Il Mediagate Vaticano. Il Papa richiama all’ordine i suoi “addetti stampa”. Ruffini e Tornielli non dormono sereni

È da molto tempo che commentiamo, nostro malgrado, lo stato comatoso della comunicazione della Santa Sede, che spesso non comunica e quando va bene comunica senza informare, anche attraverso il Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede. Invece di correre ai ripari e guardare la trave nel proprio occhio, il Prefetto del Dicastero della Comunicazione della Santa Sede, Dott. Paolo Ruffini cerca la pagliuzza nell’occhio altrui, rammentando a tutti la “mission” della stampa cattolica [6], mentre dovrebbe aggiornare meglio il proprio status di “Prefetto a fine corsa”.

Dott. Paolo Ruffini, Prefetto del Dicastero della Comunicazione della Santa Sede con Papa Francesco.

La copertina su Vanity Fair, l’intervista su Sportweek della Gazzetta dello Sport, l’intervista a Fabio Marchese Ragona trasmesso su Canale 5, la guerra tra Mediaset e Rai o l’ormai dimenticata TV2000 lasciata a bocca asciutta da mesi, non rappresentano – secondo noi – l’unica goccia, che fa traboccare il vaso della pazienza di Papa Francesco (ci ritorneremo con un articolo successivo). Ovviamente, visto che ufficialmente non è stato comunicato nient al riguardo, non c’è certezza sulla reale ragione per la quale il Pontefice ha richiamato Ruffini (e – pare – Tornielli), al momento – pare – solo con una tirata di orecchie, come si legge su La Verità rilanciato da Dagospia [3]. Però, quello che sappiamo bene è che certe azioni per Francesco non passano in cavalleria, soprattutto non per chi abusa della sua fiducia.

Noi amiamo le inchieste e, oltre a cercare, a vedere/guardare/osservare e a raccontare la verità, da umili operai della Vigna del Signore abbiamo il coraggio e la consapevolezza di pagare anche di persona se necessario. Le nostre inchieste hanno portato alla luce scomode verità e attraverso le nostre analisi abbiamo compreso, che alle menti raffinatissime non importa tanto che la verità venga trovata. A loro interessa di più, che questa verità non venga divulgata, ma con la narrazione resta avvolta nell’opacità. E, soprattutto, non faccia troppo rumore.

Ci dispiace per le menti raffinatissime, ma a noi, oltre le inchieste e la ricerca della verità, piace tanto anche il rumore. “Chiasso” lo chiamava San Giovanni Poalo II, nella Veglia di Preghiera della XV GMG il 19 agosto 2000 a Tor Vergata: “Questo ‘chiasso’ ha colpito Roma e Roma non lo dimenticherà mai!”. Questo “chiasso”, poi, non è altro che la voce della verità, alla quale daremo sempre spazio di cittadianza, di espressione e di divulgazione.

Nelle inchieste i dati sono fondamentali e per la ricerca di prove concrete, l’incrocio e il raffronto di questi dati è di vitale importanza.

Andrea Tornielli con Papa Francesco.

L’Udienza che il Papa concede al Prefetto Ruffini (e – a quanto pare – al Direttore Editoriale Tornielli) avviene il 16 gennaio 2021 [2]. In anticipo addirittura su quella data, Dagospia con uno scoop ipotizza anche le motivazioni di tale Udienza [1]. Poi, arriva Adnkronos, affidandosi ad un personaggio spacciato per profondo conoscitore vaticano, intervenuti come un fulmine a ciel sereno, apre il circo alle profonde analisi di una collaboratrice di giustizia vaticana de noantri, dando il via al fine depistaggio mediatico da panem et circenses [4].

Poi, oggi ritorno sull’argomento il quotidiano La Verità, confermando quanto già scritto, con la pubblicazione di una mail interno di Vatican Media e allargando a 360° l’analisi sul comparto mediatico della Santa Sede e la sua riforma [5]. Una riforma annunciata come totale e veloce, partita immediatamente dopo l’elezione di Francesco (oggi, 7 anni dopo asfaltazioni e rottamazioni, ancora fermo nella confusione più totale). Al riguardo, c’è da leggere col senno di poi l’articolo a firma di Francesco Antonio Grana su Ilfattoquotidiano.it del 6 maggio 2014 “MEDIA & REGIME. Papa Francesco organizza media Vaticano [7].

