Dalle diocesi: Natale è l’accoglienza di Dio incarnato

Nell’Angelus prenatalizio papa Francesco ha invitato i credenti a prepararsi al Natale imitando Maria: “L’evento della nascita di Gesù è cominciato così, con un semplice gesto di carità; del resto, la carità autentica è sempre frutto dell’amore di Dio. Il Vangelo della visita di Maria ad Elisabetta, che abbiamo ascoltato oggi nella Messa, ci prepara a vivere bene il Natale, comunicandoci il dinamismo della fede e della carità.

Questo dinamismo è opera dello Spirito Santo: lo Spirito d’Amore che fecondò il grembo verginale di Maria e che la spinse ad accorrere al servizio dell’anziana parente. Un dinamismo pieno di gioia, come si vede nell’incontro tra le due madri, che è tutto un inno di gioiosa esultanza nel Signore, che compie grandi cose con i piccoli che si fidano di Lui”.

Ed in tutte le diocesi italiane i vescovi hanno inviato ai fedeli lettere per affermare che dal Natale è nato un Amore senza limiti come il vescovo di Treviso, mons. Gianfranco Agostino Gardin: “La piccola storia della nascita di Gesù ci rimanda inevitabilmente alla distanza smisurata che separa i privilegiati dagli scartati. E ci chiediamo: quando accadrà che la compassione farà breccia nel cuore di chi, anche se non lo dichiara a parole, proclama con i fatti: la tua miseria non deve disturbare il mio non voler mancare di nulla?

E senza che attorno a lui si dica: non sarà mica diventato un ‘buonista’! Ma se un leggero velo di tristezza provocato da questa sconcertante fatica di accogliere l’amore avvolge il nostro Natale, questo significa che il nostro Natale non è né cieco, né ingenuo, né falso… Ma dentro la storia di Gesù, svoltasi ai margini dell’impero e ignota ai grandi del tempo, un amore senza limiti si riversa sull’umanità.

In quella storia trovano senso e si caricano di significato anche le mille e mille vicende di amore, gli innumerevoli gesti di bontà, accoglienza, perdono, prossimità, tenerezza, che sono il fiume, sovente carsico, che rende viva e pulsante e feconda l’umanità che cammina lungo i secoli. Il velo di “tristezza natalizia” sopra evocato non oscura né dissolve la grande speranza che la venuta tra noi del Figlio di Dio suscita in chi la guarda da vicino, nella sua essenziale semplicità che è, nello stesso tempo, la sua incantevole grandezza”.

Dalla diocesi di Novara mons. Franco Giulio Brambilla invita a visitare il presepe sul lago di Orta: “E che c’entra il lago col mistero del Natale? Perché il Presepe costruito da mani creative su una piccola chiatta, quasi isola che emerge dalla superficie lacustre, ci fa sognare una nuova nascita? E ci richiama all’Isola di san Giulio, che affiora al centro del lago, cuore pulsante del silenzio e della preghiera, dove una comunità monastica da 45 anni prega per noi e con noi?

Anzi, ci ricorda la nascita di Gesù, il canto degli angeli e il mormorio leggero dei salmi, che ha attirato a sé molte persone in cerca di pace, di silenzio e di un minimo d’azzurro. Questo è il segreto di Nazareth, che Gesù ha vissuto tra la sua casa paterna e le visite sul lago di Tiberiade, nella Galilea delle genti.

Il Natale non è solo la nascita a Betlemme, ma la lunga gestazione durata trenta interminabili anni, in cui la Parola che viene dal seno del Padre cresce nel grembo della sua terra, sillaba la lingua di Maria e impara la fatica di vivere di Giuseppe. La Parola ‘viene tra la sua gente’ e ‘si fa carne’, per operare un prodigioso scambio tra i linguaggi umani e la Parola di Dio”.

Dalla diocesi di Pisa mons. Giovanni Paolo Benotto, cede la scena a Giuseppe, che nel raccontare quanto avvenuto la notte di Natale ricorda che “che il figlio di Maria e dell’Altissimo nacque in una stalla perché per noi non c’era posto in alcun alloggio del piccolo villaggio di Betlemme dove andavano a farsi censire i discendenti della stirpe di Davide: nome illustre, unico retaggio per gente povera come noi. Ma come? Un discendente di un re famoso come Davide, nasce in una stalla? In mezzo agli animali? Senza nessuna assistenza?

