Il nome: Benedetto e Francesco

“Nacque il tuo nome da ciò che fissavi”: con queste parole il poeta Karol Wojtyla immortalava l’istante in cui la donna si aprì un varco nella folla e raggiunse Gesù, il condannato e il salvatore, e ne impresse i tratti dolorosi sulla tela con cui asciugò il suo viso. Veronica, vera icona. Da allora quello fu il suo nome. Come Francesco e Benedetto. Un nome, un programma Entrambi hanno preso il nome di due riformatori, di due uomini che hanno cambiato il volto della Chiesa perché il loro progetto era solo guardare Cristo. Per questo non ci sono contrapposizioni, ma una profonda continuità. Il programma di entrambi – nella diversità di temperamento, di formazione, di esercizio del ministero – è portare Cristo all’uomo e l’uomo a Cristo. Francesco lo ha ripetuto praticamente con le stesse parole di Benedetto XVI: “portare Gesù Cristo all’uomo e condurre l’uomo all’incontro con Gesù Cristo”, questa è la missione di sempre.

“Nacque il tuo nome da ciò che fissavi”. Il protagonista è Cristo, è Lui che guida la Sua Chiesa ci ha insegnato Benedetto XVI e va ripetendo Francesco. E poco importa se il primo è più introverso e il secondo più espansivo, se il primo ha dedicato la sua vita alla teologia e il secondo alla pastorale. Ecco perché non si possono contrapporre i due, se non per quanto riguarda alcune caratteristiche personali. A chi osservava che forse anche otto anni fa sarebbe stato opportuno eleggere Bergoglio, un cardinale non ascrivibile alle fila dei ratzingeriani rispondeva in questi termini: “Senza Benedetto non potrebbe esserci Francesco”. Si riferiva alla necessità per la Chiesa – otto anni fa – di rinsaldarsi nelle fondamenta. Del resto, già da cardinale, Ratzinger sosteneva che la Chiesa è una “compagnia sempre reformanda”, e continuamente bisogna “togliere” il superfluo – come l’artista che scolpisce il marmo – per rivelarne l’immagine più vera. Benedetto XVI ha ridestato una ragione assopita, ha pulito il volto di una chiesa infangato dalle colpe dei suoi membri, ha riacceso la fiamma della carità, ha grattato l’incrostazione che si è formata su secoli di tradizione cristiana aprendo l’Anno della fede e rilanciando una nuova stagione di evangelizzazione. Francesco raccoglie il testimone e prosegue l’opera iniziata, portando la brezza del nuovo dentro l’alveo antico. Parla di povertà, parola antica come e più del Vangelo: in nome della povertà ha assunto il nome che porta, quello del “poverello di Assisi”.

Ma davvero la sobrietà che segna lo stile di Francesco, nella sua novità innegabile, fatta di gesti anche forti, è così diversa dal distacco che Benedetto XVI ha mostrato verso la “poltrona”. Ricco solo di Cristo ha potuto rinunciare al papato, e ricco solo di Cristo Francesco può camminare per le strade di Buenos Aires o di Roma abbracciando gli ultimi. Parla di pace, Francesco, di ponti da costruire tra culture e religioni. Come quella musulmana. Il santo di Assisi arrivò fino alla corte del Sultano. Si dice che Benedetto XVI si sia giocato tutto con Ratisbona e nella crisi egiziana. Ma l’Islam non è al-Azhar, pur importantissima istituzione. E ben venga che dal centro accademico sunnita sia arrivata un’apertura di credito a Francesco. Al corpo diplomatico ha detto: “Non vi è vera pace senza verità! Non vi può essere pace vera se ciascuno è la misura di se stesso, se ciascuno può rivendicare sempre e solo il proprio diritto, senza curarsi allo stesso tempo del bene degli altri, di tutti, a partire dalla natura che accomuna ogni essere umano su questa terra”.

Non molto diverso dall’impostazione del predecessore. Così come quell’accenno-affondo alla “dittatura del relativismo”, alla povertà materiale e spirituale. Francesco è anche il “Cantico delle creature” e la custodia del creato è un tema che sta a cuore al nuovo Papa. Una custodia che riguarda la natura e la natura umana – quel custodire se stessi e i sentimenti che nascono dal cuore. Perché il creato non è appena l’ambiente. E se l’etichetta di Papa ecologista stava stretta a Benedetto XVI, che pure ha operato alcune scelte “verdi” anche in Vaticano, anche Francesco non è ascrivibile alla categoria degli ecologisti. Il suo pensiero lo ha spiegato alla Messa di inizio del ministero petrino: “Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato (…). Siamo ‘custodi’ della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente (…).Custodire Gesù con Maria, custodire l’intera creazione, custodire ogni persona, specie la più povera, custodire noi stessi”.

Si è poco parlato della “perfetta letizia” di San Francesco. Essa spiega il santo al compagno Leone, non sta nella santità, nell’operare miracoli, nella sapienza e nella scienza, non sta in un’arte oratoria fino a convertire tutto il mondo a Dio, ma nei soprusi subiti per Lui: “Se noi subiremo con pazienza ed allegria pensando alle pene del Cristo benedetto e che solo per suo amore bisogna sopportare, caro frate Leone, annota che sta in questo la perfetta letizia. Ascolta infine la conclusione, frate Leone: fra tutte le grazie dello Spirito Santo e doni che Dio concede ai suoi fedeli, c’è quella di superarsi proprio per l’amore di Dio per subire ingiustizie, disagi e dolori ma non possiamo vantarci e glorificarci per avere sopportato codeste miserie e privazioni perché questi meriti vengono da Dio. (…) Sul Vangelo sta scritto: Io non mi voglio gloriare se non nella croce di nostro Signore Gesù Cristo”. Letizia e croce. La letizia dei volti di Francesco e Benedetto XVI. E la croce, quella di Benedetto XVI: “Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso”. E quella che Francesco sa non solo di dover portare, ma di dover tenere davanti come l’unica meta cui tendere e fonte di letizia: “Il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce”.

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