Jean Vanier: un uomo della festa

“Cercando di vivere unito a Cristo, attraverso il quale Dio ha preso tutte le nostre debolezze, Jean Vanier ha fatto in modo che le persone più fragili, e troppo spesso rigettate, siano accolte e riconosciute in quanto fratelli e sorelle, nel rispetto delle differenze religiose e sociali. Perciò, chiedo al Signore di proteggere la grande e bella famiglia dell’Arca… nella fedeltà all’intuizione evangelica di Jean, tutte le comunità possano continuare ad essere luoghi di festa e di perdono, di compassione e di gioia, mostrando che ognuno, qualunque sia la sua disabilità, è amato da Dio e chiamato a partecipare ad un mondo di fraternità, di giustizia e di pace”.

Così ha scritto papa Francesco nel messaggio letto da mons. Pierre d’Ornellas, arcivescovo di Rennes e rappresentante della Chiesa cattolica presso l’Arca internazionale, all’inizio della celebrazione funebre del fondatore dell’Arca, a cui hanno preso parte anche mons. Tra questi Jacques Benoit-Gonnin, vescovo di Beauvais, e il suo predecessore mons. Jean-Paul James, Stephen Conway, vescovo anglicano di Ely, e fratel Alois, priore della Comunità di Taizé.

Nell’omelia mons. D’Ornellas ha ricordato il messaggio di vita, lasciato in eredità dal fondatore dell’Arca: “Jean, nostro fratello e nostro amico, ci lascia un messaggio, o piuttosto ci affida una Parola. L’abbiamo udita nei passi della Bibbia che sono stati appena proclamati. Jean li ha scelti personalmente per sé e per noi, in vista di questo giorno. Insieme formano una Parola che è entrata nel nostro cuore. Ha meditato questa Parola nei 55 anni trascorsi all’Arca e nei 48 anni vissuti con gli amici di Fede e Luce”.

E proprio il vangelo è stato la scintilla che ha permesso di fondare l’associazione: “Questa Parola ha interpellato Jean in vista della creazione dell’Arca, affinché questa fosse un’umile e viva luce in 40 paesi e oltre. Questa Parola ha guidato Jean nei suoi incontri con gli esclusi, i reietti, i detenuti, in tutto il mondo: proprio loro, con le loro sofferenze e il loro grido per stabilire una relazione, hanno toccato e infranto il cuore di Jean. Grazie a loro, lui ha compreso meglio l’immensa profondità della parola che risuonava nel suo cuore. Grazie a loro, questa Parola è cresciuta in lui”.

Inoltre la Parola di Dio lo ha indirizzato nella ricerca dell’unità: “L’ha spinto a operare per l’unità tra i cristiani e a lavorare per la pace tra le religioni. Grazie a questa Parola, ha compreso che l’umanità e la povertà sono il cammino più sicuro per l’unità, per la pace, per la fraternità. Jean era tormentato dalla pace, ne era assetato. Era abitato da un immenso desiderio: che gli uomini vivessero come fratelli, al di là delle differenze della loro confessione religiosa o della loro appartenenza sociale e culturale!”

Insomma la vita di Vanier è stata una ‘perpetua conversione’: “Questa Parola è anzitutto un gesto, quello di Gesù. Egli depone le vesti, che sono forse il segno della sua appartenenza sociale. Se ne disfà. Prende un asciugatoio, quello del servizio, e si mette in ginocchio per lavare i piedi dei suoi discepoli. Gesù si fa debole dinanzi a noi. Per toccare i nostri cuori e guarirli, non usa altri mezzi se non presentarsi a noi nella sua debolezza, come l’ultimo dei servi. Attraverso la sua debolezza, lava i nostri cuori induriti dall’orgoglio e barricati nel potere, nella sicurezza, nella certezza di avere ragione”.

Ed ha ricordato il gesto dell’umiltà, sempre ricercata dal fondatore: “E’ mettersi alla scuola dell’umiltà e dell’amore, è guardare l’altro con rispetto e delicatezza. E’ imparare che ‘la debolezza è il luogo della relazione e dell’aiuto reciproco’, come ricorda Jean nel suo ultimo libro. Ma chi lava meglio i piedi? Le persone che più assomigliano a Gesù nella loro debolezza e nella loro semplicità. Sì, sono le persone deboli, rese fragili, che ammettono la loro vulnerabilità!

Le persone con una disabilità mentale sanno lavare i nostri piedi offrendoci la loro relazione e la loro amicizia che ci trasformano nel più profondo dei nostri cuori. La loro debolezza bussa alla porta dei nostri cuori affinché accettiamo tutti di non avere più che una sola forza, quella di amare e di lasciarci amare. La loro sete dell’incontro ci invita a sbarazzarci di tutto ciò che, in noi, ostacola il vero incontro e la fedeltà dell’amicizia”.

Altresì ha ricordato, attraverso la lettura di alcune lettere, che egli sapeva scorgere la bellezza in ogni persona: “Dinanzi all’infinita bellezza di ogni persona, come non essere sconvolti scoprendo che ognuna è così infinitamente preziosa! Come non impegnarsi allora affinché ogni persona venga liberata dalle catene ingiuste che l’imprigionano? Come non darsi all’altro affinché i gioghi interiori ed esteriori che l’opprimono scompaiano, di modo che la sua collera e la sua rivolta si plachino?

Come non lottare affinché le persone oppresse dal disprezzo, dall’esclusione e dall’indifferenza ritrovino la libertà dei figli di Dio grazie al rispetto, alla considerazione e alla compassione? Ecco la ‘giustizia’ alla quale la parola profetica invita tutti noi oggi”.

Quindi l’Arca è un segno di ‘aurora’ per il mondo: “Questa è l’Arca: un segno che illumina molti alla ricerca della vera vita. L’Arca è segno perché è un mistero di relazione e di compassione, dove i cuori si uniscono per la pace. Jean Vanier ne è stato l’araldo”. L’omelia è terminata con la lettura di un suo scritto del 1988: “In un mondo che incoraggia costantemente le persone a salire i gradini della scala sociale, lo Spirito Santo ci insegna a scendere in fondo alla scala per trovare la luce nel cuore dei poveri. Ciò sembra folle, anzi impossibile”.

Al termine fratel Alois ha ricordato l’amicizia tra Vanier e fratel Roger nella difesa dei ‘vulnerabili’: “Da moltissimi anni un’amicizia profonda univa Jean e fratel Roger, l’Arca e la nostra comunità. Dopo la morte di fratel Roger, questa amicizia è continuata e io stesso ho spesso vissuto momenti di condivisione assieme a Jean, durante le nostre reciproche visite a Trosly o a Taizé.

Eravamo felici di accoglierlo sulla nostra collina, dove veniva volentieri per pregare con noi e per parlare ai giovani di ciò che gli stava talmente a cuore. Siamo colmi di gratitudine per la stretta collaborazione che si è stabilita fra l’Arca e la nostra piccola fraternità formata da alcuni fratelli che vivono in Bangladesh. Vorrei sottolineare anche quanto sia positivo per molti nostri giovani fratelli passare alcuni mesi in una comunità dell’Arca”.

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