Mala tempora currunt sed peiora parantur. Viralità del male, fanatismo, difesa tetragona del capo… l’era dei pasdaran

Dissero gli antichi – si nota che la storia del Homo sapiens sapiens è ciclica -corrono brutti tempi, ma se ne preparano di peggiori.
Quindi, come mi ha scritto ieri un amico, ci troviamo in una battaglia nella quale bisogna difendersi e rimanere saldi, nella fede, non nel potere umano nel quale tanto credono i pasdaran. E col quale si stanno suicidando, e se non facciamo la “buona battaglia”, ci trascineranno con loro, come già successo nel passato, non così lontano.

“Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione” (2 Timoteo 4:7-8).

È sotto gli occhi di tutti – ma solo coloro che vogliono guardare, vedono anche – che questi tempi brutti che non solo corrono ma che viviamo, sono caratterizzati dall’esaltazione della “viralità del male”, che si esprime in fanatica aggressività o intransigenza per una causa religiosa o politica, accompagnata da cieca ubbidienza ad un capo ed alla sua difesa tetragona.

Non desta meraviglia, quindi, che un amico vaticanista giovane – che si può definire ancora giornalista (e pochi ne sono rimasti, per di più diventati o aspiranti ad essere dei pasdaran) – mi ha suggerito di eleggere come parola del giorno per oggi (una mia rubrica da lunga data sul mio diario Facebook), il sostantivo maschile plurale “pasdaran”, appunto.

“Pasdaran” [in farsi il plurale di “pasdar”, che significa “colui che veglia”] è il nome con cui sono noti i membri del “Corpo dei guardiani della revoluzione islamica”, impegnati nella difesa da nemici interni ed esterni l’ordine instaurato con la rivoluzione islamica e nel sostegno delle istituzioni rivoluzionarie della repubblica islamica iraniana proclamata dall’Ayatollah Ruholla Khumaini, dopo la caduta dello scià Muhàmmad Rida Pahlavi, nel 1979.
Nati come una milizia di volontari con profonda fede ideologica, difatti sono massimamente fedeli al Capo Supremo, che è attualmente l’Ayatollah Seyyed (Signore) Ali Hoseyni Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, nonché massimo esponente nazionale del clero sciita. Con gli anni i pasdaran hanno ampliato molto il loro potere all’interno dello Stato e il corpo dei pasdaran dispone di circa 120.000 uomini suddivisi in forze di terra, aeree e navali. I pasdaran controllano anche delle milizie volontarie organizzate militarmente dette basiji, in cui si arruolano i più giovani.

Per estensione e in senso figurativo, il termine “pasdaran” è diventato simbolo di fanatica aggressività o intransigenza e viene utilizzato, sia per definire persone di opinioni politiche radicali e retrive, sostenitori fanatici e violenti (per di più verbalmente e metodologicamente) di una causa religiosa o politica, sia per indicare individui inclini al fanatismo, alla cieca ubbidienza ad un capo ed alla sua difesa tetragona.

L’etimologia della parola fanatismo – usata quasi sempre in accezione negativa ( anche se, per estensione, può indicare anche chi mostra o manifesta un entusiasmo eccessivo o esclusivo per qualcuno o qualcosa e, a Roma, di persona esagerata in ogni sua manifestazione) – deriva dalla sfera religiosa e porta al latino “fanaticum” (ispirato da una divinità, invasato da estro divino”, derivato di “fanum” (tempio), termine da avvicinare a “fas” (diritto sacro).

L’aggettivo e sostantivo maschile “tetragono” [dal greco tetrágonos, composto di “tetra-“ (tetra-, elemento compositivo corrispondente al numerale “quattro”) e “-gonos” (-gono, secondo elemento, atono, di nomi composti della geometria derivati dal greco o formati modernamente sul modello greco, che significa “angolo”)]. Il significato figurativo di “tetragono” per dire “fermo, costante, resistente a ogni urto e contrarietà; irremovibile”, deriva dai versi di Dante nel Paradiso, XVII, 23-24 (“avvegna ch’io mi senta Ben tetragono ai colpi di ventura”), mentre il concetto di stabilità, di fermezza viene alla parola dall’accezione che ebbe anticamente di “cubo, figura cubica”.

[*] Non da confondere con gono- (dal greco per “seme, organi genitali, generazione”), primo elemento di nomi composti della biologia, nelle quali indica relazione con l’atto generativo, con gli organi genitali o con il seme animale. Anche se questo potrebbe far pensare a “pirla”… anche se nel lungo elenco mancava proprio questo sinonimo quando ieri ho trattato dell’aggettivo e (più frequente) sostantivo maschile “gaglioffo”. Per restare in tema, ripropongo oggi questo post anche qui.

Un scarabeo stercorario, nome con cui vengono indicate diverse specie di scarabei, che creano pallottole di sterco facendole rotolare sul suolo, allo scopo di trasportare – lungo una linea retta orientandosi attraverso la luce emessa dalla Via Lattea e se incontrano un ostacolo, cercano di superarlo scavalcandolo, senza cambiare direzione – più facilmente il cibo verso un nascondiglio. Le pallottole di sterco servono come riserva di cibo o per deporvi le uova. L’uso più appropriato dell’aggettivo “stercorario” è in riferimento al Geotrupes stercorarius (l’esemplare nella foto), ma vengono comunemente chiamati “scarabei stercorari” anche altre specie.

