In Libia la tragedia continua

Nell’Angelus domenicale papa Francesco ha ricordato i morti causati da un attacco aereo in Libia: “anche se sono passati alcuni giorni, invito a pregare per le povere persone inermi uccise o ferite dall’attacco aereo che ha colpito un centro di detenzione di migranti in Libia. La comunità internazionale non può tollerare fatti così gravi. Prego per le vittime: il Dio della pace accolga i defunti presso di sé e sostenga i feriti. Auspico che siano organizzati in modo esteso e concertato i corridoi umanitari per i migranti più bisognosi”.

Infatti nei giorni scorsi la Libia è tornata sotto i riflettori mondiali dopo un attacco aereo che ha ucciso almeno 44 persone in un centro di detenzione migranti a Tripoli. Decine di migranti sono stati uccisi nel bombardamento di un aereo dell’aviazione del generale Haftar, che ha compiuto contro un centro per migranti adiacente alla base militare di Dhaman, nell’area di Tajoura.

La base di Dhaman è uno dei depositi in cui le milizie di Misurata e quelle fedeli al governo del presidente Fayez al-Serraj hanno concentrato le loro riserve di munizioni e di veicoli utilizzati per la difesa di Tripoli, sotto attacco dal 4 aprile dalle milizie del generale della Cirenaica. ‘Nell’hangar in cui alloggiavano c’erano più di 200 migranti’, ha detto Osama Alì, un portavoce dei servizi di soccorso del Governo di Tripoli: nella notte le ambulanze hanno fatto la spola con gli ospedali per trasportare i feriti ma si sono dovute occupare anche dello sgombro dei cadaveri, in una situazione di caos assoluto.

Per questo attacco Amnesty International ha chiesto al Tribunale penale internazionale di aprire un’indagine urgente: “Questo attacco mortale, contro un centro di detenzione in cui erano intrappolate senza via di fuga oltre 600 persone e la cui ubicazione era nota a tutte le parti in conflitto, dev’essere indagato in modo indipendente come crimine di guerra. Il Tribunale penale internazionale dovrebbe valutare immediatamente l’ipotesi che si sia trattato di un attacco diretto contro civili”, ha dichiarato Magdalena Mughrabi, direttrice per il Medio Oriente e l’Africa del Nord di Amnesty International.

Inoltre la direttrice ha precisato che l’attacco è una conseguenza delle politiche europee in Libia: “Il brutale massacro è un maledetto esempio delle conseguenze mortali delle ciniche politiche della Libia e dell’Europa in materia d’immigrazione. La cooperazione reciproca per fermare i flussi di migranti e rifugiati significa che, anziché avere a disposizione percorsi legali e sicuri per lasciare la Libia, migliaia di persone intercettate nel Mediterraneo centrale vengono riportate indietro, arrestate arbitrariamente e trasferite nei centri in cui sono esposte alla tortura e a pericoli mortali…

Molte delle vittime dell’attacco erano migranti e rifugiati fuggiti da bagni di sangue, persecuzioni e povertà in cerca di una vita migliore e che invece si sono trovati incarcerati a tempo indeterminato in un centro di detenzione libico vicino alle zone di combattimento”.

Infine Amnesty International è riuscita a parlare con tre rifugiati eritrei detenuti nel centro di Tajoura. Secondo le testimonianze, un primo colpo ha centrato un hangar adiacente, il successivo cinque minuti dopo ha raggiunto la zona centrale dov’erano detenuti gli uomini. Circa 300 migranti e rifugiati, diversi dei quali erano stati riportati in Libia dopo essere stati intercettati in mare, sono ora nelle strade di Tajoura, impauriti e in attesa di assistenza.

Amnesty International ha anche analizzato video e fotografie pubblicate dopo l’attacco. Una fotografia mostra un cratere largo sette metri, un danno compatibile con l’uso di una bomba aerea. Anche se non è stato ancora accertato chi sia dietro l’attacco, questa settimana varie fonti hanno segnalato che l’Esercito nazionale libico aveva recentemente ricevuto degli jet F-16, in grado di compiere attacchi notturni e di fare danni del genere.

Dalle ricerche di Amnesty International è emerso che nei pressi del centro di detenzione di Tajoura era ubicato un deposito di armi. Dopo che il 7 maggio era stato colpito un veicolo distante 100 metri dal centro di detenzione, Amnesty International aveva segnalato alle autorità libiche che esse stavano mettendo in pericolo la vita dei migranti e dei rifugiati trattenendoli arbitrariamente presso obiettivi militari.

Anche l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati aveva chiesto il trasferimento dei migranti e dei rifugiati trattenuti nei centri situati nelle vicinanze delle zone interessate dal conflitto. Amnesty International è stata in grado di accertare che alcuni detenuti del centro di Tajoura sono stati costretti a lavorare in un sito militare nelle vicinanze, anche in questo caso un’evidente violazione del diritto internazionale.

Nel frattempo Medici senza Frontiere hanno denunciato che negli ultimi nove mesi, almeno 22 persone sono morte per malattie, probabilmente tubercolosi, nei centri di detenzione di Zintan e Gharyan, situati nel Gebel Nefusa, una regione montagnosa a sud di Tripoli. Per mesi, in alcuni casi addirittura per anni, centinaia di persone, bisognose di protezione internazionale e registrate come rifugiati o richiedenti asilo dall’Unhcr sono state abbandonate in queste strutture praticamente senza assistenza.

Dal settembre 2018 a oggi sono morte in media da due a tre persone ogni mese. Quando Msf si è recata sul posto per la prima volta lo scorso maggio, circa 900 persone erano detenute a Zintan, di cui 700 in un capannone sovraffollato, con a malapena quattro servizi igienici funzionanti, accesso irregolare ad acqua non potabile e nessuna doccia.

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