“Dacci indietro la Messa”. Il 10° Pellegrinaggio internazionale Populus Summorum Pontificum

Mentre i vescovi diocesani considerano come attuare il Motu proprio Traditionis custodes di Papa Francesco sull’uso della Messa tradizionale in latino, l’Arcivescovo metropolita di San Francisco, Mons. Salvatore Joseph Cordileone (foto di copertina) ha detto che continuerà ad essere disponibile nella sua chiesa locale, su cui riportiamo la traduzione italiana di un articolo di Christine Rousselle, pubblicato su Catholic News Agency. Segue il Manifesto di Juventus Traditionis per il 10° Pellegrinaggio Populus Summorum Pontificum.

++++ AGGIORNAMENTI IN FONDO ++++

Manifesto di Juventus Traditionis
Giovani d’Europa: prendi la tua Messa, alzati e cammina!


In occasione del 10° Pellegrinaggio internazionale Populus Summorum Pontificum, invitiamo tutti i giovani cattolici a riunirsi il prossimo ottobre a Roma. Desideriamo rivederci per manifestare con forza il nostro attaccamento alla Messa di San Pio V.

Noi, giovani cattolici che abbiamo ricevuto la Fede attraverso questa forma liturgica, o l’abbiamo scoperta durante il nostro cammino spirituale, vogliamo preservare la grandezza e la bellezza di questo tesoro della Chiesa. Generazioni di fedeli e di santi sono state unite a Cristo mediante questa Messa, frutto di una lunga tradizione e del progresso spirituale della Chiesa. Questa liturgia contribuisce ancora oggi alla santificazione di migliaia di anime nel mondo. È uno strumento dell’evangelizzazione attiva in molti paesi che permette di superare le differenze delle diverse culture per offrire ovunque e insieme lo stesso sacrificio a Dio che è la Messa, in unione con tutta la Chiesa.

Vogliamo riaffermare il nostro desiderio di garantire a tutti l’accesso alla Messa ma anche a tutti i sacramenti in forma straordinaria.

Per questo noi invitiamo ad unirti a noi il 29, 30 e 31 ottobre 2021 a Roma per celebrare il nostro amore per la Tradizione e per la Chiesa!

10º Pellegrinaggio internazionale Populus Summorum Pontificum
Roma, 29-31 ottobre 2021


Dal 2012 ogni anno il Pellegrinaggio internazionale Populus Summorum Pontificum si reca ad Petri sedem per testimoniare l’attaccamento di numerosi fedeli giunti da tutto il mondo alla liturgia tradizionale: dopo la celebrazione «ridotta» dello scorso anno, il 2021 è l’anno della ripresa: tutti a Roma!

Prima di tutto vi confermiamo la venuta a Roma, per presiedere il Pellegrinaggio internazionale Populus Summorum Pontificum, di Mons. Salvatore Joseph Cordileone, Arcivescovo metropolita di San Francisco: celebrerà tutte le azioni liturgiche del pellegrinaggio 2021.

Fin d’ora facciamo appello a tutte le persone di buona volontà per aiutarci a realizzare questo programma, che sarà preceduto, come da tradizione, dall’incontro Summorum Pontificum all’Istituto Patristico Augustinianum, che avrà inizio venerdì mattina con un intervento di Mons. Cordileone.

Programma

Venerdì 29 ottobre 2021
Ore 18:00 – Vespri pontificali, Basilica collegiata di Santa Maria ad Martyres (Pantheon)

Sabato 30 ottobre 2021
Ore 09:00 – Adorazione eucaristica, Basilica di San Lorenzo in Damaso
Ore 10:00 – Processione verso l’Arcibasilica maggiore di San Pietro in Vaticano
Ore 11:30 – Messa pontificale all’altare della Cattedra dell’Arcibasilica maggiore di San Pietro in Vaticano

Domenica 31 ottobre 2021
Ore 11:00 – Messa pontificale, Chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini

Arcivescovo Cordileone: la Messa tradizionale in latino continuerà a San Francisco
di Christine Rousselle
Catholic News Agency, 16 luglio 2021
(traduzione italiana dall’inglese a cura di Sabino Paciolla [QUI])

Mentre i vescovi diocesani considerano come attuare il Motu proprio di Papa Francesco sull’uso della Messa tradizionale in latino, l’Arcivescovo metropolita di San Francisco ha detto che continuerà ad essere disponibile nella sua chiesa locale.

L’Arcivescovo metropolita di San Francisco, Mons. Salvatore Cordileone ha detto alla CNA il 16 luglio che “la Messa è un miracolo in qualsiasi forma: Cristo viene a noi nella carne sotto l’aspetto del pane e del vino. L’unità sotto Cristo è ciò che conta. Perciò la Messa tradizionale in latino continuerà ad essere disponibile qui nell’Arcidiocesi di San Francisco e fornita in risposta ai legittimi bisogni e desideri dei fedeli”.

Sembra che le Messe Latine Tradizionali nelle diocesi di tutti gli Stati Uniti siano in gran parte destinate a continuare come previsto, mentre i vescovi preparano le risposte alla Traditionis Custodes.

Il Motu proprio afferma che è “competenza esclusiva” di ogni vescovo autorizzare l’uso del Messale Romano del 1962 nella sua diocesi.
Esso stabilisce anche le responsabilità dei vescovi le cui diocesi hanno già uno o più gruppi che offrono la Messa nella forma straordinaria, incaricando i vescovi di determinare che questi gruppi non neghino la validità del Concilio Vaticano II e del Magistero.

I vescovi sono incaricati di “designare uno o più luoghi dove i fedeli aderenti a questi gruppi possano riunirsi per la celebrazione eucaristica (non però nelle chiese parrocchiali e senza l’erezione di nuove parrocchie personali)”.

Il sentimento dell’Arcivescovo Cordileone è simile a quello di altri vescovi.

Il Vescovo di Albany, Mons. Edward Scharfenberger ha scritto che “per quanto riguarda la celebrazione della Liturgia Romana prima delle riforme del 1970, vorrei ribadire il grande bene pastorale e spirituale che è stato sperimentato da coloro che sono stati e che sono impegnati in questa forma di Liturgia. Vorrei anche riconoscere i molti preziosi contributi apportati alla vita della Chiesa attraverso tali celebrazioni”. Ha aggiunto che lui, insieme agli altri vescovi, è stato consultato l’anno scorso in merito alla Messa latina tradizionale: “Questa è stata debitamente completata e spedita, anche se, per quanto ne so, finora non è stata fornita alcuna sintesi delle varie risposte dei vescovi. La mia risposta ha fornito dettagli sulle attuali disposizioni ed esperienze all’interno della Diocesi; così come altri punti, come quelli menzionati nel paragrafo precedente”.

La Diocesi di Arlington ha detto alla CNA che tutte le parrocchie che avevano previsto di offrire Messe nella Forma Straordinaria saranno in grado di farlo. “Il vescovo Burbidge ha letto il Motu proprio riguardante il Messale del 1962”, ha detto in una dichiarazione Billy Atwell, Responsabile delle Comunicazioni della Diocesi di Arlington. “Lo esaminerà in modo più dettagliato e offrirà ulteriori indicazioni ai nostri sacerdoti nel prossimo futuro. Le parrocchie attualmente programmate per offrire la Messa nella Forma Straordinaria questo fine settimana hanno ricevuto il permesso di farlo”.

