Contro la lobby della morte e pro vita, la prima carità da fare agli uomini è aiutarli a tornare a pensare e a riconoscere la verità sull’uomo

Non è un mistero la mia posizione riguardante l’aborto (l’uccisione di un essere umano nel grembo della madre), anche perché da oltre 50 anni partecipo attivamente alla battaglia pro vita, con i metodi che mi competono: le campagne di comunicazione.

Visto che sono cattolico, lo faccio sulla base del Catechismo della Chiesa Cattolica, che condanna l’aborto nella Parte Terza. La vita in Cristo – Sezione Seconda. I Dieci Comandamenti – Capitolo Secondo. «Amerai il prossimo tuo come te stesso» – Articolo 5. Il Quinto Comandamento, «Non uccidere» (Es 20,13).

Cito dai numeri 2270 e 2271, tra altri: “La vita umana deve essere rispettata e protetta in modo assoluto fin dal momento del concepimento. Dal primo istante della sua esistenza, l’essere umano deve vedersi riconosciuti i diritti della persona, tra i quali il diritto inviolabile di ogni essere innocente alla vita (Cf Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione Donum vitae, 1988). «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato» (Ger 1,5). «Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra» (Sal 139,15). Fin dal primo secolo la Chiesa ha dichiarato la malizia morale di ogni aborto provocato. Questo insegnamento non è mutato. Rimane invariabile. L’aborto diretto, cioè voluto come un fine o come un mezzo, è gravemente contrario alla legge morale: «Non uccidere il bimbo con l’aborto, e non sopprimerlo dopo la nascita» (Didaché; Lettera dello Pseudo Barnaba; Lettera a Diogneto; Tertulliano, Apologeticum).

Rilancio dal suo blog un articolo del Professore Leonardo Lugaresi [*], che spiega la tragedia dell’aborto, partendo dalla decisione del Ministro della salute (sic!), il comunista Roberto Speranza – nel nome della “conquista di civiltà” e di “maggiore libertà”, con il plauso entusiaste delle lobby della morte – di de-ospedalizzare l’assunzione della pillola abortiva Ru 486.

Nel contempo devo costatare – per l’ennesima volta su principi non negoziabili – il silenzio dei vescovi (eccetto due, il Vescovo di Ascoli Piceno Giovanni D’Ercole e il Vescovi di Reggio Emilia-Guastalla Massimo Camisasca [**], due vescovi che conosco da più di trent’anni e stimo da sempre), abitualmente così loquaci su tantissimi problemi, ma non pro vita, mentre invece «il problema dell’aborto viene prima di tutti gli altri, in una visione cristiana del mondo. (Come madre Teresa di Calcutta, che di cristianesimo e in particolare di carità cristiana qualcosa sapeva, non si è mai stancata di ripetere per tutta la sua vita). Ci sono tante questioni importantissime di cui i cristiani è giusto che si occupino, ma questa viene prima. Aver derubricato l’aborto al livello di un tema fra i tanti dell’agenda, tra il cambiamento climatico e i “migranti”, è uno dei più gravi errori di una certa mentalità oggi diffusa anche tra i cristiani», come scrive Lugaresi, che inizia e conclude suo articolo con la formulazione dei punti cruciali del problema:
– «L’aborto è, indiscutibilmente, l’uccisione di un individuo appartenente alla specie umana».
– «In un mondo in cui moltissime persone sono regredite ad un livello mentale così basso da non rendersi conto dell’irrazionalità dei loro comportamenti, il compito della chiesa è anche, e forse prima di tutto, educativo e culturale: la prima carità da fare agli uomini è aiutarli a tornare a pensare».

