Papa Francesco e Roma: sarà vero amore?

Fare il Papa non è un mestiere facile. Non solo perchè non è un mestiere ma un ministero, quello Petrino appunto, ma anche perchè si deve imparare a fare i conti con il passato, che nella Chiesa si chiama Tradizione, e delineare il futuro, che in termini ecclesiali significa essere profetici. Ecco perchè il primo mese di esercizio del Ministero Petrino è il più analizzato nella storia di un pontificato. Per siglare i suoi primi 30 giorni Papa Francesco ha deciso di nominare un gruppo di “saggi” che gli diano una mano nel governo della Chiesa e mettano a punto un idea di riforma della Curia Romana. Nomi che non vengono dalla Curia, ma dalle Chiese locali e dallo Stato della Città del Vaticano: otto cardinali, Card. Giuseppe Bertello, Presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano; Card. Francisco Javier Errázuriz Ossa, Arcivescovo emerito di Santiago de Chile (Cile); Card. Oswald Gracias, Arcivescovo di Bombay (India); Card. Reinhard Marx, Arcivescovo di München und Freising (Germania); Card. Laurent Monsengwo Pasinya, Arcivescovo di Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo); Card. Sean Patrick O’Malley, O.F.M. Cap., Arcivescovo di Boston (U.S.A.); Card. George Pell, Arcivescovo di Sydney (Australia); Card. Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga, S.D.B., Arcivescovo di Tegucigalpa (Honduras), con funzione di coordinatore; e un vescovo S.E. Mons. Marcello Semeraro, Vescovo di Albano, con funzione di segretario.

Una scelta che solleva alcune domande per ora senza risposta: Il Collegio Cardinalizio ha già per sua natura il compito di assistere il Romano Pontefice “sia agendo collegialmente quando sono convocati insieme per trattare le questioni di maggiore importanza, sia come singoli, cioè nei diversi uffici ricoperti prestandogli la loro opera nella cura soprattutto quotidiana della Chiesa universale.” Quindi che un gruppo debba consigliare il Papa nel governo della Chiesa universale, sembrebbe pleonastico. C’è poi il compito di rivedere la Pastor Bonus, la Costituzione Apostolica che guida la vita della della Curia romana. E a questo proposito nel gruppo dei cardinali “mancano” i canonisti e gli esperti della Curia. A cominciare dal cardinale Coccopalmerio che pure aveva presentato in Congregazione Generale un progetto di riforma. Sarebbe interessante quindi conoscere un po’ meglio le motivazioni di queste scelte del Papa. Per ora possiamo solo pensare che anche in questa scelta emerga chiaramente lo stile di Francesco. Un genere decisamente diverso dai suoi predecessori del post Concilio. Uno stile pervaso dalla spontaneità e che “rompe” con la consuetudine romana mantenuta anche dai due Pontefici non romani del secolo.

Nel primo mese ad esempio, a cominciare da Paolo VI fino a Benedetto XVI, il nuovo Vescovo di Roma incontrava il suo clero, il clero romano. Francesco non lo ha ancora fatto. Il Papa ha parlato del sacerdozio in generale nella Messa Crismale del Giovedì Santo, ma non ha parlato ancora mai della vita della Diocesi di Roma. Una stranezza se si pensa che le sue prime parole appena eletto erano proprio un riferimento al rapporto tra vescovo e popolo, parole ripetute anche a San Giovanni in Laterano, ma solo come saluto e senza approfondimento. Paolo VI ai suoi sacerdoti romani mise in chiaro quale fosse il problema da affrontare: “Nessuna età, forse, è stata storicamente, sia per indole, sia per meditato proposito, estranea e contraria al Sacerdozio e alla sua religiosa missione come quella presente; e nello stesso tempo nessuna età come la nostra si è dimostrata bisognosa, e diremo di più (quasi aprendo davanti a Noi una grande speranza), suscettibile dell’assistenza pastorale di buoni e zelanti Sacerdoti.”

