Dio non abita più qui?: l’uso delle Chiese dismesse

Si è svolto a fine novembre alla Pontificia Università Gregoriana il Convegno internazionale ‘Dio non abita più qui?’, promosso dal Pontificio Consiglio della Cultura, dalla CEI (Ufficio Nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto) e dalla Pontificia Università Gregoriana (Facoltà di Storia e Beni Culturali della Chiesa).

Nella prima giornata, l’attenzione è stata rivolta al problema della dismissione e del riuso di chiese, fenomeno in crescita in molti paesi occidentali. Le relazioni del mattino hanno evidenziato il problema sotto i profili sociologico, canonistico, tecnico architettonico e storico artistico, conservativo e museologico, mentre le relazioni dei delegati delle conferenze episcopali nazionali di Europa, America settentrionale e Australia, nella sessione pomeridiana, ha offerto una panoramica abbastanza completa della varietà delle situazioni che si riscontrano nei vari paesi.

Il mutamento della situazione demografica e sociale e della pratica religiosa, ha reso eccessivo in alcuni luoghi il numero delle chiese, con la conseguente necessità di una diversa destinazione d’uso: “E’ opinione del convegno che tale situazione possa essere l’occasione per una diversa valorizzazione, sempre nell’ambito ecclesiale, di un patrimonio culturale a cui la Chiesa non vuole rinunciare. Spinge in questa direzione anche il messaggio del Santo Padre Francesco, letto dal card. Ravasi all’inizio dei lavori…

All’inizio della sessione pomeridiana, come la precedente riservata ai delegati nazionali delle conferenze episcopali, è stato letto e approvato da questi ultimi un documento dal titolo ‘La dismissione e il riuso ecclesiale di chiese. Linee guida’, composto da cinque capitoli e da raccomandazioni finali, che sarà reso pubblico nelle prossime settimane dal Pontificio Consiglio della Cultura”.

E nel messaggio inaugurale del convegno papa Francesco ha sottolineato l’attenzione dei precedenti papi all’utilizzo dei ‘beni culturali’ sacri: “Io stesso ho inteso dare all’estetica teologica un’espressione più marcatamente sociale, affermando ad esempio nell’Enciclica ‘Laudato sì’ che ‘prestare attenzione alla bellezza e amarla ci aiuta ad uscire dal pragmatismo utilitaristico’; come pure ricordando, in un discorso alle Pontificie Accademie, l’importanza del lavoro degli architetti e degli artisti nella riqualificazione e rinascita delle periferie urbane e in genere nella creazione di contesti urbani che salvaguardino la dignità dell’uomo”.

Perciò, secondo l’espressione del teologo Romano Guardini dei ‘santi segni’, il papa ha sottolineato il loro valore ‘testimoniale’: “Ma questa loro eloquenza originaria può essere conservata anche quando non sono più utilizzati nella vita ordinaria del popolo di Dio, in particolare attraverso una corretta esposizione museale, che non li considera solo documenti della storia dell’arte, ma ridona loro quasi una nuova vita, così che possano continuare a svolgere una missione ecclesiale.

Infine, i beni culturali sono finalizzati alle attività caritative svolte dalla comunità ecclesiale. Ciò è messo in luce ad esempio nella ‘Passio’ del martire romano Lorenzo, dove si narra che egli, ‘avuto l’ordine di consegnare i tesori della Chiesa, mostrò al tiranno, prendendosene gioco, i poveri, che aveva nutrito e vestito con i beni dati in elemosina’. E l’iconografia sacra ha sovente interpretato questa tradizione mostrando san Lorenzo nell’atto di vendere le preziose suppellettili del culto e di distribuirne il ricavato ai poveri”.

Nel saluto introduttivo il rettore dell’Università Gregoriana, p. Nuno da Silva Gonçalves, ha sottolineato che occorre creare condizioni per rendere Dio riconoscibile: “Dio abita qui perché è veramente presente nella sofferenza di una comunità cristiana che si vede costretta a chiudere al culto una chiesa”; è “veramente presente in una comunità cristiana che accetta la sua debolezza e, allo stesso tempo, senza lasciarsi sconfiggere o deprimere, cerca con creatività forme nuove per manifestare la propria fede e per rendere ragione della speranza che la abita”.

Per il segretario generale della Cei, mons. Stefano Russo, vescovo di Fabriano-Matelica, occorre favorire ‘trasformazioni equilibrate’ delle chiese dismesse, ‘e consone’al carattere di queste architetture. Il forte carattere identitario che le chiese rivestono per il nostro paese, “al di là dell’appartenenza religiosa delle persone, fa sì che comunque siamo molto interessati al loro utilizzo ‘altro’ soprattutto quando vengono ridotte all’uso profano”.

Per mons. Russo “la destinazione d’uso culturale può essere quella da privilegiare. Esistono diversi esempi interessanti di conversione ad auditorium o a biblioteche”; invece alcune trasformazioni in ristoranti impiantati in chiese che mantengono al loro interno in gran parte inalterato l’apparato liturgico, scultoreo e decorativo risultano “assolutamente inopportune, così come mi sembra inopportuno, onde evitare confusioni, l’uso di ex edifici di culto per la celebrazione di matrimoni civili”.

Per il sociologo Luca Diotallevi molte chiese continuano ad essere chiuse e la loro dismissione è “un problema scottante per la società di oggi”. Spesso la chiusura di una chiesa “suscita forti reazioni anche in coloro che non partecipano alla vita ecclesiale” e molti la sperimentano “come un momento di sconfitta sociale piuttosto che come un’emancipazione, come avveniva nel passato”.

Ogni evento di dismissione ha le sue caratteristiche individuali e i sociologi studiano le diverse tradizioni religiose, la posizione storica e geografica dell’edificio, gli aspetti legali, l’intero smantellamento dalla preparazione all’esecuzione, il valore dell’edificio, le cause, gli effetti, le parti implicate e la nuova destinazione: “Questo può aiutare a identificare e risolvere i conflitti che emergono dall’incompatibilità percepita tra precedente e successivo utilizzo”.

Secondo don Paweł Malecha, rappresentante della Segnatura Apostolica e docente alla Pontificia Università Gregoriana, il loro utilizzo ‘è questione di diritto civile’, portando l’esempio della Germania, in cui dal 2000 sono state chiuse più di 500 chiese cattoliche; un terzo di queste è stato demolito, due terzi sono stati venduti o destinati ad altri scopi. Nel frattempo, più di 500 chiese chiuderanno in Olanda nel prossimo decennio.

Dopo avere descritto il concetto giuridico di chiesa e la procedura necessaria per consentire legittimamente la riduzione di una chiesa ad uso profano, offrendo un’analisi delle cause gravi e la necessità di considerare possibili danni alla vita spirituale dei fedeli, il giurista ha spiegato che “la prospettiva del diritto canonico è limitata alla riduzione di una chiesa ad uso profano; una volta che una chiesa è alienata dal controllo ecclesiastico, non è più soggetta al diritto canonico”.

Però ha sottolineato l’inutilizzo un edificio di culto dismesso come “officina, ristorante, pub o night club, centro estetico, locale commerciale o abitazione civile”. Per il canonista un uso ‘compatibile’ di una ex chiesa può essere culturale come sede per biblioteche, archivi, musei e attività artistiche.

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