La Verità ha fornito una prova piena e quindi il fatto citato non può essere smentito, poiché c’è una email che attesta la “censura pontificia” applicata da organo della Santa Sede. Chi è il responsabile, chiede La Verità. Tornielli? Ruffini? Sicuramente l’onnipresente Alessandro De Carolis, già dai tempi di Radio Vaticana, che non può essere scambiato per il primo venuto o uno sprovveduto, esegue bene il compitino…

L’analisi dei fatti ci conduce al pensiero, che se il Papa non è influenzabile dall’Espresso nel momento in cui caccia Becciu, non è influenzabile nemmeno da una email al momento che richiama Ruffini e Tornielli. Se ha richiamato i due boss della comunicazione istituzionale della Santa Sede, sicuramente oltre ai fatti specifici, ha anche altra valida motivazione.

D’altronde come abbiamo scritto nell’incipit, la comunicazione istituzionale della Santa Sede è da molto tempo che si trova in stato comatoso ed è chiaro che in molti da tempo aspettino il passo falso di Tornielli e di Ruffini.

Tutto ciò evidenzia anche un altro stato pietoso di quella stampa di contorno, che non è istituzionalmente vaticana e che invece di fare bene il proprio lavoro, indipendentemente dall’operato di Tornielli e Ruffini attendono in silenzio il momento giusto come lo attendono gli avvoltoi. “Il resto della stampa” che oggi cerca con questo pretesto per buttare giù dalla torre Ruffini e Tornielli cosa ha fatto rispetto a questo stato comatoso della comunicazione istituzionale della Santa Sede? Hanno mosso delle critiche costruttive o sono stati in silenzio ad aspettare il passo falso? Propendiamo più per la seconda ipotesi. Un giornalista dovrebbe fare bene il proprio lavoro, a prescindere dal contesto in cui si trova. Nostro malgrado ci siamo spesso trovati a constatare il silenzio dei media tutti e a noi non è mai mancata occasione di rivolgerci ai media vaticani e ai vaticanisti. Alla luce di quanto è accaduto, possiamo dire che anche stavolta ci abbiamo visto giusto. Lo stato comatoso è generalizzato. La nostra analisi procede soffermandosi sulle scelte del Papa in merito al suo rapporto con i media.

Se facciamo un passo indietro rispetto ai fatti di settembre 2020 del caso Becciu divenuto caso L’Espresso, proprio dopo quei fatti abbiamo avuto modo di sottolineare che non era più uscito nulla dall’interno e abbiamo ipotizzato che fosse proprio il Papa l’artefice principale del maggior controllo delle carte sensibili. A naso possiamo dire, che già dal “post Becciu” il Papa ha chiuso il rubinetto, tra gli altri anche a Ruffini e a Tornielli. Pensiamo che l’ha fatto seguendo le proprie convinzioni, che nessuno al momento conosce. Dopo i fatti del caso Becciu/L’Espresso/Coccia, il dialogo che ha avuto Francesco con i “suoi media” è cambiato. Probabilmente Francesco ci ha voluto vedere chiaro e secondo noi ci ha visto giusto. Chissà se tutto ciò ha un nesso?

Ricordiamo della telefonata distensiva di Francesco al Cardinale Angelo Becciu dopo la cacciata e di quella famosa frase che quanto riportato da una certa stampa non rappresenta il pensiero del Papa. Pensiamo che da quel momento il Papa ha compreso che qualcosa non andava e ha voluto bypassare di fatto la comunicazione istituzionale della Santa Sede, agendo con una sorta di “motu proprio comunicativo”. Le ultime interviste/copertine ne sono una prova. Il Papa ha scelto in autonomia, naturalmente senza lasciare punti di riferimento al Prefetto e al Direttore editoriale. I Vatican Media si sono sentiti disorientati, scavalcati, delegittimati e hanno commesso il fatidico errore della censura.

Questa vicenda è la prova che Francesco vuole capire in autonomia, in piena libertà come funziona la “macchina comunicativa”. Se siamo intelligenti, di questa vicenda tutti ne dobbiamo fare tesoro. I media devono cambiare approccio e noi lo abbiamo detto in tempi non sospetti.

In ultima analisi ci soffermiamo su un fatto che poniamo in relazione. Se Vatican News chiede di non “socializzare” e quindi di non divulgare l’intervista del Papa al Tg5, perché l’house organ della Santa Sede divulga in un articolo informazioni riservate di Asif-Austrac, informando della presenza quantomeno sospetta di codici di flusso italiani che vengono “confusi” con quelli vaticani da Austrac chiamando deliberatamente in causa l’Italia? Tale metodo è quantomeno contraddittorio ma sicuramente evidenzia che oltre allo stato comatoso, la comunicazione della Santa Sede sia anche ormai alla deriva incontrollata.

Ci ritorneremo successivamente.