Il Vescovo di Providence, Mons. Thomas Tobin ha definito il Motu proprio “sia una sfida che un’opportunità”. Nella Diocesi di Providence lo studieremo e lo attueremo insieme, pacificamente e con la preghiera. Ma soprattutto, affermeremo il nostro amore per la Santa Messa, e la nostra unità in Cristo e nella sua Santa Chiesa”, ha detto.

Al Nuovo Movimento Liturgico, Gregory DiPippo ha osservato che il Motu proprio è stato pubblicato in occasione della festa di Nostra Signora del Monte Carmelo, e che “quando gli ordini mendicanti come i Carmelitani emersero nel 13° secolo, come parte del movimento di riforma in corso all’interno della Chiesa, furono attaccati su vari motivi dai rappresentanti delle istituzioni ecclesiastiche più consolidate, che non amavano che la loro decadenza e compiacenza fossero sfidate dalla vitalità evangelica del nuovo movimento. Semper idem”. “Se amate la Chiesa e la liturgia tradizionale, prendete una devozione mariana, se non ne avete già una, e fatevi l’intenzione di chiedere l’intercessione della Vergine per sciogliere questo nodo di grave ingiustizia. Allo stesso modo, invochiamo continuamente l’intercessione di San Giuseppe, che onoriamo con il titolo di Patrono della Chiesa Universale, che ha estremo bisogno della sua potente protezione, e di San Pio V, il cui Messale rimane l’espressione più autentica della lex orandi della Chiesa Romana”.

Il video.

… era il 9 luglio 2021, l’annuncio di una diretta streaming sui social. Una settima prima della sciagura. Si parlava di “possibile restrizioni” della celebrazione della Messa tridentina, o Messa tradizionale. Quello che è successo ieri nessuno aveva previsto e nessuno si poteva immaginare

“Meum ac vestrum sacrificium. Introduzione alla Messa tridentina” di Don Marino Neri

Ho riscoperto la tradizione, amico mio, senza dovermi rifugiare nel tradizionalismo. Ho riscoperto i nostri grandi padri, i grandi artisti, i grandi teologi, ho guardato con occhi purificati dalle lacrime alle grandezze e alle miserie della Chiesa di sempre. Ho capito che io non vedrò la rinascita, ma che essa ci sarà un giorno e che i nostri piccoli sforzi di adesso verranno moltiplicati da Colui “che conosce i cuori e i reni” e che saprà come e quando intervenire per la Sua Chiesa affinché le porte degli inferi non si chiudano su di essa.

Il tema della Messa tridentina, o Messa tradizionale, tiene banco in questi giorni per via di possibili restrizioni alla sua celebrazione. Eppure essa ha dimostrato la sua vitalità e la sua capacità anche di attrarre giovani generazioni. Dedicato alla Messa tridentina è il libro “Meum ac vestrum sacrificium. Introduzione alla Messa tridentina” di Don Marino Neri, in cui viene presentato in modo semplice e accessibile lo sviluppo di questa venerabile forma liturgica.

Ne parleranno domani, venerdì 10 luglio, il Vescovo Mons. Athanasius Schneider, autore della prefazione, l’autore Don Marino Neri e Aurelio Porfiri [QUI].

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Traditionis custodes: una guerra sull’orlo dell’abisso
di Roberto de Mattei
Corrispondenza Romana, 19 luglio 2021


L’intento del Motu proprio di papa Francesco Traditionis custodes, del 16 luglio 2021, è quello di voler reprimere ogni espressione di fedeltà alla liturgia tradizionale, ma il risultato sarà quello di accendere una guerra che si concluderà inevitabilmente con il trionfo della Tradizione della Chiesa.

Quando, il 3 aprile 1969, Paolo VI promulgò il Novus Ordo Missae (NOM), la sua idea di fondo era che, da lì a pochi anni, la Messa tradizionale sarebbe stata solo un ricordo. L’incontro della Chiesa con il mondo moderno, che Paolo VI auspicava in nome di un “umanesimo integrale”, prevedeva la scomparsa di tutti i retaggi della Chiesa “costantiniana”. E il Rito Romano antico, che san Pio V aveva restaurato nel 1570, dopo la devastazione liturgica protestante, sembrava destinato a scomparire.

Mai previsione si rivelò più sbagliata. Oggi i seminari sono privi di vocazioni e le parrocchie si svuotano, talvolta abbandonate da sacerdoti che annunciano il loro matrimonio e il loro rientro nella vita civile. Al contrario, i luoghi in cui si celebra la liturgia tradizionale e si predica la fede e la morale di sempre sono gremiti di fedeli e sono vivai di vocazioni. La Messa tradizionale viene celebrata regolarmente in 90 Paesi di tutti i continenti, e il numero dei fedeli che vi partecipano è andato crescendo di anno in anno, alimentando sia la Fraternità San Pio X, sia gli istituti Ecclesia Dei nati dopo il 1988. Il coronavirus ha contribuito a questa crescita dopo che, in seguito all’imposizione della comunione in mano, molti fedeli, disgustati dalla dissacrazione, hanno lasciato le loro parrocchie per andare a ricevere la Santa Eucarestia nei luoghi in cui si continua ad amministrarla in bocca.

Questo movimento di anime nasce come reazione a quella “assenza di forma” della nuova liturgia, di cui ha ben scritto Martin Mosebach nel suo saggio Eresia dell’informe (tr. it. Cantagalli, 2009). Se autori progressisti come Andrea Riccardi, della Comunità di Sant’Egidio, lamentano la scomparsa sociale della Chiesa (La Chiesa brucia. Crisi e futuro del cristianesimo, Tempi nuovi, 2021), una delle cause è proprio l’incapacità di attrazione della nuova liturgia che non riesce ad esprimere il senso del sacro e della trascendenza. Solo nella assoluta trascendenza divina si esprime l’estrema vicinanza di Dio all’uomo, ha osservato il cardinale Ratzinger nel libro che, prima dell’elezione al pontificato, dedicò alla Introduzione allo spirito della liturgia (San Paolo, Milano 2001). L’allora Prefetto della Congregazione per la fede, che aveva sempre messo la liturgia al centro dei suoi interessi, divenuto papa Benedetto XVI, promulgò, il 7 luglio 2007, il Motu proprio Summorum Pontificum con cui restituì pieno diritto di cittadinanza al Rito Romano antico (infelicemente definito “forma straordinaria”), che giuridicamente non era mai stato abrogato ma che, di fatto, era stato per quarant’anni interdetto.

Il Summorum Pontificum ha contribuito alla moltiplicazione dei centri di Messa tradizionale e alla fioritura di un’abbondante serie di studi di alto livello sulla vecchia e nuova liturgia. Al movimento di riscoperta della liturgia tradizionale da parte dei giovani, si è accompagnata una letteratura talmente abbondante che non è possibile darne qui conto. Tra le opere più recenti, basti ricordare gli scritti dell’abbé Claude Barthe, Histoire du missel tridentin et de ses origines (Via Romana, 2016, tr. it. Solfanelli, 2018) e La Messe de Vatican II. Dossier historique (Via Romana, 2018); di Michael Fiedrowicz, The Traditional Mass: History, Form, and Theology of the Classical Roman Rite (Angelico Press, 2020) e di Peter Kwasniewski, Noble Beauty, Transcendent Holiness: Why the Modern Age Needs the Mass of Ages (Angelico, 2017, tr. it. Fede e Cultura, 2021). Nessuno studio di altrettanto valore è stato prodotto nel campo progressista.

