Succede un fatto clamoroso in riferimento al Ddl Zan. Autorevolissimi esponenti di culture diverse – riformista, femminista, liberale, cattolica – arrivano ai medesimi giudizi di illiberalità

Il testo del Ddl Zan contro l’omotransfobia, approvato il 4 novembre del 2020 alla Camera dei deputati e successivamente posto in discussione in Commissione Giustizia al Senato con il numero S. 2005 e dove è impantanato per l’intransigenza delle sinistre, degli attivisti dell’ideologia gender e della lobby LGBTQAI+ (che vogliono tutto come lo vedono loro o niente), ha provocato un dibattito acceso sui punti ritenuti più critici dagli esponenti di centrodestra, ma anche da parte del centrosinistra, in particolare dal mondo femminista e da Italia Viva. Nella discussione sono intervenuti anche la Conferenza Episcopale Italiana, con due comunicati della Presidenza e la Santa Sede con una Nota verbale della Segreteria per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, invocando il rispetto del Concordato da parte dello Stato italiana sulla “libertà garantita alla Chiesa”.

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La censura preventiva in atto e il Ddl Zan non è a ancora legge, con il suo «tribunale delle coscienze». Facebook non mi permette di condividere questo articolo: “ERRORE. Non è stato possibile inviare il tuo messaggio per la presenza di contenuti segnalati come offensivi da altri utenti di Facebook”.

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Poi è arrivato l’incontro promosso dal network Polis Pro Persona in Senato. Il sociologo Luca Ricolfi si è espresso contro la «competizione vittimaria»: «Non si combatte la discriminazione creando categorie protette». La scrittrice Marina Terragni ha osservato: «Impone una cultura centrata su un individuo neutro, precario assoluto». «Così si apre la strada al transumanesimo». Con motivazioni diverse e altrettante sfumature di dissenso, settanta associazioni di ogni colore politico si appellano al Senato perché non approvi il Ddl Zan: «Questa legge non ha alcun nesso con l’omofobia». E come era prevedibile, alla fine, la sinistra italiana si spacca sul Ddl Zan. Ora Italia Viva chiede di stralciare l’identità di genere e protesta il Pd. I senatori della corrente di Renzi propongono una serie di modifiche sostanziali del Ddl Zan in linea con le osservazioni della Nota verbale della Santa Sede.

Pd, Movimento 5 Stelle e Leu avevano chiesto di portare il testo del DDL S. 2005 in aula il 13 luglio per approvarlo senza modifiche. Ma a spiazzare tutti è stata Italia Viva, che ha chiesto una revisione sostanziale del provvedimento in discussione in commissione Giustizia al Senato.

Gli emendamenti proposti riguardano proprio quei passaggi del Ddl Zan che la Santa Sede considera più controversi. I renziani chiedono di eliminare i riferimenti al concetto di “identità di genere”, stralciare la “clausola salva idee” all’articolo 4, considerata potenzialmente lesiva della libertà religiosa e cancellare l’obbligo di organizzare iniziative contro l’omotransfobia nelle scuole, inserendo all’articolo 7 il riferimento al rispetto “della piena autonomia scolastica” per salvaguardare l’autonomia delle scuole cattoliche paritarie.

Tutte proposte che vanno incontro alle osservazioni sollevate dalla CEI e dalla Santa Sede. Per Repubblica si tratterebbe, in sostanza, di un ritorno al Ddl Scalfarotto, già bocciato durante la scorsa legislatura.

A scagliarsi contro la posizione assunta da Italia Viva è la madrina delle unioni civili, Monica Cirinnà, che si definisce “interdetta” e accusa Matteo Renzi e il capogruppo al Senato, Davide Faraone, di aver abbandonato “il movimento LGBT e le persone trans escludendo l’identità di genere”. “Con queste proposte – continua la Cirinnà -Iv si allinea sulle posizioni della Lega e del centrodestra alleandosi con loro nella battaglia per affossare il Ddl Zan”.