* * *

[1] Il 15 gennaio 2021 in una Dagonota “Non fate girare i bergoglioni al Papa”, Dagospia ha anticipato che per il giorno dopo i vertici della comunicazione della Santa Sede, Paolo Ruffini (Prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede) e Andrea Tornielli (Direttore redazionale del medesimo Dicastero) erano stati «convocati dal Pontefice che non ha gradito la censura che attuano ogni volta che decide di concedere un’intervista. La goccia che ha fatto tracimare il vaso è stata l’intervista data da Papa Francesco a Sportweek di inizio anno. A quel punto è stato lui a far prendere contatto diretto con Fabio Marchese Ragona per l’intervista su Canale 5, perché il rapporto con la Rai è finito su un binario morto…».

Nella Dagonota si legge:
«Probabilmente non succederà, almeno non subito, ma tra gli addetti ai lavori (e ai livori con la tonaca) quasi tutti sperano che questa sia la volta buona perché i due, facendo appello a un minimo di dignità, approfittino della probabile sfuriata papale per togliere il disturbo.

Bergoglio non ha gradito la censura che i media vaticani attuano continuamente ogni volta che decide di concedere un’intervista oppure di partecipare a qualche evento comunicativo come prefare qualche libro, registrare un video messaggio o altro.

La goccia che ha fatto tracimare il vaso è stata l’ennesima protervia operata dai media vaticani (il fatto è stato da loro totalmente ignorato) sull’intervista data da Papa Francesco a “Sportweek”, di inizio anno. La rivista ha anche distribuito un libro con i pensieri finora espressi dal Papa sul calcio e dintorni. Alcuni estratti dell’intervista del settimanale erano stati anticipati sulla Gazzetta dello Sport il 2 gennaio.

Quanto invece all’apparizione del Papa sulle reti del Biscione, la richiesta giaceva nei cassetti del Dicastero della Comunicazione da molti anni, dai tempi di don Dario Viganò e lì sarebbe restata se dopo l’ennesima censura subita, al Papa argentino sono girati i bergoglioni.

È stato lui a far prendere contatto diretto con Fabio Marchesi Ragona, il bravo vaticanista che ha de-ciellinizzato l’informazione religiosa del Biscione, e a mettersi d’accordo sui tempi e modi di realizzazione. La vera esclusiva mondiale il Papa l’aveva data al Tg1 il 3 aprile, quando al Tg delle 20 aveva consegnato il messaggio per le famiglie del mondo ripreso dai network dell’intero pianeta.

E quindi nessuno in Vaticano si è meravigliato se venerdì 8 gennaio siano state fonti del Tg1 (che lo avevano certamente appreso da fonte diretta) ad avvertire la sala stampa vaticana, all’oscuro come sempre di tutto, dell’avvenuta registrazione e dell’imminente messa in onda del Papa sulle reti della concorrenza.

Mediaset, che si è ben guardata dal far uscire la sua “esclusiva mondiale” il sabato per non disturbare la De Filippi, ha usato l’artiglieria pesante bombardando le sue reti di spot e raccogliendo, tutto sommato, anche abbastanza poco. Il clou della serata è stata ovviamente l’intervista di Bergoglio che ha superato il 19 di share mentre i programmi Amadeus e Elena Sofia Ricci, in onda nella stessa fascia oraria, non perdevano nulla dei loro ascolti, attestandosi come di consueto oltre il 17 e il 22 per cento.
La serata Mediaset comprendeva anche un film e un dibattito che non hanno avuto alcun tipo di exploit, attestandosi sotto i risultati domenicali di Canale 5. L’aspetto positivo per la Rai è l’apertura di una prima, e seria riflessione, sui suoi vaticanisti, mammasantissimi (e mammasantissime) intoccabili perché presunti garantiti da questo e quello, tutti sicuri di avere contatti potenti e alti, con almeno un’intervista al Papa nel cassetto, tutti rivelatisi invece come degli scappati di casa, appartenenti alla categoria “cattolici di professione” autoreferenziati, miracolati da chissà chi, certamente non dal Papa o dal Vaticano.

Il quale, dopo la stagione d’oro della vaticanistica Rai terminata nella seconda decade del 2000, è fortemente tentata di togliere la trasmissione degli eventi papali alla nostra radio televisione di stato. Cosa che, tutto sommato, andrebbe anche a vantaggio della Rai che per il Vaticano spende generosamente ricavandone solo dispute e pettegolezzi dai soliti tre o quattro cortigiani di turno.

E che si vede costretta a sopportare, da anni, che tutti i membri dell’ufficio comunicazioni sociali della Cei abbiano il contratto di autori della trasmissione “A sua immagine” (una macchinetta mangiasoldi ormai vecchia di quasi 40 anni) e che alcuni di loro abbiano anche contratti nella fascia di Uno Mattino gestita da Rai Uno».

