Pordenone: il card. Bassetti ha sottolineato la misericordia di Dio

Nella parrocchia Santa Maria Assunta in Bibione della diocesi di Concordia- Pordenone si sono svolte le celebrazioni della II edizione della ‘Perdonanza bibionese’, voluta da mons. Giuseppe Pellegrini quale ‘segno’ del Giubileo della Misericordia, aperte dal card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, che nell’omelia ha sottolineato il valore del perdono:

“La pagina del vangelo che abbiamo ora ascoltato vuol dirci che non dobbiamo aspettare ancora per ricevere misericordia da Dio. La proclamazione del Giubileo, l’apertura delle porte della misericordia, il perdono dei peccati, non riguardano un passato ormai trascorso, il giorno di ‘ieri’; non è nemmeno in un futuro remoto, per ‘domani’; è, come abbiamo sentito dalle stesse parole del Signore, una realtà che riguarda l’ ‘oggi’”.

Ed ha sottolineato il significato del giubileo nella storia biblica: “Non possiamo però disgiungere i due significati del Giubileo, quello antico e quello proclamato da Gesù a Nazaret, il primo riguardante la dimensione sociale della remissione dei debiti, e il secondo legato alla persona del Messia Gesù, che tocca la remissione dei peccati.

L’ideale per il quale i debiti monetari potevano essere rimessi per dare la possibilità di iniziare da capo è certamente ancora valida: gli oppressi di oggi che non vedono una via di uscita dalla povertà devono ancora essere aiutati, pena ridurre il cristianesimo a una semplice enunciazione buonista di misericordia”.

Anche la Chiesa delle origini agiva attraverso varie forme di carità: “Non si può vivere una vita cristiana semplicemente domandando misericordia per sé e poi rimanere chiusi agli altri; nelle parole di Gesù del Discorso della montagna, in particolare, non solo si trova l’invito a pregare o a digiunare, ma anche a soccorrere l’altro con le opere di carità”.

Riprendendo le parole di papa Francesco in occasione del Giubileo della Misericordia ha parlato di un ‘tempo favorevole per la Chiesa, perché renda più forte ed efficace la testimonianza dei credenti’: “Il Giubileo si pone, per certi versi, anche come una provocazione per l’uomo contemporaneo che non vuole chiedere perdono a nessuno e neppure perdonare, non solo perché ha perso il senso del divino e del peccato, ma perché, rinchiuso com’è nel proprio egoismo, è sopraffatto dall’apatia…

In questo tempo segnato sempre più da indifferenza e violenza, mi preme sottolineare la bella Lettera Pastorale del vostro Vescovo per il prossimo anno pastorale diocesano, con un titolo che ci immette subito nel concreto ‘Toccare la carne di Cristo. Incontrare, ascoltare e condividere la vita dei poveri’. La stessa visita pastorale che Lei eccellenza ha iniziato nel territorio della Diocesi, sono sicuro che Le sta dando occasione di toccare la carne di Cristo. E questo sia un invito per tutti noi, nessuno escluso, a lasciare toccare dai poveri, ovvero da Cristo”.

Ed il giorno seguente dando il via al pellegrinaggio dei giovani verso Roma ha sottolineato il valore delle reliquie dei martiri per i fedeli: “Carissimi, la memoria del rinvenimento delle reliquie di santo Stefano ci permette di riflettere sulla figura di questo primo martire delle origini cristiane, di cui racconta Luca negli Atti degli Apostoli.

Come nel suo primo libro aveva narrato la morte del Messia, ora l’evangelista racconta quale testimonianza (martirio, in greco) ha dato il protomartire. Si tratta infatti di una vera e propria testimonianza, come quella di cui parla Gesù nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato. Il Signore rivolge ai Dodici le istruzioni su quello che dovevano fare e dire per annunciare il Regno.

A guardar bene, i discepoli (stando a questo discorso) sono inviati più a compiere gesti, che a pronunciare parole. L’unica cosa che Gesù chiede loro di ‘dire’ è che il Regno è vicino), ma il resto delle sue istruzioni sottolinea piuttosto l’atteggiamento che i discepoli devono tenere per portare l’annuncio evangelico e, come dirò meglio, per dare testimonianza nella persecuzione”.

Ed ha chiesto di esaminare la realtà nelle ‘nostre antiche terre di fede cristiana’: “Siamo tutti più chiusi in noi stessi, noi sacerdoti compresi, e forse meno disposti a venire incontro alle esigenze del prossimo; siamo tutti più avidi di beni, come se questa vita non dovesse finire mai; siamo sempre più indifferenti o impauriti di fronte ad un mondo che continuamente ci interpella con le sue tragedie.

La solidarietà e la pietà, che erano il collante delle nostre comunità, sembrano essere svanite, nella notte nera dei rigurgiti egoisti. La partecipazione ai sacramenti e alla vita di Chiesa, fervente e generosa fino a qualche decennio fa, si sta affievolendo ovunque, e la precarietà economica di tante famiglie e di tanti giovani e anziani non favorisce quella attenzione generosa alla comunità.

Un male profondo sembra esser sorto all’interno della società come della Chiesa: un senso di smarrimento ci assale ogni giorno dinanzi ai drammi della violenza, della droga, del gioco d’azzardo, dell’immoralità e dell’arroganza diffusa, del disprezzo della vita e della dignità delle persone”.

Ed ha invitato i fedeli ed i sacerdoti a ‘seminare speranza’: “Il nostro compito, soprattutto voi sacerdoti, è di seminare speranza tra i solchi di una terra forse a tratti arida, ma pronta a rivelarsi rigogliosa e fertile se irrorata dall’amore di Cristo. Sull’esempio di santo Stefano e dei santi Martiri concordiesi, torniamo a testimoniare con coraggio vescovi, sacerdoti, religiose, laici il messaggio salvifico del Vangelo, capace, oggi come allora, di cambiare il male in bene, le tenebre in luce, la disperazione in gioia, la violenza in pace, la morte in vita: la vita immortale nella gloria del Padre!”

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