Intanto, per martedì prossimo il Presidente della Commissione Giustizia al Senato, Andrea Ostellari, ha convocato un tavolo per valutare le proposte di modifica, comprese quelle avanzate dai leghisti, che ora si dicono disponibili ad abbandonare l’impostazione del Ddl Ronzulli-Salvini, che si limita a prevedere aggravanti per i reati commessi per l’orientamento sessuale, e ad adottare il Ddl Zan con delle modifiche sostanziali. Anche Matteo Salvini ha definito “interessanti” le proposte di Italia Viva. “Noi tutti vogliamo punire i delinquenti che odiano e aggrediscono due ragazzi o due ragazze che si baciano o si amano, ma lasciamo fuori dalla contesa i bambini sui banchi di scuola, ed evitiamo censure e bavagli”, ha detto in un’intervista al Giornale in edicola [QUI]. Poi Salvini ha stigmatizzato le posizioni di chiusura del Pd: “Ho pubblicamente invitato Letta al dialogo – anche per accogliere le riflessioni fatte pure dalla Santa Sede – ma il Pd non ha neanche risposto”.

Di seguito condividiamo sul tema due contributi di ieri, 2 giugno 2021. Il primo è a firma di Roberta Pumpo su Roma Sette: Ddl Zan: il rischio di creare un «tribunale delle coscienze» e il secondo è a firma di Caterina Gioielli su Tempi: La carica dei laici contro il Ddl Zan, ideologico e illiberale.

Ddl Zan: il rischio di creare un «tribunale delle coscienze»
di Roberta Pumpo
Roma Sette, 2 luglio 2021


«Non si tratta della nota di uno Stato estero ma di un mentore che ricorda ai cittadini italiani cosa è previsto nell’ordinamento civile italiano. Non è un’intrusione, anzi dispiace che non siano stati i cittadini italiani i primi a sollevare il problema che ci sono leggi dello Stato che potrebbero essere violate dal ddl Zan. Il Vaticano, in un certo senso, non doveva neanche scomodarsi. Il tema dell’intrusione è mal posto». Alberto Gambino, presidente dell’associazione Scienza&Vita, è tornato a parlare della nota verbale inviata il 17 giugno scorso dalla segreteria di Stato del Vaticano all’ambasciata italiana presso la Santa Sede in merito al disegno di legge contro l’omotransfobia approvato dalla Camera il 4 novembre 2020 e ora all’esame della Commissione Giustizia del Senato. L’occasione: l’incontro “Contro le discriminazioni? Sì! Ma non così” svoltosi ieri, 1° luglio, nella Sala Caduti di Nassiriya di Palazzo Madama, sede del Senato.

La conferenza è stata organizzata dal network Polis Pro Persona, che unisce 70 associazioni del laicato cattolico impegnate nell’ambito della cultura, della giustizia, della formazione, dell’integrazione, della solidarietà sociale, familiare, sanitaria e della cooperazione internazionale. Lo scopo è stato quello di «indicare al Senato le gravi criticità illiberali della proposta di legge», riportate anche in una lettera indirizzata ai senatori, nella speranza che «sapranno difendere la libertà di tutti e la laicità di uno Stato che non può tollerare che una filosofia sia imposta sulle altre», ha affermato il portavoce del network Domenico Menorello.

Soffermandosi su alcuni dei 10 articoli che compongono il disegno di legge, Gambino ha specificato che il testo «incide sulla cultura perché dà delle definizioni che normalmente le leggi non danno». Specificando che non può essere «la legge a dare la patente di cultura ad alcune fattispecie giuridiche», ha espresso contrarietà al «termine perentorio» utilizzato nell’art. 7 del ddl Zan nel quale è scritto che in occasione della giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, le scuole «provvedono» a organizzare attività specifiche. Questo per Gambino non permette alle famiglie «di esercitare il legittimo diritto di definire con la scuola i contenuti che riguardano le attività extra curriculari».