[2] Effettivamente, il giorno successivo, sabato 16 gennaio 2021 il Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede nel numero 27 ha comunicato: «Il Santo Padre Francesco ha ricevuto questa mattina in Udienza:
– Il Dottor Paolo Ruffini, Prefetto del Dicastero per la Comunicazione».

[3] Poi, ieri è seguito un articolo a firma di Lorenzo Bertocchi «Papa insoddisfatto degli addetti stampa. Ruffini e Tornielli non stanno sereni. Ieri udienza con Francesco. Irritazione per la scarsa attenzione dedicata alle interviste rilasciate a Mediaset e a Sportweek» su La Verità, 17 gennaio 2021, ripreso nel medesimo giorno da Dagospia con la seguente introduzione: «Se non riuscite a stargli dietro, fuori da bergoglioni! – Come dagorivelato, il Papa è insoddisfatto degli “addetti stampa” Paolo Ruffini e Andrea Tornielli per la scarsa attenzione dedicata alle interviste rilasciate a Mediaset e a “Sportweek” – Bergoglio ha abituato la curia a saltare i passaggi tradizionali e a muoversi come crede, figuriamoci se accetta di farsi “orientare” nella comunicazione o di far decidere ad altri la sua strategia…».

Scrive Lorenzo Bertocchi per “La Verità”:
«Le chiacchiere intorno a Borgo Pio resistono anche al lockdown e da un po’ di tempo si sussurrava che le azioni del direttore editoriale dei media vaticani, Andrea Tornielli, fossero in ribasso tra le sacre stanze, caduto in disgrazia agli occhi del supremo editore, papa Francesco.
Nessuno però sembrava dar peso alla cosa, ma proprio venerdì Dagospia, sempre rapido ed efficace, aveva anticipato una riunione che poi effettivamente ha avuto luogo ieri mattina: “Non fate girare i bergoglioni al Papa”, titolava Dago, “i vertici della comunicazione vaticana Paolo Ruffini e Andrea Tornielli sono stati convocati dal Pontefice che non ha gradito la censura che attuano ogni volta che decide di concedere un’intervista”.
In effetti anche La Verità è in grado di confermare che nel caso di domenica scorsa, quando Francesco ha occupato il prime time di Canale 5 rispondendo alle domande del vaticanista Fabio Marchese Ragona, tra la Sala Stampa e Vatican news si cadeva un po’ dalle nubi. Il Papa, infatti, ha agito di sua sponte dicendo sì alla richiesta che da tempo giaceva nei cassetti per un’intervista con le reti Mediaset.
La catena di montaggio ufficiale dei media vaticani è stata più o meno all’ oscuro di tutto e si è trovata il piatto con l’intervista già cucinato. Pare che non sia la prima volta che capiti e non sempre i comunicatori vaticani riescono a maneggiare con cura le chiacchierate che il Papa ama concedersi con giornalisti e media di vario tipo.
Ieri mattina quindi la conferma dell’udienza con i vertici dei media vaticani. La Sala Stampa, infatti, ha diramato la lista delle udienze papali e tra i convocati figurava «il Dottor Paolo Ruffini, Prefetto del Dicastero per la Comunicazione”. Non c’era il nome di Tornielli, ma normalmente se non si è vescovi o prefetti il nome non compare nella tabella.
Resta il fatto che le chiacchiere sui malumori papali per alcune scelte dei suoi fidati comunicatori sono confermate. Tra le altre cose non è andato giù al Papa il silenzio che è stato fatto calare dai media di casa sulla sua intervista «sportiva», quella concessa a Sportweek e anticipata dalla Gazzetta dello Sport il 2 gennaio scorso.
Il copione non è nuovo.
Francesco in questi anni ha abituato la Curia a saltare i passaggi tradizionali, se sente una cosa, o gliela suggerisce un suo fidato, procede senza ascoltare chi per ufficio dovrebbe coadiuvarlo. È stato il caso persino di documenti del magistero, come ad esempio l’enciclica Laudato sì o l’esortazione apostolica Amoris laetitia.
Rimanendo dalle parti del mondo della comunicazione vaticana, uno dei settori di Curia più riformati, molti ricorderanno la defenestrazione da parte del Papa dell’ allora dominus don Dario Edoardo Viganò, per la questione antipatica della lettera del Papa emerito manipolata artatamente per arruolare Benedetto XVI a sostegno di alcuni libretti a favore della teologia di papa Francesco. Era il marzo 2018, poi venne il tempo di far fuori l’allora direttore dell’Osservatore romano, Giovanni Maria Vian, «promosso» al rango di emerito e sostituito da Andrea Monda, professore e scrittore.
Il nome di Monda pare essere stato proprio caldeggiato al Papa da Tornielli e dal super consigliere padre Antonio Spadaro. Peccato che fino alla sera prima del defenestramento l’ex direttore dell’Osservatore Romano non ne sapesse assolutamente nulla.
Un fulmine a ciel sereno, come quello che ha squarciato un tranquillo pomeriggio dello scorso settembre del cardinale Angelo Becciu, il quale si è visto convocato dal Papa per essere, per dire così, “scardinalato” e allontanato dai suoi incarichi. Un gesto, ha commentato il 25 settembre Luis Badilla, direttore del sito paravaticano Il Sismografo, che “assomiglia a una ‘esecuzione’: sei accusato di ma non puoi difenderti (tranne che tramite la stampa)”.
Il Papa, chiosava ancora Badilla, “nonostante i suoi poteri, non è un giudice né un tribunale”. Però dalle parti di Santa Marta tutti sanno che quando qualche collaboratore del Papa cade in disgrazia ai suoi occhi, Francesco non si fa troppi problemi a dargli il benservito. Qualcuno allora parla di possibili dimissioni anche per i vertici della comunicazione vaticana, ma al momento tutto tace.
Fidatissimo (ex?) consigliere del Papa contro gli antibergogliani, nel 2016 Andrea Tornielli da coordinatore di Vatican insider per La Stampa forniva una mappa dei nemici: è forse passato nella lista nera? Difficile pensarlo, capace com’ è di sapersi muovere molto bene. Già noto per essere il principe dei vaticanisti italiani, Andrea Tornielli è stato direttore del portale plurilingue della Stampa, Vatican Insider, autore di un bestseller con papa Francesco, saggista, già vaticanista del Giornale.
Ciellino d’origine, biografo dei Papi, ha una grande capacità di adattamento alle situazioni, ma con Francesco non è semplice. Il Papa ha detto più volte di riconoscere per sé la virtù della “santa furbizia”, e anche se Tornielli ama dilettarsi con il mentalismo speriamo per lui che non incappi in qualche somma ramanzina».

