Capaci, il 23 maggio di quel maledetto 1992. Falcone andava eliminato con un’azione eclatante per garantire il “gioco grande” di una politica affarista e una criminalità mafiosa

Per quanto tempo ancora sarà possibile “intossicare, manipolare e prendere in giro gli ignari lettori e spettatori”? Quando “accadrà che si potrà serenamente raccontare tutto ciò che è visibile agli occhi” – cioè quando si potrà non solo scoprire ma anche raccontare la verità – solo “a quel punto si potrà per davvero onorare la memoria di Falcone e Borsellino”.

Se Falcone si fosse seduto dietro… Anniversario strage di Capaci. La testimonianza dell’autista di Falcone, Giuseppe Costanza, scampato alla strage: “Io sono vivo perché quel giorno il Dott. Falcone ha voluto guidare”.
Audio inedito, Falcone racconta la sua lotta alla mafia.

Ecco il “gioco grande” nel quale era entrato Giovanni Falcone
La Corte di Caltanissetta, nella sentenza Capaci bis, ha individuato una sinergia che «si avvaleva della cooperazione (almeno) colposa di alcuni settori della Magistratura e che agevolava il processo di isolamento intrapreso nei confronti di Giovanni Falcone»
di Damiano Aliprandi
Ildubbio.news, 22 maggio 2021


Giovanni Falcone ha spiegato molto bene perché in Sicilia si viene uccisi dalla mafia. Il riferimento è agli omicidi eccellenti, quelli che definiva di “terzo livello”, ma che non ha nulla a che vedere con la narrazione distorta che gli continuano, senza pudore, ad affibbiare. La mafia corleonese non era quella con la coppola in testa, Totò Riina non era un contadinotto. Non a caso, nel suo ultimo libro, Cose di Cosa Nostra, scritto a quattro mani con Marcelle Padovani, scrive quanto siano «abili, decisi, intelligenti i mafiosi» e, aggiunge, «quanta capacità e professionalità è necessaria per contrastare la violenza mafiosa». Falcone, professionale lo era. Una mente che Totò Riina ha voluto sopprimere con un’azione eclatante e che ha rivendicato in segreto, parlandone a più riprese con il suo compagno d’ora d’aria al chiuso del 41 bis.

Lo stesso Falcone scrisse come anche Mattarella, Reina e La Torre erano rimasti isolati
Ma qual è il “gioco grande” che tanto viene tirato in ballo, travisando il significato molto più profondo che Falcone gli dava? Lui stesso, scrive nero su bianco nel libro Cose di cosa nostra, che gli uomini come Mattarella, Reina e La Torre erano rimasti isolati a causa delle battaglie politiche in cui erano impegnati. «Il condizionamento dell’ambiente siciliano – scrive Falcone -, l’atmosfera globale hanno grande rilevanza nei delitti politici: certe dichiarazioni, certi comportamenti valgono a individuare la futura vittima senza che la stessa se ne renda nemmeno conto». Più avanti diventa esplicito. Dice che si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un «gioco troppo grande». Quale? Non bisogna andare troppo lontano, ma molto più vicino di quanto uno pensi ed è talmente sconvolgente che mai nessun servizio televisivo ne parla nonostante sia agli atti.

La sentenza Capaci bis
Ci viene in aiuto la motivazione della sentenza Capaci Bis depositata nel 2017. Il “gioco troppo grande” è stato individuato dalla Corte di Caltanissetta in una sinergia che «si avvaleva della cooperazione (almeno) colposa di alcuni settori della Magistratura e che agevolava il processo di isolamento intrapreso nei confronti di Giovanni Falcone». Ed ecco che si arriva al movente che singolarmente viene continuamente insabbiato da presunte “inchieste” televisive: «Alla base di questa campagna di delegittimazione – scrive la Corte – vi era una precisa consapevolezza del pericolo che l’attività di Giovanni Falcone rappresentava non solo per “Cosa nostra”, ma anche per una molteplicità di ambienti economico-politici abituati a stabilire rapporti di reciproco tornaconto con l’organizzazione criminale, a partire dal settore degli appalti e delle forniture pubbliche».