Di fronte a questo movimento di rinascita culturale e spirituale, papa Francesco ha reagito incaricando la Congregazione per la Dottrina della Fede di inviare ai vescovi un questionario sull’applicazione del Motu proprio di Benedetto XVI.  L’indagine è stata sociologica, ma le conclusioni che Francesco ne ha tratto sono ideologiche. Non occorre un sondaggio per vedere come le chiese frequentate dai fedeli legati alla tradizione liturgica siano sempre piene e le parrocchie ordinarie vadano sempre più a spopolarsi. Ma nella lettera ai vescovi che accompagna il Motu proprio del 16 luglio papa Francesco afferma: «Le risposte pervenute hanno rivelato una situazione che mi addolora e mi preoccupa, confermandomi nella necessità di intervenire. Purtroppo l’intento pastorale dei miei Predecessori, i quali avevano inteso «fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente» è stato spesso gravemente disatteso». «Mi rattrista – aggiunge Francesco – un uso strumentale del Missale Romanum del 1962, sempre di più caratterizzato da un rifiuto crescente non solo della riforma liturgica, ma del Concilio Vaticano II, con l’affermazione infondata e insostenibile che abbia tradito la Tradizione e la “vera Chiesa”». Perciò «prendo la ferma decisione di abrogare tutte le norme, le istruzioni, le concessioni e le consuetudini precedenti al presente Motu proprio».

Papa Francesco non ha ritenuto di intervenire di fronte alla lacerazione dell’unità prodotta dai vescovi tedeschi, caduti spesso nell’eresia in nome del Concilio Vaticano II, ma sembra convinto che le uniche minacce all’unità della Chiesa vengano da chi sul Vaticano II ha sollevato dubbi, come dubbi sono stati sollevati sull’Amoris laetitia, senza che mai sia giunta risposta. Da qui l’art. 1 del Motu proprio Traditionis custodes, secondo cui «i libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, sono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano».

Sul piano del diritto, la revoca del libero esercizio del singolo sacerdote di celebrare secondo i libri liturgici anteriori alla riforma del di Paolo VI, è un atto palesemente illegittimo. Il Summorum Pontificum di Benedetto XVI ha ribadito infatti che il Rito tradizionale non è mai stato abrogato e che ogni sacerdote ha il pieno diritto di celebrarlo in qualsiasi parte del mondo. Traditionis custodes interpreta quel diritto come un privilegio, che, come tale, viene ritirato dal Supremo Legislatore. Questo modus procedendi, tuttavia, è del tutto arbitrario, perché la liceità della Messa tradizionale non scaturisce da un privilegio, ma dal riconoscimento di un diritto soggettivo del singolo fedele, laico, chierico o religioso che sia. Benedetto XVI infatti non ha mai “concesso” nulla, ma ha solo riconosciuto il diritto di usare il Messale del 1962, «mai abrogato», e a fruirne spiritualmente.

Il principio che il Summorum Pontificum riconosce è l’immutabilità della bolla Quo primum di san Pio V del 14 luglio 1570. Come osserva un eminente canonista, l’abbé Raymond Dulac (Le droit de la Messe romaine, Courrier de Rome, 2018), lo stesso Pio V non ha introdotto nulla di nuovo, ma ha restaurato una liturgia antica, conferendo in perpetuo ad ogni sacerdote il privilegio di celebrarla. Nessun Papa ha il diritto di abrogare o mutare un rito che risale alla Tradizione Apostolica e che si è formato nel corso dei secoli, quale è la cosiddetta Messa di san Pio V, conferma il grande liturgista mons. Klaus Gamber, nel volume che, nell’edizione francese, reca la prefazione del cardinale Ratzinger (La Réforme liturgique en question, Editions Sainte-Madeleine, 1992).

In questo senso, il Motu proprio Traditionis custodes può essere considerato un atto più grave dell’esortazione Amoris laetitia. Non soltanto, il Motu proprio ha delle applicazioni canoniche di cui l’esortazione post-sinodale è priva, ma mentre la Amoris laetitia, sembra concedere l’accesso all’Eucarestia a chi non ne ha diritto, Traditionis custodes, priva del bene spirituale della Messa di sempre coloro che a questo bene irrinunciabile hanno diritto e di cui hanno bisogno per perseverare nella fede.

È evidente poi l’impianto ideologico di considerare a priori come settari i gruppi di fedeli legati alla tradizione liturgica della Chiesa. Di loro si parla come fossero sediziosi che vanno posti sotto osservazione senza criteri di giudizio (cfr. nn. 1, 5 e 6), se ne limita il diritto di associazione e si impedisce al Vescovo di poterne approvare altre, limitando il diritto proprio dell’Ordinario (cfr. Codice di Diritto Canonico, can. 321, §2). I gruppi di fedeli, infatti, finora sono sorti spontaneamente e si sono fatti portavoce di alcune istanze presso le legittime Autorità, ma non sono mai stati “autorizzati”. Considerare necessaria l’autorizzazione per la nascita di un gruppo costituisce un grave vulnus alla libertà d’associazione dei fedeli che lo stesso Vaticano II ha propugnato, così come del resto viola il Concilio la disposizione che trasforma i Vescovi in meri esecutori della volontà papale.

La Traditionis Custodes conferma il processo di accentramento del potere di papa Francesco, in contraddizione con i suoi continui richiami alla “sinodalità” nella Chiesa. A parole spetta “esclusivamente” al vescovo regolare la Forma Straordinaria nella sua diocesi, ma di fatto il Motu proprio (cfr. art. 4) limita la discrezionalità e l’autonomia del vescovo dove dispone che non sia sufficiente la sua autorizzazione per la celebrazione della messa richiesta da un sacerdote diocesano ma debba comunque chiedersi un placet della Sede Apostolica. Ciò vuol dire che il vescovo non può concedere quella autorizzazione (che non viene mai definita facoltà, dunque sembra essere più che altro un privilegio) in via autonoma ma la sua decisione deve comunque essere vagliata dai “superiori”. Come osserva il padre Raymond de Souza «i regolamenti più permissivi sono vietati; quelli più restrittivi sono incoraggiati» [QUI].

L’obiettivo è chiaro: eliminare col tempo la presenza del rito tradizionale per imporre il Novus Ordo di Paolo VI come unico rito della Chiesa. Per raggiungere questo obiettivo è necessaria una paziente rieducazione dei riottosi. Dunque, come si legge nella lettera ai vescovi, «le indicazioni su come procedere nelle diocesi sono principalmente dettate da due principi: provvedere da una parte al bene di quanti si sono radicati nella forma celebrativa precedente (n.d.r. il Rito Romano antico) e hanno bisogno di tempo per ritornare al Rito Romano promulgato dai santi Paolo VI e Giovanni Paolo II (n. d. r. il Rito Romano nuovo o Novus Ordo Missae); interrompere dall’altra l’erezione di nuove parrocchie personali, legate più al desiderio e alla volontà di singoli presbiteri che al reale bisogno del “santo Popolo fedele di Dio”».

Non ha torto Tim Stanley quando, sullo Spectator del 17 luglio, la definisce una «guerra senza misericordia» contro il Rito antico (The Pope’s merciless war against the Old Rite). Benedetto XVI, con il Summorum pontificum, ha riconosciuto pubblicamente l’esistenza di una immutabile lex orandi della Chiesa che nessun Papa potrà mai abrogare. Francesco manifesta invece il suo rifiuto della lex orandi tradizionale e, implicitamente, della lex credendi che il Rito antico esprime. La pace che il Motu proprio di Benedetto XVI aveva tentato di assicurare nella Chiesa è finita e Josef Ratzinger, otto anni dopo la sua rinuncia al pontificato, è condannato ad assistere alla guerra che il suo successore ha scatenato, come nell’epilogo di una tragedia greca.

