Arcivescovo di Milano solidale con il prete anti-Salvini dopo la condanna

L’Arcivescovo di Milano S.E.R. Mons. Mario Delpini ha espresso di persona la sua solidarietà a Don Giorgio De Capitani, il prete condannato l’11 novembre 2019 per diffamazione dal Tribunale di Lecco a seguito di una querela del leader della Lega ed ex-ministro degli Interni Matteo Salvini.

L’ha detto all’ANSA lo stesso Don Giorgio che ha ricevuto la visita dell’Arcivescovo di Milano nella sua abitazione a La Valletta Brianza in provincia di Lecco.”È stato un bell’incontro – ha raccontato il prete famoso per le sue invettive contro Silvio Berlusconi prima e Matteo Salvini poi – gli ho detto tutto quello che dovevo dire e l’Arcivescovo mi ha espresso la sua solidarietà, al di là del modo di pensare di ciascuno, autorizzandomi a rendere noto l’incontro”. Don Giorgio De Capitani ha raccontato poi questo pomeriggio sul suo sito ciò che è successo, iniziando con: “Non tutto il male vien per nuocere!”, perché la sentenza di condanna “è stata una ‘bomba’ che ha scatenato anche un’apertura ‘provvidenziale’ dagli aspetti diversi”.

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L’arcivescovo Mario Delpini viene di persona a esprimermi solidarietà!
di Don Giorgio De Capitani
Dongiorgio.it, 24 novembre 2019

Non tutto il male vien per nuocere!

La sentenza di condanna dell’11 novembre scorso, emessa nei miei confronti dal Tribunale di Lecco (giudice monocratico Nora Lisa Passoni), una sentenza pesantissima tanto da “scandalizzare di brutto” tantissime persone che conosco e anche gente che non conosco, è stata una “bomba” che ha scatenato anche un’apertura “provvidenziale” dagli aspetti diversi: dalla mia presa di coscienza che per certe battaglie politiche ed anche ecclesiali non occorre insistere perennemente sullo stesso metodo, ma che a una certo punto si deve cambiare tattica (mi sono già ripromesso di farlo, da subito, senza tuttavia cedere di un millimetro), fino ad assistere, quasi meravigliato, fortemente meravigliato, al risveglio di quella chiesa milanese, che negli anni passati ho combattuto, forse con troppa audacia, visto che man mano che il tempo passava il silenzio si intensificava come una cappa di piombo sulla mia residenza privatamente forzata.

Sì, pestavo sempre più i piedi in attesa che qualche pezzo grosso della Curia milanese reagisse, nella speranza che si aprisse qualche spiraglio per un dialogo, all’inizio magari difficile, ma che avrebbe portato, con la buona volontà di tutti, ad una soluzione pacifica.

No! Ci è voluto una condanna pesante perché succedesse come un miracolo. Prima la telefonata (subito dopo la sentenza) di monsignor Franco Agnesi, con cui il Vicario Generale della Diocesi milanese mi esprimeva sentitamente solidarietà, disposto anche, forse in nome della Curia, di aiutarmi economicamente, vista l’ingente somma che “dovrei” versare a Salvini e allo Stato, e poi, dopo qualche giorno (14 novembre) lo stesso arcivescovo di Milano, Mario Delpini, scriveva di suo pugno un biglietto in cui mi diceva:

Nei giorni precedenti l’incontro, mi ero posto diverse domande sul perché della visita così inaspettata dell’arcivescovo a casa mia, in località Perego (La Valletta Brianza). Una cosa era sicura: tutto è successo, subito dopo quella “maledetta” e “benedetta” sentenza giudiziaria per la querela di Matteo Salvini nei miei riguardi.

Prima che mi arrivasse il biglietto dell’arcivescovo (ci ha messo 6 giorni di tempo!), avevo realizzato un video, in cui, dopo l’incontro di Salvini-Ruini e dopo l’invito da parte del leader leghista per un altro incontro al cardinale di Bologna Matteo Zuppi, con il proposito di allargare i colloqui ad altre autorità ecclesiastiche, ebbene, in quel video, dopo aver stigmatizzato il colloquio tra l’altro privatissimo tra Salvini e Ruini, avevo posto qualche domanda alla Curia milanese: quale sarebbe stata la sua scelta? accettare l’incontro con Salvini oppure rifiutarlo?

Ed ecco la risposta immediata dell’arcivescovo, che ha espresso esplicitamente con una visita personale la sua solidarietà nei miei riguardi.

Non è difficile vedervi una scelta esplicita della Curia milanese, che ha preferito solidarizzare con un prete anti-salviniano nell’anima e nel corpo.

Questa è la realtà dei fatti. Certo, si può discutere sulle mie supposizioni, ma è veramente difficile confutarle.

Aggiornamento

Don Giorgio De Capitani: dagli insulti a Delpini a prete anti-Salvini. La lezione di un vescovo «incapace»
di Simone M. Varisco
Caffestoria.it, 25 novembre 2019

L’arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini visita il sacerdote anti-Salvini Giorgio De Capitani. Che prima di Salvini, insultava lui. La lezione di un arcivescovo definito «incapace».

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Fa notizia in queste ore la visita dell’arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini al sacerdote ambrosiano Giorgio De Capitani, condannato lo scorso 11 novembre dal Tribunale di Lecco a seguito di una querela presentata dal leader della Lega ed ex ministro degli Interni Matteo Salvini per i commenti diffusi a più riprese dal sacerdote sul proprio blog.

