Mons. Castellucci invita le parrocchie alla ‘vicinanza’

Le comunità parrocchiali della diocesi di Modena e Nonantola sono al centro della Lettera pastorale di mons. Erio Castellucci, ‘Al di là dei loro mezzi’, che fa riferimento a un elogio di san Paolo verso le Chiese della Macedonia, che avevano ‘dato secondo i loro mezzi e anche al di là dei loro mezzi’ a sostegno dei fratelli di Gerusalemme.

Nella lettera il vescovo ha sottolineato l’insistenza dell’apostolo sul dono: “L’aspetto più sorprendente dell’appello di Paolo non è il tentativo di sensibilizzare tutto il mondo cristiano alle necessità di una sola comunità, quella di Gerusalemme; tentativo immane, per gli scarsi mezzi comunicativi dell’epoca, e di cui peraltro non conosciamo l’esito finale.

E non stupisce nemmeno l’insistenza sulla gratitudine che verrà espressa verso i donatori di beni da parte dei cristiani che li riceveranno: questo è abbastanza ovvio e persino doveroso. Ciò che colpisce è l’insistenza con la quale l’Apostolo mette in evidenza il profitto che deriverà a coloro che offrono i loro beni. Di questo gesto di generosità parla come di una ‘grazia di Dio’ concessa a loro”.

Il vescovo ha sottolineato il valore del gesto di una Chiesa ‘in difficoltà’ verso un’altra Chiesa: “E’ tanto più sorprendente, questa prospettiva di Paolo, se pensiamo che le Chiese della Macedonia non erano affatto benestanti: dice anzi che erano in una condizione di ‘estrema povertà’, la quale però si è trasformata nella ‘ricchezza della loro generosità’.

L’opera prospettata dall’Apostolo è una condivisione tra le Chiese, resa ancora più provocatoria dal fatto che sollecita le Chiese di origine pagana (Corinto, Tessalonica, Filippi) a prodigarsi per la Chiesa madre, di matrice ebraica. Si tratta di una condivisione che supera i confini etnici, che abbatte le barriere sociali tra stranieri e cittadini, tra ‘noi’ e ‘gli altri’, in nome della comune fraternità dei battezzati”.

Anche oggi la situazione non è diversa rispetto ai primi anni del cristianesimo ed il cristiano può essere ‘preso’ dallo scoraggiamento: “Lo scoraggiamento di fronte a queste e molte altre ‘povertà’ rischia di favorire nelle nostre comunità un atteggiamento di dimissione, mentre il Signore ci chiede la missione. Ci si può dimettere dall’esperienza cristiana sia diventando dei crociati che vedono nemici dovunque, sia diventando dei camaleonti che si mimetizzano nel mondo.

Il Concilio Vaticano II, riprendendo e rilanciando la dottrina cattolica, ha plasmato la figura di una Chiesa che non si contrappone al mondo, ma neppure vi si accomoda: piuttosto vi si pone dentro con l’umiltà di chi riconosce i propri limiti e la forza del Signore, dialoga criticamente con tutte le culture e religioni e annuncia gioiosamente la bellezza di appartenere a Cristo”.

La Chiesa è nel mondo e deve camminare sulle strade del mondo: “la Chiesa, cioè, non è una realtà che scorra accanto al mondo o sopra di esso, ma è l’insieme di quegli uomini e quelle donne che aderiscono a Gesù come loro Signore; è, per così dire, una ‘fetta di mondo’ formata da chi crede nella presenza di Gesù risorto.

Chiesa e mondo non sono contrapposti, ma si intrecciano:la Chiesa porta nel mondo la parola e la grazia del Signore e il mondo offre alla Chiesa istanze, domande ed esperienze che la interrogano e la aiutano a comprendere, vivere e testimoniare più profondamente la parola e la grazia. Possiamo dire che il Concilio Vaticano II ha impostato una pastorale 2.0. Non ha affatto rinnegato quella precedente, 1.0, ma l’ha integrata. Il Vaticano I aveva presentato la Chiesa come ‘vessillo tra le nazioni’, in senso unidirezionale.

Il Vaticano II ha completato il I, ribadendo che la Chiesa può e deve comunicare al mondo la bellezza della rivelazione di Dio in Cristo, ma accogliendo nello stesso tempo le provocazioni e le ricchezze provenienti dal mondo: papa Giovanni XXIII le chiamava ‘segni dei tempi’. Così la Costituzione ‘Gaudium et Spes’, sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, mentre presenta i grandi temi (dalla coscienza alla famiglia, dalla pace alla giustizia) traccia sia le strade del dialogo sia quelle dell’annuncio”.

Quindi ha invitato i fedeli ad ‘aprirsi’ al mondo: “Non possiamo chiuderci nel cerchio delle nostre attività, quasi che i problemi del mondo debbano rimanere fuori dalla celebrazione eucaristica, dalla catechesi e dalla vita fraterna di una comunità. Non possiamo nemmeno limitarci ad affidare al buon cuore dei singoli, che grazie a Dio sono tanti, l’attenzione a questi luoghi, come se richiedessero delle specializzazioni e delle deleghe.

E non possiamo, infine, accontentarci di rispondere a delle emergenze, quali oggi in effetti sono il lavoro, l’educazione, le migrazioni e le sofferenze. Gesù Risorto ci ha dato doni necessari e sufficienti per lasciarci provocare e trovare i modi di testimoniare la gioia del Vangelo anche nelle situazioni difficili”.

Inoltre ha indicato quattro ambiti di missione: i luoghi dello sport e gli oratori, il mondo dei migranti, il mondo del lavoro e il mondo della fragilità, sottolineando come l’obiettivo sia quello di rendere le parrocchie in grado di operare al meglio in un mondo in trasformazione:

“Le nostre parrocchie hanno le risorse per lasciarsi provocare da questi grandi orizzonti missionari; anzi, sono convinto che più si confronteranno in maniera aperta con i problemi del mondo, meno si chiuderanno nei loro problemi interni: più usciranno dal recinto e più scopriranno cosa significa essere ‘parrocchia’, Chiesa pellegrina tra le case.

In questi tre anni ho affrontato tante volte, insieme ai molti collaboratori, questioni relative a problemi ‘interni’, a volte seri e altre volte meno meritevoli di attenzione. Sarebbe bello che riducessimo lo sperpero di energie per le questioni interne e le impiegassimo maggiormente per i problemi legati alla missione e alla testimonianza, intensificando la nostra disponibilità a spenderci per ciò che è essenziale nella Chiesa: l’annuncio del Vangelo, la celebrazione della presenza sacramentale del Risorto, la fraternità che è dono dello Spirito.

Ringrazio di cuore le molte persone che si stanno impegnando in questi orizzonti ecclesiali e chiedo nuovamente a quei pochi (se ancora ce ne fossero) che si arrovellano nell’alimentare controversie e divisioni interne, di appassionarsi piuttosto per la missione evangelica nel mondo”.

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