La lotta si svolge sull’orlo dell’abisso dello scisma. Papa Francesco vuole precipitarvi i suoi critici, spingendoli a costituire, di fatto, se non di principio, una “vera Chiesa” a lui opposta, ma egli stesso rischia di sprofondare nell’abisso se insiste nel contrapporre la chiesa del Concilio a quella della Tradizione. Il Motu proprio Traditionis Custodes è un passo in questa direzione. Come non rilevare la malizia e l’ipocrisia di chi si propone di distruggere la Tradizione autodefinendosi «custode della Tradizione»? E come non osservare che ciò avviene proprio in un momento in cui eresie ed errori di ogni tipo devastano la Chiesa?

Se la violenza è l’uso illegittimo della forza, il Motu proprio di papa Francesco è un atto oggettivamente violento perché prepotente ed abusivo. Sbaglierebbe però chi volesse rispondere alla illegittimità della violenza con forme illegittime di dissenso.

L’unica resistenza legittima è quella di chi non ignora il diritto canonico e crede fermamente nella visibilità della Chiesa; di chi non cede al protestantesimo e non pretende di farsi Papa contro il Papa; di chi modera il suo linguaggio e reprime le passioni disordinate che possono spingerlo a gesti inconsulti; di chi non scivola in fantasie apocalittiche e mantiene un fermo equilibrio nella tempesta; di chi, infine, tutto fonda sulla preghiera, nella convinzione che solo Gesù Cristo e nessun altro salverà la sua Chiesa.

Messe en latin: la décision de François sème le trouble
TÉMOIGNAGES – Le choix du Pape de restreindre la messe selon l’ancien rite déroute au delà de la sphère traditionaliste.
par Jean-Marie Guénois
Lefigaro.fr, 18 juillet 2021


Souvent la Bible évoque la «clameur» du peuple blessé. Elle s’élève comme une prière de dépit. Depuis la publication le 16 juillet d’un Motu proprio signé par le pape François abrogeant la libéralité ouverte par Benoît XVI en 2007 de célébrer la messe selon le rite préconciliaire, dit de «saint Pie V», une vaste clameur «d’incompréhension», «d’amertume» voire de «révolte» monte des communautés traditionalistes.

>>>> Mathieu Bock-Côté: «Messes, le sens d’une résistance catholique» [QUI].

On lui reproche son «mépris», sa «dureté» et même sa «violence». François n’aurait pas pris en compte «les fidèles concernés pour qui (il) n’a pas un mot consolateur, ni paternel», déplore ainsi Laure Blond, une mère de famille de Dijon. À Besançon, l’abbé Jean-Baptiste Moreau ajoute: «Je crois qu’il n’y a pas plus grande souffrance pour un enfant que d’entendre son père lui dire: “Je préférerais que tu n’existes pas”»… Perçue également comme particulièrement «choquante», «l’indélicatesse» de François qui aurait brisé la réforme la plus chère aux yeux de Benoît XVI… de son vivant.

Samedi à Paris, une petite manifestation silencieuse de l’association Paix liturgique s’est déroulée devant la nonciature. Elle se tiendra désormais «toutes les semaines», assure l’organisation, pour demander la «liberté» de célébrer la messe selon l’ancien rite.

«Guerre liturgique»

Certes, des déclarations épiscopales apaisantes – celles de la Conférence des évêques, des évêques de Versailles et Nanterre en particulier – rappellent «l’estime» et la «confiance», «le désir de continuer ensemble» de l’Église et consolent quelque peu. Mais la «consternation» reste totale.

>>>> Benoît Schmitz: «L’éclipse du pouvoir spirituel et le sort des libertés publiques» [QUI].

Prêtres et fidèles concernés se disent «abattus». «Pourquoi le pape nous déclare la guerre?» se demande Jean-François, laïc père de famille de neuf enfants établi à Reims, venu sur le tard à la messe traditionnelle: «J’éprouve une sainte colère devant une attaque frontale contre une partie de l’Église en plein développement alors que la plupart des églises sont vides, que les séminaires sont fermés, que le nombre de prêtres est toujours en baisse! Nos églises sont remplies, les jeunes foyers y sont légion. À Reims, je fais partie des plus anciens de l’église… à 48 ans!» déclare-t-il.

À Bordeaux, Éric Bonnouvrier, laïc, est visiblement écœuré, car il connaissait «une cohabitation amicale et fructueuse» entre les deux rites dans la même paroisse. «Ma patience et mon travail pour arriver à une situation pacifiée n’auraient servi à rien, puisque demain, on pourra me demander de quitter l’église où je vais tous les dimanches à la messe, avec 100 km aller-retour! En 40 ans, ma communauté “tradi” de Bordeaux a engendré environ 25 vocations, toutes sensibilités confondues.» Comment? «Parce que nombre de chrétiens ont redécouvert le chemin de l’Église et de l’église grâce à la messe dite de “saint Pie V” où ils y ont trouvé ce qui leur manquait: un sens du sacré, une verticalité les élevant vers Dieu, une doctrine clairement exposée», explique-t-il. Et de lancer, comme un cri du cœur: «Est-ce comme cela que sont remerciés les catholiques qui n’ont pas voulu suivre Mgr Lefebvre dans son acte de consécration d’évêques? Est-ce que la Fraternité saint Pie X aurait eu raison de ne pas obéir à Rome et veut-on que nous les rejoignions? Le pape veut-il relancer la guerre liturgique à un moment où la paix et la concorde régnaient dans de très nombreux diocèses?».

>>>> Pédophilie: le pape François durcit le droit canonique [QUI].

À Paris, Benjamin Blanchard, 39 ans, également fidèle du rang, est inquiet pour l’avenir. Pour lui ce Motu proprio «peut créer beaucoup de chaos et de divisions et donc faire perdre du temps et de l’énergie aux catholiques, qui pourraient utiliser ce temps et cette énergie à meilleur escient». Il espère néanmoins que «les évêques maintiendront le statu quo et l’enfouiront, comme c’est le sort de tant de textes». Mais il ne cache pas sa détermination: «Nous allons faire notre possible, dans le calme et la modération, pour conserver ce droit que nous estimons inaliénable à pouvoir bénéficier de la messe traditionnelle et de tous les sacrements dispensés de manière traditionnelle. Nos aînés se sont battus pour maintenir cela et nous sommes prêts à faire de même.»

«Marquer nos mains au fer rouge»

«Ce qui nous rend triste, ce n’est pas de subir l’opprobre. Ce qui nous rend infiniment triste, c’est le pathétique de la situation: nous ne voulons qu’offrir nos mains pour travailler, à notre place et avec le charisme qui est le nôtre, au service de l’Église. Et le chef visible de l’Église souhaite marquer nos mains au fer rouge, sans guère de manières. C’est consternant», témoigne anonymement un prêtre du centre de la France. Et de confier: «Cela va bientôt faire dix ans que je suis prêtre que j’essaie de travailler à l’unité, en créant des ponts avec mes confrères des diocèses, où je concélèbre aux messes diocésaines, où je suis présent à toutes les réunions diocésaines. Après tout cela, que reste-t-il? Le Saint-Père actuel m’invite à une pieuse mort. Je voulais construire des ponts, créer du lien, il m’invite finalement à me retirer sur une île avec mes ouailles, en exil, dans une réserve d’Indiens dont il ne feint même plus d’avoir pitié. Donner sa vie au Christ en répondant à son appel et avoir le sentiment d’être rejeté ainsi par son vicaire m’est très pénible.»