Andrea Tornielli sussurra nell’orecchio di Papa Francesco.

[4] In contemporanea, anche Francesca Immacolata Chaouqui ha voluto dire il suo, ad Adnkronos, che riportiamo per completezza di cronaca.

Chaouqui: “Crisi comunicazione non dipende da mancato rilancio interviste Papa”
Adnkronos, 17 gennaio 2021

“È probabile che il Pontefice si sia accorto degli effetti tra la distanza dell’attuale gestione e il piano originario del loro mandato”
È singolare supporre che la sedia dei comunicatori papali attuali possa traballare per il mancato rilancio di due interviste del Pontefice: in primis perché Bergoglio non è un uomo umorale che dà e toglie incarichi secondo gli impulsi del momento e in più perché la crisi della comunicazione vaticana va ricercata in ben altro”. A dirlo Francesca Immacolata Chaouqui, che in Cosea (la commissione pontificia incaricata della riorganizzazione economica del Vaticano) ricoprì il ruolo di responsabile del progetto di riforma dei media vaticani, il Vatican Media Center, in merito ai vertici della comunicazione vaticana convocati, secondo alcuni voci, da Bergoglio che non avrebbe gradito la censura che attuano ogni volta che decide di concedere un’intervista. “Quando in Cosea ho progettato il nuovo assetto del Vatican Media Center non era il risultato attuale quello a cui il lavoro di risistemazione aveva teso”, specifica subito Chaouqui.
Poi sottolinea: “È probabile che il Pontefice si sia accorto degli effetti tra la distanza dell’attuale gestione e il piano originario del loro mandato. Il piano operativo del Vatican Media Center prevedeva, tra le altre cose, la realizzazione di un piano di comunicazione annuale che tenesse conto globalmente degli eventi e dell’azione sia del Pontefice sia della Curia e che ne creasse una narrazione complessiva, articolata, esaustiva. Non solo una vetrina di belle notizie ma anche e soprattutto un contenitore di chiarimenti, spiegazioni, delucidazioni sulle scelte e sui fatti”.
“In Cosea – aggiunge parlando con l’Adnkronos – avevo chiaro che per raccontare un pontificato, la cui mission, tra le altre, è riformare gli affari economici, significasse creare una cabina di regia di crisis communication, aprire la Sala Stampa soprattutto quando i casi e le situazioni sono complicate per poterle spiegare. Aprirla, in particolar modo, ai giornalisti che si occupano di inchieste, governare la notizia, dialogare con loro. Meno interviste ma concesse su temi di portata mondiale a giornalisti autorevoli e su tematiche globali. Ed è sui casi difficili che si vede la bravura di un comunicatore, in questi mesi ne abbiamo visti, e sta per aprirsi il processo più grande che la Santa Sede abbia mai affrontato sia per la complessità dei temi trattati sia perché mette a nudo i punti nevralgici della gestione economica della Sede Apostolica. Fallire su questo, significherebbe che il Vatican Media Center avrebbe fallito in totale. E a quel punto andrebbe ripensato sia nella concezione che nella guida”. Quindi, “nel redde rationem sulla comunicazione ci potrebbe essere un monito a cambiare rotta, a governare le notizie, a riprendere in mano il progetto originale ma è rivolto, secondo me, non solo ai comunicatori ma anche (e soprattutto) ai superiori. Altrimenti il Papa ha dimostrato che è capace di fare da sé, come su tutto d’altronde”, conclude Chaouqui.

