Mons. Paglia: dopo il crollo la ricostruzione del noi

“Il Sinodo ha insistito molto sull’ascolto del mondo giovanile e ha cercato di riconoscere senza troppi filtri quello che effettivamente i giovani vivono, nella grande varietà di situazioni e di culture in cui sono inseriti: le loro domande, le loro inquietudini, la loro ricerca di significato per una vita che, nella precarietà del mondo contemporaneo, spesso percepisce il futuro più come una minaccia che come una speranza. E’ così emerso un quadro in rapida trasformazione per quanto riguarda i fondamentali riferimenti antropologici”:

così mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, è intervenuto all’inaugurazione del nuovo anno accademico dell’Istituto ‘Giovanni Paolo II’. Partendo da questa riflessione abbiamo incontrato mons. Paglia in una delle molte presentazioni del suo libro ‘Il crollo del noi’, vincitore della VI edizione del premio ‘Card. Michele Giordano’:

“Smettiamo di chiederci ‘Chi sono io?’ e chiediamoci invece ‘Per chi sono io?’. Solo così possiamo ragionare su una nuova forma di prossimità. Se vogliamo ritessere il ‘noi’ del convivere contemporaneo, sfidato e indebolito dalla globalizzazione, dobbiamo porci con forza e intelligenza questa domanda che apre la nuova frontiera della libertà. Una libertà che non è sinonimo di autonomia ma di pienezza di legami, la sola che può riportare al centro un contenuto essenziale del testo biblico: non è bene che l’uomo sia solo”.

Allora cosa succede se il ‘noi’ crolla?
“Penso che in queste zone bastano le case crollate. Invece più del discutere del crollo è importante ricostruire il ‘noi’ degli uomini e delle donne che sono la vera casa da abitare. Quindi ciascuno prenda un mattone e lo rimetta in piedi, perché il bisogno di fraternità e di comunione è la garanzia le età della vita con serenità”.

Il rapporto uomo/donna può essere un pilastro fondamentale per ricostruire il ‘noi’?
“Credo che insieme si costruisce una città a misura umana, perché è quello che Dio fin dall’inizio affidò all’uomo ed alla donna. A loro spetta il compito di costruire una bella città di affetti, comprendente bambini, giovani, adulti ed anziani. Questo è il grande compito che spetta all’alleanza tra uomo e donna. Se questa alleanza funziona, anche la storia funziona; se invece non funziona sempre ci saranno problemi”.

Ma quali sono le macerie che questo ‘crollo’ ha lasciato?
“Hanno molti nomi, ma possono essere raccolte sotto due concetti e cioè chiusure e ripiegamenti. Le macerie della paura collettiva, che è cresciuta a tal punto che nessuno riesce più a governarla e che si vede benissimo nella questione dell’immigrazione. C’è una paura isterica dell’altro, la sicurezza è diventata una priorità assoluta. Così si allontanano gli altri, non ci si fida più. Prevalgono le esigenze dell’io. Le macerie sono i muri, le recinzioni. Si impedisce l’ingresso all’estraneo e tutto ciò è vissuto come una normalità.

Oggi è normale la tolleranza zero. Le città sono macerie urbane. Il concetto di ‘urbe’, che è qualcosa che ha a che fare non tanto con la convivenza quanto con la fraternità e la comunità, è stato sbaragliato e si moltiplicano le trincee, i cancelli, con limiti invalicabili, cartelli minacciosi, edifici fortificati, che non comunicano e solidificano divisioni”.

Come la Chiesa sta combattendo la deriva dell’egoismo individualista?
“La Chiesa, di cui papa Francesco ce ne sta dando un esempio, è chiamata a promuovere una cultura dell’accompagnamento, che si radica sulla radicale fraternità umana. Di fronte alla sola globalizzazione del mercato bisogna promuovere una globalizzazione della fraternità. L’inizio della Bibbia ce lo ricorda, con la domanda di Dio a Caino: ‘dov’è tuo fratello?’.

E sottolineiamo che Abel in ebraico vuol dire soffio, debolezza. La fraternità si ritesse partendo dal più debole. Cambiare mentalità dei cattolici nei confronti della vita che non va considerata un fortino immobilizzato sulla difesa della vita nascente per cui combattere e duellare nell’ambito legislativo civile immaginandosi di vivere ancora nella società cristiana anziché laica e pluralista.

Si può pensare che sia questo uno degli obiettivi pastorale di maggior impegno globale di papa Francesco, non perché voglia, come dicono i suoi critici, svendere la visione cattolica della vita, ma perché punta a fare della Chiesa un interlocutore credibile e comprensibile su un tema così importante dove si confrontano diverse visione dell’uomo, della persona, della famiglia”.

Perché la vita nel mondo contemporaneo è una questione che divide?
“Nel mondo si registra un grande smarrimento di fronte al problema della vita e dell’antropologia. La Chiesa deve sentire la responsabilità di aiutare donne e uomini di tutte le fedi e di tutte le culture a percorrere un cammino di vita e non di distruzione. Papa Francesco ha scritto l’enciclica ‘Laudato sì’ non per affermare o riaffermare una dottrina astratta, ma per aiutare il mondo a salvarsi da una sicura tragedia se non si trovano ragioni plausibili di una convivenza umana. E’ urgente trovare anche le ragioni umanistiche per aiutare la comunità umana a trovare una via per una più solida e giusta convivenza”.

Altro problema riguarda la teoria del gender: ma se si elimina la differenza cosa accade?
“Il Papa disse già in una delle sue catechesi sulla famiglia che in realtà, questa cosiddetta ‘teoria del gender’ è un arretramento culturale rispetto al bisogno che la società ha di ritrovare la forza della differenza. E’ la rimozione della differenza ad essere un problema, non la soluzione.

Il tema del rapporto tra l’uomo e la donna non si risolve abolendo la dimensione naturale, facendo scattare il pendolo nella prospettiva culturale. L’uomo e la donna devono parlarsi di più, devono ascoltarsi di più, devono volersi bene di più e trattarsi con rispetto e cooperare con amicizia. E’ in questo senso che si ricompone la differenza come motore della storia. In questo senso il papa ha ragione doppiamente: non solo non si può imporre ad altri, ancor più se è un arretramento”.

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