È qui – nel non accettare una verità indiscutibile (lo dice il Catechismo della Chiesa Cattolica al numero 2274 che l’embrione fin dal concepimento deve essere trattato come una persona, e dovrà essere difeso nella sua integrità, curato e guarito, per quanto è possibile, come ogni altro essere umano) e nel non pensare – che risiede esattamente la ragione perché la battaglia pro vita (e non solo), che i cattolici (e non solo) combattono da mezzo secolo, “non sta funzionando un granché” e non perché “metodo e strategia sono sbagliati” (come oggi ha osservato un amico). Perché quello manca è la CONSAPEVOLEZZA. Per inciso va specificato, come ha osservato un’altro amico, che “i cattolici, da cinquanta anni, al netto di pochi temerari, non combattono alcuna battaglia. Anche per volere dei pastori, ai quali va benissimo così”. Intanto, il “sacrosanto diritto” all’aborto (infanticidio) è uno dei nuovi “dogmi” della cultura della morte, che si sono imposti ai veri dogmi.

Riporto dai commenti all’articolo di Lungaresi tre interventi:
– «La mia unica obiezione è che in verità, per quella mentalità diffusa anche tra i cristiani, il problema dell’aborto non sta tra il cambiamento climatico e i migranti. Viene molto dopo. Ammesso che, al di là delle chiacchiere di rappresentanza, sia realmente considerato un problema».
– «Ha fatto bene, professore, a non “far perno” sul concetto di persona. S. Tommaso, nella sua ri-fondazione del diritto naturale ne ha potuto fare a meno. Il personalismo, che, nella sua versione cattolica, ha avuto pure i suoi meriti, col tempo ha reso visibili i suoi limiti ontologici. Partire dalla realtà relazionale (carattere proprio della persona) infatti, può portare (non necessariamente, ma così è successo) a subordinare la sostanza (individuo umano) all’accidente (la rete dei rapporti in cui egli è “immerso”). Ciò chiude ogni possibilità di una scienza metafisica antropologica, al posto della quale i neo-sofisti imporranno la propria retorica (l’“autodeterminazione” della donna, appunto)».
– «A mio parere andrebbe approfondito il concetto di “coscienza”. Secondo il pensiero cattolico la “coscienza” è l’ultimo giudice inappellabile dello agire personale. Nella “coscienza” si fa sentire la voce di Dio. Ora, a mio parere, c’è confusione tra “coscienza” e “profonda, intima convinzione”. Come conseguenza del battage mediatico pro-choice degli ultimi decenni, molti, anche tra i battezzati, hanno la “ profonda, intima convinzione” che abortire non sia un male “assoluto” ma dipenda dalle circostanze. E ritengono che si possa abortire “in coscienza”».

Aborto: fine di una retorica
di Leonardo Lungaresi
leonardolungaresi.wordpress.com. 9 agosto 2020

Il tweet con cui l’altro giorno il ministro della salute (sic!) ha annunciato festante che gran conquista sia il fatto che ora la donna che vuole abortire deve solo passare al consultorio a prendere una pillola e poi viene mandata a casa a farsi gli affari suoi  ha posto ufficialmente fine ad una retorica che teneva campo nel discorso pubblico da almeno cinquant’anni.

Tale rappresentazione, che potremmo chiamare dell’etica pubblica dell’aborto, affermava il dovere dello stato di prendersi in carico un grande male sociale occultato nel privato e farlo venire alla luce pubblica per ridurlo, ordinarlo e gestirlo nel modo migliore possibile, a maggior tutela soprattutto (ma non solo) delle donne. Era una retorica che si imperniava su un argomento apparentemente forte (il solo che apparisse tale, a dire il vero): l’aborto in Italia c’è già, a dispetto della legge che lo proibisce; è diffuso e mal praticato e lo stato deve perciò uscire dall’ipocrisia di far finta che il problema non esista, tirarlo fuori dalla clandestinità, cioè dal privato, in cui alligna, e delineare un perimetro pubblico entro il quale esso sia, a determinate condizioni, consentito e “protetto”, nella prospettiva di ridurne l’incidenza e comunque di tutelare per quanto possibile i soggetti coinvolti. La forza di tale argomento stava evidentemente nel fatto che è vero che l’aborto è sempre stato praticato, anche se nessuno può dire in quale misura: di un fenomeno clandestino, infatti, è per definizione impossibile dare una misura attendibile e il milione di aborti annui strombazzati dalla propaganda radicale degli anni settanta era ovviamente un numero “a cazzo” (come quasi tutto ciò che i radicali hanno detto e fatto nella loro vita); però è molto probabile che la riprovazione sociale dell’aborto, anche prima del 1978, fosse in realtà molto minore di quello che tanti osservatori allora ritenevano, come l’esito del referendum abrogativo appena tre anni dopo dimostrò platealmente.