Ha osservato che le connessioni fra una politica affarista e una criminalità mafiosa
Lo stesso Falcone, sempre tramite i suoi scritti, ha considerato che la ricchezza crescente di Cosa nostra le dava un potere accresciuto, che «l’organizzazione cerca di usare per bloccare le indagini». Ha osservato che le connessioni fra una politica affarista e una criminalità mafiosa sempre più implicata nell’economia, rendono ancora più inestricabili le indagini. Non è un caso che, nelle sentenze, tra i mandanti della strage di Capaci (ma anche di Via D’Amelio) compare anche Salvatore Buscemi. Non è un personaggio secondario, visto che, assieme al fratello Antonino, erano fondamentali all’interno di Cosa nostra visto che ricoprivano un ruolo assolutamente dominante nella cosiddetta imprenditoria mafiosa avvalendosi della compiacente “collaborazione” fornitagli da taluni esponenti delle istituzioni di allora e da enormi settori del mondo dell’imprenditoria e della finanza.

Le dichiarazioni di Angelo Siino e Giovanni Brusca
Ma i Buscemi erano anche coloro che avrebbero avuto rapporti all’interno della magistratura. Ci sono due dichiarazioni dei pentiti Angelo Siino e Giovanni Brusca che sono state riportati nelle motivazioni della sentenza d’appello del Capaci uno. «Sul punto – scrive la Corte d’Appello -, Angelo Siino ha evidenziato di avere appreso che Pino Lipari aveva contattato l’onorevole Mario D’Acquisto affinché intervenisse nei confronti dell’allora Procuratore della Repubblica di Palermo, dottor Giammanco, al fine di neutralizzare le indagini trasfuse nel rapporto “mafia-appalti” ed in quelle che si potevano stimolare in esito a tali risultanze».

I rapporti tra i fratelli Buscemi e il gruppo Ferruzzi-Gardini
C’è anche la dichiarazione di Brusca. «Quanto ai rapporti tra i fratelli Buscemi, il gruppo Ferruzzi-Gardini e l’ingegner Bini – scrive la Corte -, Brusca ha evidenziato di avere appreso da Salvatore Riina che, a seguito della legge Rognoni-La Torre, i Buscemi avevano ceduto fittiziamente le imprese al gruppo Ferruzzi; che Antonino Buscemi era rimasto all’interno della struttura societaria come impiegato; che i fratelli Buscemi si “tenevano in mano…… questo gruppo imprenditoriale in maniera molto forte” e potevano contare sulla disponibilità di un magistrato appartenente alla Procura di Palermo, di cui non ha voluto rivelare il nome».

L’importanza degli appalti per la mafia
Falcone, che ha sempre esplicitato quanto sia importante la questione degli appalti riguardanti anche imprese nazionali (convegno del 15 marzo 1991 e che ha provocato la reazione dei Buscemi «questo sa tutte cose, questo ci vuole consumare»), andava eliminato per un insieme di concause. Dall’esito del maxiprocesso, alle indagini verso anche Cosa nostra americana (da qui anche la loro attenzione per l’attentato, come è emerso dalle dichiarazioni dei pentiti e contatti telefonici con utenze americane) fino ad arrivare alla questione mafia-appalti.

Andava eliminato con un’azione eclatante
Falcone, quindi, andava eliminato attraverso un’azione eclatante. Dagli atti emerge che è stata condotta esclusivamente dalla manovalanza mafiosa. Gioacchino La Barbera, tra coloro che hanno partecipato all’attentato, mai ha parlato di soggetti esterni che hanno partecipato all’azione. Si è ricordato, a distanza di molti anni, di aver visto due soggetti “estranei” per pochi minuti rispettivamente presso la villetta dove era avvenuto il travaso dell’esplosivo e il casolare da ultimo scelto quale base logistica del gruppo: non ha attribuito a questi individui alcuna condotta significativa, tanto che egli ha specificato di avere ritenuto che si trattasse del proprietario dell’immobile o di un giardiniere. Brusca, colui che ha diretto la fase esecutiva e ha poi premuto il telecomando per azionare il tritolo, è stato chiaro sul punto. Alla domanda se nessun estraneo è mai intervenuto nelle operazioni, lui ha risposto: «Assolutamente no».

Falcone andava a ledere i rapporti tra mafia e interessi economici
La mafia aveva chiaramente adoperato in connessione con altri interessi. Il pentito Antonino Giuffrè ha esplicitato che i “motivi più gravi” che determinarono l’isolamento, al quale seguì l’uccisione di Falcone, consistevano nel fatto che quest’ultimo «andava a ledere quelli che erano i rapporti professionali, economici, questo intrigo tra la mafia e organi esterni», facendo riferimento anche ai grandi canali del riciclaggio internazionale. Giuffrè ha poi evidenziato il pericolo rappresentato da Falcone per i “livelli alti” della politica, specificando che «c’era questo intreccio tra Cosa nostra, politica di un certo livello e imprenditoria in modo particolare».

