Papa Pio XI contro le leggi razziali

80 anni fa, il 5 agosto 1938 sulla rivista ‘La difesa della razza’ è pubblicato un manifesto in 10 punti, firmato da 10 scienziati italiani, in cui si afferma che le razze umane esistono: “L’esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano a ereditarsi. Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti”.

E dopo alcuni punti di definizione scientifica di razza al n^ 7 del manifesto si sottolinea la ‘necessità’ che gli italiani si proclamino ‘razzisti’ biologicamente: “Tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose.

La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l’indirizzo ariano–nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra–europee, questo vuol dire elevare l’italiano a un ideale di superiore coscienza di sé stesso e di maggiore responsabilità”.

Quindi gli ebrei non appartenevano alla razza italiana: “Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l’occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all’infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia.

Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani”.

Ed i caratteri fisici non devono essere alterati dall’unione sessuale: “L’unione è ammissibile solo nell’ambito delle razze europee, nel quale caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo, dato che queste razze appartengono a un ceppo comune e differiscono solo per alcuni caratteri, mentre sono uguali per moltissimi altri. Il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extra–europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani”.

L’emanazione dei decreti attuativi delle leggi razziali avvenne tra settembre e novembre del 1938. A questo punto e con tempestività papa Pio XI tenne, in poco tempo, alcuni discorsi pubblici pronunciandosi contro il ‘Manifesto degli scienziati razzisti’ (15 luglio) e lamentandosi che l’Italia, sul razzismo, imitasse ‘disgraziatamente’ la Germania nazista (28 luglio).

Ma quale fu l’atteggiamento dei cattolici di fronte al ‘Manifesto’ si è chiesto lo storico gesuita padre Giovanni Sale in articolo apparso su ‘La Civiltà Cattolica’ nel 2008: “Nei primi tempi il Manifesto della razza fu accolto dalla stampa cattolica vicina alla Santa Sede in modo non ostile: si cercò di comprendere le ‘ragioni’ dell’autorità governativa, che sembravano fondate su dati di carattere scientifico, quindi moralmente neutri e in ogni caso verificabili, e le si interpretò più secondo i desideri, la cultura o le preferenze dell’autorità ecclesiastica che secondo lo spirito discriminatorio che sottendeva lo ‘studio’ preparato dagli scienziati fascisti.

Si disse che il ‘razzismo’ italiano era sostanzialmente diverso da quello tedesco: questo — a differenza del primo che si riteneva basato su solidi princìpi di carattere eugenetico orientati al miglioramento della razza latina — si presentava come intrinsecamente pagano e idolatrico, poiché fondato sul culto sacrale del sangue e sulla superiorità della razza ariana su tutte le altre.

Si disse che il Manifesto riguardava soltanto questioni di carattere biologico e che quindi non toccava la dimensione religiosa o morale, la quale rientrava nella competenza della sola autorità ecclesiastica”.

Però, a differenza delle posizioni di buona parte della stampa cattolica e della gerarchia papa Pio XI giudicava il Manifesto e tutte le iniziative che il Governo stava organizzando per la tutela della razza in modo severo, mettendo in guardia dall’imitare su tale materia l’indirizzo tedesco, considerato contrario alla dottrina cristiana, al diritto naturale e ad ogni elementare senso di umanità.

Infatti nello stesso giorno in cui veniva pubblicato il Manifesto della razza, il papa, ricevendo in udienza le suore del Cenacolo, disse: “Si tratta ormai di una vera e propria apostasia. Non è soltanto l’una o l’altra idea errata: è tutto lo spirito della dottrina che è contrario alla fede di Cristo”.

Una settimana dopo, il 21 luglio, ricevendo in udienza 150 assistenti ecclesiastici dei giovani dell’Azione Cattolica, ribadiva la condanna al Manifesto della razza: “Cattolico vuol dire universale, non razzistico, nazionalistico, separatistico”. Ed infine il 28 luglio, ricevendo in udienza gli studenti del collegio urbaniano di Propaganda Fide, fece un importante discorso sul tema del razzismo, come è riportato in una Nota della Segreteria di Stato:

“Egli precisava alcuni punti di dottrina cattolica, confutava alcune affermazioni razziste; spiegava in che senso si poteva parlare di razze diverse e accennava alle conseguenze dolorose a cui avrebbe portato la politica razzistica, praticata su larga scala e non intesa soltanto a salvaguardare gli interessi imperiali evitando pericolosi incroci e imbastardimenti”.

L’insistenza del papa nel giudizio contro la definizione di razza era stato formulato nell’anno precedente nell’enciclica ‘Mit brennender sorge’, che deplora le violazioni del Concordato del 1933 e condanna la dottrina nazionalsocialista come fondamentalmente anticristiana e pagana:

“Non si può considerare come credente in Dio colui che usa il nome di Dio retoricamente, ma solo colui che unisce a questa venerata parola una vera e degna nozione di Dio… Chi, con indeterminatezza panteistica, identifica Dio con l’universo, materializzando Dio nel mondo e deificando il mondo in Dio, non appartiene ai veri credenti…

Né è tale chi, seguendo una sedicente concezione precristiana dell’antico germanesimo, pone in luogo del Dio personale il fato tetro e impersonale, rinnegando la sapienza divina e la sua provvidenza; un simile uomo non può pretendere di essere annoverato fra i veri credenti”.

Ed al paragrafo 2 della suddetta enciclica ha condannato il culto della razza e dello stato, definendoli perversioni idolatriche e dichiarando ‘folle’ il tentativo di imprigionare Dio nei limiti di un solo popolo e nella ristrettezza etnica di una sola razza:

“Se la razza o il popolo, se lo Stato o una sua determinata forma, se i rappresentanti del potere statale o altri elementi fondamentali della società umana hanno nell’ordine naturale un posto essenziale e degno di rispetto; chi peraltro li distacca da questa scala di valori terreni, elevandoli a suprema norma di tutto, anche dei valori religiosi e, divinizzandoli con culto idolatrico, perverte e falsifica l’ordine, da Dio creato e imposto, è lontano dalla vera fede in Dio e da una concezione della vita ad essa conforme…

Solamente spiriti superficiali possono cadere nell’errore di parlare di un Dio nazionale, di una religione nazionale, e intraprendere il folle tentativo di imprigionare nei limiti di un solo popolo, nella ristrettezza etnica di una sola razza, Dio, Creatore del mondo, re e legislatore dei popoli, davanti alla cui grandezza le nazioni sono piccole come gocce in un catino d’acqua”.

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