Sul presupposto di quell’etica pubblica dell’aborto si costruì tutta la rappresentazione del problema che è andata in scena dagli anni settanta fino ad oggi e nella quale alla legge 194 del 1978 fu affidata la parte principale, cioè quella di interpretare il ruolo di «Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza». Va sottolineato che in tutto quel discorso era di cruciale importanza la discriminazione tra pubblico (o sociale, come recita il titolo della legge) e privato. Pochi rammentano, infatti, che la legge 194 lascia del tutto intatta la repressione penale dell’aborto fuori dal percorso pubblico in essa stabilito, per cui chi volesse abortire “per conto suo” commetterebbe un reato, anche se si trovasse nelle condizioni che legittimano tale scelta ai sensi di quella stessa legge. La discriminante infatti è che l’aborto, in sé considerato ufficialmente un male, diventa una pratica socialmente accettabile solo se e nella misura in cui si sottopone alla gestione pubblica e alle sue regole. Tale capacità “redentiva” del pubblico, a sua volta, deriva da una sua presunta superiorità etica quale è quella solennemente enunciata sin dal titolo della legge 194.

Oggi, dopo mezzo secolo di repliche sempre meno convinte e convincenti, si smonta il tendone, si tira giù lo schermo e si cambia radicalmente scenario. La nuova retorica (assai più miserabile e rozza della precedente) ha ben poco su cui appoggiarsi, ma forse non ce n’è più neppure bisogno: il pubblico (inteso questa volta come la massa degli spettatori a cui siamo ridotti) ormai manda giù qualsiasi cosa.  Ora il perno del dicorso è la cosiddetta “autodeterminazione della donna”, cioè il massimo di individualismo e di privatizzazione pensabile.

Se c’è un solo aspetto positivo nel feroce decorso dei nostri tempi è che ormai sono caduti tutti gli orpelli ideologici e, tolto di mezzo ogni infingimento, le cose appaiono per quello che sono. E queste sono, messe in fila e contate:

1. L’aborto è, indiscutibilmente, l’uccisione di un individuo appartenente alla specie umana. Evito di parlare di persona, per definire l’embrione e il feto, non perché ritenga di non poterlo fare, ma solo perché non ne ho bisogno e non desidero complicare il discorso con dispute fuorvianti sul concetto di persona. Anche chi avesse da obiettare sulla definizione di persona applicata all’embrione e al feto non può negare che siano individui appartenenti alla specie umana.

2. La ragione – che stavolta avrei voglia di scrivere con la maiuscola, come se fossi Robespierre – obbliga tutti gli uomini a ritenere che uccidere un individuo appartenente alla specie umana non è mai moralmente indifferente e che non è mai lecito farlo se non in un solo caso, quello della legittima difesa, cioè quando l’uccisione di quell’essere umano è il solo mezzo per salvare un altro o più esseri umani che egli minaccia di uccidere. Ripeto. La Ragione. Obbliga. Tutti. Perché se non si afferma il principio che non è mai lecito uccidere un individuo appartenente alla specie umana (salvo il caso di legittima difesa), è giocoforza lasciare il campo al principio opposto, cioè che è sempre lecito ucciderlo, poiché non esiste alcun punto intermedio in cui piantare il paletto che segna il limite.

3. L’attuale discorso pubblico sull’aborto, che si è ormai diffuso in tutto il mondo compresa l’Italia, pretende invece di affermare l’esistenza di quel punto intermedio, cioè un discrimine che individua una categoria di individui appartenenti alla specie umana che invece è lecito uccidere e lo colloca, con arbitrio del tutto irrazionale, nel momento della fuoriuscita del feto dall’utero. Perciò, mentre l’aborto è un diritto individuale di cui è esclusiva titolare la gestante, l’infanticidio è un crimine.