Nel rispetto della mia dignità e quella dei miei lettori, non intendo abbassarmi rispondendo al livello di queste farneticazioni a cui questa pierre de noantri ci ha abituati da tempo, da troppo tempo. Faccio solo una osservazione, che è risolutiva e definitiva per buon intenditor: dove questa figura sui generis SPROLOQUIA di “riforma dei media della Santa Sede” per cui non ha MAI costruito niente tranne chiacchiere, fatto è che io ho LAVORATO dal 1985 al 2013 con alte responsabilità nell’ambito della comunicazione istituzionale della Santa Sede e che ho PIANIFICATO, COSTRUITO e GESTITO diversi Vatican Media Center, in occasione di alcuni grandi eventi nello Stato della Città del Vaticano (nel 2000, 2003, 2005, 2011, 2013 e, inoltre, per cui sono stato richiamato in servizio temporaneamente 2014) (V.v.B.).

[5] Oggi, Lorenzo Bertocchi ritorno sulla questione dell’Udienza di Papa Francesco con i suoi “addetti stampa” «La mail che ordina ai media vaticani di silenziare il Papa» in prima pagina su La Verità, 18 gennaio 2021, rilanciato da Dagospia con la seguente introduzione: «La Verità conferma lo scoop di Dagospia sui media del vaticano che hanno censurato il Papa – Uno dei coordinatori dell’informazione di Oltretevere (Paolo Ruffini? Andrea Tornielli?) ha dato indicazioni di ignorare l’intervista di Francesco a Canale5 e a Sportweek – Tutti ne stavano parlando, ma a Vatican News, invece, bisognava “non socializzare”. Era un dispetto perché il Papa si era mosso da solo e i capi dei media vaticani navigavano al buio?».

