Un appello per i profughi detenuti in Libia

E’ Il primo migrante morto del 2020 quello il cui corpo è stato ritrovato su una spiaggia della Sirte e di cui dà conto il Lybia Obsrver. A testimonianza del fatto che la presenza di navi Ong non fa da fattore di attrazione per i trafficanti che, nonostante la loro presenza, non stanno evidentemente facendo partire i migranti nonostante la drammatica situazione in Libia.

A tal proposito è stato rilanciato un appello dal direttore dell’Agenzia Habeshia, don Mussie Zerai, a cui è arrivata ad ottobre dello scorso anno una lettera di alcuni di loro dal Centro di detenzione Zawiya, per la liberazione dei prigionieri trattenuti nei lager libici, di cui molti sono cattolici, usato come deposito delle armi:

“Circa 650 persone, donne e uomini di diverse nazionalità di cui 400 eritrei ed etiopi, viviamo costantemente nella paura, perché sentiamo continuamente spari nelle vicinanze, noi chiusi qui, senza protezione, senza vie di fuga in caso di attacco, rischiamo la vita.

Il nostro lager è usato anche come deposito di armi questo fatto aumenta il rischio che diventiamo probabile obiettivo militare, tra il 27 – 28 dicembre 2019 hanno bombardato alcune strutture molte vicine al nostro, questo fatto aumenta il terrore che pervade tutti noi”.

I profughi, soprattutto eritrei ed etiopi, costretti a fuggire dai propri Paesi, hanno raccontato la ‘vita’ nel lager: “Dal punto di vista interno a questo lager, si può dire che viviamo in un porcile.

Si erano affacciati per un attimo medici  circa un mese fa, poi non gli abbiamo più visti. Noi abbiamo bisogno urgente di controlli medici tutti, sopratutto che si prendano cura delle persone già in evidente stato di necessità, che gli vediamo davanti a noi consumarsi, come se fossero delle candele arse dalla malattia, che gli sta consumando da dentro.

Ora ci sentiamo abbandonati, molti di noi sono caduti in depressione, altri tentano la fuga per prendersi la via del mare, tutto questo dalla disperazione in cui siamo lasciati a sopravvivere. Abbiamo casi di tentato suicidio, tra coloro che sono da un anno e più, costretti a spostarsi da un lager ad un altro, senza vedere uno spiraglio per il loro futuro. Poche settimane fa una donna malata che non ha trovato le cure è morta qui, anche una bambina 3 anni, ha perso la vita dopo una caduta, per il mancato di un tempestivo soccorso è morta”.

Ed infine l’accorato appello del sacerdote eritreo per la liberazione di queste persone: “Ecco da ogni punto di vista viviamo in pericolo costante, per non parlare delle privazioni, e il degrado e le condizioni degradanti per la nostra dignità umana in cui siamo costretti a sopravvivere.

Chiediamo l’aiuto di tutte le istituzioni europee e delle agenzie umanitarie di mobilitarsi per trovare e mettere in atto un piano straordinario di evacuazione di queste Persone vulnerabili che oggi si trovano nelle condizioni descritte dalle testimonianze che abbiamo raccolto. Ogni tentennamento e rinvio mette in pericolo la vita di centinaia di vite umane”.

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