4. Perché embrione e feto sono i soli individui appartenenti alla specie umana che è  ormai universalmente considerato lecito uccidere? La ragione è molto semplice, brutale e tutt’altro che “moderna”: è la stessa per cui anche una volta l’aborto era meno socialmente riprovato di quanto le anime belle credessero: perché l’embrione e il feto sono gli esseri umani più deboli che ci siano. La causa principale della loro peculiare debolezza è che non si vedono. Un neonato è debolissimo, altrettanto poco autonomo di un feto (autonomia respiratoria a parte) e lasciato a se stesso muore nel giro di poche ore, ma è visibile nella sua forma umana, appositamente conformata dalla natura per suscitare negli altri esseri umani un forte senso di responsabilità nei suoi confronti. Può essere ucciso o abbandonato, come purtroppo accade, ma non è facile farlo e soprattutto è forte la reazione avversa degli altri individui nei confronti di chi compie questo genere di atti. Il feto non si vede finché è vivo nell’utero materno (ecografia a parte) e non si vede quando viene ucciso a meno che qualcuno non lo mostri. Cosa che, infatti, oggi è il vero crimine imperdonabile, la mostruosa oscenità contro la quale si leva immediatamente una reazione violentissima e forsennata, che forse sarebbe più appropriato chiamare assatanata. L’embrione poi, anche se lo vedessimo, a molti non sembrerebbe neanche un uomo. Dunque non c’è discussione possibile: non esiste alcun individuo umano che sia tanto debole quanto lo sono l’embrione e il feto. Gli “ultimi” al mondo sono loro.

5. Gli ordinamenti giuridici di quasi tutto il mondo hanno ormai inserito al loro interno un principio, il più anti-giuridico che ci sia, che afferma che è lecito uccidere gli individui umani più deboli, precisamente in quanto sono così deboli da non aver titolo ad alcuna difesa. Il diritto alla vita, perciò, è relativo e proporzionato alla forza del soggetto che ambisce a goderne. Gli stolti legislatori che hanno legiferato in questo modo hanno tagliato il ramo su cui stavamo tutti seduti, e sempre di più ce ne accorgeremo in futuro.

6. Per questi motivi il problema dell’aborto viene prima di tutti gli altri, in una visione cristiana del mondo. (Come madre Teresa di Calcutta, che di cristianesimo e in particolare di carità cristiana qualcosa sapeva, non si è mai stancata di ripetere per tutta la sua vita). Ci sono tante questioni importantissime di cui i cristiani è giusto che si occupino, ma questa viene prima. Aver derubricato l’aborto al livello di un tema fra i tanti dell’agenda, tra il cambiamento climatico e i “migranti”, è uno dei più gravi errori di una certa mentalità oggi diffusa anche tra i cristiani.

7. In un mondo in cui moltissime persone sono regredite ad un livello mentale così basso da non rendersi conto dell’irrazionalità dei loro comportamenti, il compito della chiesa è anche, e forse prima di tutto, educativo e culturale: la prima carità da fare agli uomini è aiutarli a tornare a pensare.