Dal canto suo, la Curia di Milano in una nota spiega che «l’arcivescovo è andato a trovare un suo prete, come fa con tanti altri». Un linguaggio diplomatico, che però non basta a ridimensionare la portata umana dell’incontro fra l’arcivescovo e don Giorgio De Capitani, che per le implicazioni istituzionali e personali è in grado di evocare pagine simili del passato, come l’incontro in ospedale fra il card. Angelo Bagnasco e don Andrea Gallo, nel 2013, con quest’ultimo già gravemente malato.

Perché se negli ultimi mesi don Giorgio De Capitani è divenuto noto soprattutto per le sue posizioni contro Matteo Salvini, da anni lo è per quelle, non meno dure, nei confronti dell’Arcidiocesi di Milano, a cominciare proprio dalla sua guida attuale, mons. Delpini. «Ho ascoltato l’intervento finale di Mario Delpini», scrive don Giorgio De Capitani il 10 marzo scorso, a commento di un dibattito fra l’Arcivescovo e alcuni amministratori locali del lecchese. «Ancora una volta ho ascoltato parole vuote, senza senso, insulse, scoraggianti, deludenti, veramente offensive nei riguardi delle autorità presenti», proseguiva il sacerdote dal suo blog. «Mario Delpini non sa che cosa sia né il bene comune né il pensiero. Ha le idee confuse. Ha il cervello vuoto! Finché sarai seduto sulla cattedra di Sant’Ambrogio in Milano sentirò il dovere di urlare: Dimettiti!». Entrando, poi, a gamba tesa in vicende delicate che coinvolgono la Chiesa milanese. «Non è solo per il caso di don Mauro Galli, condannato per pedofilia, che tu [Mario Delpini, NdR] hai cercato di coprire, ma perché la tua pastoralità, ovvero il tuo essere pastore alla guida della Diocesi milanese, è del tutto inutile ed è dannosa. Ciò che è inutile è anche dannoso, proprio perché, essendo inutile, crea un buco, la cui vacuità peserà sul futuro della Diocesi milanese. Qualcuno mi dice: “Dovrebbe essere lui a capirlo!”. No, non lo capirà mai, chiuso com’è in una tale supponenza che gli fa credere di avere un carisma fuori del comune».

Di insulto in insulto, don Giorgio De Capitani non si fa scrupolo di cavalcare il plauso di un certo pubblico, facendosi una reputazione in Rete. Di che tipo, a giudizio dei lettori. Il sacerdote ne ha per tutti: da papa Francesco («Una buona dose di superficialità con cui sta guidando la Chiesa cattolica, con quel buonismo tipico di chi crede di conquistare il mondo spargendo sorrisi, facendo battute ad effetto») a Donald Trump («Va ammazzato»), passando per il mondo politico e giornalistico italiano («Corradino Mineo, un frustrato vittima di un complesso di inferiorità»).

Ma è nei confronti della Curia di Milano che le critiche accalorate del sacerdote arrivano ad essere una vera e propria “linea editoriale”, già evidente nei titoli degli articoli di De Capitani: «Mario Delpini, non sai fare il “vescovo”! Fai il politicante balbettando “invano”! Applausi al nulla! Poveretto! Per fortuna che a Milano c’è Giuseppe Sala!», «Mons. Delpini tentò di insabbiare l’abuso sessuale di don Mauro Galli: Papa Francesco fino a quando potrà ignorare il caso?», fino ad apici di cattivo gusto quali «Mons. Delpini è “CACA” Sterco: parola di papa Francesco!». Né, tantomeno, si limitano ad unica persona. Anche il card. Angelo Scola, infatti, è stato per anni nel mirino del sacerdote, che recentemente concludeva: «Abbiamo avuto un altro vescovo, il suo predecessore, con dei problemi di equilibrio su cui non vorrei infierire, ma Angelo Scola, al confronto con Delpini, era un genio».

E oggi? Nel dare notizia della visita ricevuta da mons. Delpini, «senza tuttavia cedere di un millimetro», don Giorgio De Capitani giudica di avere “donato” le proprie sparate in pasto al pubblico della Rete «forse con troppa audacia». Eppure, proprio rispetto ad esse De Capitani rivendica uno scopo e, in certa misura, anche un risultato. «Sì, pestavo sempre più i piedi in attesa che qualche pezzo grosso della Curia milanese reagisse, nella speranza che si aprisse qualche spiraglio per un dialogo, all’inizio magari difficile, ma che avrebbe portato, con la buona volontà di tutti, ad una soluzione pacifica. No! Ci è voluto una condanna pesante perché succedesse come un miracolo». Un “miracolo” non soltanto spirituale ed umano, ma anche estremamente pratico, se è vero, come riferisce lo stesso De Capitani, che in una telefonata giunta subito dopo la sentenza di condanna mons. Franco Agnesi, vicario generale dell’arcidiocesi di Milano, gli «esprimeva sentitamente solidarietà, disposto anche, forse in nome della Curia, di aiutarmi economicamente, vista l’ingente somma che “dovrei” versare a Salvini e allo Stato». Non male per una diocesi che don Giorgio definisce «cieca e interdetta». Ma evidentemente non sorda alle urla di aiuto esistenziale, nella forma di sproloqui, di un sacerdote in palese disagio umano e spirituale. Una grande lezione di misericordia da parte di un vescovo definito «incapace», con buona pace per De Capitani, che nel 2015 titolava: «Giubileo, vaff….».

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