Occorre ricominciare a distinguere il bene dal male, anzitutto per proteggere i più piccoli. Urge!


Il coraggio di fare la scelta di non scegliere il male.

Condivido un Editoriale dello studioso di comunicazione e formazione Marco Brusati sul suo blog Dire Oltre, in cui rileva drammatiche criticità nel fenomeno devastante di un cantante di grande successo, decretato in rete da ragazzini sempre più bambini, Junior Cally. L’analisi e le domande che suscita, caratterizzati da un’urgenza cruciale per le future generazioni, sono tante più valide, perché nello specifico Marco Brusati [*] si occupo anche di formazione per creativi con la finalità di stimolare la crescita di una generazione di artisti capaci, responsabili ed alleati delle agenzie educative.
Visto che il rapper romano in questione, che si esibisce con la maschera, è stato invitato al 70̊ Festival di Sanremo “all’insegna della donna”, Brusati investiga come la donna viene trattata nel suo repertorio. Con l’analisi delle canzoni già presenti in rete – decisamente in contraddizione con un Festival di Sanremo “pop e non sessista”, osserva Brusati -, scopriamo che la donna è rappresentata come insultabile oggetto di piacere o come trofeo tribale, non importa se sia giovanissima o anziana. E conclude: “Credo che sia arrivato il tempo di interrompere questa normalizzazione e ricominciare a distinguere il bene dal male, il grano dal loglio, anzitutto per proteggere i più piccoli”.