Non vi meravigliate: è successo in ogni epoca e continua ad accadere anche oggi! Però, per favore, non fateci l’abitudine! Fare l’abitudine alle cose più brutte è molto facile; anzi, spesso diventa una specie di ‘giustificazione’ condivisa da molti che prende sempre più piede a forza di slogan ripetuti ad oltranza che finiscono per fa apparire ‘vero’ e ‘normale’ ciò che è invece è tragica negazione della dignità della persona umana. Una dignità che ogni persona possiede in quanto tale e che nessuno, ripeto, nessuno, ha il diritto di calpestare o di vilipendere”.

Giuseppe, l’uomo dei sogni, sottolinea che “quei sogni non erano illusioni: Dio parla in tanti modi e che sa trovare la strada giusta per parlare al cuore di ciascuno, per rassicurarci nelle nostre indecisioni, per sostenerci nelle nostre fatiche. Mi sono fidato di Dio, così come poi mi sono fidato di Gesù. E non ho sbagliato”.

Dalla diocesi di Andria, mons. Luigi Mansi ha invitato i fedeli a scoprire il significato del Natale: “Torniamo alle radici: Cosa pensiamo davvero quando diciamo ‘Natale’? Cosa è il Natale? Chi è il Natale?

Riscoprire e riaffermare i veri significati della festa che sono quelli propriamente cristiani (Dio si è fatto uomo perché ha tanto amato il mondo) non significa rinchiudersi in un ghetto esclusivo, ma mostrare la creativa capacità di narrare con il linguaggio della nostra cultura in mutamento la perenne ‘buona notizia’ che riguarda tutta l’umanità: la nascita di Gesù, che è abbraccio tra giustizia e verità, è incontro fecondo tra cielo e terra, è speranza e promessa di pace e di vita piena. Insomma, Lui venuto a far risplendere la nostra umanità in tutta la sua bellezza”.

Dalla diocesi di Brescia, mons. Francesco Tremolada ha ricordato la nascita di Gesù in una mangiatoia: “La semplicità del bambino nella mangiatoia porta in sé la grandezza del Signore dei cieli: “una voce misteriosa e tenace, la voce della nostra coscienza, continua a ripeterci che noi veniamo dal cielo e che al cielo siamo destinati, che là i nostri nomi sono scritti, che siamo molto cari a Dio e che perciò il nostro cuore giustamente reclama grandi orizzonti. Il Natale del Signore è così anche rivelazione dell’umano in tutto il suo valore, nella sua ricchezza e dignità”.

Invece il vescovo di Cremona, mons. Antonio Napolioni, ha invitato a portare Gesù nelle strade della città: “Gesù per le strade dobbiamo anche portarcelo: quello vero, fatto di fiducia nella vita e di prossimità fraterna, fatto di speranza e di tenerezza. La gioia del Vangelo è troppo vera e grande per tenerla chiusa tra noi, nelle chiese e nelle ‘cose di chiesa’. Auguro ai cristiani un Natale entusiasticamente missionario, che contagi di amabile verità un mondo in cui troppi usano il nome e le cose di Gesù per far soldi o per avere voti. O peggio, per costruire muri e seminare paura”.

L’arcivescovo di Campobasso-Bojano, mons. Giancarlo Bregantini, ha descritto Natale come ‘il cielo in terra’ attraverso la condivisione: “La condivisione è disponibilità declinata in atti di vicinanza, di prossimità, di interessamento, dove si trova il coraggio di portare il naso fuori dalle proprie comodità nel gelo di chi non ha nemmeno il necessario e si cerca di dire all’altro con gesti concreti: ‘Tu mi sei caro!’.

Appare sempre più urgente che il principio fondamentale del Natale sia questo: non è possibile guardare a Dio, se non si guarda allo stesso modo il fratello. Accendere le luci artificiali, mentre si spegne il futuro di qualcuno. Natale è attenzione al miracolo, al dono dell’Incarnazione e della Sua Salvezza, a partire però da quella verso chi soffre, verso chi è vittima della corruzione, della miseria, della violenza, della discriminazione. Se si prescinde da ciò, il Natale non ha valore”.

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