Nella festa di sant’Ambrogio il patto di buon vicinato

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Nel primo discorso alla città di Milano in occasione della festa del patrono, sant’Ambrogio, mons. Delpini ha proposto un’alleanza tra cittadini e istituzioni per costruire un nuovo modello di convivenza civile: “Voglio formulare a nome della comunità cristiana e della Chiesa ambrosiana l’intenzione di proporre un’alleanza, di convocare tutti per mettere mano all’impresa di edificare in tutta la nostra terra quel buon vicinato che rassicura, che rasserena, che rende desiderabile la convivenza dei molti e dei diversi, per cultura, ceto sociale e religione”.

Davanti alle autorità civili, religiose, militari ed economiche, l’arcivescovo di Milano ha indicato un modello di convivenza civile e di città esigente, che riguarda non solo le istituzioni, ma ogni persona. Un Discorso (‘Per un’arte del buon vicinato’) che affonda le radici nella figura di Ambrogio e nella storia della Chiesa e della società ambrosiane per proporre ‘il nostro impegno per questo patto di buon vicinato’, ispirato al magistero di papa Francesco.

Infatti nel Discorso mons. Delpini ha sottolineato il valore di un’alleanza in città: “L’alleanza di tutti coloro che apprezzano la grazia di vivere nello stesso territorio è una convocazione generale che non prepara un evento, ma che impara e pratica un’arte quotidiana, uno stile abituale, una intraprendenza semplice.

L’alleanza è stipulata non con un documento formale, ma con la coltivazione di una buona intenzione, con la riflessione condivisa sulle buone ragioni, con la vigilanza paziente che contrasta i fattori di disgregazione, di isolamento, di conflittualità”.

Tale percorso di nuova cittadinanza non esclude nessuno: “L’alleanza che propongo chiama a una specifica responsabilità la Chiesa ambrosiana e le istituzioni pubbliche… Non è un impegno che riguarda le istituzioni come fossero delegate a tenere insieme gli abitanti di queste terre, è piuttosto una impresa comune di cittadini e istituzioni, di fedeli e pastori della comunità cristiana e delle altre religioni:

è una impresa corale che riconosce il contributo di ciascuno e chiede a ciascuno di non vivere la città come servizi da sfruttare o pericoli da temere, ma come vocazione a creare legami. Sono essi il luogo dell’ospitalità, della possibilità di (ri)dare nome ai soggetti, di offrire dimora alla cittadinanza fraterna e di riconsegnare le istituzioni alla comunità”.

Il cammino tracciato presuppone per mons. Delpini una nuova visione di città: “E’ necessario che sia condivisa la persuasione che il legame sociale, la cura di sé, della propria famiglia, della gente che sta intorno è la condizione per la vivibilità, la sopravvivenza, lo sviluppo mio e della società.

La vita condivisa, nel piccolo villaggio come nella città, dimostra che la libertà può essere organizzata in una forma comunitaria ragionevole, che la comunità è meglio della solitudine, che la legge è meglio dell’arbitrio, che la fraternità non è qualche cosa che accade meccanicamente, ma chiede una decisione che organizza la società in modo che agli eguali sia consentito essere diversi”.

Il Discorso è una critica alla cultura neoliberista: “Le persone diventano clienti, i loro bisogni cercano soddisfazione nei consumi, le sicurezze si identificano con l’accumulo, lo sguardo sul futuro è miope e la responsabilità un fastidio da evitare. Gli indici per misurare il tempo che si vive si riducono agli aspetti economico-finanziari e la notizia più importante della giornata è l’andamento della Borsa. La società è così esposta al rischio di essere sterile, senza bambini e senza futuro, e le persone isolate, senza famiglia e senza comunità”.

Ed al contempo è una valorizzazione dello Stato sociale (il cosiddetto Welfare state) che ha avuto un ruolo fondamentale in Italia, anche se le profonde condizioni mutate “chiedono oggi di ridefinirlo e di riscriverlo quale welfare relazionale, comunitario, generativo e rigenerativo: l’unico capace di sorreggere e di custodire sia la libertà che l’uguaglianza, di rendere stabili le relazioni liquide, di presidiare le relazioni interpersonali a fronte di una deriva delle stesse nelle interminabili connessioni virtuali (tascabili e immediatamente consumabili); e infine di custodire la virtuosa correlazione tra qualità della vita e vita di qualità. E’ per questo che ogni autentica relazione interpersonale è generativa: fa essere e fa vivere l’altro”.

In questo senso è fondamentale l’azione della Chiesa ambrosiana: “Noi, comunità cristiane, noi uomini e donne di Chiesa, ci sentiamo per vocazione protagonisti in questa promozione del buon vicinato. La capillare presenza delle parrocchie, gli oratori, le scuole, le associazioni, i movimenti, i consacrati e le consacrate, tutte le forme di carità spicciola, sollecita, quotidiana che pervadono città e paesi sono le forme che la missione della Chiesa ha assunto a Milano”.

E nell’omelia della festa del patrono mons. Delpini ‘imbastisce’ un dialogo con Vittorio, Filomena e Noeto, gli immaginari tre milanesi: “Il mistero di Cristo che si rivela non umilia il pensiero, non è fatto per i creduloni, piuttosto per mezzo della Chiesa si manifesta ai principati e alle potenze dei cieli, la multiforme sapienza di Dio, secondo il progetto eterno che egli ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore.

Il mistero che da ogni parte ci avvolge è luce, è persuasiva risposta alle domande inquietanti che la sapienza umana e la scienza, che i semplici e gli intellettuali continuano a rivolgere dall’inizio dei tempi sul senso del nascere e del morire, del vivere e del soffrire, della gioia e della speranza. Ascolta la mia voce, Noeto, figlio mio e spingi il pensiero fino alla verità ultima e bella, fino al Signore Gesù, che è via, verità e vita”

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