Editoriale
A Sanremo l’artista che sul web de-canta un femminicidio e insulta sessualmente le donne? Va bene? In un Festival tutto al femminile?
di Marco Brusati [*]
Dire Oltre, 15 gennaio 2020
«L’ho ammazzata, le ho strappato la borsa. C’ho rivestito la maschera». Su queste parole, il videoclip mostra il cantante muoversi di fronte ad una ragazza legata mani e piedi a una sedia e con un sacchetto sulla testa, mentre cerca di liberarsi.
Junior Cally, a differenza di Sfera Ebbasta, non è conosciuto dal mondo adulto; è un rapper romano, si esibisce con la maschera ed è stato invitato al 70mo Festival di Sanremo. 
In occasione del programma «I soliti ignoti» dello scorso 6 gennaio, il conduttore Amadeus lo ha introdotto come ultimo dei 24 Big in gara, dicendo  che «in meno di 3 anni ha sfiorato quota 100 milioni di streaming» ed è «in vetta alle classifiche dei dischi più venduti con il suo ultimo album». È tutto vero, così come è vero – aggiungo io- che ha un profilo Instragram con oltre 380mila followers.
Ma quali sono i contenuti di questo grande successo decretato in rete da ragazzini sempre più bambini? Tralasciando diverse questioni comunque problematiche dal punto di vista educativo, andiamo ad analizzare come la donna viene trattata nelle sue canzoni già presenti in rete e che costituiscono il suo curriculum, visto che è stato inviatato ad un Festival «all’insegna della donna», come ha dichiarato il conduttore della manifestazione in una recente intervista al Corriere.
Nel brano «Strega» possiamo ascoltare insulti a sfondo sessuale all’indirizzo di una ragazza: «Lei si chiama Gioia, ma beve poi ing**ia. Balla mezza nuda, dopo te la d*. Si chiama Gioia, perché fa al tr**ia, sì, per la gioia di mamma e papà». Poi, il testo si trasforma in un’aggressione verbale: «Questa [Gioia ndr] non sa cosa dice. Porca tr**a, quanto ca**o chiacchera? L’ho ammazzata, le ho strappato la borsa. C’ho rivestito la maschera». Su queste parole, il videoclip mostra il cantante mascherato come sua consuetudine che si muove minacciosamente di fronte ad una ragazza legata mani e piedi ad una sedia e con un sacchetto sulla testa, mentre si divincola per liberarsi: se le parole e le immagini hanno un valore, qui abbiamo la rappresentazione di una costrizione violenta ed il racconto di un femminicidio [«l’ho ammazzata»]. Il tutto avviene tra insulti indicibili, in parte sopra riportati.
Proseguendo nell’analisi del repertorio, troviamo che la donna è rappresentata come insultabile oggetto di piacere o come trofeo tribale, non importa se sia giovanissima o anziana: «state buoni, a queste donne alzo minigonne»; «me la ch**vo di brutto mentre legge Nietzche; lo prende con filosofia» [brano «Arkham»]; «stupro mia nonna dentro un bosco»; «ci scop**mo Giusy Ferreri [la cantante ndr]»; «lo sai che fott**mo Greta Menchi [una influencer, ndr]; «lo sai voglio fot**re con la Canalis [la conduttrice ndr]»; «queste put**ne con le Lelly Kelly non sanno che fot**no con Junior Cally» [brano «#Regola1»]; quest’ultimo passaggio è particolarmente problematico poiché le Lelly Kelly sono scarpe da bambina [cf genius.com] ed il cantante dice di avere rapporti intimi con chi le porta, mentre nasconde il viso sotto una maschera che impedisce di riconoscerlo.
Altre frasi appartengono al repertorio del body shaming [derisione del corpo], bollato come pratica bullistica nei corsi di formazione che si fanno nelle scuole: «questa tipa, una balena» per indicare una ragazza considerata in sovrappeso [brano «Cally Whale»]; oppure quando vuole insultare dei rapper avversari li chiama «senza te**e», come sinonimo di persone con «poco valore e poca sostanza» [cfr genius.com], come se il valore di una donna si misurasse in base alle sue misure.
Il repertorio dell’artista si muove dunque entro questo recinto, che mi pare decisamente in contraddizione con un Festival di Sanremo «pop e non sessista», che presenta «un panorama completo di donne di vari mondi e ambienti differenti» e per il quale si chiosa che «la donna va rispettata ovunque nel mondo», come ha giustamente detto il conduttore alla conferenza-stampa di presentazione; mi pare decisamente stridente con un’edizione in cui, per le diverse serate, sono state invitate ben 10 co-conduttrici, tutte rispettosamente presentate, ça va sans dire, come «prime donne».
In tutta questa vicenda, il problema non è quello che Junior Cally canterà su quel palco. Il problema è che, mentre canta la sua canzone al Festival, in contemporanea canta quanto ho sopra descritto negli smartphones di ragazzini e bambini; il problema è che, nel pieno della rivoluzione mediale, occorre capire che non è più possibile distinguere e separare il flusso continuo di informazioni che la rete offre con quanto si trasmette in Tv, perché il tempo mediale in cui viviamo è compresso in un presente infinito dove «tutto è», sempre e contemporaneamente: la canzone-cantabile al Festival così come le canzoni-non-cantabili al Festival.
Il problema, infine, è il processo di normalizzazione di progetti come questo, che contribuisce ad abbassare costantemente la soglia critica di chi è chiamato ad educare le nuove generazioni. Vale per il Festival, vale per i Talent. E purtroppo vale anche per gli eventi ecclesiali:se una persona è famosa, non ci si chiede perché lo sia diventata, che cosa dica e cosa faccia, ma la si eleva misticamente al di sopra di ogni minimo dubbio, additando i critici come invidiosi e silenziandoli; è la mistica del successo, un meccanismo grazie al quale la persona famosa scende dal suo cielo per beneficiare, con la sua sola presenza, i meno fortunati, in una sorta di blasfema apparizione e successiva sparizione, tra sguardi ammirati, grida di gioia ed estasiati cori di ringraziamento, in un clima di sequestro emotivo ed intellettivo. 
Credo che sia arrivato il tempo di interrompere questa normalizzazione e ricominciare a distinguere il bene dal male, il grano dal loglio, anzitutto per proteggere i più piccoli. Conseguentemente credo che gli inviti, come vengono fatti, così possano essere ritirati. Anche al Festival. Non come punizione, ma come cura medicinale per il bene comune.

[*] Marco Brusati è professore a contratto di “Progettazione di eventi” nel master “Pubblicità istituzionale” dell’Università degli Studi di Firenze, direttore dell’Associazione Hope, progettista e coordinatore di eventi ecclesiali nazionali e internazionali, autore, blogger e conferenziere. Studia i processi di comunicazione applicati ai percorsi formativi, educativi, pastorali ed ecclesiali. Da diversi anni analizza l’influenza dei modelli mass-mediali sulla formazione dell’identità, personale e comunitaria, con un taglio antropologico. Dal 2017, ha aperto il blog Dire Oltre che ha superato i 700mila lettori. Tiene numerose conferenze e incontri di formazione. Si occupo anche di formazione per creativi con la finalità di stimolare la crescita di una generazione di artisti capaci, responsabili ed alleati delle agenzie educative: per questa specifica linea di intervento, dal 1998 dirige la Hope Music School della Associazione Hope. Ha progettato e diretto numerosi eventi ecclesiali, nazionali, internazionali e dieci incontri papali, incontrando oltre cinque milioni di persone.

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