministrazione per le Opere di Religione con alcuni soldi trovati nel cassetto di Pio XI dopo che questi era morto.

Il Revisore, poi, ha anche contestato le operazioni della Segreteria di Stato, ha lamentato che il patrimonio della stessa (958 milioni di euro) era nella quasi totalità in svizzera (516 milioni o 564 milioni, ha detto in due riprese, forse correggendosi o forse sbagliando) e che di base non comprendeva nemmeno la allocazione dei fondi.

Il punto è che la Segreteria di Stato ha da sempre avuto autonomia nella gestione dei fondi, tanto che c’è un rescritto di Papa Francesco del 5 dicembre 2016 che ribadisce l’autonomia della Segreteria di Stato.

Il rescritto metteva fine ad una querelle cominciata quando era stato dato alla società Pricewaterhouse Cooper il compito di revisionare i conti del Vaticano, senza eccezioni, di fatto andando a toccare la sovranità stessa della Santa Sede. La Segreteria di Stato si oppose alla decisione, e poi ridefinì il contratto con PwC, in modo che fosse più in linea con le peculiarità di uno Stato.

Strascichi di questo dibattito si sono trovati nella testimonianza di Cassinis Righini, lasciando l’impressione che lo scontro fosse tra quanti volevano difendere la Santa Sede e quanti, in realtà, volevano fare della Santa Sede una azienda. In un clima di tensione, è facile che si creino inimicizie.

Su una cosa Cassinis Righini aveva ragione, e cioè sul fatto che sarebbe stato meglio non portare avanti il contratto con Gianluigi Torzi, che aveva preso la gestione del fondo immobiliare del Palazzo di Londra, trattenendo per sé le uniche 1000 azioni con diritto di voto. Cassinis ha detto che, una volta coinvolto nella analisi dei contratti, avrebbe subito fatto sapere che si sarebbe dovuta interrompere la trattativa.

Ma la trattativa non fu interrotta. La decisione fu di Monsignor Alberto Perlasca, allora capo dell’amministrazione della Segreteria di Stato, che aveva tra l’altro affrontato la negoziazione a Londra senza un avvocato della Santa Sede. Questo risulta chiaro da testimonianze e interrogatori.

Eppure Perlasca non era nella lista dei primi 27 testimoni presentata dal promotore di Giustizia. Si pensava non ci fosse perché, trattandosi di un processo documentale, l’accusa poteva aver deciso che la testimonianza di Perlasca fosse già sufficiente. Alla fine, anche il Presidente del Tribunale vaticano Giuseppe Pignatone ha sollecitato il promotore a inserire Perlasca tra i testimoni, e si è scoperto così che il promotore Alessandro Diddi lo voleva convocare solo verso la fine della sua lista di testimoni. Di certo, colpiva la assenza di Perlasca dai primi testimoni.

Un altro tema riguarda poi la gestione delle finanze vaticane, che di certo è stata per lungo tempo familistica. Di fronte alla volontà di Tirabassi di lasciare la Segreteria di Stato per intraprendere la libera professione, nel 2004, l’allora Direttore dell’amministrazione, Monsignor Gianfranco Piovano, gli dà invece l’autorizzazione ad esercitare fuori dal Vaticano e una procura per una consulenza con UBS, la banca svizzera che aveva parte dei fondi della Segreteria di Stato. Consulenza, questa, da compensare con i dividendi, che arrivano copiosi: dal 2004 al 2009, anno in cui la Santa Sede lascia il rapporto con UBS, Tirabassi guadagna 1 milione 360 mila euro, poi fatti rimpatriare. Vale a dire, circa 200 mila euro l’anno. Con la chiusura del rapporto con UBS questo “bonus” viene meno, ma Tirabassi non ha chiesto altro. La questione della ricchezza di Tirabassi è stata oggetto di buona parte del suo interrogatorio, teso ad accertare se l’officiale della Segreteria di Stato prendesse commissioni, provvigioni o altre quantità di denaro al di là della sua professione, e magari in nero. Tutto, però, era regolare».

2. Il Fondo Athena gestito da Mincione

Il Financial Times il 29 ottobre 2019 ha scritto [QUI] che, poco prima di essere nominato primo ministro, Giuseppe Conte ha fornito una consulenza legale a un gruppo di investitori tra i quali figurava anche il fondo Athena Global Oppurtunities, gestita dal finanziere Raffaele Mincione, uno dei dieci imputati a processo in Vaticano, e finanziato dalla Segreteria di Stato. Il fatto che Conte avesse lavorato per Mincione era già noto per via di un’inchiesta di Repubblica, ma il Financial Times ha fatto emergere il ruolo della Segreteria di Stato nella vicenda, che risale al 2018 e riguarda una disputa per il controllo di Retelit, una società italiana di telecomunicazioni.
Allora, Retelit era contesa tra Fiber 4.0, un consorzio controllato al 40% da Athena Global Opprtunities e già proprietaria del 9% di Retelit, e un’altra cordata di investitori composta da un fondo tedesco e da un’azienda di Stato libica. Fiber 4.0 voleva tentare la scalata e portare alla guida della società Mincione, che vi aveva investito circa 200 milioni di dollari, soldi che il Financial Times aveva scoperto provenire dalla Segreteria di Stato. Il consorzio era però stato sconfitto in un voto degli azionisti e aveva assunto Conte per capire se era possibile rovesciare il voto.

Conte aveva fornito la sua consulenza il 14 maggio 2018 e scriveva che sarebbe stato possibile annullare il voto solo se il governo avesse utilizzato il golden power, uno strumento grazie al quale l’esecutivo può impedire agli attori stranieri di prendere il controllo di società italiane ritenute di importanza strategica.

Allora Conte era docente e avvocato, anche se faceva già parte della squadra di governo del Movimento 5 Stelle. Un mese dopo quella lettera, il governo ha però deciso di esercitare il golden power, così come lui aveva suggerito: una decisione di cui Repubblica aveva riferito e che aveva evidenziato un possibile conflitto di interesse. Conte, che aveva negato già ogni responsabilità a questo proposito, aveva respinto nuovamente le accuse. Poco dopo la pubblicazione dell’articolo del Financial Times, la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha diramato una nota per precisare che Conte non era a conoscenza del fatto che alcuni investitori facessero riferimento a un fondo sostenuto dalla Segreteria di Stato e non ha preso parte alla riunione del Consiglio dei Ministri in cui si è deciso di far ricorso al golden power per Retelit. “Si fa presente che in quell’occasione il Presidente Conte era impegnato in Canada per il G7”, si legge nella nota. “Conte non ha mai incontrato né conosciuto il Sig. Mincione”.

Lo stesso Mincione ha detto al Financial Times di non aver mai incontrato Conte e ha definito la sua nomina a Primo Ministro una “sfortuna”, perché non ha cambiato la sua situazione. Il quotidiano finanziario britannico aveva anche parlato con Gianluca Ferrari del fondo di investimento tedesco che aveva vinto il controllo di Retelit. Ferrari diceva che secondo lui un conflitto d’interesse c’era, e episodi come questo rischiavano di danneggiare la fiducia che gli investitori ripongono nel sistema-paese.

89.31.72.207