La Chiesa ha festeggiato san Maroun per la convivenza delle fedi

Presso il Pontificio Collegio Maronita in Urbe sabato 9 febbraio è stata celebrata la Divina Liturgia in rito siro-antiocheno maronita in occasione della Solennità di san Maroun, patrono e fondatore della Chiesa di Antiochia dei Maronita, presieduta dal procuratore presso la Santa Sede e rettore, mons. Francois Eid.

Nell’omelia il rettore ha ricordato la fedeltà alla fede della Chiesa maronita: “Dopo la partecipazione al Concilio di Calcedonia (451), i Maroniti sapevano che la loro fede era in pericolo, a causa delle persecuzioni; perciò, lasciarono la fertile Siria del Nord verso la Montagna arida del Libano, preferendo la libertà alla prosperità. Lì sono rimasti per più di 500 anni nascosti nella Valle Santa di Qadisha, come i cenobiti, dimenticati da tutti.

Perciò, la loro fede generò santità, e molti si misero sulla sequela di San Marun seguendo il suo modello nella via della perfezione. Da questa scuola di santità emersero poi San Charbel e i suoi Confratelli che formarono il tesoro più prezioso che il Signore abbia mai donato alla Chiesa Maronita”.

Ha anche ricordato in quale modo i Maroniti fondarono il Libano: “Una volta tornati al Paese dei Cedri, aprirono scuole gratuite sotto le querce e nei conventi per insegnare ‘le verità della fede e le scienze utili’. Più tardi, nel 1736, venne celebrato il Sinodo Libanese, e promulgò l’obbligo e la gratuità dell’insegnamento, anche alle donne; quindi le scuole furono aperte per tutti: Cristiani, Musulmani e Drusi dando vita alla Rinascita Culturale Araba.

Basta considerare, che 40 anni dopo la fondazione dell’Ordine Religioso Maronita (Libanesi e Mariamiti), sono state istituite 16 scuole: 12 nei villaggi cristiani, una a Deir el Kamar, per i Drusi e tre per i Musulmani di Tripoli, Saida e Akka. Questo servizio d’insegnamento non impedì ai Maroniti di occuparsi anche dei servizi sociali, educativi, agricoli, economici e politici…a beneficio di tutti.

Così nacque il Libano, Paese d’incontro tra il Cristianesimo e l’Islam, modello di convivenza tra 18 comunità religiose diverse e messaggio di dialogo e di pace per l’Oriente e l’Occidente. Attualmente, solo nel Libano, la festa dell’Annunciazione a Maria è una festa nazionale, per i cristiani e i musulmani”.

Citando il filosofo libanese ortodosso Charles Malek, presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ministro degli Esteri del Libano negli anni 50, consigliere personale del grande Patriarca di Costantinopoli Atenagora, ha ricordato di pregare “perchè tutti i Maroniti possano riscoprire la loro identità originale, cioè di essere pellegrini nella fedeltà alla loro fede in Dio, radicali nella santità di vita, ed umili nel servizio dei fratelli, tutti i fratelli, nella carità di Cristo; così, a sequela del loro Padre e Patrono San Marun, e come il ‘chicco di grano caduto in terra e morto’ producano frutti di riconciliazione, di concordia e di pace”.

Al termine della celebrazione il card. Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, ha ricordato il viaggio del papa negli Emirati Arabi Uniti e l’incontro dello scorso luglio a Bari: “Nell’incontro di Bari lo scorso 7 luglio come ad Abu Dhabi una settimana fa, quelli che sono stati negli ultimi anni attraverso le definizioni dei Sommi Pontefici dei titoli riservati all’amato Libano, si sono come distesi nei gesti e nel desiderio a tutto il Vicino e il Medio Oriente: l’incontro tra leader e seguaci delle diverse confessioni cristiane e diverse religioni, iniziando dai tre monoteismi che si richiamano in diverso modo alla fede di Abramo, sono stati un messaggio e un laboratorio.

Un messaggio, perché l’esperienza stessa dello stare insieme, dello stringersi la mano, senza rinnegare o mettere da parte la propria identità e tradizione, ha rilanciato davanti agli occhi di tutti la possibilità di una convivenza pacifica, mettendo al bando ogni forma di violenza verbale o fisica o visioni fondamentaliste che piegano il nome di Dio a progetti di conquista o potere”.

La Chiesa considera la terra libanese un ‘laboratorio’ di pace delle fedi: “Il Libano dunque, ben lieto di aver ‘prestato’ il suo essere Paese Messaggio e Laboratorio di convivenza e di pace, dovrà essere in prima linea in questo nuovo cammino, di speranza e di riconciliazione, e particolare responsabilità hanno la Chiesa Maronita, nei suoi Pastori e nei suoi fedeli: potrebbe sembrare un compito troppo arduo, di fronte alle immani sfide della vostra società…

Oggi il Signore ci riporta negli occhi e nel cuore il segreto per superare ogni ostacolo e ogni sfida, con fiducia e determinazione: la santità del patrono e fondatore San Maroun. Il suo rifugiarsi sulla montagna che non è un ritirarsi in disparte dal mondo, ma il mettere le profonde radici in Dio, unica vera sicurezza e difesa per i maroniti lungo la storia secolare:

lo spirito contemplativo di preghiera e la capacità di lavorare per la costruzione di un mondo più giusto e più vero, non per proprio vantaggio e tornaconto, ma come servizio all’umanità sul modello di Cristo, venuto non per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto per tutti”.

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