La giornalista e scrittrice Marina Terragni, che in relazione alla sua partecipazione all’incontro ha «ricevuto numerosi insulti e minacce», ha più volte rimarcato che l’obiettivo del ddl Zan non è «la sacrosanta tutela delle persone omosessuali e transessuali» ma quello di «imporre una cultura centrata su un individuo neutro, precario assoluto, sciolto da ogni legame, perfino quello con il proprio corpo». Temi come l’identità di genere, ha aggiunto, «richiedono una discussione calma. In questo momento è dovere di tutti discutere il tempo necessario, senza urgenze elettoralistiche». Il sociologo Luca Ricolfi si è invece chiesto che senso ha «combattere la violenza e la discriminazione identificando categorie protette». Percorrendo questa strada l’unico risultato possibile è quello di «produrre implicitamente nuove discriminazioni». Quindi il pericolo, secondo Ricolfi, è quello che, «a forza di moltiplicare le minoranze protette, si creino di fatto discriminazioni rispetto a chi non è protetto dall’ombrello di alcuna minoranza. La lista delle minoranze meritevoli di attenzione è arbitraria e potenzialmente illimitata – ha spiegato -. Anziché proteggere la persona e giudicare la gravità di un comportamento in base alle circostanze in cui avviene, noi tendiamo a fornire una serie di scudi a persone per la loro appartenenza a una categoria, non in quanto persone, e questo innesca una grottesca competizione vittimaria».

Se il ddl Zan dovesse essere approvato, Filippo Vari, costituzionalista e vice presidente del Centro studi Livatino, ha avvertito che «scelte che rientrano nell’esercizio dei diritti di libertà possono essere oggetto di un minuto esame da parte dell’autorità giudiziaria, con il rischio che si crei un tribunale delle coscienze che valuti il foro interno delle persone». Tra gli aspetti più «problematici» della proposta di legge, oltre alle citate libertà di espressione del pensiero, religiosa ed educativa nei confronti dei figli, ha annoverato la libertà della scienza e dell’insegnamento.

La carica dei laici contro il DdlZan, ideologico e illiberale
di Caterina Giojelli
Tempi, 2 luglio 2021

Ddl Zan, «sta succedendo un fatto eclatante». Mentre è muro contro muro e scintille nella maggioranza, intellettuali, giuristi, «autorevolissimi esponenti di culture diverse, riformista, femminista, liberale, cattolica, arrivano ai medesimi giudizi di illiberalità di molti passaggi attualmente contenuti nel testo del ddl Zan».

Si è tenuta ieri a Palazzo Madama la «conferenza d’ascolto» delle voci critiche alla legge che si trova all’esame della Commissione Giustizia del Senato. Un’iniziativa animata da 70 associazioni riunite dal network Polis Pro Persona e che alla luce dei contributi di Luca Ricolfi (scrittore, sociologo) e Marina Terragni (scrittrice, giornalista), dei giuristi Alberto Gambino (Presidente Scienza e Vita) e Filippo Vari (Centro Studi Livatino), nonché del professor Ryan T. Anderson di Washington, hanno scritto una lettera aperta ai senatori, chiedendo un incontro immediato e urgente alla Conferenza Capigruppo.

Ddl Zan, sette punti illiberali

Sette i punti illiberali sottolineati dalle associazioni, all’indomani dell’infervorato vertice convocato il 30 giugno per trovare un’intesa tra le forze di maggioranza. Intese impossibili e distanze incolmabili: senza convergenza tra Lega e Pd è rimasto confermato il ddl Zan come testo base in commissione Giustizia: avanzate proposte emendative e respinta la proposta di unificarlo al ddl Ronzulli, il vertice è stato aggiornato al 6 luglio, lo stesso giorno che il Senato voterà la calendarizzazione della discussione in aula a partire dal 13 luglio.

Sette punti afferenti la laicità dello Stato e il rispetto dei vincoli costituzionali. Il seminario, titolato “Contro le discriminazioni? Sì! Ma non così!” (disponibile qui sulla pagina Facebook di Polis Pro Persona) ha visto Alberto Gambino, presidente di Scienza&Vita, e il costituzionalista Filippo Vari, vicepresidente Centro Studi Livatino, dettagliare «gli ineludibili contrasti del ddl Zan, specie degli articoli 1, 2, 4 e 7, con la Costituzione e in particolare con gli articoli 21, 25, 9, 33, 30 e 7 della carta fondante la Repubblica». Un ddl che impone definizioni normative cogenti per la collettività: «Quando si applicherà una norma che non c’entra nulla con questo disegno di legge, il giudice potrà usarne il riferimento e qualificare come identità di genere un’identificazione percepita di sé in un contesto non legato alla discriminazione».