>>>> La méthode François déroute jusque dans son propre camp [QUI].

L’historien Yves Chiron conclut: «On peut craindre que ce Motu proprio ne renforce la “Françoisphobie”, titre de son dernier livre publié au Cerf. Mais il ajoute: «L’Église n’est plus monolithique dans son observance ou sa non-observance des directives venues de Rome. On peut penser, d’après les premières réactions épiscopales connues, que certains évêques appliqueront avec souplesse et bienveillance ces nouvelles directives.»

Cardinal Gerhard Ludwig Müller on the New TLM Restrictions
Thecatholicthing, 19 July 2021


The pope’s intention with his motu proprio, Traditionis Custodes, is to secure or restore the unity of the Church. The proposed means for this is the total unification of the Roman Rite in the form of the Missal of Paul VI (including its subsequent variations). Therefore, the celebration of Mass in the Extraordinary Form of the Roman Rite, as introduced by Pope Benedict XVI with Summorum pontificum (2007) on the basis of the Missal that existed from Pius V (1570) to John XXIII (1962), has been drastically restricted. The clear intent is to condemn the Extraordinary Form to extinction in the long run.

In his “Letter to the Bishops of the Whole World,” which accompanies the motu proprio, Pope Francis tries to explain the motives that have caused him, as the bearer of the supreme authority of the Church, to limit the liturgy in the extraordinary form. Beyond the presentation of his subjective reactions, however, a stringent and logically comprehensible theological argumentation would also have been appropriate. For papal authority does not consist in superficially demanding from the faithful mere obedience, i.e., a formal submission of the will, but, much more essentially, in enabling the faithful also to be convinced with consent of the mind. As St. Paul, courteous towards his often quite unruly Corinthians, said, “in the church I would rather speak five words with my mind, so as to instruct others also, than ten thousand words in tongues.” (1 Cor 14:19)

This dichotomy between good intention and poor execution always arises where the objections of competent employees are perceived as an obstruction of their superiors’ intentions, and which are, therefore, not even offered. As welcome as the references to Vatican II may be, care must be taken to ensure that the Council’s statements are used precisely and in context. The quotation from St. Augustine about membership in the Church “according to the body” and “according to the heart” (Lumen Gentium 14) refers to the full Church membership of the Catholic faith. It consists in the visible incorporation into the body of Christ (creedal, sacramental, ecclesiastical-hierarchical communion) as well as in the union of the heart, i.e. in the Holy Spirit. What this means, however, is not obedience to the pope and the bishops in the discipline of the sacraments, but sanctifying grace, which fully involves us in the invisible Church as communion with the Triune God.

For the unity in the confession of the revealed faith and the celebration of the mysteries of grace in the seven sacraments by no means require sterile uniformity in the external liturgical form, as if the Church were like one of the international hotel chains with their homogenous design. The unity of believers with one another is rooted in unity in God through faith, hope, and love and has nothing to do with uniformity in appearance, the lockstep of a military formation, or the groupthink of the big-tech age.

Even after the Council of Trent, there always was a certain diversity (musical, celebratory, regional) in the liturgical organization of Masses. The intention of Pope Pius V was not to suppress the variety of rites, but rather to curb the abuses that had led to a devastating lack of understanding among the Protestant Reformers regarding the substance of the sacrifice of the Mass (its Sacrificial character and Real Presence). In the Missal of Paul VI, ritualistic (rubricist) homogenization is broken up, precisely in order to overcome a mechanical execution in favor of an inner and outer active participation of all believers in their respective languages and cultures. The unity of the Latin rite, however, should be preserved through the same basic liturgical structure and the precise orientation of the translations to the Latin original.

The Roman Church must not pass on its responsibility for unity in cult to the Bishops’ Conferences. Rome must oversee translation of the normative texts of the Missal of Paul VI, and even of the biblical texts, that might obscure the contents of the faith. Presumptions that one may “improve” the verba domini (e.g. pro multis – “for many” – at the consecration, the et ne nos inducas in tentationem – “and lead us not into temptation” – in the Our Father), contradict the truth of the faith and the unity of the Church much more than celebrating Mass according to the Missal of John XXIII.

The key to a Catholic understanding of the liturgy lies in the insight that the substance of the sacraments is given to the Church as a visible sign and means of the invisible grace by virtue of divine law, but that it is up to the Apostolic See and, in accordance with the law, to the bishops to order the external form of the liturgy (insofar as it has not already existed since apostolic times). (Sacrosanctum Concilium, 22 § 1)

The provisions of Traditionis Custodes are of a disciplinary, not dogmatic nature and can be modified again by any future pope. Naturally, the pope, in his concern for the unity of the Church in the revealed faith, is to be fully supported when the celebration of Holy Mass according to the Missal of 1962 is an expression of resistance to the authority of Vatican II, which is to say, when the doctrine of the faith and the Church’s ethics are relativized or even denied in the liturgical and pastoral order.

In Traditionis Custodes, the pope rightly insists on the unconditional recognition of Vatican II. Nobody can call himself a Catholic who either wants to go back behind Vatican II (or any other council recognized by the pope) as the time of the “true” Church or wants to leave that Church behind as an intermediate step towards a “new Church.” One may measure Pope Francis’ will to return to unity the deplored so-called “traditionalists” (i.e., those opposed to the Missal of Paul VI) against the degree of his determination to put an end to the innumerable “progressivist” abuses of the liturgy (renewed in accordance with Vatican II) that are tantamount to blasphemy. The paganization of the Catholic liturgy – which is in its essence nothing other than the worship of the One and Triune God – through the mythologization of nature, the idolatry of environment and climate, as well as the Pachamama spectacle, were rather counterproductive for the restoration and renewal of a dignified and orthodox liturgy reflective of the fulness of the Catholic faith.

Nobody can turn a blind eye to the fact that even those priests and laypeople who celebrate Mass according to the order of the Missal of St. Paul VI are now being widely decried as traditionalist. The teachings of Vatican II on the uniqueness of redemption in Christ, the full realization of the Church of Christ in the Catholic Church, the inner essence of the Catholic liturgy as adoration of God and mediation of grace, Revelation and its presence in Scripture and Apostolic Tradition, the infallibility of the magisterium, the primacy of the pope, the sacramentality of the Church, the dignity of the priesthood, the holiness and indissolubility of marriage – all these are being heretically denied in open contradiction to Vatican II by a majority of German bishops and lay functionaries (even if disguised under pastoral phrases).

And despite all the apparent enthusiasm they express for Pope Francis, they are flatly denying the authority conferred on him by Christ as the successor of Peter. The Congregation for the Doctrine of the Faith’s document about the impossibility of legitimizing same-sex and extramarital sexual contacts through a blessing is ridiculed by German (and not only German) bishops, priests, and theologians as merely the opinion of under-qualified curial officials. Here we have a threat to the unity of the Church in revealed faith, reminiscent of the size of the Protestant secession from Rome in the sixteenth century. Given the disproportion between the relatively modest response to the massive attacks on the unity of the church in the German “Synodal Way” (as well as in other pseudo-reforms) and the harsh disciplining of the old ritual minority, the image of the misguided fire brigade comes to mind, which – instead of saving the blazing house – instead first saves the small barn next to it.

Without the slightest empathy, one ignores the religious feelings of the (often young) participants in the Masses according to the Missal John XXIII. (1962) Instead of appreciating the smell of the sheep, the shepherd here hits them hard with his crook. It also seems simply unjust to abolish celebrations of the “old” rite just because it attracts some problematic people: abusus non tollit usum.

