Una Chiesa che “rincorre” perde la profezia

Ubriachi di webmania? Un po’ il rischio c’è. Da quando in Vaticano si sono scoperti i social (con qualche anno di ritardo) sembra che tutto debba essere fatto solo per via informatica. Ovvio, scontato che si debba usare la rete per entrare in contatto con il mondo. Anche perché la rete è un luogo più che un mezzo. E proprio per questo bisogna capirne a fondo le logiche, anche le regole, che non dovrebbero essere dettate dall’alto, ma devono formarsi dal basso. Questa la sfida che deve affrontare la Chiesa quando entra nella piazza mediatica. Aiutare gli abitanti della rete a creare la loro costituzione, che magari sia meglio di quella europea nata e morta perché nessuno voleva accettare le radici cristiane della nostra cultura.

Il Pontificio Consiglio della Cultura per la plenaria ha scelto di parlare di culture giovanili emergenti nella sua assemblea Plenaria. In effetti i temi in programma non sembrano tanto “emergenti”, piuttosto già un po’ sfruttati. Ma almeno è un inizio. Essere giovani significa in parte vivere di grandi dualità. Il bianco e il nero sono i colori della gioventù, la scala dei grigi arriva con l’esperienza. Ma davvero pensiamo che i giovani non possano più essere parte della cultura cristiana tramite la parrocchia, la liturgia e i sacramenti? Ad esempio perché sono tanti i giovani nelle esperienze più “tradizionaliste”?  Una domanda che in pochi si fanno quando si parla di giovani nella Chiesa. Il Vangelo, la fede sono davvero solo un fatto culturale, una battaglia sociologica? Le domande di fondo dell’uomo, quelle esistenziali sono in definitiva sempre le stesse.

La società dà risposte “di moda”, a secondo dei tempi e degli interessi che vengono coinvolti, ma la Chiesa dovrebbe invece essere oltre le mode e gli interessi, perché la Chiesa è profezia. Quello che invece si vede in questi ultimi anni è spesso un’affannosa ricerca dello “stare al passo” con i tempi, le mode e i modi. Il rischio è quello di perdere appunto la profezia. Quando dalla, filosofia, dalla teologia si passa alla sociologia, il rischio è quello di guardare ai fatti senza valutare le cause. I mali non si curano non con i medicinali sintomatici. Allora  i cristiani vogliano “correre dietro” alle mode, o piuttosto porre traguardi ambiziosi e controcorrente come suggerisce il Vangelo?Ovvio che il linguaggio le tecniche, devono essere adeguati ai tempi, ai luoghi. Il Concilio lo ha chiamato “inculturazione”, non è certo un fatto nuovo.

Anche il cardinale Ravasi riconosce che la Chiesa rischia di lavorare di rincorsa. Ma infondo i giovani non possono essere analizzati solo con gli schemi freddi della nostra sociologia, con la pastorale “classica”. Il problema è che dopo avere intercettato il livelli culturali “alti” ora si deva arrivare a tutti, alla cultura pop. E ancora non sappiamo bene come fare. La Plenaria sarà un primo passo?

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