Dalle scuole alla procura

Dopo aver spiegato la portata micidiale del «combinato disposto di “istigazione” e “discriminazione”, una bomba atomica», «una fattispecie astratta che può rappresentare un potentissimo grimaldello nelle mani dei penalisti», Gambino si è soffermato in particolare sull’articolo 7 che istituisce la giornata nazionale contro l’omofobia nelle scuole e arriva a superare il paradigma costituzionale: non è più il genitore a educare e a delegare bensì una legge dello Stato a dare «attribuzione diretta del potere di definire i contenuti dell’educazione. Facendo venire meno il diritto della famiglia di decidere insieme alla scuola quali siano i contenuti delle attività extracurricolari».

Il presidente di Scienza&Vita sottolinea inoltre come a farsi interprete del principio di laicità tanto sbandierato dello Stato sia stato solo il Vaticano, «quella sulla violazione del Concordato non è la nota di uno stato estero ma di un mentore che ricorda al cittadino cosa è previsto nell’ordinamento civile italiano. Altro che intrusione: il Vaticano ha segnalato che esiste una legge e che va rispettata. E non si sarebbe neanche dovuto scomodare: a chiedere il rispetto della legge dovevano essere i cittadini, liberali e cattolici».

Il caso Rasanen in Finlandia

Quanto al fine che non giustifica i mezzi, il giurista Vari ha richiamato numerosi esempi dai paesi in cui una legge contro l’omofobia è già stata approvata, primo fra tutti il caso della parlamentare ed ex ministro dell’Interno Paivi Rasanen, accusata di crimini d’odio dal “ddl Zan finlandese.” Tutta colpa di un tweet del 2019 in cui la deputata, moglie di un pastore luterano, criticava la decisione della Chiesa di sponsorizzare il gay pride. E di un pamphlet, da lei firmato nel 2005, che spiegava la posizione della Bibbia e perché le relazioni omosessuali non possono essere approvate dalla Chiesa. Nessun crimine, eppure un giudice l’ha rinviata a giudizio con l’accusa di «incitamento all’odio» ai sensi della legge che ha aggiornato il codice penale introducendo «l’orientamento sessuale» nell’articolo che punisce «l’espressione di opinioni e altri messaggi che minaccino, diffamino e insultino certi gruppi».

Anderson, la piega americana

Esempi illuminanti sono stati forniti anche da Ryan T. Anderson, presidente dell’Ethics and public policy center di Washington che ha confermato tutte le implicazioni delle legislazioni già in essere in molti stati americani, dove la strada spianata all’autodeterminazione di genere mina la sicurezza e la privacy delle donne (dalla condivisione di bagni e spogliatoi fino a quella delle carceri), qualunque principio di equità e giustizia («il corpo è differenza, c’è equità nel negarla costringendo corpi femminili a competere con quelli maschili negli sport?») e di libertà: Anderson si sofferma in particolare sulla negazione dell’obiezione di coscienza a cui vanno incontro i medici alle prese con le transizioni, ma anche realtà educative e le agenzie di adozione.

Dal ddl Zan al transumanesimo

Perfetto l’intervento di Marina Terragni: «Ora il femminismo viene tacciato di transfobia quando propone di tornare al ddl Scalfarotto-Annibali. Un testo firmato dallo stesso Zan, che con due brevi articoli allargava la legge Mancino a omofobia e transfobia e che oggi troverebbe facilmente una maggioranza. Ma l’architrave del ddl Zan non è la lotta all’omofobia, bensì l’identità di genere e il suo ingresso a gamba tesa nelle scuole».