Scrive Lorenzo Bertocchi per “La Verità”:
«Lo smarrimento dalle parti dei media vaticani che La Verità aveva segnalato ieri è confermato. Anzi, probabilmente si comprende il perché di quelle antipatiche chiacchiere sul malcontento del Papa rispetto ai vertici del dicastero, con il direttore editoriale, Andrea Tornielli, in testa. Francesco, lo scrivevamo ieri, è scontento della copertura mediatica che Vatican news e tutti i satelliti della comunicazione della Santa sede hanno dato all’intervista che il Pontefice ha concesso a Canale 5 e a Sportweek.
La Verità è venuta in possesso di un messaggio di posta elettronica circolato sabato 9 gennaio tra i redattori, un giorno prima della messa in onda dell’intervista che Francesco ha concesso al vaticanista di Mediaset Fabio Marchese Ragona.Il messaggio nell’oggetto riporta chiaramente che si tratta di «indicazioni» sull’intervista «Papa-Canale 5» e lo invia un coordinatore di Vatican news, Alessandro De Carolis, ai collaboratori.
Il riferimento è per l’«anticipazione» della video intervista del Papa che circolava già da sabato 9 gennaio, e l’indicazione che viene data «su questo argomento» lascia a bocca aperta: queste notizie «non vanno socializzate». In effetti la consegna, che probabilmente il coordinatore ha ricevuto dalla cabina di regia editoriale, è stata rispettata, perché sui social ufficiali di Vatican news non c’è nulla sull’intervista di Francesco a Canale 5 fino a domenica 10 gennaio alle 23:09, 8 minuti dopo che una sintesi, non firmata, dell’intervista era stata pubblicata sul portale della Santa Sede.
Peraltro risulta alla Verità che i media vaticani si fossero trovati l’intervista del Papa un po’ tra capo e collo, in zona Cesarini, senza aver ricevuto alcuna informazione precedente, anche perché sembra che il Papa avesse attivato il contatto con Mediaset senza coadiuvarsi con i capi della sua comunicazione.
Appare quindi del tutto evidente che per ragioni a noi oscure qualcuno nei media vaticani, cioè quelli che dovrebbero fare da grancassa alle parole del Papa, giusto per rammentarlo, aveva deciso che alle parole del Papa a Canale 5 era meglio dare poca importanza. Anzi, nella mail di De Carolis si invitano addirittura le redazioni a «continuare a seguire la vicenda del Boing precipitato poco dopo il decollo a Giacarta».
Con tutto il rispetto per la tragedia aerea consumata il 9 gennaio scorso, fa comunque impressione questa «indicazione» che odora ancor più di censura casalinga all’intervista del Papa; tutti ne stavano parlando, ma a Vatican news, invece, bisognava «non socializzare».
A questo punto c’è da scommettere che la convocazione di sabato scorso in udienza dal Papa dei vertici del dicastero della comunicazione deve essere stata un po’ antipatica.
Tutto lascia pensare che una bella ramanzina papale, nella prospettiva della parresia, sia andata in onda, e Paolo Ruffini e Andrea Tornielli forse avranno dovuto spiegare scelte editoriali che l’editore sommo potrebbe non aver compreso. Tutte le sedie tremano perché tutti in Vaticano sanno che anche per i fedelissimi Francesco non si fa problemi, qualora lo ritenga, ad accompagnarli verso la porta. Il Papa della «Chiesa in uscita» difficilmente può comprendere le motivazioni per cui una sua intervista, data per una prima serata in Tv, debba essere «non socializzata».
Forse la decisione editoriale di non dare importanza alle parole del Papa a Canale 5 sarà stata dovuta a possibili brutti commenti social che talora appaiono in uscite papali come questa, come peraltro conferma anche la pubblicazione sul Facebook di Vatican news delle 23:09 del 10 gennaio.
Oppure, si è deciso di stare fermi per evitare fraintendimenti, visto che il Papa si era mosso da solo e i capi dei media vaticani navigavano al buio. Comunque la si voglia interpretare la faccenda puzza di bruciato, come minimo evidenzia una fase del papato di Francesco in un crescendo di caos anche tra i suoi uomini più fidati. Quando l’ex direttore della Sala Stampa della Santa Sede, l’americano Greg Burke, e la sua vice, la spagnola Paloma Ovejero, se ne andarono sbattendo un po’ la porta, il 1° gennaio 2019, molti gettarono acqua sul fuoco. Ma in realtà la motivazione di quel gesto inaspettato era chiara: non ci stavano a lavorare, da seri professionisti quali sono, alle nuove condizioni.
E tra le nuove condizioni c’era proprio la riformata catena di montaggio dell’informazione vaticana in cui il direttore editoriale Andrea Tornielli, allora da poco nominato, veniva ad assumere un ruolo fondamentale e di conseguenza quello del direttore della Sala Stampa decisamente minimizzato, quasi al rango di passacarte. Greg Burke e la Ovejero ritenevano probabilmente di non poter svolgere bene il loro lavoro e se ne andarono.
Perché seguire un Papa pirotecnico come Francesco non è facile per un giornalista, a maggior ragione con una struttura riformata come quella attuale che ha sollevato diversi malumori tra le sacre stanze. È probabile che ora di questo si stiano accorgendo anche gli attuali vertici delle comunicazioni vaticane, ma quella di «non socializzare» un’intervista del Papa è davvero una scelta notevole che, per quanto «furba», potrebbe non esserlo abbastanza per la «santa furbizia» di Francesco».

Papa Francesco, Padre Antonio Spadaro e Dott. Paolo Ruffini.

[6] Comunicazioni sociali: Ruffini (Santa Sede), “stampa cattolica serve a difendere uno spazio di libertà nella verità”
di Daniele Rocchi
Sir, 16 gennaio 2021