[*] Leonardo Lugaresi, studioso di storia del cristianesimo antico, è nato a Cesena il 19 settembre 1954. Si è laureato in lettere classiche all’Università di Bologna nel novembre 1977, con lode e dignità di stampa, sostenendo la tesi in Storia del cristianesimo: Simboli di scienza sacra e conoscenza religiosa in Origene. Ha conseguito il Dottorato di ricerca in “Studi Religiosi: Scienze sociali e studi storici dellereligioni” presso l’Università di Bologna e presso l’École Pratique des Hautes Études – Section des Sciences Religieuses, sostenendo la tesi: Vanitas ludus omnis. Il problema degli spettacoli nel cristianesimo antico. (II-V secolo). Fa parte del “Gruppo Italiano di Ricerca su Origene e la Tradizione Alessandrina” e della“Association Internationale d’Études Patristiques”. È socio fondatore e membro del direttivo dell’Associazione PATRES (Studi sulle culture antiche e il cristianesimo dei primi secoli). È membro del comitato di redazione della rivista “Adamantius”. Ha svolto attività didattica seminariale per l’insegnamento di Storia del cristianesimo presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna, per quello di Letteratura cristiana antica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Pisa, e per l’Istituto di Filosofia dell’Università di Urbino. Ha partecipato come relatore a convegni nazionali e internazionali e a giornate di studio in ambito tardo antichistico e cristianistico presso numerose istituzioni accademiche e scientifiche italiane. È autore di numerose pubblicazioni, tra cui l’edizione commentata delle Orazioni IV e V di Gregorio Nazianzeno contro l’imperatore Giuliano e un’ampia monografia sul problema del giudizio cristiano sugli spettacoli: Il teatro di Dio. Il problema degli spettacoli nel cristianesimo antico (II-IV secolo), Morcelliana, Brescia 2008. Da novembre 2014 tiene un blog di riflessioni patristiche per il nostro tempo: leonardo.lugaresi.wordpress.com.

[**] Due vescovi parlano. Altri 224 vescovi tacciono. La Conferenza Episcopale Italiana non pervenuta

“Ministro Speranza non ho mai visto pace nel cuore di donne che hanno abortito. Solo chi come noi sacerdoti ascolta e confessa conosce questo dramma per cui tante mamme non riescono a trovar ragione. Altro che conquista di civiltà! #giovannidercole #Ru486” (Mons. Giovanni D’Ercole, Vescovo di Ascoli Piceno – Twitter, 09.08.2020).

“Di fronte al crollo delle nascite, che ci ha reso Paese di vecchi, chi governa propone l’aborto, nulla facendo per incoraggiare seriamente le nascite garanzia di futuro, pensa così di fare bene alle donne mentre irresponsabilmente prepara un futuro di morte per l’Italia #Ru486” (Mons. Giovanni D’Ercole, Vescovo di Ascoli Piceno – Twitter, 09.08.2020).

“Di fronte alle notizie apparse in questi ultimi giorni in merito all’interruzione volontaria della gravidanza, cioè all’aborto, che verrebbe permesso con metodo farmacologico in day hospital e fino alla nona settimana di gravidanza, esprimo la mia tristezza e la mia totale contrarietà, sulla base di molte considerazioni.

“Desidero mettere in luce almeno le più importanti.
Purtroppo la depenalizzazione dell’aborto ha portato ad una cultura di morte in cui la decisione della donna di interrompere la gravidanza è sempre più banalizzata e presentata all’opinione pubblica come un qualunque intervento farmacologico.
Tra un po’ non si parlerà più di aborto, perché esso sarà “invisibile”, non senza gravi conseguenze per la mamma e per la società.
La donna viene sempre più lasciata sola di fronte alla drammatica decisione se rinunciare o meno al proprio bambino.
Alla luce dei nuovi regolamenti, viene lasciata sola anche nelle ore oltremodo pesanti in cui devono agire i farmaci assunti per fermare la gestazione e provocare l’espulsione.
La donna sarà sola, a casa con il proprio dolore e le possibili conseguenze negative sulla sua salute.
La tristezza nasce in me soprattutto nel leggere alcune affermazioni di parlamentari riportate dai giornali, come ad esempio questa: ‘Una risposta civile e moderna, che spazza via ogni concezione medievale del ruolo delle donne’.
Invece di scegliere la strada dell’aiuto alla maternità, in una situazione di declino demografico che sta mettendo una seria ipoteca sul futuro del nostro Paese, si nasconde ipocritamente l’origine vera di questa decisione: gravare meno sulle strutture ospedaliere, anche a costo di pesanti conseguenze che il Consiglio Superiore della Sanità nelle sue Linee Guida del 2010 aveva riconosciuto come rischiose per la salute della donna.
Massimo Camisasca
Vescovo di Reggio Emilia-Guastalla”.

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