Don Primo Mazzolari: ‘la tromba dello Spirito Santo in terra mantovana’ (Prima parte)

Primo Mazzolari nasce al Boschetto, una frazione di Cremona, il 13 gennaio 1890. Il padre è contadino. Nel 1900, spinta dalla necessità di trovare migliori condizioni di lavoro e di vita, la famiglia Mazzolari si trasferisce a Verolanuova, in provincia e diocesi di Brescia. Due anni dopo, terminate le scuole elementari, Primo decide di entrare in seminario e sceglie, per la vicinanza dei parenti, quello di Cremona.

Gli anni del seminario coincidono con il periodo della dura repressione antimodernista avviata da Pio X, che comporta un irrigidimento della disciplina, la cacciata dei professori ritenuti troppo innovativi e la chiusura a ogni forma di dialogo con la cultura del momento. Mazzolari attraversa in quegli anni una seria crisi vocazionale, che riesce a superare grazie all’illuminato aiuto del padre barnabita Pietro Gazzola, in precedenza allontanato da Milano proprio perché sospettato di cedimenti verso il modernismo.

Nel 1912 Primo è ordinato prete a Verolanuova, per le mani del vescovo di Brescia, mons. Gaggia, nella chiesa parrocchiale. Le prime esperienze pastorali di don Primo sono a Spinadesco e a S. Maria del Boschetto. Nel 1913 è nominato professore di lettere nel ginnasio del seminario di Cremona. Allo scoppio della Prima guerra Mondiale si schiera con gli interventisti democratici, così come altri giovani cattolici.

Nel novembre 1915 muore sul Sabotino l’amato fratello Peppino. Don Primo presta servizio negli ospedali di Genova e poi di Cremona; poi chiede il trasferimento al fronte: non vuole passare per un “imboscato”. Così nel 1918 è destinato come cappellano militare sul fronte francese dove resta nove mesi. Rientrando nel 1919 in Italia decide di voler recuperare le salme dei caduti.

Nel 1920 trascorre sei mesi in Alta Slesia con le truppe italiane inviate per mantenere l’ordine nella zona ceduta dalla Germania alla Polonia. Nel 1920 tornando a Cremona don Mazzolari chiede al vescovo mons. Cazzani una parrocchia. Dopo una breve esperienza a Bozzolo, in provincia di Mantova, ma nella diocesi di Cremona, passa al vicino paese di Cicognara, sul Po, dove rimane fino al 1932. Qui cerca forme nuove per accostare quanti si sono allontanati dalla Chiesa. Il paese, infatti, ha una forte connotazione socialista.

L’avvento del fascismo lo vede fin dall’inizio diffidente e preoccupato. Già nel 1922 scrive, a proposito delle simpatie di certi cattolici verso il nascente regime, che “il paganesimo ritorna e ci fa la carezza e pochi ne sentono vergogna”. Nel 1929 mantiene le distanze dagli eccessivi entusiasmi di vescovi e preti per i Patti Lateranensi. Pur non assumendo posizioni di aperta rottura, dai fascisti viene considerato un nemico. La notte del 1° agosto 1931 lo chiamano alla finestra e sparano tre colpi di rivoltella che però non lo colpiscono.

Nel 1932 don Primo è trasferito a Bozzolo. Qui inizia a scrivere in modo regolare: sono questi gli anni in cui redige diverse opere. Nei suoi libri tende a superare l’idea della Chiesa come ‘società perfetta’ e si confronta con le debolezze e i limiti della Chiesa. Ritiene necessario presentare il messaggio evangelico anche ai ‘lontani’, a chi rifiuta la fede forse proprio a causa dei peccati dei cristiani.

Egli ritiene che la società italiana vada rifondata completamente sul piano morale e culturale, dando maggiore spazio alla giustizia, alla solidarietà con i poveri, alla fratellanza. Idee simili lo costringono a fare i conti con la censura ecclesiastica e con quella fascista.

Nel 1934 pubblica ‘La più bella avventura’, una rilettura della parabola del Figliol prodigo; il testo è condannato dal Sant’Uffizio che lo giudica ‘erroneo’ senza dare ragioni e ne impone il ritiro dal commercio. Obbediente, don Primo si sottomette. Nel 1938 compaiono altri testi: ‘Il samaritano’, ‘I lontani’, ‘Tra l’argine e il bosco’. Nel 1939 è invece pubblicata ‘La via crucis del povero’. Le opere successive finiscono però ancora sotto la scure della censura.

Nel 1941 le autorità fasciste censurano ‘Tempo di credere’, ritenuto un libro non conforme allo ‘spirito del tempo’, quello cioè di un’Italia in guerra. I suoi amici riescono comunque a fare circolare clandestinamente il testo. Nel 1943 torna invece a farsi sentire il Sant’Uffizio che biasima l’opera ‘Impegno con Cristo’.

Durante l’occupazione tedesca e la Resistenza don Primo mantiene contatti con vari ambienti e personalità cattoliche. Già inviso ai fascisti, è ritenuto nemico del regime di Salò. Nel febbraio 1944 viene convocato in questura a Cremona; in luglio segue l’arresto da parte del Comando tedesco di Mantova. Liberato, si reca a Gambara (Bs), dove si nasconde per alcuni mesi, fino alla Liberazione.

A testimonianza di quel tempo scrive ‘Diario di una primavera’ e ‘Rivoluzione Cristiana’, pubblicati dopo la sua morte. L’evangelizzazione, la pacificazione, la costruzione di una nuova società più giusta e libera sono i cardini dell’impegno di don Mazzolari dal 1945 in poi.

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