“Gaglioffo” si dice di persona disonesta, priva di scrupoli, goffamente ridicola o buona a nulla; cialtrone presuntuoso, sciocco e ignorante, anche usato come epiteto ingiurioso; per non dimenticare l’accezione di balordo, bighellone, birbante, briccone, canaglia, cialtrone, delinquente, fannullone, farabutto, filibustiere, furfante, galeone, imbroglione, lazzarone, lestofante, malandrino, malfattore, malvivente, manigoldo, mariolo, mascalzone, miserabile, ozioso, pezzente, pigro, poltrone, ribaldo, sciocco, scioperato, stupido. E chi più ne ha, più ne metta.

I dizionari rilevano che l’etimo è incerto (probabile derivazione da una parola spagnola che vuol dire mendicante), ma non è etimologia che c’interessa, in questi tempi sconquassati che viviamo, che pullulano di gaglioffi, più fastidiosi e dannosi dei mosconi.

Contrari di gaglioffo sono galantuomo e gentiluomo. Ed è dire tutto.

“In questo punto dobbiamo imprendere dalli truffatori, e dalli gaglioffi, li quali, per provocare gli uomini ad aver compassione di se, si mostrano più tristi, e più miseri, e ‘nfermi, che non sono” [Fra Domenico Cavalca, O.P. (Vicopisano, 1270 circa-Pisa, 1342), “Frutti della Lingua”].

“Ma quell’altra, per poter meglio accattare, come gaglioffa, studiosamente si vestiva male”. “Sappi, messere, ch’egli è questo medesimo di prima, ma come gaglioffo mutò abito” [“Volgarizzamento delle Vite de’ Santi Padri”, opera antica; inserita tra i “Libri d’incerto o d’incognito autore”, probabilmente attribuibile a Fra Domenico Cavalca, O.P.]

Copertina del libro di Federico Mello “La viralità del male. Storie di nuovi fanatici”, edito da Baldini & Castoldi 2017. «Al “fanatismo come l’abbiamo conosciuto” negli ultimi anni si sono aggiunte forme nuove, più solipsistiche: il “fanatismo da cameretta”, il “fanatismo dell’Io e i lupi solitari” e ci sono anche “i nichilisti senza utopie”. Tutte forme impensabili prima dell’avvento di Internet, non facili da prevedere e neanche da combattere. In questo libro Federico Mello, giornalista, classe 1977, racconta i nuovi fanatici, raccogliendo le loro storie, le loro allucinazioni e le loro psicosi. Sempre più spesso il terrore invade le nostre città lasciandoci attoniti. Il fanatismo che sembrava governabile, nella nostra società ipermediatica è invece progressivamente esploso e ci minaccia da vicino, insidia le nostre vite, punta a trasformare le nostre sicurezze in paura. “Sul web ogni tipo di fanatismo è in grado di offrire una sua bolla nella quale chiunque può rinchiudersi, ognuno può trovare la ‘pace dietro le sbarre di una visione assoluta’ che taglia il mondo fuori. È così che il male diventa virale”, scrive Mello. “La paura è un prodotto efficace tanto sul mercato della politica che in quello editoriale – scrive Mello -. In forme varie e diverse intensità, dei tratti fanatici si sono radicati nell’offerta politica populista che basa la sua propaganda su una divisione della società in bianco e nero, in buoni e cattivi… Eppure quella della convivenza è l’unica strada percorribile, l’unica con un futuro davanti”. A sottolineare questo concetto, il libro è dedicato a Valeria Solesin, la studentessa veneta morta nell’attentato del Bataclan a Parigi nel novembre 2015. Viveva da quattro anni nella capitale francese ed era dottoranda in demografia all’Università della Sorbona. “In quei giorni terribili che seguirono la morte di Valeria, non una parola di odio, di divisione, di astio, venne dai suoi cari”, ricorda il giornalista. I suoi funerali furono una “cerimonia laica e civile aperta a tutte le religioni” e il padre della ragazza ringraziò i rappresentanti delle religioni presenti descrivendoli come “il simbolo del cammino comune degli uomini nel momento in cui il fanatismo vorrebbe nobilitare il massacro con il richiamo ai valori di una religione”. “Ecco, contro ogni fanatismo vecchio e nuovo non arrendersi vuole dire esattamente quello che ha fatto la famiglia Solesin – conclude Federico Mello -. Non rispondere al fanatismo cieco con un fanatismo uguale e contrario, non rispondere con bestialità alla bestialità”. Insomma “restare umani”, come sosteneva Vittorio Arrigoni, l’attivista e pacifista italiano rapito a Gaza e ucciso da un gruppo di terroristi nell’aprile del 2011. Un’altra citazione che non manca in questo libro» (ANSA).
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