What deserves special attention in Traditionis Custodes is the use of the axiom lex orandi-lex credendi (“Rule of prayer – rule of faith”). This phrase appears first in the anti-Pelagian Indiculus (“Against superstitions and paganism”) which spoke about “the sacraments of priestly prayers, handed down by the apostles to be celebrated uniformly all over the world and in the entire Catholic Church, so that the rule of prayer is the rule of faith.” (Denzinger Hünermann, Enchiridion symbolorum 3) This refers to the substance of the sacraments (in signs and words) but not the liturgical rite, of which there were several (with different variants) in the patristic era. One cannot simply declare the latest missal to be the only valid norm of the Catholic faith without distinguishing between the “part that is unchangeable by virtue of divine institution and the parts that are subject to change.” (Sacrosanctum Concilium 21). The changing liturgical rites do not represent a different faith, but rather testify to the one and the same Apostolic Faith of the Church in its different expressions.

The pope’s letter confirms that he allows the celebration according to the older form under certain conditions. He rightly points to the centrality of the Roman canon in the more recent Missal as the heart of the Roman rite. This guarantees the crucial continuity of the Roman liturgy in its essence,  organic development, and inner unity. To be sure, one expects the lovers of the ancient liturgy to recognize the renewed liturgy; just as the followers of the Paul VI Missal also have to confess that the Mass according to the Missal of John XXIII is a true and valid Catholic liturgy, that is, it contains the substance of the Eucharist instituted by Christ and, therefore, there is and can only be “the one Mass of all times.”

A little more knowledge of Catholic dogmatics and the history of the liturgy could counteract the unfortunate formation of opposing parties and also save the bishops from the temptation to act in an authoritarian, loveless, and narrow-minded manner against the supporters of the “old” Mass. The bishops are appointed as shepherds by the Holy Spirit: “Keep watch over yourselves and all the flock of which the Holy Spirit has made you overseers. Be shepherds of the church of God, which he bought with his own blood.” (Acts 20, 28) They are not merely representatives of a central office – with opportunities for advancement. The good shepherd can be recognized by the fact that he worries more about the salvation of souls than recommending himself to a higher authority by subservient “good behavior.” (1 Peter 5, 1-4) If the law of non-contradiction still applies, one cannot logically castigate careerism in the Church and at the same time promote careerists.

Let us hope that the Congregations for Religious and for Divine Worship, with their new authority, do not become inebriated by power and think they have to wage a campaign of destruction against the communities of the old rite – in the foolish belief that by doing so they are rendering a service to the Church and promoting Vatican II.

If Traditionis Custodes is to serve the unity of the church, that can only mean a unity in faith, which enables us to “come to the perfect knowledge of the Son of God,” which is to say unity in truth and love. (cf. Eph 4, 12-15).

[Translated from the German by Robert Royal with Msgr. Hans Feichtinger]

“Traditionis custodes”: un atto dispotico motivato dall’odio
Ite Missa est: le conseguenze
di Christopher A. Ferrara

Remnantnewspaper.com, 18 July 2021
[Traduzione italiana dall’inglese a cura di Aldo Maria Valli per Duc in altum]

Quindi eccoci qui, solo ventiquattr’ore (al momento in cui scriviamo) dopo la detonazione nucleare del documento ridicolmente intitolato Traditionis custodes (Tc). Mi vengono in mente i messaggi scarabocchiati sull’involucro della bomba atomica Fat Man sganciata su Nagasaki: “Ecco a te!” scrisse un Art Josephson di Chicago. “Ecco a te!” ha detto Bergoglio mentre lanciava la sua bomba su un risveglio liturgico in rapida crescita, guidato da giovani, che mette in luce sempre più chiaramente la morbilità terminale della vasta distopia ecclesiale a cui Bergoglio presiede.

Il novus ordo si stava già estinguendo più o meno alla velocità dettata dalle tavole della mortalità umana. Ma il processo di morte è stato rapidamente accelerato dall’imposizione da parte di Bergoglio del Culto del Covid in aggiunta a tutti gli altri insulti al Corpo Mistico, da quando Paolo VI avviò il processo di autodemolizione ecclesiale che lo lasciò in pianto nelle aule vaticane per “un vero e proprio invasione della Chiesa da parte del pensiero mondano”. Bergoglio ha chiuso San Pietro ai fedeli chiedendo obbedienza ai folli comandi delle autorità civili che, nel giro di pochi mesi, hanno fatto a pezzi il tessuto sociale con una quarantena universale pari a un virtuale stato di legge marziale in tutta l’Europa occidentale e la maggior parte del resto del mondo occidentale. Le chiese sono state svuotate; l’obbligo della Messa è stato sospeso per più di un anno; le donazioni sono crollate; e molti di coloro che sono stati espulsi dalle parrocchie del novus ordo dai loro stessi parroci non tornano mai più. La “tacita apostasia” lamentata da Giovanni Paolo II in Ecclesia in Europa si manifesta ormai istituzionalmente in santuari ancora più deserti del “grande rinnovamento” nella sua fase post Covid.

Secondo Bergoglio, qual è ora lo statuto della tradizionale Messa tridentina, codificata in perpetuo da papa san Pio V? È, così vorrebbe farci credere, abrogato: chiaro e semplice.

Intanto, secondo una sorta di Legge ecclesiale di Gresham [la legge di Gresham, teorizzata dal mercante e banchiere inglese Thomas Gresham nel XVI secolo, afferma che “la moneta cattiva scaccia quella buona”, ndt], la liturgia tradizionale continua irresistibilmente a soppiantare la creazione di Bugnini, e i giovani cercatori della Tradizione soppiantano i vecchi ideologi della rivoluzione conciliare, compreso quel clericale astuto e malizioso arrivato dall’Argentina, il quale pensa che la sua mera occupazione della Cattedra di Pietro lo investa di un potere assoluto sui beni della Chiesa e perfino sulla verità rivelata (come vediamo con il suo rigetto arrangiato della rivelazione divina circa l’indissolubilità del matrimonio e la giustizia della pena capitale).

Come monsignor Charles Pope ha ammesso in un’intervista a Ewtn, il movimento delle Messe vetus ordo è “un segmento in crescita della Chiesa”. Mentre “nella maggior parte delle aree della Chiesa, i nostri numeri stanno diminuendo ovunque, questa è una specie di parte giovane, vibrante e in crescita”. Ora, per un papa che vede la Chiesa come “Cosa mia”, questa situazione è intollerabile. Quei giovani “rigidi”, compresi i seminaristi e i sacerdoti neo-ordinati, minacciano di dimostrare che la “Chiesa postconciliare” è un’illusione, una grande facciata di novità effimere destinata a tramontare in favore di ciò che sempre è stato e sempre rimarrà. Come ha affermato papa Benedetto nella sua lettera che spiega il Summorum pontificum: “Ciò che le generazioni precedenti consideravano sacro, rimane sacro e grande anche per noi, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o addirittura considerato dannoso”.

Bergoglio non ha questo modo di pensare. La Chiesa è sua, ne dispone come meglio crede e non si fermerà davanti a nulla per ottenere ciò che vuole dalla cosa di cui è al comando. Ciò che vuole è la fine del movimento della Messa in latino. Ma ciò richiederebbe non solo l’abrogazione del Summorum pontificum, e persino il precedente regime di indulto sotto l’Ecclesia Dei, che diede al movimento il suo primo impulso, ma anche niente meno che l’abrogazione della stessa Messa tradizionale. Solo con queste misure Bergoglio potrebbe – o almeno così egli spera – amputare radicalmente il movimento e farlo morire. E si tratta proprio di quelle misure incredibilmente brutali che Bergoglio ha annunciato: così si scriva, così si faccia.

