I vescovi dell’Emilia Romagna nel sostegno al papa nella lotta contro la pedofilia

“Carissimi parroci, cari fratelli e sorelle, condividiamo la grande preoccupazione e il dolore espresso da Papa Francesco con la ‘Lettera al Popolo di Dio’, sofferto invito ad una conversione personale e comunitaria, che vi invitiamo a leggere e meditare, nelle parrocchie, nei consigli pastorali e nei gruppi di famiglie. Egli ci chiede di soffrire insieme a tutto il corpo per aiutarlo. L’impegno a combattere gli abusi sui minori e sulle persone vulnerabili, sia di potere che sulla coscienza che sessuali, da parte di chierici o di laici nella Chiesa, nella società e nelle famiglie, ci deve vedere uniti”.

Inizia così la lettera dei vescovi dell’Emilia Romagna inviata ai parroci e alla comunità cattolica della regione, delineando le linee guida per la lotta contro la pedofilia ed istituendo in ognuna delle quindici diocesi della regione ecclesiastica una equipe, composta prevalentemente da professionisti laici, appositamente formati, che si occuperà della prevenzione degli abusi e dell’educazione necessaria ad arginare una piaga che mina la credibilità delle istituzioni ecclesiali.

Nella loro sfera d’azione i delegati diocesani avranno anche la possibilità di acquisire eventuali segnalazioni di violenze ai danni di minori, come ha chiarito l’arcivescovo di Ravenna, mons. Lorenzo Ghizzoni, referente della Conferenza episcopale italiana per la Pontificia commissione per la tutela dei minori:

“Le competenze saranno dettagliate meglio nei prossimi mesi. Fin d’ora, però, possiamo dire che le equipe raccoglieranno anche denunce, chiamiamole così anche se queste in verità si presentano alle autorità civili, su casi sospetti di pedofilia perpetrati da preti, religiosi e laici impegnati nella pastorale”.

Il modello di riferimento per i vescovi emiliano romagnoli, primi nel Paese a muoversi compatti e risoluti su un tema così scottante, è dato dalla diocesi di Bolzano che, a partire dal 2010, ha attivato uno sportello antipedofilia a disposizione delle vittime. In tempi più recenti anche la Chiesa di Bergamo si è mossa nella stessa direzione:

“Da noi è ancora troppo presto per parlare di veri e propri sportelli. In futuro non è detto che in alcune Curie non si possano avere degli uffici specifici aperti al pubblico, ma ora questo discorso è prematuro. Esaurito il loro periodo di formazione a Roma, che partirà durante quest’anno pastorale, cioè da ottobre, saranno indicati i contatti dei componenti delle singole equipe”.

Ed un impegno, non generico, a combattere la pedofilia: “Perché il male non sia più nascosto ma opportunamente denunciato. Perché il perdono e la guarigione dalle ferite, che pure invochiamo da Dio, con la riparazione del danno, non siano un alibi, ma stimolo a mettere in atto una conversione di tutta la comunità cristiana e della società civile, perché si prendano le misure educative e operative per una prevenzione ampia ed efficace.

Nessuno deve essere coperto o giustificato, qualsiasi ruolo svolga. Il bene dei minori e dei più deboli deve stare sopra a tutto. Molto dipenderà dai genitori, dagli educatori, dagli insegnanti, dai sacerdoti, dai catechisti: la cura, la protezione, la vigilanza, la formazione propria e dei ragazzi o degli adolescenti, deve creare ambienti e atteggiamenti di vera tutela e deve portare i minori a imparare a difendersi, a reagire, trovando adulti accoglienti e pronti ad ascoltarli e a intervenire”.

Tale lettera si inserisce anche nel percorso di vicinanza ai fedeli, iniziato alcuni mesi fa con le linee guida intorno all’esortazione post sinodale ‘Amoris Laetitia’: “E’ indispensabile prima di tutto che i singoli e le coppie che chiedono aiuto alla Chiesa incontrino persone capaci di accoglienza: i sacerdoti, i consacrati, altre coppie oppure esperti disponibili.

Il primo contatto può avvenire attraverso strade diverse e anche occasionali, ma è certamente essere utile disporre in ogni diocesi la possibilità di inviare i richiedenti ad una èquipe di persone preparate e incaricate dal vescovo per questo percorso, in stretta collaborazione con l’ufficio diocesano per la famiglia e con il Tribunale ecclesiastico.

La varietà delle situazioni è talmente ampia, che non si può immaginare un percorso iniziale uguale per tutti e nemmeno ipotizzare una casistica dettagliata. E’ bene chiarire fin dall’inizio del percorso che l’obiettivo del cammino non è di per sè quello di riammettere i richiedenti all’assoluzione sacramentale e quindi alla comunione eucaristica e che non vi sono tempistiche prestabilite o prove da superare. E’ un percorso, non un corso”.

Ed all’interno del percorso i vescovi offrono alcune vie comunitarie, secondo l’insegnamento della Chiesa su alcune materie delicate: “La possibilità di vivere da ‘fratello e sorella’ per potere accedere alla confessione e alla comunione eucaristica è contemplata dall’ ‘Amoris laetitia’ alla nota 329.

Questo insegnamento, che la Chiesa da sempre ha indicato e che è stato confermato nel magistero da ‘Familiaris Consortio’ al n^ 84, deve essere presentata con prudenza, nel contesto di un cammino educativo finalizzato al riconoscimento della vocazione del corpo e del valore della castità nei diversi stati di vita.

Questa scelta non è considerata l’unica possibile, in quanto la nuova unione e quindi anche il bene dei figli potrebbero essere messi a rischio in mancanza degli atti coniugali”.

E’ quindi necessario un accompagnamento comunitario per coinvolgere queste ‘coppie’ nella Chiesa: “Non potrà mancare, almeno ad un certo punto del percorso, l’esperienza di un servizio nell’ambito di una comunità cristiana. Si potranno proporre servizi connessi alle attività caritative ed assistenziali, all’animazione oratoriale e sportiva, al canto e alla musica e così via.

Questo impegno fa crescere sia coloro che lo assumono, sia la comunità cristiana; i primi potranno sperimentare la vita concreta di una comunità, con le sue ricchezze e i suoi limiti, e questa a sua volta si renderà conto che alcuni fratelli e sorelle stanno percorrendo un cammino di pieno reinserimento al suo interno, sensibilizzandosi alla loro condizione e favorendo anche la preghiera per loro”.

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