La stampa cattolica serve “a costruire un orizzonte di senso. A vedere e raccontare cose che altri non vedono. A difendere uno spazio di libertà nella verità; e a offrirlo a tutti in un tempo in cui sia la verità che la libertà di pensiero che la condivisione sembrano merce sempre più rara”. È quanto scrive Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero vaticano per la Comunicazione, nell’editoriale del settimanale della diocesi di Rieti, “Frontiera”, che dopo 5 anni torna in edicola “nonostante la crisi dei giornali”. Citando parole del discorso di Papa Francesco per il 60° anniversario dell’Ucsi, Ruffini afferma che “abbiamo bisogno di media che sappiano distinguere il bene dal male, ricostruire la memoria dei fatti, lavorare per la coesione sociale. A questo serve ‘Frontiera’, che solo sbagliando metro di misura qualcuno potrebbe definire un piccolo giornale. Non ci sarebbe nessuna dimensione nazionale – rimarca il prefetto – se non ci fosse una presenza territoriale; nessun senso di appartenenza ad un destino comune condiviso se questo non fosse fondato sui territori e le loro storie, le loro culture, le loro memorie”. La sfida da affrontare, per Ruffini, “ruota intorno al concetto di locale nell’era della rete, dove non esiste più né centro né periferia, tanto che luoghi decisamente periferici come Cupertino o Palo Alto sono divenuti il centro della civiltà dei big data”. E ruota intorno anche “al concetto di globale, che solo se contempla le diversità non precipita nel banale. Questa è la vostra, la nostra frontiera. In questa battaglia – conclude il prefetto – siamo tutti chiamati. Con l’umiltà di accettare la parte che ci è data, ma anche con l’ambizione di poter riuscire; senza complessi di inferiorità, puntando a coinvolgere nella nostra comunicazione tutti coloro (e fra di essi i giovani soprattutto) che non aspettano altro che trovare chi da loro voce e risposte alle domande di verità inevase dal sistema dei media”.

Andrea Tornielli.

[7] MEDIA & REGIME
Papa Francesco organizza media Vaticano. Comunicazione in mano a 2 gesuiti
Il tandem Padre Federico Lombardi e Antonio Spadaro entrerà in carica nei prossimi giorni. È il risultato della rivoluzione voluta dal pontefice e che ha permesso di avere ottimi risultati in poco tempo anche sui mezzi di comunicazione laici
di Francesco Antonio Grana
Ilfattoquotidiano.it, 6 maggio 2014

Un tandem di gesuiti per la comunicazione del primo Papa gesuita. In questi giorni in Vaticano è allo studio un progetto di riorganizzazione dei media della Santa Sede che prevede la nascita di un coordinamento centrale che dovrebbe essere affidato a Padre Federico Lombardi. Al suo posto, come Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, andrebbe il Direttore de “La Civiltà Cattolica“, Padre Antonio Spadaro, autore della prima lunga intervista a Papa Francesco e da diversi mesi regista di una sapiente operazione di comunicazione del pontificato del Pontefice argentino che in breve tempo ha ottenuto risultati impressionanti sui media laici. Il nuovo organismo di coordinamento dei mezzi di comunicazione della Santa Sede avrebbe sotto di sé tutti gli uffici vaticani che si occupano dei media: la Sala Stampa, il Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali, il Centro televisivo vaticano, la Radio vaticana e L’Osservatore romano.
Un battesimo di fuoco di questo progetto di riorganizzazione della comunicazione della Santa Sede, ma anche della collaborazione tra i confratelli gesuiti Lombardi e Spadaro, è stato il volume “La verità è un incontro”, edito da Rizzoli, che raccoglie le omelie tenute da Bergoglio nel primo anno di pontificato durante le Messe celebrate alle 7 del mattino nella cappella di Casa Santa Marta. Il testo, che ha la prefazione di Lombardi e l’introduzione di Spadaro, raccoglie la versione delle omelie pubblicate quotidianamente da Radio vaticana, anch’essa diretta da Lombardi, e curate dai giornalisti Sergio Centofanti, Alessandro De Carolis e Alessandro Gisotti. Il volume, destinato a diventare un vero e proprio bestseller estivo, è, secondo i beninformati, soltanto l’anteprima della nascita dell’organismo di coordinamento dei media vaticani. Le competenze e i successi professionali maturati sul campo da Lombardi e Spadaro avrebbero anche spazzato via le ultime perplessità in chi in Vaticano aveva sollevato qualche dubbio se fosse opportuno affidare a due gesuiti la comunicazione del primo Papa gesuita della storia della Chiesa di Roma.
Non è un mistero che nel piano di riassetto della Curia fosse ai primi punti la riorganizzazione dei media della Santa Sede. Poco prima di Natale, infatti, il Vaticano aveva affidato a McKinsey & Company “l’incarico di fornire una consulenza che contribuisca allo sviluppo, in stretta collaborazione con i responsabili degli uffici interessati, di un piano integrato per rendere l’organizzazione dei mezzi di comunicazione della Santa Sede maggiormente funzionale, efficace e moderna. Il progetto di consulenza – precisava una nota vaticana – avrà lo scopo di fornire alla commissione gli elementi utili per le opportune raccomandazioni in merito al Papa”. Quello a McKinsey è solo uno dei sei appalti affidati ad altrettante società esterne nel primo anno di pontificato di Bergoglio per poter varare entro il 2015 la riforma della Curia romana. Quella riforma auspicata dai cardinali elettori che il 13 marzo 2013 hanno eletto in conclave Bergoglio.

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