Anche Borsellino aveva individuato il “gioco grande”
Ecco il “gioco grande” che Falcone ben conosceva. Lo sapeva anche il suo collega e fraterno amico Paolo Borsellino che non a caso, ha deciso di approfondire quelle connessioni che lo hanno portato all’isolamento, alla solitudine, alla mancanza di fiducia in alcuni colleghi. Borsellino aveva individuato il “gioco grande”, tanto che Riina ha dovuto accelerare l’esecuzione dell’attentato di Via D’Amelio. Oggi si parla di altro, di “entità”, di trattative, “facce da mostro”, perfino di donne bionde. E forse ancora per tanti altri anni si andrà avanti con l’astratto e l’indefinibile. Ma poi conterà ciò che si tocca con mano. Ci penseranno i posteri, quando non sarà più possibile intossicare, manipolare e prendere in giro gli ignari lettori e spettatori. Accadrà che si potrà serenamente raccontare tutto ciò che è visibile agli occhi. A quel punto si potrà per davvero onorare la memoria di Falcone e Borsellino.

Manfredi Borsellino e quel maledetto 1992: “Mi onoro di portare la divisa, ma c’è chi non l’ha onorata”
Il figlio del giudice Paolo, ucciso in via D’Amelio, oggi guida il commissariato Mondello. Per una volta abbandona il basso profilo che lo ha sempre contraddistinto e parla di quanto accaduto dopo le stragi: “Ho un debito di riconoscenza altissimo verso quei poliziotti rimasti vivi…”. E del padre dice: “Ha sempre anteposto la famiglia al lavoro”
Palermotoday.it, 23 maggio 2021

“Non sono mai apparso in questi 29 anni in programmi televisivi. Sono qui solo per un motivo, per dare voce a tutti i sopravvissuti di quelle stragi”. Sono le parole pronunciate da Manfredi Borsellino, figlio del giudice Paolo, intervenuto su RaiUno. Dalle stragi del 1992 a oggi, ha sempre tenuto un profilo basso sfuggendo a interviste, telecamere, polemiche. Nel frattempo ha abbandonato il sogno che aveva da ragazzo di diventare veterinario per indossare la divisa della polizia e oggi guida il commissariato Mondello.

Con i suoi capelli brizzolati e il volto che ricorda sempre più quello del padre, oggi è comparso davanti alle telecamere di UnoMattina. “Penso a quei poliziotti giovanissimi che nel ’92 volontariamente scelsero di scortare mio padre, quando a Palermo, dopo Capaci soprattutto, serpeggiava la paura di fare un servizio di scorta a mio padre, visto l’elevatissimo rischio. Non solo si proposero, ma soltanto per una pura casualità non si trovarono in via D’Amelio. A loro, a quei poliziotti giovanissimi – ha aggiunto – devo la scelta, oltre 21 anni fa, di servire le istituzioni di questo Paese, istituzioni che non fecero purtroppo tutto quello che erano nelle loro possibilità per salvare uno dei loro figli migliori nel ’92. Ho un debito di riconoscenza altissimo verso quei poliziotti rimasti vivi, perché consapevolmente hanno messo a repentaglio la loro vita per quella di mio padre e me noi tutti”.

“Mi onoro di portare questa divisa – ha sottolineato Manfredi Borsellino -. Questa uniforme che indosso non l’hanno invece onorata alcuni vertici della polizia in quegli anni, prima e dopo la morte di mio padre”.

Con la voce a tratti incerta per l’emozione ha ricordato Paolo Borsellino tra le mura domestiche. Non il giudice. O meglio non solo, ma l’uomo: “Mio padre era una persona assolutamente semplice, normale, non frequentava salotti, era un padre molto attento, trascorreva moltissimo tempo con noi e ho vissuto con lui momenti indimenticabili. A lui ho ripetuto le prime materie universitarie, ho confidato le prime esperienze sentimentali… un padre normalissimo, attento che, nonostante abbia sacrificato la sua vita, consapevole di lasciarsi, ha sempre anteposto la famiglia al lavoro e agli impegni professionali”.

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