Il resto di Tc è una serie di prescrizioni per garantire che il movimento della Messa in latino venga soffocato e infine messo a morte.

Così, in modo del tutto ridicolo, l’articolo 1 della Tc dichiara che la Messa immemorabile, ricevuta e approvata nella Chiesa d’Occidente, la Messa dei santi, fondamento liturgico della cristianità il cui Canone romano è di origine apostolica, è soppressa dal rito romano, che ora consiste solo nella Nuova Messa: “I libri liturgici promulgati da san Paolo VI e da san Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, sono l’unica espressione della lex orandi del rito romano” (art. 1).

Assolutamente ridicolo. Quindi, secondo Bergoglio, qual è ora lo statuto della tradizionale Messa latina, codificata in perpetuo da papa san Pio V? È, così vorrebbe farci credere, abrogato, chiaro e semplice. O quanto meno, annullato per sostituzione tramite l’articolo 1. Come spiega la sua lettera di accompagnamento: “Rispondendo alle vostre richieste, prendo la ferma decisione di abrogare tutte le norme, istruzioni, permessi e consuetudini che precedono il presente Motu proprio, e dichiaro che i libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità con il decreti del Concilio Vaticano II, costituiscono l’unica espressione della lex orandi del rito romano. Mi conforta in questa decisione dal fatto che, dopo il Concilio di Trento, San Pio V ha anche abrogato tutti i riti che non potevano vantare una provata antichità, stabilendo per tutta la Chiesa latina un unico Missale Romanum”.

La spudorata menzogna di questo papa raggiunge qui un nuovo apice con la pretesa che abrogando l’immemorabile rito della Messa in favore di una novità liturgica imposta alla Chiesa solo cinquant’anni fa (una delle cui “preghiere eucaristiche” fu composta in una trattoria) stia seguendo l’esempio di san Pio V, che ha abrogato le novità liturgiche in favore della Messa immemorabile. Se Bergoglio emulasse davvero san Pio V, abrogherebbe la Nuova Messa, facendo meglio di Benedetto, ripristinando l’unicità della Rito romano ed eliminando l’espediente mai persuasivo, meramente verbale, di una distinzione tra forma “ordinaria” e forma “straordinaria” dell’unico rito.

Nella sua suprema arroganza, Bergoglio pubblica questo pettegolezzo con l’aspettativa che venga preso sul serio. Ma, ovviamente, è assolutamente nullo. Il papa non ha il diritto di abrogare il rito ricevuto e approvato della Messa nella Chiesa, motivo per cui Benedetto XVI si è preoccupato di chiarire nel Summorum che Paolo VI non lo aveva mai fatto. Come scrisse il futuro papa Benedetto nel decimo anniversario dell’Ecclesia Dei: “La Chiesa, nel corso della sua storia, non ha mai abolito né proibito forme liturgiche ortodosse, che sarebbero del tutto estranee allo Spirito della Chiesa”. Ma poi l’intero pontificato di Bergoglio è stato del tutto estraneo allo Spirito della Chiesa.

Non lasciando assolutamente alcun dubbio che considera la tradizionale Messa vetus ordo una lettera morta, la cui sepoltura è solo questione di tempo – nozione che suscita giustamente le nostre risate sprezzanti -, Bergoglio dichiara inoltre nella lettera esplicativa che l’intero scopo di Tc è “tornare a una forma unitaria di celebrazione”, intendendo solo il novus ordo, e che qualsiasi uso continuato del Messale del 1962 deve essere regolato dalla “necessità di ritornare a tempo debito al Rito Romano promulgato dai Santi Paolo VI e Giovanni Paolo II, e , d’altra parte, di interrompere l’erezione di nuove parrocchie personali legate più ai desideri desiderati dei singoli sacerdoti che al reale bisogno del popolo santo di Dio”.

Perché Francesco odia la Messa antica?

Il resto di Tc è una serie di prescrizioni per garantire che il movimento della Messa in latino venga soffocato e infine messo a morte. Dopo aver informato i vescovi all’articolo 2 che sono incaricati delle celebrazioni liturgiche nelle loro diocesi, compreso l’uso del Messale romano del 1962, all’articolo 3 li informa – con la consueta menzogna – che non sono incaricati, ma anzi devono fare tutto per spegnere al più presto la Messa tradizionale. Ciò include le seguenti misure che ribaltano non solo il Summorum, e mentre Benedetto è ancora in vita, ma anche gran parte del regime di indulto dell’Ecclesia Dei:

  • un giuramento di fedeltà alla Nuova Messa da parte di tutti i gruppi che assistono alla Messa tradizionale (§ 1);
  • radunare gruppi di messe latine in nuovi luoghi che non siano chiese parrocchiali, ponendo così fine a tutte le Messe latine tradizionali nelle parrocchie regolari frequentate dai fedeli in generale (§ 2);
  • nessuna nuova parrocchia personale dedicata alla Messa in latino, ponendo così un limite assoluto alla crescita del numero di coloro che sono attratti dalla liturgia tradizionale (§ 2);
  • limitare le celebrazioni della Messa tradizionale a giorni particolari e richiedere non solo che le letture siano in volgare, ma che utilizzino le orrende “traduzioni della Sacra Scrittura approvate per l’uso liturgico dalle rispettive Conferenze episcopali” (§ 3);
  • nominare un sacerdote “affidato” a tutte le celebrazioni della Messa tradizionale nella diocesi e alla “cura pastorale” di coloro che le assistono, cioè un sorvegliante per assicurare l’obbedienza alla volontà di Bergoglio (§ 4);
  • riconsiderare se eventuali parrocchie speciali erette per i gruppi di Messa in latino “sono efficaci per la loro crescita spirituale… per determinare se conservarli o meno” – in altre parole, iniziare a chiuderli (§ 5);
  • nessuna costituzione di “nuovi gruppi”, cioè vietare qualsiasi crescita nel movimento latino della Messa (§ 6).

Segue l’articolo 4, che stringe la morsa mortale di Bergoglio su qualsiasi sacerdote ordinato dopo la data del Tc (16 luglio 2021) che celebrerà la Messa tradizionale. I neo-ordinati “devono presentare una richiesta formale al Vescovo diocesano che consulterà Vedi prima di concedere questa autorizzazione.” Non solo il permesso episcopale, ma anche quello vaticano è ora richiesto a qualsiasi giovane sacerdote per usare il Messale del 1962.

L’articolo 5 richiede che anche i sacerdoti che già celebrano la messa tradizionale debbano ora chiedere “l’autorizzazione a continuare a godere di questa facoltà”, un invito ai vescovi ostili a iniziare a revocare quelle “facoltà”, che sostituiscono il diritto intrinseco di ogni sacerdote di ricorrere alla Messa tradizionale assicurata dal Summorum.

Mirando alla Fraternità di San Pietro, all’Istituto Cristo Re e agli altri apostolati della Messa latina “eretti dalla Pontificia Commissione Ecclesa Dei” gli articoli 6 e 7 li pongono tutti sotto la giurisdizione della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica in concomitanza con la Congregazione per il culto divino, entrambe sotto il controllo dei compari di Bergoglio, tutti ostili alla Messa tradizionale. Il destino toccato ai Frati francescani dell’Immacolata è ora potenzialmente, e forse imminente, più o meno, lo stesso che si prefigura per la Fraternità e le altre comunità sacerdotali delle Messe in latino, compresi i loro seminari.