Ventidue anni dopo Benedetto XVI al clero romano riunito a san Giovanni sembra riprendere il discorso con estrema concretezza: “Cari sacerdoti, la qualità della vostra vita e del vostro servizio pastorale sembra indicare che, in questa come in numerose altre Diocesi del mondo, abbiamo ormai lasciato alle nostre spalle il tempo di quella crisi di identità che ha travagliato tanti sacerdoti. Rimangono però ben presenti quelle cause di “deserto spirituale” che affliggono l’umanità del nostro tempo e conseguentemente minano anche la Chiesa che vive in questa umanità. Come non temere che esse possano insidiare anche la vita dei sacerdoti? È indispensabile, dunque, ritornare sempre di nuovo alla radice del nostro sacerdozio. Questa radice, come ben sappiamo, è una sola: Gesù Cristo Signore.” Giovanni Paolo II aveva ricevuto i seminaristi e il laicato della Diocesi, le religiose e prese possesso del Laterano il 12 novembre del 1978, era stato eletto il 16 ottobre. In Laterano disse: “ Nella cornice di questo meraviglioso incontro dell’antico col nuovo, desidero oggi, come nuovo Vescovo di Roma, iniziare il mio ministero verso il Popolo di Dio di questa Città e di questa diocesi, che è diventata, per la missione di San Pietro, la prima nella grande famiglia della Chiesa, nella famiglia delle diocesi-sorelle. Il contenuto essenziale di questo ministero è il comandamento della carità: questo comandamento che fa di noi, uomini, gli amici di Cristo: “Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando” (Gv 15,14).”

Nella Presa di possesso di San Giovanni in Laterano il milanese Montini aveva espresso la sua attenzione alla diocesi con parole affettuose: ma erano passati dei mesi dalla sue elezione. Era il 10 novembre 1963: “E tutti Ci pare di comprendere in questo spirituale e affettuoso interessamento, se pensiamo al Popolo, a questa grande, cara e buona comunità, che vogliamo considerare Nostra più d’ogni altra cosa: non enim quaero quae vestra sunt, sed vos! Non desidero nulla, desidero voi (2Cor. 12, 14). Voi, Romani. Romani di ieri e di sempre Romani d’origine e di nascita: sapete che Noi abbiamo immensa stima e fiducia di voi ? Voi delle antiche vie di Roma, voi delle vecchie case, voi delle istituzioni tradizionali di Roma, voi di Trastevere! Noi conosciamo la bontà ch’è nei vostri animi e nei vostri costumi; Noi vi sappiamo fondamentalmente fedeli alla religione e alla Chiesa; Noi speriamo che vorrete sempre bene al Papa. Anzi Noi speriamo che Ci ascolterete e Ci obbedirete, se vi diremo che oggi occorre ravvivare il vostro patrimonio religioso e morale, e infondere nuovi entusiasmi e nuove virtù alla vostra vita.”

Giovanni Paolo I aveva incontrato i sacerdoti romani il 7 settembre del 1978. Aveva parlato di disciplina del sacerdozio e di cosa significa l’amore del proprio posto: “Lo so: non è facile amare il posto e rimanervici quando le cose non vanno bene, quando si ha l’impressione di non essere compresi o incoraggiati, quando inevitabili confronti con il posto dato ad altri ci spingerebbero a farci mesti e scoraggiati. Ma non lavoriamo per il Signore? L’ascetica insegna: guarda non a chi obbedisci, ma per Chi obbedisci. Soccorre poi la riflessione. Io sono Vescovo da vent’anni: parecchie volte ho sofferto per non poter premiare qualcuno, che veramente meritava; ma, o mancava il posto premio o non sapevo come sostituire la persona o sopravvenivano circostanze avverse.” Anche il Vescovo di Roma deve, come ogni sacerdote, amare il proprio posto, E non è facile certo. Papa Francesco ha salutato la sua diocesi di Roma solo una volta per ora, dalla loggia della Basilica del Laterano con parole spontanee ed emotive, con quel suo caratteristico “Fratelli e sorelle, buonasera!” Un saluto del cuore: “Vi ringrazio tanto per la vostra compagnia nella Messa di oggi. Grazie tante! Vi chiedo di pregare per me, ne ho bisogno. Non vi dimenticate di questo. Grazie a tutti voi! E andiamo avanti tutti insieme, il popolo e il Vescovo, tutti insieme; avanti sempre con la gioia della Risurrezione di Gesù; Lui sempre è al nostro fianco.”

La gente di Roma attende ancora di incontrarlo davvero, di sentire che Francesco ama Roma come ha fatto Pietro. E qualcuno attende anche che la luce al terzo piano del Palazzo Apostolico sia accesa la sera. Da lì i Papi hanno guardato la Città Eterna e, come raccontava Giovanni Paolo II, benedetto la Città ogni sera.

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