A Venezia il patriarca Moraglia: vivere l’esperienza di Gesù

Durante la festa del patrono di Venezia, san Marco, il patriarca Francesco Moraglia, ha sottolineato il mottetto dell’offertorio: ‘Il leone diventa l’immagine di una fede che non tema di affrontare gli idoli’. Questa chiusura ha fatto da corona all’omelia patriarcale che ha fatto riferimento all’esortazione apostolica di papa Francesco sulla santità nel mondo contemporaneo:

“Sì, Gesù è il Vangelo in persona che ci domanda non qualcosa ma tutto e ci offre in cambio la vera vita, la felicità; in una parola, ci vuole ‘santi’. E così, fin dall’inizio dell’esortazione, il papa indica il cuore e il fine del Vangelo. Siamo ormai alla vigilia del Sinodo dei Vescovi sui giovani; per l’intercessione dell’evangelista Marco chiediamo che i nostri ragazzi possano scoprire la bellezza e il fascino della santità che nasce dal Vangelo”.

Il Patriarca ha ricordato anche la bella esperienza pellegrinaggio diocesano dei ragazzi, appena vissuto ad Assisi: “E’ ancora vivo in me, e in quanti vi hanno partecipato, il ricordo del pellegrinaggio ad Assisi in cui oltre 2200 (ragazzi e ragazze della cresima della nostra Diocesi, accompagnati da genitori, sacerdoti, catechisti, insegnanti di religione ed educatori) si sono recati ad Assisi, la città di Francesco e Chiara.

Ancora una volta i giovani ci hanno mostrato che sono terra buona per il seme della Parola; non so se noi adulti siamo sempre dei buoni seminatori… E’ necessario, però, che trovino testimoni della fede che propongano loro percorsi di vita. E’ stato un gesto significativo, in vista del Sinodo sui giovani, di cui ringrazio il Signore e tutte le comunità parrocchiali che si sono attivate per tempo”.

Soffermando poi la sua riflessione sulla festa del patrono ha affermato: “L’evangelista Marco raccoglie e trasmette la predicazione dell’apostolo Pietro, colui che Gesù scelse per confermare i fratelli nella fede. Quello di Marco è il Vangelo più breve e si caratterizza per uno stile essenziale e una forma, talvolta, rude; è il Vangelo per chi proviene dal paganesimo.

Marco domanda a chi si accosta al suo Vangelo di vivere con tutto il cuore l’esperienza di Gesù morto e risorto, di andar oltre la conoscenza teorica perché non basta leggere o far l’esegesi di un testo; sarebbe addirittura fuorviante leggerlo male e cioè far dire alla Parola quello che uno porta già in sé.

Del Vangelo ci si nutre e poi si lascia che la Parola ci assimili. Tale parola risulterà dolce e amara; dolce perché Parola di salvezza, amara perché annuncia le tribolazioni interiori ed esteriori dei discepoli. Bisogna, quindi, entrare in comunione con Gesù, la sua persona, la sua vicenda, la sua storia. Il discepolo entra in tal modo in un cammino che coinvolge la totalità della sua persona che viene letteralmente afferrata”.

Per questo il momento centrale per la comunità ecclesiale è l’eucarestia: “L’eucaristia è, per la Chiesa, momento fondante, fa parte del suo DNA ed è il gesto ecclesiale per eccellenza, un gesto che deve convertire la vita dei discepoli e, quindi, delle comunità. Quando non fu possibile celebrare in tali luoghi, si volle mantenere un vivo legame con questi testimoni e così nei nuovi altari si murarono le reliquie dei martiri, i primi santi riconosciuti dalla Chiesa.

La nostra bella basilica cattedrale, dedicata a san Marco, fu costruita proprio per dare degna accoglienza alle spoglie dell’evangelista giunte, secondo la tradizione, in modo alquanto travagliato in città; l’altare sorge proprio sui resti mortali dell’evangelista martire, testimone, santo”.

Quindi l’edificio ecclesiale è un luogo sacro per la comunità: “L’edificio-chiesa, allora, non è solo uno spazio funzionale per accogliere la comunità ma luogo sacro che entra in rapporto con l’assemblea che celebra la liturgia. Il rischio è cadere in un funzionalismo non più in grado di intendere il linguaggio simbolico e, prima ancora, la dimensione simbolica della realtà; alla fine, è l’incapacità dell’uomo a porsi le domande più vere e profonde che lo riguardano.

Percepire ciò che ci circonda, nel suo significato simbolico, è importantissimo a livello religioso per la comunità cristiana ma lo è già sul piano umano, per la comunità civile; il simbolo, infatti, rimanda a qualcosa che va oltre la materialità, oltre l’efficienza, oltre la produzione, oltre il guadagno e dice la capacità dell’uomo di andare verso una realtà ulteriore e anche verso un ‘Oltre’ che, alla fine, mi dice chi sono e chi è l’uomo, la sua capacità di trascendersi e qual è il fine della convivenza sociale e civile”.

Ed a proposito dell’evangelista patrono della città il patriarca Moraglia ha invitato ad un ‘esodo del cuore’: “Il cammino che propone Marco è, secondo il linguaggio biblico, un esodo del cuore, un esodo interiore ma non per questo meno reale. Lo stile di Gesù si esprime, in modo emblematico, nelle parabole che rivelano custodendo; sì, rivelano custodendo il mistero da eventuali sguardi irriverenti o solo curiosi.

Le parabole proteggono il mistero e lasciano che si manifesti, dischiudendo il progetto di Dio; alla fine, soltanto chi ha lo sguardo del discepolo può leggere in profondità, ossia in prospettiva sapienziale, il mistero di Gesù e questo avviene unicamente se ci lasciamo coinvolgere personalmente, a partire dalla preghiera che nasce dal silenzio”.

Nella parte conclusiva dell’omelia il Patriarca ha chiesto la protezione dell’evangelista: “Affidiamo noi stessi, le nostre comunità e tutta la nostra Chiesa che è in Venezia all’intercessione dell’evangelista e martire Marco. Invochiamo ancora la sua protezione su tutti coloro che vivono ed operano in questi territori.

E rivolgiamo una preghiera ardente anche per il nostro Paese affinché sappia discernere e, quindi, percorrere le strade, oggi necessarie, per vivere nel bene comune, nella giustizia e nella pace”.

Ed il giorno successivo il patriarca Moraglia è intervenuto sulla vicenda del bambino inglese Alfie, chiedendo alle Istituzioni umanità: “Anche chi non è credente può convenire sul fatto che nessun potere umano (politico) può arrogarsi il diritto di impedire che altri Stati ed istituzioni scientifiche riconosciute come eccellenze, nel campo della ricerca e della cura medica, si facciano carico del piccolo Alfie ed intervengano in luogo di chi non ha più nulla da dire o da dare.

Senza accanimento terapeutico, senza cioè trattamenti sproporzionati, ma anche senza abbandono terapeutico, cioè senza mai venire meno al dovere-diritto di prendersi cura e di accompagnare la persona malata e i suoi familiari con alta professionalità, con grande umanità e con… amore, veramente disinteressato e non ideologico.

Si tratta perlomeno di risparmiare il dolore (come ora è possibile, con le opportune e preziose cure palliative) fino al momento della morte naturale. Solo così una società ‘vive’ e progredisce, solo così si cresce in civiltà e umanità”.

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