Papa Francesco, la sfida di non ridurre la religione a cultura

Durante il periodo pasquale, Papa Francesco è apparso in due programmi della Rai, la televisione italiana. Il primo, A Sua Immagine, è un programma storico, fatto in collaborazione con la Conferenza Episcopale Italiana, contenitore anche dell’Angelus di Papa Francesco ogni domenica. Il secondo, I volti dei Vangeli, era invece una produzione di Rai Cultura insieme al Dicastero della Comunicazione della Rai, che includeva diversi interventi del Papa ai protagonisti dei Vangeli. Si trattava di una trasmissione pensata per una emittente cattolica per Natale, con altri temi, e poi rivenduta alla Rai come sottoprodotto [QUI].

La presenza pervasiva del Papa sui media non deve sorprendere. Più di ogni altro Papa, Francesco concede interviste, si fa vedere in televisione, prende posizioni politiche (come quella sulla NATO nell’ultima intervista al Corriere della Sera [QUI], e fa sentire la sua voce.

Eppure, questa pervasività dell’immagine del Papa rischia di avere l’effetto contrario, e cioè che il Papa diventi una sorta di presenza di routine nei media, che la sua immagine diventi preponderante e metta in ombra anche la Chiesa stessa. In pratica, la persona del Papa diventa un fatto culturale, una voce come quella di tanti altri intellettuali e non nel panorama dell’informazione.

La questione va affrontata, perché la riduzione del Papa a fenomeno di costume rischia di riverberarsi su tutta la Chiesa, e in generale su come le religioni vengono percepite nella società.

I segnali in questo senso ci sono tutti. La Rai, tv di Stato italiana, ha dal 2002 una struttura chiamata Rai Vaticano [voluta e promossa da Dott. Joaquín Navarro-Valls, Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, con il primo Direttore Giuseppe De Carlo. V.v.B.], che si occupa appunto dell’informazione religiosa, e che nel corso degli anni è stata lentamente deprivata delle sue caratteristiche, fino ad essere ridotta a struttura di produzione di un solo contenitore notturno di mezzora [QUI].

Tuttavia, dal 2021, con il nuovo assetto organizzativo della rete, l’informazione religiosa è diventata una delle competenze della Direzione Cultura ed Educational. In pratica, l’informazione religiosa diventa solo un fenomeno culturale, non degno di un approfondimento né di una direzione specifica, che ne curi i linguaggi e che guardi alle religioni nel loro ruolo reale all’interno della società.

Sembra una questione marginale, ma non lo è. Perché è proprio riducendo la religione a fenomeno culturale che ha avuto atto, in questi anni, quella che in Canada è stata chiamata revolution tranquille. Una rivoluzione che ha portato una ondata di secolarizzazione nella società, mettendo da parte le religioni fino a negarne l’innegabile portata spirituale.

In Europa, l’ultima rivoluzione di questo genere si è avuta in Belgio, dove in quattro anni si si sono imposti i cosiddetti cours de rien, cioè i corsi di educazione civica da aggiungere e poi sovrapporre le ore di religione. All’inizio, i corsi di educazione civica erano entrati nei curricula scolastici in punta di piedi, con una ora a settimana. Ora, le ore sono state raddoppiate, mentre i corsi di religione sono diventati facoltativi, con un colpo di mano avvenuto con voto parlamentare in cui non sono stati coinvolti nemmeno i vescovi belgi.

Si va completando, così, la transizione verso insegnamenti neutrali e sviluppati da professori considerati neutri, ovvero senza alcun tipo di informazione religiosa.

Come detto, il modello si era sviluppato in Canada, e in particolare nella regione francofona del Quebec, dove fu introdotto a inizio anni 2000 un corso obbligatorio di etica e cultura delle religioni con docenti cui era vietato presentarsi come credenti e appartenenti a una comunità di fede. Il corso prevedeva di dare informazioni sulle principali religioni del mondo e si discute di temi controversi, come l’aborto e l’eutanasia, con l’obbligo di non prendere posizione in un modo o nell’altro.

La filosofia alla base di questa impostazione era stata fornita dall’ideatore dei corsi, il filosofo George Leroux, il quale aveva sottolineato che “è ormai tempo di pensare alla trasmissione della cultura religiosa non più come fede, ma come storia, come patrimonio universale dell’umanità”.

Colpisce che l’introduzione di questi corsi fu votata da un governo conservatore, di cui facevano anche cattolici. È il segno di come anche nel mondo cattolico non si comprenda la portata dalla sfida.

Una sfida che è arrivata già a degli estremi. Il 3 maggio, è stata votata al Parlamento Europeo una risoluzione sulla persecuzione delle minoranze sulla base del credo e della religione.

Al punto 22, si legge che il Parlamento “esprime profonda preoccupazione riguardo il cattivo uso e la strumentalizzazione del credo e della religione di imporre politiche discriminatorie, leggi o restrizioni che contraddicono o minano i diritti delle persone LGBTIQ+, e restringano l’accesso a servizi base, come l’educazione e la salute, inclusi i diritti sessuali riproduttivi, la criminalizzazione dell’aborto in tutti i casi, la criminalizzazione dell’aborto”.

Si è già arrivati al punto in cui gli uomini di fede non possono parlare, non possono avere una opinione, non possono contribuire alla costruzione del mondo. Ogni discorso considerato di tipo religioso viene incriminato, ogni bisogno che nasce da un bisogno spirituale non viene considerato.

Ma era un piano inclinato evidente già durante l’emergenza Covid-19, quando le restrizioni non tennero conto dei bisogni spirituali delle persone, chiedendo restrizioni per le funzioni religiose, mentre si consideravano altri bisogni di tipo materiale.

Sono tutte conseguenze da affrontare. E colpisce che la televisione di Stato italiana, che da sempre ha un rapporto privilegiato con la Santa Sede, si iscriva in questa corsa per la marginalizzazione della religione, stabilendo in fondo che un Papa che celebra la Via Crucis al Colosseo o che dà interviste faccia cultura, piuttosto che lanciare messaggi di fede.

Stupisce, anche, il silenzio dei piani alti vaticani. Eppure, quando dopo l’11 settembre si cominciò a parlare di scuole internazionali sotto l’egida degli organismi internazionali per insegnare cultura delle religioni ed evitare gli estremismi, la Santa Sede fece un lavoro incredibile dietro le quinte proprio per sottolineare che no, la religione non era solo un fatto culturale, e che dunque non poteva essere trattato come tale.

È il problema della secolarizzazione della religione. Con la sua idea di Chiesa in uscita, Papa Francesco ha una forte presenza sui media. Finché non affronterà, però, i grandi temi, finché non ribadirà l’importanza del fatto religioso, resterà un Papa popolare, ma inconsapevole delle grandi e reali sfide del tempo. E tutti potranno approfittare di questa situazione.

In fondo, le parole del Papa fanno fare diversi soldi, e basta leggere i nomi di chi produce le interviste per comprendere che ormai il rischio che il Papa diventi un business come un altro c’è già, ed è presente.

Questo articolo è stato pubblicato oggi dall’autore originalmente in inglese su Monday Vatican [QUI] e nella traduzione italiana su Vatican Reporting [QUI], due blog da lui gestiti.

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