Non c’è da girarci intorno, «in tutto il mondo si sta battagliando sulla libera scelta del genere: Beppe Sala ha promesso di arrivarci al Pride di Milano, ma si battaglia in Spagna, Germania, Giappone. Nel Regno Unito è stata bloccata l’ormonizzazione dei bambini, negli Stati Uniti l’Equality Act arriverà al Congresso». Cosa c’entra, si chiede la giornalista, con la sacrosanta tutela di omosessuali e transessuali l’imposizione di una cultura, centrata su un individuo neutro, capace di arbitrio assoluto fino a decidere il proprio sesso? Bagni, carceri, quote lavorative e politiche, statistiche, l’autodeterminazione del genere non è altro che il perno di un ombrello del trasumano, sotto il quale ricadono «utero in affitto, commercio di gameti, ormonizzazione dei bambini. Non si tratta di cambiare le opinioni ma i corpi. E se la proposta è quella di avviarci al transumanesino non è vero che non c’è più tempo: abbiamo bisogno di tantissimo tempo per esercitare le nostre scelte».

Questa legge non è di sinistra

Ma è soprattutto Luca Ricolfi a spiegare perché non c’è nulla di laico, progressista, di sinistra e soprattutto di buon senso nel sostenere l’invasione etico-antropologica che il ddl Zan vorrebbe introdurre con l’imposizione di una legge che non ha nessi con la lotta all’omofobia. Premettendo che la riesumazione del ddl Scalfarotto-Annibali o il ddl Ronzulli ovvierebbero alle “emergenze” sbandierate da Zan e proponendo un emendamento Strossen (dalla femminista libertaria statunitense, pasionaria della libertà di parola che può essere limitata solo in base al “principio di emergenza”, cioè quando causi direttamente o minacci di causare determinati danni imminenti specifici e gravi) Ricolfi pone una domanda.

«La domanda che mi faccio è: ha senso cercare di combattere le discriminazioni identificando delle categorie protette? Se ci mettiamo su questa strada implicitamente produciamo nuove discriminazioni. Pensiamo a un maschio bianco non disabile e ateo: non rientra in nessuna categoria protetta, non è coperto dall’ombrello della “minoranza”».

La competizione vittimaria

Per Ricolfi c’è un difetto filosofico enorme nelle leggi che, a partire dalla Mancino, individuano i soggetti meritevoli di protezione: l’inevitabile moltiplicarsi in maniera arbitraria e illimitata della lista di categorie da proteggere. Morale? «Anziché proteggere la persona forniamo scudi in funzione della sua appartenenza. Non tuteliamo più una persona ma una categoria. Innescando una competizione vittimaria».

Secondo Ricolfi la distribuzione di patentini di appartenenza non porta alcuna difesa, solo nuovi attacchi. Con effetti paradossali, «pensiamo all’imbarazzo della sinistra sull’assassinio della pakistana Saman, uccisa per aver rifiutato un matrimonio combinato. Come condannare il gesto, quasi sicuramente commesso dai suoi famigliari, immigrati e islamici, cioè una categoria meritevole di protezione?». La sinistra l’ha risolta buttandola sul femminicidio. Cioè con l’aritmetica della vittima. «All’ala progressista, di cui purtroppo faccio parte, ricordo una cosa sola: nella testa della gente questa cultura del politicamente corretto e la sinistra sono diventati sinonimo o parte integrante dell’establishment. E negli Stati Uniti questa identificazione non solo non ha ostacolato violenza e discriminazioni, ma ha portato all’ascesa di Trump».

La lettera di 70 associazioni

«Ascoltando Ricolfi, Terragni, Gambino, Vari e l’esperienza statunitense di Anderson – hanno concluso le 70 associazioni – non vi sono dubbi che la lotto all’omofobia è una cosa, ma tutt’altra è lasciare disposizioni che ufficializzano per via legislativa la teoria dell’indifferenza sessuale, che la impongono con norme penali gravemente indeterminate, con l’effetto di violare la libertà di pensiero e di aprire una triste stagione di delazioni e di controllo del pensiero da parte delle Procure. Altra questione inaccettabile è la coartazione del ruolo dei genitori e delle scuole paritarie, di fronte all’obbligo che si vorrebbe imporre di propagandare il gender negli istituti scolastici di ogni ordine e grado».

Per questo hanno scritto una lettera, per questo hanno chiesto un incontro urgente al Senato «chiamato a non voltarsi dall’altra parte, ad ascoltare l’univocità delle tante voci che salgono dalla società e dalla cultura, giuridica e non, del Paese». Chiamato a salvare davvero la laicità dello Stato.

Foto di copertina di Esteban Felix/ AP Photo.