Infine, l’articolo 8 dichiara che “sono abrogate le precedenti norme, disposizioni, autorizzazioni e consuetudini non conformi alle disposizioni del presente Motu Proprio”. E per “costumi” Bergoglio intende chiaramente l’immemorabile consuetudine della tradizionale Messa latina.

Per fornire la patina di una logica pastorale, onde nascondere ciò che è semplicemente odio per ciò che cerca di distruggere, Bergoglio rivela ulteriormente l’illimitatezza della sua arroganza. Con disgustosa condiscendenza verso i suoi due immediati predecessori, Bergoglio dichiara che la sua indagine fra i vescovi riguardo alle comunità delle Messe antiche – un evidente esercizio di pregiudizio confermativo precedente all’emissione della Tc – mostra che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si sbagliavano nella loro sollecitudine verso tutte le cattivi persone che hanno sfruttato il Messale del 1962 per i loro nefasti fini: “Un’opportunità offerta da san Giovanni Paolo II e, con ancora maggiore magnanimità, da Benedetto XVI, tesa a recuperare l’unità di un corpo ecclesiale con diverse sensibilità liturgiche, è stata sfruttata per ampliare le distanze, rafforzare le divergenze e favorire i disaccordi che ferire la Chiesa, bloccarle il cammino ed esporla al pericolo della divisione”.

Dopo un fuggevole accenno allo stato abominevole della nuova liturgia, per cui non intende assolutamente fare nulla, Bergoglio cita una vaga colpa per altrettanto vaga associazione come unica garanzia per il suo comando che la liturgia tradizionale sia rigorosamente messa in quarantena in previsione della sua lenta morte: “Ma non di meno mi rattrista un uso strumentale del Missale Romanum del 1962, sempre di più caratterizzato da un rifiuto crescente non solo della riforma liturgica, ma del Concilio Vaticano II, con l’affermazione infondata e insostenibile che abbia tradito la Tradizione e la ‘vera Chiesa’. Se è vero che il cammino della Chiesa va compreso nel dinamismo della Tradizione, ‘che trae origine dagli Apostoli e che progredisce nella Chiesa sotto l’assistenza dello Spirito Santo’ (DV 8), di questo dinamismo il Concilio Vaticano II costituisce la tappa più recente, nella quale l’episcopato cattolico si è posto in ascolto per discernere il cammino che lo Spirito indicava alla Chiesa. Dubitare del Concilio significa dubitare delle intenzioni stesse dei Padri, i quali hanno esercitato la loro potestà collegiale in modo solenne cum Petro et sub Petro nel concilio ecumenico, e, in ultima analisi, dubitare dello stesso Spirito Santo che guida la Chiesa” (Lettera ai vescovi).

Quindi, la Messa tridentina deve essere confinata e alla fine estinta perché alcune persone che la frequentano – non importa chi o quanti – “dubitano del Concilio”. Non un insegnamento specifico del Concilio, perché questo non può mai essere realmente specificato, ma “il Concilio” come evento epocale, la cui essenza deve essere intuita in modo gnostico come “la via per la Chiesa indicata dallo Spirito Santo”. Il grande Romano Amerio spiega questa mistificazione della Fede, che supera ogni dottrina, dogma e pratica, come un aspetto della proliferazione dei “circiterismi” nel pensiero postconciliare. Il “circiterismo” è qualcosa che ricorre frequentemente nelle argomentazioni degli innovatori. Consiste nel riferirsi a un termine indistinto e confuso come se fosse qualcosa di ben stabilito e definito, e poi estrarre o escludere da esso l’elemento da estrarre o escludere. Il termine spirito del concilio, o addirittura il concilio, è proprio una tale espressione.

Quindi, non si deve “dubitare del Concilio”. Poiché Bergoglio associa il dubbio circa il  Concilio al Messale del 1962, che egli disprezza, solo per questo motivo la Messa tridentina deve essere avviata in breve tempo all’abolizione, affinché la Chiesa possa continuare sulla lunga strada del “Concilio”, che non è altro che il dettato continuo dello Spirito Santo. L’eresia viene così ridefinita come l’ostinato dubbio post-battesimale del “Concilio” piuttosto che qualsiasi articolo di fede divina e cattolica. E l’unità della Chiesa è solo una funzione di adesione cieca al “Concilio” come interpretato da chi sa.

Finché non ci sono dubbi sul “Concilio” c’è unità, e la Chiesa è in ordine. Pertanto, solo i rigidi aderenti alla tradizione liturgica latina e i loro intollerabili dubbi sul “Concilio” devono essere trattati con severità: “In difesa dell’unità del Corpo di Cristo, sono costretto a revocare la facoltà concessa dal i miei predecessori”. Ma non ci sarà “difesa dell’unità del Corpo di Cristo” contro coloro che attaccano i fondamenti stessi della Fede, che a Bergoglio interessano poco, come ha chiarito nella sua interminabile invettiva contro la “rigidità”. In effetti, Bergoglio non vede alcuna associazione tra la disunione ecclesiale nella Chiesa e la Nuova Messa, in continua diminuzione di aderenti (tra cui Biden e Pelosi).

La persecuzione dei seguaci della Messa antica che Bergoglio intendeva lanciare è già iniziata in meno di un giorno, come vediamo qui e qui, e il peggio sicuramente è in arrivo da parte di vescovi ostili e collaboratori scelti da Bergoglio nell’apparato vaticano. Ma ci sono buone ragioni per sperare che questo atto brutale di un despota vendicativo gli si ritorcerà contro, come spesso accade ai despoti. Già ci sono i primi segni che i vescovi simpatizzanti si impegneranno nella resistenza passiva a un tiranno che ha passato gli ultimi otto anni a prendersi gioco dell’ufficio petrino, esercitando il suo potere come il dittatore di una repubblica delle banane. Loro, come i fedeli, ne hanno abbastanza di lui.

Bergoglio, infatti, potrebbe vivere nel rammarico di aver mai promulgato Traditionis custodes. Poiché dichiarando guerra alla Messa di sempre, guerra che non può vincere, ha dichiarato guerra non solo ai fedeli sulla terra, ma alla Comunione dei Santi che sono stati elevati ai suoi altari, compreso nientemeno che il santo pontefice a quale Bergoglio ha osato paragonarsi nel pretendere di abrogare la stessa Messa che quel grande papa fortificò, contro gli attacchi degli intrusi profani: “In virtù della Nostra autorità apostolica, concediamo e concediamo in perpetuo che, per il canto o la lettura della Messa in qualsiasi chiesa, questo Messale sia d’ora innanzi assolutamente seguito, senza alcuno scrupolo di coscienza o timore di incorrere in alcun sanzione, giudizio o censura, e possono essere liberamente e lecitamente utilizzati…. Parimenti dichiariamo e ordiniamo che nessuno, chiunque sia costretto o costretto ad alterare questo Messale, e che il presente documento non può essere revocato o modificato, ma resta sempre valido e conserva tutta la sua forza nonostante le precedenti costituzioni e decreti della Santa Sede…

Pertanto, nessuno a chiunque sia autorizzato a modificare questo avviso del Nostro permesso, statuto, ordinanza, comando, precetto, concessione, indulto, dichiarazione, volontà, decreto e divieto. Chiunque, tuttavia, presumesse di commettere un tale atto, dovrebbe sapere che incorrerà nell’ira di Dio Onnipotente e dei Beati Apostoli Pietro e Paolo”.

Papa San Pio V, prega per noi! Santi Pietro e Paolo, emanate la celeste censura!

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